A quei tempi…

A quei tempi, facevo il cameriere al Regina & Metropole di piazza della Scala a Milano. La padrona razzista mi faceva dormire coi suoi barboncini (tutto vero). Qualche tempo dopo, visto che i clienti – dagli artisti del Bolshoji di Mosca a Federico Fellini e Rudoph Nurejev – volevano essere serviti soltanto da me, mi trasferì in una suite di tre metri per due. Ma non ero solo: avevo un compagno di stanza piccolo come i barboncini, ma molto più vecchio, molto più stronzo e fastidioso, si chiamava silvio berlusconi. Lui non poteva fare il cameriere; ci aveva provato, ma sbatteva continuamente la fronte inutilmente spaziosa contro gli spigoli dei tavoli. E non li chiamava mai col loro nome: “spigolo”… macché, li chiamava nei modi più strani: porcoddio! porcaputtana! cribbio! ecc.
La padrona l’aveva messo a pelare patate e a vuotare le pattumiere (quest’ultima cosa gli è servita molto come esperienza per insozzare Napoli, molti anni dopo). Ma anche lì era una frana: si tagliava continuamente le dita e si affettava il petto col pelapatate o cadeva nel bidone, nel vicolo dietro le cucine, o si metteva a litigare coi gattacci randagi… che era tutti più alti, più forti, più bastardi e intelligenti di lui. E anche lì si sentivano le sue imprecazioni: porcoddio! porcaputtana! cribbio! ecc. La padrona decise di metterlo a guardare le pattane delle macchine dei clienti al parcheggio riservato. Dato che più in alto non arrivava. Ma si fece una grande esperienza in pattane, che più tardi gli è servita per riconoscerle subito e ne ha fatte addirittura alcune ministre e sottosegretarie. Una sera, arriva un bel signore molto distinto ed elegante: pieno di cicatrici e sgarri sul viso, tatuaggi anche sulla fronte e anelli, collane, e bracciali pesanti come incudini, che si affezionò all’omuncolo triste e lo invitò a casa sua per l’indomani. Naturalmente, la padrona, che era nobile ma non troppo ricca, ci teneva al buon nome e all’immagine dell’albergo a cinque stelle e quindi ordinò al maitre di accompagnare questo cliente indesiderato alla porta. Squalificava il Regina & Metropole. Quello, che si chiamava Stefano Bontade, sparò immediatamente al maitre e sciolse nell’acido la contessa. Poi si sedette e, mentre cenava, fece portare dai suoi picciotti il notaio della famiglia della defunta e si fece fare il passaggio di proprietà, in cambio di un limoncello. Ci sapeva fare con gli affari. Tutta la scena, venne seguita da un testone che appariva e scompariva dalla finestra accanto al tavolo del signor Bontade: era Silvio che saltellava, dato che non arrivava nemmeno al vetro. La nostra ultima notte insieme , nella cameretta di tre metri per due, fu una tragedia. Lui era preoccupatissimo per l’incontro della sua vita e non sapeva che parrucchino indossare l’indomani per andare da quesl signorone di Bontade. Dalle undici alle tre del mattino non fece che passeggiare nervosamente sotto il suo lettino. Avevamo chiuso prima il ristorante per via del fatto di sangue che era successo. Alle tre, Silvio, che aveva visto “la luce” e sapeva di non dover tornare più a guardare pattane, decise che ERA IL SUO MOMENTO e che si sarebbe potuto trombare l’Elvira, la guardarobiera del ristorante. Elvira dormiva a due porte da noi ed aveva una stanza molto più grande della nostra: quattro metri per tre… dato che era alta quasi un metro e ottanta e aveva un letto fatto su misura. Silvio si sputò sulle mani, si aggiustò il parrucchino, e partì. Per curiosità lo seguii, non visto: era già allora un gran cazzaro e non volevo che mi raccontasse storie, l’indomani mattina. L’Elvira era alta e ben fatta e piaceva anche a me, tant’è che avevo praticato un buco nella porta della sua camera… ehm, ebbene sì, ogni tanto la spiavo. Avevo quindici anni e spesso dovevo dare una mano a un disoccupato… anche se sapevo di rischiare la vista. In breve, Silvio entrò senza bussare e mormorò qualcosa che non riuscii a percepire. Vidi Elvira che si alzava e lo minacciava con un dito: “Va bene. Dormi pure qui, ma non sbirciare e non metterti delle idee in testa, o ti piglio per i piedi, ti metto a testa in giù, ti sbatto sul pavimento e ti scoppio come una lampadina. T’è capì?!” Detto questo, l’Elvirona allungò un braccio e liberò un lettino a scomparsa per metterlo a disposizione dell’ospite inatteso. La branda di truciolare pesantissimo si abbattè come un caterpillar sul testone del povero Silvio. Si accasciò immediatamente, ingoiando un “porcoddi…” e di lui si perse ogni traccia, fino a un ventinaio di anni fa. Riapparve più rintronato che mai, ma questa è un’altra storia.

b-cazzaro

L’OMUNCOLO CON L’ELVIRA:

grande-grande

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