Questa merda di verme ci costa centinaia di milioni per i suoi comizietti, miliardi per i danni che ha già causato e continua a fare l’assenteista rubastipendi. Come sempre.

Salvini, il ministro latitante: nel 2019 al ministero solo 17 giornate piene

Nei primi quattro mesi e mezzo del 2019 il vicepremier è stato assente per 95 giorni, partecipando a 211 eventi tra comizi elettorali e incontri non istituzionali. Ma chi comanda davvero al posto suo?

di FABIO TONACCI

Salvini, il ministro latitante: nel 2019 al ministero solo 17 giornate piene

(fotogramma)

Al Viminale gira una battuta feroce, tra i dirigenti. «Incontrare il ministro? Si fa prima con VinciSalvini, sperando che sia lui a richiamare…», dicono sottovoce, molto sottovoce. L’allusione è al concorso lanciato sui social dalla “Bestia”, la sua corazzata della comunicazione, che mette in palio la possibilità di prendere un caffè con il Capitano, Matteo Salvini. Ministro nei ritagli di tempo, a giudicare dalle presenze effettive al Viminale e a Bruxelles. Dall’inizio dell’anno ad oggi, di giorni interi al ministero ne ha trascorsi appena 12, che diventano 17 se aggiungiamo — con una certa dose di ottimismo — cinque giorni in cui non si capisce bene dove sia stato. Nello stesso periodo, però, si è lanciato in un tour che nemmeno una rockstar: 211 tappe, tra eventi pubblici, comizi, cene elettorali, feste della Lega. Su e giù per l’Italia. Trasportato, talvolta, da aerei ed elicotteri della Polizia.

Eppure quando la scrivania che fu di Giolitti era occupata da Angelino Alfano, contemporaneamente vicepremier, ministro, capo di un partito e parlamentare, Salvini produceva quantità industriali di indignati tweet al curaro. Di questo tenore qui, per intenderci: «Oggi Alfano parla di legge elettorale, di Renzi, di articolo 18. Peccato che sia pagato per occuparsi di sicurezza e immigrazione. Alfano dimettiti» (29 luglio 2014). Ora che è lui a essere vicepremier, ministro, capo di un partito e parlamentare, appare ovunque. Tranne che al Viminale.

Il tour permanente

L’esordio del 2019 è stato, in questo, esemplare. Il primo gennaio è a Bormio in ferie, ma trova il tempo per improvvisare un’arringa in piazza. Il 2 gennaio fa una diretta Facebook in cui annuncia il suo imminente ritorno al lavoro. Il 3 invece è ancora a Bormio, a bere un Bombardino. Il 4 rientra, ma mica a Roma. Lungo la strada per il Viminale si perde per due giorni in Abruzzo, terra che incidentalmente stava per affrontare le elezioni Regionali. E dove Salvini visita il mercato di Chieti, incontra gente all’auditorium Cianfarani, passeggia su Corso Umberto a Pescara, si sposta a Montesilvano al Palacongressi, poi a Teramo e al mercato dell’Epifania all’Aquila. Tra migliaia di selfie e dieci comizi, riesce a incastrare un breve Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza in prefettura a Pescara. Il 6 cala su Roma, ma passa la mattinata in centro a stringere mani, cercando invano di raggiungere la piazza di San Pietro («era troppa la gente che mi fermava per salutarmi», dirà). Nel pomeriggio eccolo finalmente alla sua scrivania, per l’ennesima diretta Facebook. Che accompagna, con sprezzo del pericolo, al seguente messaggio: «Operativo anche oggi dal Viminale».

Alto tasso di assenteismo

Abbiamo ricostruito giorno per giorno l’agenda del ministro dell’Interno, incrociando gli appuntamenti segnalati sulla sua pagina ufficiale di Facebook, le notizie delle agenzie stampa, le cronache dei giornali locali, le interviste in tv, le foto postate. Di giorni interi passati a lavorare al Viminale ne risultano pochi: il 5 marzo, per esempio, quando ospita il vicepremier libico Maiteeq, o il 19, quando convoca un tavolo per trovare il modo di bloccare la Mare Jonio, oppure, più di recente, l’8 maggio, quando inanella una serie di incontri diplomatici. In altri 22 giorni, Salvini ha fatto il ministro part time: al Viminale, ma per poche ore, consapevole che per la carica politica non esiste un registro degli ingressi. In sintesi, nel 2019 è stato fuori 95 giorni su 134, e quasi mai per missioni o cerimonie istituzionali. Un tasso di “assenteismo” del 70 per cento.

L’esempio dei predecessori

Il vero ministro dell’Interno italiano si chiama sì Matteo, ma di cognome fa Piantedosi. È il prefetto che Salvini ha voluto a capo del Gabinetto, e al quale ha delegato il comando. Salvo poi impartire, telefonicamente, direttive che un apparato così articolato e vitale per il bioritmo di una nazione, quale è appunto il Viminale, fatica a tradurre in provvedimenti. Il prefetto in pensione Mario Morcone è stato il capo di Gabinetto di Marco Minniti quando era ministro, e non ci gira attorno: «Il confronto costante con i cinque capi Dipartimento è essenziale per il funzionamento della macchina. Se il capo non c’è mai, il lavoro rallenta. Minniti arrivava in ufficio alle 8.30 e se ne andava la sera. Nicola Mancino si presentava in ufficio alle 7, prima della donna di servizio, e lei si metteva a urlare perché non riusciva a pulire la stanza».

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/14/news/il_ministro_latitante-226209342/?ref=RHPPLF-BH-I226216739-C8-P3-S1.8-T1

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