PERIPEZIE DI UNO “SPORCO COMUNISTA” NELLE TV DELLA MAFIA.

(Autobiografia non autorizzata di un sopravvissuto)

LA FAMIGLIA. SI FA PER DIRE.

Non sapevo che ora fosse, se era tarda mattinata o pomeriggio. Ma il sole proiettava i suoi film di auto o bus che passavano in strada, proprio sul mio soffitto. Ero in dormiveglia, in quel nirvana placido di chi non ha impegni urgenti; una epifania di immagini ancora pendenti da un sogno e la voglia di stiracchiarmi e alzarmi per andare in bagno. A un tratto, una voce di donna, piuttosto alterata, proveniente dalla strada, qualche piano più sotto, mi riportò alla realtà di un mondo e di un tempo dimenticati:

  • Non correre, disgraziato! Non vedi che ci sono le macchine?! Cammina vicino a me e smettila di fare il cretino o, credimi, come ti ho fatto ti disfo!

Ce l’aveva sicuramente con suo figlio piccolo.

“COME TI HO FATTO TI DISFO!”

Quante migliaia di volte avevo sentito quella minaccia da mia madre dai tre ai 14 anni? Era una minaccia corrente, tra un fracco di botte ed un altro. Eppure non ero un bandito. Un po’ discolo, sì, ma me le prendevo tutte io, le minacce e le botte, solo perché ero il maggiore di 4 figli e… il figlio della colpa: mio padre l’aveva ingravidata quando lei aveva appena 17 anni ed erano stati costretti a sposarsi.

Che poi, non è che avessero tutti quei grandi progetti: lei aveva a malapena la terza elementare e lui pure, ma era in procinto di essere assunto come frenatore in ferrovia. La stazione era a due chilometri dalla grande casa, attaccata alla Basilica di Santa Giusta; casa che aveva ereditato in quanto il più piccolo dei figli di nonno Francesco: una vera leggenda.

I MIEI NONNI SPETTACOLARI

Il padre di mio padre, rimasto vedovo da giovane, dopo aver messo al mondo due figli maschi e due femmine: Antonietta e Pelagia, era capitano della draga nello stagno del paese – uno dei più pescosi d’Italia – pescatore e capitano dei barracelli. Girava disarmato quando era di ronda in campagna, per evitare che gli abigeatari portassero via qualche capo di bestiame o altri ladruncoli rubassero qualche camionetta di carciofi o frutta. Di solito, i barracelli giravamo con la doppietta, lui no. Si raccontava che quando era in giro lui, dall’imbrunire fino alle prime ore del mattino, nessuno aveva mai rubato nulla, anzi! Addirittura i merli riportavano la frutta che avevano rubato giorni prima.

Quando non era di turno, tornato dallo stagno, si faceva un bel bagno tiepido nella grande vasca di cemento che aveva fatto costruire a ridosso della sua stanza, in cortile, si sbarbava, si profumava, si vestiva elegante: camicia bianca stirata e pantaloni di fustagno grigi puliti e stirati, tenuti su da un bel cinturone di cuoio fatto da lui stesso, e usciva per chissà quali avventure galanti.

Era un bell’uomo, alto, snello, muscoloso, spalle larghe e vita stretta, occhi e capelli grigi pettinati con la riga e un portamento da padrone del mondo. Anni dopo, seppi che al suo funerale, quando aveva più di 70 anni, c’era un bel gruppo di signore in lacrime provenienti da Oristano e altri paesi vicini.

Grande bevitore, era morto lasciando una lunga scia di leggende e racconti.

Come quando si presentò con suo cugino “Carraxiu” (confusione, casino), padre dei miei cugini musicisti: Dino, Francesco e Tonietto e di 4 femmine, a un bar di Baratili S.Pietro. Non lo conoscevano ancora e nonno Salis ordinò 5 lt di Vernaccia. Occorre dire che la nostra Vernaccia, originaria proprio di Baratili e poi diffusa in tutto l’oristanese, non ha nulla a che vedere con la Vernaccia continentale che è un comune vino bianco. La nostra novella è frizzantina e due bicchierini minuscoli: i bicchierini da Vernaccia, ti segano le ginocchia, quella un po’ invecchiata sembra brandy.

Comunque, si dice che nonno ordinò 5 litri di quella novella e l’ostessa gli chiese:

  • E su strexiu? (Il recipiente?)
  • Nudda strexiu: deu pigu tre litrusu e fradibi miu dusu: da buffausu innòi. (Niente recipiente: io contengo tre litri e mio cugino due, la beviamo qui).

Oppure aveva il vizio di portare fuori dal locale il bicchierino classico in ogni bar dove andava e poggiarlo per terra: “Tu qui non puoi entrare: sei troppo piccolo”.

La notte, rientravano brilli e facevano le previsioni del tempo per il giorno dopo, svegliando mezzo paese con la voce alterata dall’alcol. Zio “Carraxiu era capo cantiere alla Ferrobeton, un’azienda che aveva introdotto in Sardegna il cemento armato; nonno sapete che lavori faceva, beh, anche se rientravano bevuti alle 4 del mattino, alle sei erano sul posto di lavoro, puntuali come la morte. Nessuno dei due aveva mai perso una sola giornata di lavoro.

Di lui ricordo solo una foto di quando avevo sì e no tre anni, seduti davanti alla grande vasca del cortile, che brindavamo non so a cosa con mezzo bicchiere di vino rosso. Vino che faceva lui in casa.

Anzi, no: brindavamo al fatto che avevo letto alcune pagine di un libro e addirittura scritto dei pensierini. Mi regalò anche una fionda. Una fionda col manico e la V delle forche di olivastro, bella resistente, con l’elastico fatto da una camera d’aria di bicicletta e la toppa di cuoio leggero. Quasi sicuramente l’aveva sequestrata a qualche piccolo bandito che tirava ai passeri.

Io non tiravo ai passeri né ad altri esseri viventi; tiravo alle campane del vicino campanile, ogni volta che il padre del prete cercava con la lunga canna di rubare i nostri fichi. E le centravo sempre. E lui spariva.

Non avrei saputo come passare il pomeriggio, altrimenti. I giornaletti non erano ammessi, i libri pochi e scritti in piccolo, ma poi… dicevano che i sardi sono piccoli e neri: e ti credo! quando i genitori avevano da fare le loro porcheriole ci buttavano fuori di casa, di solito per strada; i miei in cortile, che era bello grande quanto un campo di calcio. Scopavano e noi fuori. Litigavano e noi fuori. E ti credo che eravamo neri: da noi, specialmente nel pomeriggio, il sole picchia. Così, quando non mi picchiavano i miei, mi picchiava il sole.

La cosa andò avanti per qualche anno. E quando mio padre mi trovava una fionda, e me ne trovava spesso, me la strappava di mano e la scaraventava sul tetto della cucina. C’erano più fionde che tegole su quel tetto.

Stufo di prendere botte ogni santo giorno, non ho mai avuto un bacio o una carezza dai miei, solo botte e che botte! Con le mani, con i mestoli di legno, con pezzi di canna, con pezzi di pompa telata, con la cinghia, col manico dell’autoclave di legno, ma con l’anima in ferro.

NONNO SERRA E NONNA SCEMA

I miei nonni materni mi avevano cresciuto. Ero nato a casa loro e ogni volta che potevo tornavo al nido. Stavo bene con loro. Nonno Serra si chiamava Raimondo ed era uno dei migliori sarti della Sardegna. Io stesso ho indossato una giacca perfetta che aveva tagliato e cucito per mio padre: un doppiopetto marrone dal collo ampio che cadeva perfettamente anche dopo 30 anni. Nonno era reduce di guerra e aveva portato a casa una rivoltella d’ordinanza che credo non avesse mai sparato. Lavorava in piedi per tutto il giorno, davanti al grande tavolo di quercia che occupava mezza sala. La sala era l’ingresso della casa e vicino alla finestra c’erano una vecchia Singer nera e una sedia. Dove mia nonna imbastiva e poi passava alla macchina da cucire. La porta d’ingresso era sempre aperta. Come quasi tutte le altre porte del paese.

Io sedevo per terra e scarabocchiavo sui fogli ingialliti dal tempo di vecchi quaderni che un loro nipote seminarista, ospitato per anni, aveva lasciato con qualche libro nel solaio. Poi zio Tonino si era laureato e, abbandonati i sogni clericali era diventato avvocato e per tutta la vita ha fatto il segretario comunale. I miei nonni erano originari di Pau e Ales ed erano molto amici di Tonino Gramsci.

Nonno non si sedeva mai, se non per mangiare o mettere le caviglie e i piedi gonfi in un catino pieno di sanguisughe. Allora si usava così. Faceva hirudoterapia senza saperlo. Ma gli antichi tramandavano usanze molto salutari, prima che venissero inventati i farmaci moderni. La saliva delle sanguisughe contiene sostanze dalle qualità antinfiammatorie, anestetizzanti e anticoagulanti come l’irudina e l’eglina. La si usa infatti ancora oggi in diverse operazioni di microchirurgia per evitare la formazione di coaguli di sangue e morte dei tessuti. 

Lui soffriva di vasculite e nefrite e di nefrite è morto a 66 anni. Al suo funerale c’erano oltre tremila persone, in gran parte venute dai paesi vicini, visto che Santa Giusta contava a malapena 800 abitanti. Io e un mio amichetto, aprivamo il corteo portando una corona di fiori e alloro. Forse avevo otto anni e non capivo ancora la morte.

Erano molto amati e rispettati i miei nonni. Nonna era una finta bisbetica e brontolava continuamente, ma era sempre disponibile per tutto il vicinato. Lui masticava un pezzo di filo da imbastitura e sorrideva sotto i baffi. Parlava pochissimo e la prendeva in giro. Si amavano molto.

Ricordo un episodio che la dice lunga: un giorno si presentò un pastore per ordinare un abito per il figlio che si sposava. Nonno gli fece scegliere la stoffa dal campionario; stoffa che poi nonna avrebbe comprato a Oristano, e prese le misure al ragazzo. Appena i due andarono via, nonna sbottò:

“Ma ita di faisi un’antra bistimenta, chi non t’ha pagàu mancu sa chi pottad’issu?!”

(Ma gli fai un altro abito se non ti ha ancora pagato nemmeno quello che indossa lui?!)

E nonno, placido:

“O Maria! Boi nai ca ndi teinti prus pagu de nosu”

(O Maria! Vuol dire che ne hanno meno di noi). Intendeva di soldi.

La flemma di nonno Serra la ricordo anche per quest’altro episodio da film di Totò:

c’era un vicino che si presentava sempre all’ora di pranzo e scroccava quel poco che c’era. Nonna era avvelenata per questo comportamento e per il fatto che nonno prendesse e mettesse in tavola un piatto in più. Un giorno, il vicino arriva verso l’una e sulla tavola non c’è niente. L’una e mezza, le due… Alla fine, lo scroccone si alzò e disse:

“Beh, giài giài min ci andu, ca bosatrusu eisi a deppi pappai.” (Quasi quasi me ne vado, perché voi dovrete anche mangiare)

E nonno: “Nou, nou. Abarra puru, tanti, finasa a candu non ci andas tui nosu non pappàusu”

(No, no. Rimani pure: tanto, finché non te ne vai tu noi non mangiamo.)

Il tipo non si era più visto all’ora di pranzo.

Nonna Scema, Scema era il cognome, molto diffuso dalle parti della Marmilla: Pau, Ales, Armungia, Villaverde e Morgongiori, era una donna di acciaio.

Alle sei era già in campagna a lavorare l’orto, a due chilometri da casa, poi innaffiava tutto con un secchio di ferro che intingeva in un piccolo pozzo. Al ritorno portava qualche verdura e una brocca di coccio che pesava almeno 20 chili sulla testa: era l’acqua potabile, che prendeva dal rubinetto della piccola piazza. Allora non c’era l’acqua potabile nelle case. E nemmeno le fogne. Andava in chiesa alla prima messa: non si è mai persa una messa in tutta la vita e anticipava il prete a voce alta, in un latino maccheronico che non capiva nemmeno lei. Poi portava i panni al lavatoio pubblico, lavava e risciacquava i panni, che poi caricava dentro un’ampia conca e la portava a casa, sempre in bilico sulla testa posata sul cercine ottenuto da un vecchio panno arrotolato, per stendere nel piccolo cortile stretto e lungo. Faceva una piccola spesa e faceva segnare il debito nei quadernetti dalla copertina nera che avevano tutti i tre bottegai del paese: si pagava appena si poteva e il debito veniva cancellato con una striscia di penna. Preparava qualcosa da mangiare, sciacquava le stoviglie e poi andava in sala ad aiutare nonno. Non si fermava mai. Nel periodo, Febbraio/Marzo, andava lungo la ferrovia e in campagna a fare asparagi selvatici, lumache, cicoria, etc.

Non so come e dove facessero i bisogni, dato che un mini bagnetto glielo facemmo costruire io e zia Pina, la sorella minore di mia mamma, quando io ero già giovanotto e nonno non c’era più.

Tornerò poi su altre storie su nonna Scema perché era un vero spasso. Come quando portava una “scivedda” (un grande contenitore di terracotta che serviva per vari usi, tipo fare “is Zippuas” (le zeppole sarde) piena di succosi fichi d’india e, con la scusa di darli al maiale che aveva mio padre in una stanzetta in fondo al cortile, lei li puliva alla velocità della luce, non sentiva le spine con le mani callose che aveva, e ce ne mangiavamo una ventina a testa noi. Per una settimana almeno non si riusciva ad andare in bagno. Lei lo chiamava “Carru arrèsciu” (Il carro che non si muove, incastrato, bloccato).

Oppure quando si sedeva sul bordo dell’asfalto, davanti alla porta di casa. D’estate, tutto il paese era seduto fuori casa a prendere il fresco. Alcuni, seduti sui gradini o sugli scannetti di sughero, cenavano con pane e pomodori o a “spisare”: mangiucchiare i semi del melone lavati ed essiccati al sole. Nonna Scema si sedeva sul bordo dell’asfalto coi piedi dentro la cunetta che rasentava le case, mentre tutto il traffico della Sassari-Cagliari le passava rasente. Nonno la rimproverava ogni sera, seduto su uno “scanixeddu”: una piccola seggiola impagliata, spalle al muro. Specialmente quando la strusciavano i camion con rimorchio che trasportavano le barbabietole allo zuccherificio, innaffiandole le spalle e spettinandole lo chignon, quasi del tutto grigio.

Ogni volta che potevo scappavo a casa di nonna Scema. Non era distante: uscito da casa giravo a destra, percorrevo un viottolo dove abitavano anche miei cugini, la famiglia di Carraxiu, attraversavo lo stradone: così chiamavamo la stretta Sassari-Cagliari e scendevo verso la piazzetta: Sa Panga (perché anticamente c’era una panca) e a metà strada, sulla destra, c’era la casa dei nonni.

Sempre meglio che stare a casa a prendere botte o peggio a venir rinchiuso nello sgabuzzino per la bici. Un metro per tre, con due mensole per cianfrusaglie, buio e molti topi.

Cominciai a scappare di casa intorno ai sei anni.

Non sapevo dove andare, ma volevo scappare da quella famiglia che non mi amava, da quella gente che non avrei mai voluto conoscere. Mi tenevo parallelo ai binari della ferrovia o allo stradone… tanto sapevo che dopo qualche ora sarei tornato a casa. Per forza.

Andai per un anno all’asilo, proprio di fronte a casa dei miei, e poi, a sette anni (ero nato di Marzo) cominciai le elementari. Mi annoiavo a morte: tutti a fare le aste, io avevo già letto i libri di Salgari, Dumas, Conrad. Cominciaia fare un giornaletto mio, con notizie scimmiottate dai giornali e disegni miei originali al posto delle foto.

Una volta, avrò avuto 10 anni, scappai con la bici di zia Pina e arrivai fino a Fordongianus, il paese delle terme romane, a 30 km da casa. Arrivai trafelato poco prima di mezzogiorno. Il paese era semideserto e andai dal prete perché avevo fame. Lui mi fece parlare mentre mi preparava un panino. Poi fece caricare la bici sul tetto del pullman che stava per partire per Oristano, caricò anche me, pagò il biglietto, e io mi ritrovai a casa per pranzo. Nessuno si era accorto della mia fuga.

I maestri delle elementari erano personaggi cinematografici: un uomo, di cui non ricordo il nome, ci portava fuori, vicino allo stagno e ci faceva bisticciare per vedere chi era il più forte o il più furbo. La maestra Cera aveva le gambette a zampa d’elefante ed era di una noia mortale. Ogni tanto si addormentava anche lei da sola. Poi c’era la madre di mio padrino, maestra Steri, un donnino minuscolo, sempre vestito di nero, che d’inverno si infilava dentro il piccolo caminetto di casa sua perché era pelle e ossa e moriva di freddo. Un giorno, dal barbiere, ci raccontarono che il suo figlio minore, poliziotto sui generis: aveva appena comprato una moto Guzzi e rimase senza benzina a metà strada, tra Oristano e Santa Giusta, e sparò alla moto, insultandola in tutti i modi. Come se la colpa fosse stata della motocicletta e non sua che non aveva messo benzina. Si trascinò la pesante moto fino a casa, alla fine del paese, buttando giù dalle nuvole Cristo e tutti i santi. Questo campione, sempre secondo il racconto di un suo amico, ogni volta che tornava a casa e vedeva sua madre quasi dentro il piccolo camino acceso, la aggrediva malamente: “Mammina, cazzo! Quante volte te lo devo dire di spostarti dal fuoco?! Qualche volta torno e ti trovo incendiata… e cosa credi che ti salvo? UN CAZZO! Quattro colpi in testa ti tiro, così impari!” e con l’ultima minaccia, per renderla più efficace, sfoderava e le metteva la pistola sotto il naso.

Una domenica di Giugno scappai davvero. Senza un’idea precisa circa la meta, mi volevo allontanare il più possibile e percorsi la strada che facevamo in bici per andare in spiaggia. Non presi a destra per la strada bianca che si apriva fra i giunchi, ma continuai sulla strada asfaltata parallela allo stradone, verso Sud: in direzione Cagliari. Dopo oltre un’ora di scarpinata, ricordo che indossavo un paio di pantaloncini celesti e una canottierina bianca, mi trovai sotto un gelso che aveva già i frutti belli succosi. Avevo fame. Mi arrampicai sulla pianta e mangiai le more a più non posso, macchiandomi tutta la roba. Sembrava sangue. Dopo circa un’altra ora ero ad Arborea. Non sapevo nemmeno che esistesse. Solo qualche anno dopo ebbi lì qualche fidanzatina bionda con gli occhi chiari: ad Arborea erano quasi tutti di origine veneta, sbattuti lì da Mussolini per rovinare l’oasi faunistica più importante d’Italia e forse d’Europa. La chiesa era come quella dei libri di favole illustrati e anche le case non avevano nulla a che vedere con le case sarde. Un posto strano e meraviglioso per me.

Venni attirato da un vociare concitato misto a imprecazioni e parolacce e voltai a sinistra. Dietro una rete alta almeno sei metri, c’erano dei ragazzini poco più grandi di me che facevano una partita di pallone, con un pallone vero e su un campo vero.

Io me li mangiavo con gli occhi e non so cosa avrei dato per poter giocare anch’io con loro: ero bravino a palleggiare e a dribblare.

Destino volle che uno di loro si azzoppò, i compagni mi videro e mi invitarono ad entrare. C’ero solo io attaccato alla rete di ferro. Mi mostrarono un grande cancello, che aprirono due di loro e fui in campo. Mi chiesero solo il nome. Nessuno commentò il “sangue” che mi ricopriva.

Segnai anche un gol. Finita la partita, venne un pretino che ci condusse alle docce e poi in refettorio.

Lui mi chiese se mi ero fatto male in campo e mi mise davanti a un grande specchio: avevo anche il viso e i capelli sudati e intrisi di succo di more. Gli raccontai il fatto, ma non feci cenno alla mia fuga. Mi diete una canotta e dei pantaloncini puliti e mi portò a mangiare.

Malloreddus con poco sugo e poi un uovo sodo con insalata.

Non so che storie mi inventai per rispondere alle sue domande, ma fattostà che rimasi dai salesiani per tre giorni e tre notti. Il giovedì mattina, mi caricarono in macchina e mi portarono a casa del prete del mio paese.

La voce della mia fuga si era sparsa.

A circa due km da Santa Giusta, vidi mio padre, in bici, che andava alla volta di Arborea. Rimasi impassibile e tutto filò liscio.

Naturalmente, dopo le ramanzine dei preti e della perpetua, la sera saltai la cena e, dopo la solita dose di botte e minacce, evitai lo sgabuzzino per un pelo e mi ritrovai tremante nel mio lettino. Tremante, ma felice per la bella avventura.

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