Altri danni a De Benedetti

Anche il gruppo De Benedetti presenta istanza nel processo di secondo grado
Il danno già riconosciuto (750 milioni) salirebbe di altri 469 per l'”ingiusta sentenza”

Cir, appello per il Lodo Mondadori
“Risarcire anche il danno principale”

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MILANO – La Cir contrattacca e presenta a sua volta appello “incidentale” sulla sentenza civile del Lodo Mondadori per ottenere da Fininvest anche il risarcimento di danni patrimoniali “da sentenza ingiusta” rispetto a

quelli imputabili alla “perdita di chance” riconosciuti in primo grado in circa 750 milioni. Nel documento di 320 pagine depositato per la costituzione in giudizio nel processo d’appello (richiesto da Mediaset) che inizierà il prossimo 23 febbraio, il gruppo De Benedetti, ribadendo le conclusioni già avanzate in primo grado, ha fatto a sua volta appello perchè gli siano riconosciute le richieste fatte “in via principale”, cioè il risarcimento per danni da sentenza ingiusta, e non solo quelle “in subordine” per danno da perdita di chance.

In via principale, infatti, i legali dei De Benedetti avevano sostenuto il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito a causa dell’illecito di corruzione in atti giudiziari, danno quantificato in circa 469 milioni al netto di rivalutazioni e interessi. Cir in pratica sostiene che la sentenza del 1991 sul Lodo Mondadori le fu sfavorevole a causa della corruzione del giudice Metta e che se non ci fosse stata corruzione la sentenza le sarebbe stata favorevole. La richiesta, dunque, va oltre la “perdita di chance” riconosciuta in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano che, nella sua decisione, aveva stabilito che la corruzione di Metta (data per certa perché Metta è stato condannato per questo reato) aveva tolto a Cir la possibilità (non la certezza) di avere una sentenza favorevole.

I 750 milioni di risarcimento dovuti a Cir da parte di Fininvest, in base a quella sentenza civile di primo grado corrispondono all’80% dei 937 milioni calcolati dal giudice come danno complessivo per Cir. Tale somma comprendeva il danno per “le condizioni deteriori” alle quali fu pattuita la spartizione del gruppo Espresso-Mondadori “rispetto alle condizioni di una trattativa non inquinata dalla corruzione del giudice Metta”, il danno da lesione dell’immagine imprenditoriale di Cir e il danno per le spese legali sostenute.

La richiesta di Cir, in primo grado, era che la perdita di chance fosse calcolata “in una misura non inferiore all’87%” di questa somma complessiva”. Tuttavia, se le conclusioni di Cir erano stato accolte nella sostanza per quanto riguarda la perdita di chance, il tribunale non aveva ritenuto di accogliere la domanda principale di Cir argomentando che “se è vero che la Corte di appello di Roma emise una sentenza, a parere di questo ufficio, indubbiamente ingiusta come frutto della corruzione di Metta, nessuno può dire in assoluto quale sarebbe stata la decisione che un collegio nella sua totalità incorrotto avrebbe emesso”: una sentenza ingiusta, concluse il tribunale, “avrebbe potuto essere emessa anche da un collegio nella sua interezza non corrotto”.

Nel documento di costituzione in giudizio, in cui è contenuto l’appello incidentale, i legali di Cir comunque convengono con la struttura fondamentale della sentenza Mesiano di primo grado sottolineandone il riconoscimento della corruzione del giudice Metta, nonchè la responsabilità civile della stessa holding della famiglia Berlusconi e l’ammissione di un indebolimento della posizione contrattuale di Cir nel negoziato con Fininvest e la famiglia Formenton sulla spartizione del gruppo Espresso-Mondadori.

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