Il troiaio Berlusconi

Escort, attrici e ministre: ossessione intercettazioni

di Claudia Fusani

clown

Un’ossessione. Dal suo punto di vista, una persecuzione. Le nomini ed è come quando il toro vede rosso o il diavolo l’acqua santa: impazzisce, come

per la giustizia e le toghe, i codici e i processi. Come di fronte a tutto ciò che non è perfettamente controllato da lui medesimo. Berlusconi e le intercettazioni: se uno avesse un misuratore di adrenalina politica vedrebbe come i picchi massimi del premier coincidano perfettamente con la pubblicazione, o lo spauracchio agitato, di qualche trascrizione di suoi colloqui telefonici. E vedrebbe anche come l’agenda politica della legislatura abbia risentito, almeno finora, assai più delle intercettazioni e delle abitudini private del premier che non, per dirne una, della crisi economica.

Un fastidio da abolire. Di più: «Uno strumento eversivo», una «minaccia al legittimo voto popolare che lo ha portato al governo». La legislatura inizia così: «Regolamentare le intercettazioni» annuncia Berlusconi nel discorso per la fiducia, che nel suo lessico significa toglierle di mezzo. Ancora bruciano, e scottano, le intercettazioni di due diverse inchieste (quella di Milano su Hdc spa e quella di Napoli che lo indaga per corruzione, inchiesta poi archiviata) che lo hanno visto protagonista. Era novembre 2007 quando furono pubblicati i dialoghi telefonici che coinvolgevano i vertici Rai e Mediaset e raccontavano la tv pubblica ridotta a succursale del network privato. E le telefonate tra l’allora capo dell’opposizione che suggerisce al responsabile di Rai Fiction Agostino Saccà i nomi di cinque attrici (Antonella Troise, Evelina Marra, Elena Russo, Camilla Ferranti ed Eleonora Gaggioli) e raccomanda cortesie a qualche senatore nella speranza di fargli cambiare schieramento.

Ecco che confondendo il sacrosanto diritto alla privacy con interessi privati, mescolandoli con qualche oggettivo abuso da parte di magistrati o giornalisti, il 13 giugno il ministro guardasigilli Angiolino Alfano presenta alla Camera il ddl che in pratica abolisce lo strumento di indagine delle intercettazioni telefoniche. È il primo vero atto del governo. Prima ancora del Lodo Alfano che dopo pochi giorni, a luglio, andrà a sistemare altri possibili guai con la giustizia (il processo Mills, ancora in corso, si blocca). Solo che il diavolo ci mette la zampa e il 26 giugno 2008 su L’Espresso escono altre intercettazioni di quella vecchia storia. Una racconta del premier che il 12 settembre 2007 al telefono con Saccà è molto preoccupato perché «Antonella (una soubrette) sta diventando pericolosa»: «Quella pazza si è messa in testa che io le ho bloccato la carriera artistica. È andata a dire cose pazzesche in giro. Falle una telefonata, dille che c’è qualcosa per lei». Siamo nel 2007, Berlusconi, allora capo dell’opposizione, sa già di essere ricattabile. E mette pezze. Quelle che probabilmente non ha saputo mettere un anno e mezzo dopo con Patrizia D’Addario. Ma il principio è lo stesso: un uomo ricattabile. In origine la merce di scambio sono ruoli e comparse in tivù (pubblica), poi saranno posti in qualche lista. Il nemico da abbattere sempre lo stesso: le intercettazioni.

Sono settimane da incubo. La procura di Napoli deposita 9mila intercettazioni. In Transatlantico, in quei giorni, la febbre è alta: «Le telefonate stanno per uscire». Si parla di colloqui tra Berlusconi e Confalonieri in cui il premier spiegherebbe i motivi – esclusivamente erotici – che giustificano l’ingresso di qualche ministra nella compagine di governo. Si parla, addirittura, di dimissioni. Il premier è furioso. E annuncia (Napoli, 1 luglio) «che le intercettazioni saranno modificate con decreto». Scatta il disco rosso del Quirinale, non c’è né urgenza né necessità. Lo scrivono tutti i giornali. Si riferisce a questo passaggio il senatore Guzzanti che torna in queste ore su quelle intercettazioni parlando di «dettagli disgustosi» e dicendo che i giornali non le hanno mai pubblicate, pur avendole, perché stoppati dal Quirinale?

Il ddl intercettazioni ha un’improvvisa accelerazione in quei mesi tra l’estate e l’autunno. La prima versione del premier è durissima: ascolti possibili solo mafia e terrorismo. Il testo è atteso in aula il 27 ottobre. Berlusconi lo vuole subito. Si vocifera di brogliacci in giro per le redazioni. Un incubo. Ma An e Lega cominciano a puntare i piedi, guidano la rivolta Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia, e il senatur Bossi: il testo così com’è non va bene, ci sono troppe limitazioni. È una frenata brusca. Il Carroccio intravede un’ottima merce di scambio: prima si approva il federalismo fiscale, poi le intercettazioni. Ricatto, forse, è parola grossa. Il patto viene siglato in una cena ad Arcore il 30 gennaio.

Il federalismo leghista viene approvato il 29 aprile, in pieno caos Noemi Letizia (ma qui non c’entrano i telefoni). Fino a quel giorno, e anche dopo, il testo sulle intercettazioni cambia, muta, si corregge, continui stop and go. Ha il via libera il 9 giugno, con una nuova improvvisa accelerazione e l’ennesima fiducia in pieno caso Zappadu e foto scandalo a villa Certosa. È un testo che non piace a nessuno, poco anche alla maggioranza, prevede gli ascolti solo «di fronte ad evidenti indizi di colpevolezza». Un ossimoro. La fine di uno strumento d’indagine. La fine del diritto di cronaca. È un testo nato dalla rabbia e dalla necessità di tutelare faccende pubblico-private. Il solito conflitto d’interessi. È da poco scoppiato il caso D’Addario – ma anche qui non c’entrano né i giornalisti né la magistratura – quando Napolitano pretende e ottiene, a testo approvato dalla Camera, nuove correzioni. Soprattutto un nuovo rinvio «a dopo l’estate». Oggi, quindi, è ancora quasi tutto pubblicabile purché depositato.

Capodanno 1987. Alle ore 20,52 Berlusconi telefona a Dell’Utri dalla villa di Arcore dove festeggia con Fedele Confalonieri e Bettino Craxi. B: «Iniziamo male l’anno». Dell’Utri: «Perché?». B: «Perché dovevano venire due ragazze di Drive In che ci hanno fatto il bidone! Anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio». D: «Che te ne frega di Drive In ». B: «Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più, se comincia così l’anno non si scopa più!». L’origine dell’ossessione…

°°° Mafiolo, col suo tanto sbandierato  “scopare”, pur essendo notoriamente IMPOTENTE, mi ricorda molto l’ostentazione di un poveraccio del mio paese che chiamava qualcuno di noi ragazzini dall’altro lato della piazzetta:

“O piccioccheddu! Bai compramì un pacchettu de ‘Sportazionis cun filtru!”

(Ragazzino! Vai a comprarmi un pacchetto di Esportazionei con filtro!” Poici metteva 20 lire in mano e, sottovoce, “Una nazionale senza filtro e un’alfa”… erano 20 lire giuste. Ma, secondo lui, il paese “sapeva” che lui fumava solo sigarette di “lusso”. Patetico.

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