E lo Stato finanzia (ancora) il Vaticano

Marco Politi

E lo Stato finanzia (ancora) il Vaticano

Il Vaticano sta per infilarsi nel ginepraio del San Raffaele. Pronto lo Ior con 200 milioni. Mentre il cardinale Bertone punta in consiglio d’amministrazione sulla strana coppia di un condannato a sei mesi di carcere e di un ex presidente di Corte costituzionale.

Arrivato sull’orlo del crac con un miliardo di

debiti, l’ospedale di don Verzé sta per essere “salvato” da una cordata a forte partecipazione vaticana. Secondo l’ipotesi più accreditata, che circola sul Corriere della Sera, scenderebbe in campo direttamente lo Ior garantendo almeno 200 milioni di euro. C’è da dubitare che un simile affare rientri nella missione della banca vaticana, il cui statuto prevede la “custodia e l’amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo Ior medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità”.

Farsi carico del crac di un ente ospedaliero, seppur di impronta cattolica, e impegnarsi per il suo rilancio sul mercato non è “opera di religione” né di assistenza caritatevole nel senso autentico del termine. È un’operazione strettamente economica. E di questi tempi la banca vaticana farebbe meglio a concentrarsi su un’impresa gravosa, che già richiede la massima attenzione: mettersi al passo con gli standard internazionali di trasparenza per contrastare il riciclaggio di denaro sporco e disboscare la giungla degli strani correntisti che non sono né collegabili direttamente alla Santa Sede né ad organismi specificamente religiosi.

Invece il cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, sembra intenzionato ad andare avanti sulla strada del rilevamento del San Raffaele e un primo segnale è venuto mercoledì scorso con l’annuncio che nel consiglio di amministrazione della Fondazione Tabor (che detiene le chiavi del colosso sanitario) entreranno quattro persone indicate dal Vaticano. Formeranno la maggioranza: quattro su sette. Ed è qui che emerge un fatto che qualificare bizzarro è benevolo. Primo tra i nomi indicati è quello di Giuseppe Profiti presidente dell’ospedale Bambin Gesù per volontà di Bertone nonostante l’ex dirigente della Regione Liguria sia stato appena condannato in secondo grado a sei mesi di carcere per concorso in turbativa d’asta nello scandalo genovese di “mensopoli”. Seguono Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte costituzionale, Ettore Gotti Tedeschi presidente dello Ior e Vittorio Malacalza, imprenditore di successo in molteplici settori: dall’acciaio alla biomedica.

L’inserimento del presidente dello Ior nel cda del San Raffaele è prova evidente della determinazione con cui il cardinale Bertone intende incamminarsi in questa avventura. L’aspetto allarmante è che il costo dell’operazione potrebbe anche riversarsi in parte sul contribuente italiano. Passato sotto le ali del Vaticano, a perorare finanziamenti dello Stato italiano per coprire i buchi lasciati da don Verzé o sostenere in qualche modo il complesso ospedaliero milanese non sarebbe più il sacerdote “privato cittadino”, che l’ha fondato, ma la Segreteria di Stato. A pensar male – come dice Andreotti – si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Perché il Vaticano dietro le quinte sa essere molto insistente con i governi italiani di ogni colore per ottenere finanziamenti a favore dei propri enti. Basti pensare allo scandalo esploso l’anno scorso per la vicenda dei finanziamenti italiani ai lavori di restauro del palazzo di Propaganda Fide. Basti pensare anche ai finanziamenti concessi dallo Stato nell’ambito del Servizio sanitario nazionale all’ospedale del Bambin Gesù (50 milioni di euro nel 2009), istituto che a tutti gli effetti è proprietà di uno stato estero: il Vaticano. Per cui, mentre è logico che funzioni il servizio delle convenzioni a carico delle Regioni, non si capisce come mai l’Italia debba finanziare ulteriormente un ente straniero.

Se poi fosse vero il progetto attribuito alla Segreteria di Stato di creare una sorta di “polo sanitario” costituito dal San Raffaele, il policlinico Gemelli dell’università Cattolica e il Bambin Gesù, si arriverebbe ad un ibrido vaticano-italiano, il cui intreccio di rapporti economici ed istituzionali è foriero di pasticci di ogni tipo.

A ciascuno il suo. Meglio che la Santa Sede si occupi del governo della Chiesa universale, mentre i privati cattolici e gli organismi cattolici italiani si gestiscono autonomamente.

Ma non sembra che il Vaticano voglia attenersi a questa regola. Proprio in questi giorni il cardinale Bertone è fortemente impegnato a tentare di rimodellare anche la dirigenza dell’Istituto Toniolo, da cui dipendono l’università Cattolica e il policlinico Gemelli. Il Segretario di Stato vaticano chiede a Tettamanzi di dimettersi dalla presidenza e vorrebbe indicare tre nuovi nomi per il comitato permanente del Toniolo. Non risulta che alla Cattolica ci siano problemi di ortodossia o di deviazioni dottrinali, che potrebbero giustificare un intervento della Santa Sede. Tettamanzi difende l’autonomia del Toniolo e, correttamente, vorrebbe lasciare ogni decisione al suo successore, scelto tra l’altro personalmente da Benedetto XVI: il patriarca di Venezia Angelo Scola.

Ma è proprio la parola “autonomia” la pietra d’inciampo. Il Vaticano non vuole accettare che i vescovi italiani, i fedeli italiani, gli organismi cattolici italiani esercitino quella legittima autonomia che il Concilio e le norme canoniche loro assicurano. La radice dei pasticci – si tratti del Toniolo, del San Raffaele o della politica italiana – sta proprio qui.

B.papocchio
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