Questo gangster idiota crede che siano tutti fessi e ci prova sempre

La Cassazione respinge ricorso di Silvio Berlusconi contro The Economist

La Cassazione respinge ricorso di Silvio Berlusconi contro The Economist

MEDIA & REGIME
L’ex premier aveva citato in giudizio il settimanale britannico per il numero del 26 aprile 2011 con il titolo di copertina: “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy”
di  | 28 febbraio 2017
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Più informazioni su: EconomistSilvio Berlusconi
“Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy” (Perché Silvio Berlusconi non è idoneo a governare l’Italia). Questo il titolo che apparve in copertina sul magazine The Economist il 26 aprile del 2001. Il settimanale, in un lungo articolo dal titolo Una storia italiana, aveva descritto i motivi per cui l’imprenditore non poteva ricoprire la carica di primo ministro.L’allora Cavaliere citò in giudizio il giornale e oggi la Cassazione ha respinto il ricorso contro la sentenza che aveva “assolto” il settimanale britannico. Per gli ermellini l’articolo non era diffamatorio, come sostenuto da Berlusconi, e l’autore esercitava il diritto di critica giornalistica. I giudici della Suprema corte hanno quindi confermato il verdetto emesso nel 2012 in appello a Milano.

Nel giugno del 2011 il settimanale era tornato a dedicare all’ex premier la copertina con il titolo ”L‘uomo che ha fregato un intero Paese”. In quel numero veniva ribadito il giudizio del 2001, rincarandone la dose e dedicando ben 14 pagine al protagonista.

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Ecco perché il grullismo non esiste, la sx sx e la dx è il passato e Renzi è il futuro.

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28 febbraio 2017

I lavori che Renzi è andato a cercare in California

california renzi

L’ex premier è volato in California per confrontarsi con alcuni protagonisti del cambiamento digitale e cogliere spunti per una proposta politica in grado non di accettare supinamente una “società senza lavoro”

Tutto si crea, nulla si distrugge: tutto si trasforma. Sarà vera questa affermazione, anche di fronte a tecnologie digitali che, dopo aver rivoluzionato settori come il turismo e l’editoria, oggi si apprestano a cambiare del tutto la nostra economia? Per la prima volta infatti, anche le persone più vicine all’innovazione colgono come il digitale non rappresenti le “magnifiche sorti e progressive” di cui si sono spesso tessute le lodi, ma richieda – come ha sostenuto Matteo Renzi domenica sera a “Che tempo che fa” – una politica capace di regolamentarne l’attività tanto sul piano del lavoro che dei rapporti con il Fisco.Il futuro che ci aspetta è senza alcun dubbio caratterizzato da una maggiore e più pervasiva adozione del digitale, ben oltre gli ambiti in cui fino ad oggi è stato circoscritto e prossimo a modificare radicalmente, ad esempio, il mondo del risparmio (pensiamo alla tecnologia della blockchain), il commercio e persino la manifattura con processi che saranno sempre più digitalizzati oltre che oggetto di nuove generazione di robot.

Matteo Renzi è volato in California proprio per confrontarsi con alcuni protagonisti di questo cambiamento e cogliere spunti per una proposta politica che sia in grado non di accettare supinamente una “società senza lavoro” rispondendovi con il reddito di cittadinanza, ma che provi a facilitare la creazione di nuovi lavori grazie alla capacità di sostenere l’innovazione e rendere più adeguati ai tempi odierni l’orientamento scolastico, la formazione continua e l’aggiornamento professionale. Del resto, l’Unione Europea stima che nel nostro continente mancheranno da qui al 2020 già un milione di professionalità ICT e, persino oggi, in Italia il 20% delle assunzioni sono di difficile reperimento con un gap di offerta non soddisfatta di 120 mila posti di lavoro solo nell’ambito delle professionalità digitali.

Con un numero maggiore di aziende che saranno costrette ad adottare un atteggiamento attivo nei confronti del mondo digitale e con più settori oggetto di “digital disruption”, il mondo della scuola e dell’università e il tessuto imprenditoriale del nostro Paese sono pertanto chiamate a fare rete per preparare oggi le professionalità del futuro quali:- export manager capaci di portar le aziende del Made in Italy a sfruttare al meglio canali quali i marketplace internazionali (Amazon, Alibaba, eBay nonchè le piattaforme verticali rivolte a consumatori privati e acquirenti professionali);

– matematici, ingegneri e statistici in grado di adottare le tecniche di analisi e le pratiche operative consentite da uno sviluppo su larga scala dell’intelligenza artificiale e della forza predittiva consentita dai software che gestiscono i big data;

– specialisti di assistenza al cliente che sappiano gestire forme di customer care digitali (live chat, social media, …) grazie a servizi personalizzati e collegati con gli ambienti di customer relationship management;

– nuove professionalità che, a diverso titolo, sappiano fare leva sulla introduzione della realtà virtuale e, più in generale, sulla pervasiva distribuzione della comunicazione attraverso video e video in diretta ;

– persone capaci di organizzare e gestire contenuti e conversazioni negli ambienti digitali che nasceranno e che rappresenteranno il “sistema operativo” delle nostre vite ben più di quanto oggi percepiamo il nostro rapporto con lo smartphone e i social media.
Se, come diceva Paul Valery già cento anni fa, il futuro non è più quello di una volta, la nostra generazione sarà ancor meno in grado di comprendere i lavori che faranno i nostri figli e nipoti, ma dovrà proprio per questo creare le condizioni perchè la tecnologia non eroda posti di lavoro e non faccia dell’Italia solo un mercato di sbocco di tale cambiamento. La risposta non può stare infatti solo nella crescita di posti di lavoro all’interno delle multinazionali protagoniste dell’innovazione nel nostro Paese: la concentrazione dei processi decisionali e la tecnologia consentono infatti di gestire centralmente le funzioni a maggior valore aggiunto ed è evidente che non possiamo permetterci di essere, per Amazon, solo dei magazzinieri. Ciò di cui abbiamo bisogno è, al contrario, una politica – delle istituzioni, delle associazioni di categoria, della rappresentanza – che aiuti le imprese del Made in Italy se non a diventare aziende “high tech” – la sfida è forse ormai irrimediabilmente persa – a valorizzare le proprie caratteristiche peculiari grazie ad un approccio “medium tech”.
La musica non è sparita perché è cessata la vendita di cd e dischi a causa della diffusione del digitale e della sua fruizione in streaming: la musica è tornata a vivere negli stadi e nei palazzetti perché ha continuato a suscitare emozioni e a coinvolgere le persone grazie alla Rete. I prossimi anni saranno il nostro banco di prova per vincere questa sfida.
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Grullini? Ignoranti allo sbaraglio

M5S propone di abolire vitalizi già aboliti

di Diodato Pirone

​Conferenza stampa alla Camera del Movimento 5Stelle su una proposta di abolizione dei vitalizi dei parlamentari. Il Movimento ha lanciato l’idea di eliminarli non attraverso una proposta di legge (ce ne sono già una decina depositate alla Camera) ma con un semplice atto regolamentare degli uffici di presidenza delle Camere. ​Agli osservatori la proposta è apparsa subito piuttosto singolare perché i vitalizi sono di fatto aboliti con la riforma entrata in vigore il primo gennaio 2012. Anche ai meno esperti viene poi spontaneo domandarsi come mai, visto che negli uffici di presidenza delle Camere sono presenti esponenti di livello dei 5Stelle, in tutti questi anni i pentastellati siano rimasti silenti.

​Sul piano tecnico la proposta appare difficilmente gestibile dato che la materia pensionistica è regolata per legge e non si capisce come farebbe l’Inps, se non in presenza di una legge appunto, ad accettare i contributi che finora i parlamentari hanno versato nella casse di Montecitorio e Palazzo Madama. Non a caso ieri Andrea Mazziotti, il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera competente in materia, ha diramato un comunicato durissimo sull’iniziativa pentastellata: «La proposta di delibera degli Uffici di Presidenza delle Camere annunciata oggi in pompa magna dai Cinquestelle in materia di vitalizi è il solito pastrocchio populista – ha detto Mazziotti – La proposta è sbagliata tecnicamente perché prevede che i deputati maturano il diritto alla pensione secondo le norme previste dal fondo previdenziale di appartenenza. Peccato – prosegue Mazziotti – che solo la legge, e non certo gli
uffici di presidenza, possono modificare il funzionamento delle diverse casse previdenziali. Inoltre, è ingiusta perché interviene solo per il futuro e non tocca minimamente i privilegi più eclatanti, che si riferiscono alle passate
legislature».

La proposta dei 5Stelle in realtà  sembra l’emblema di una  politica fatta soprattutto di propaganda e di storytelling e di poca sostanza.

​Tanto è vero che, di fatto, i vitalizi dei parlamentari sono stati aboliti dal primo gennaio del 2012. Da quella data i contributi di deputati e senatori vengono calcolati con il sistema contributivo con lievissime differenze (che peraltro favoriscono ghi va in pensione intorno i 70 anni) rispetto ai coefficienti in vigore per tutti gli italiani “normali”. Il vantaggio principale che mantengono i parlamentari è quello di ricevere la loro pensione a 65 anni (o a 60 anni se hanno 10 anni di contributi) e dunque un po’ prima dei circa 67 in vigore per i lavoratori Inps.

​Si tratta di differenze lievi rispetto ai trattamenti Inps, molto più lievi di quelle che riguardano altre categorie, a partire dai giornalisti. E anzi a dirla tutta i parlamentari giovani hanno persino uno svantaggio rispetto agli altri lavoratori: rischiano di perdere i contributi versati se non restano parlamentari per almeno 4 anni 6 mesi e un giorno. Una perdita consistente perché i contributi dei parlamentari ammontano a 800 euro al mese che versati per quattro anni e mezzo (54 mesi) superano i 43.000 euro. Per completezza d’informazione va detto che i lavoratori dipendenti perdono i loro contributi con versamenti inferiori ai 20 anni ma ottengono una pensione sociale.

​In fatto di ingiustizie previdenziali delle Camere, poi, quella più eclatante – ma evidentemente non redditizia sul fronte elettorale – non riguarda il trattamento dei parlamentari ma quello dei dipendenti di Camera e Senato. Quest’anno la Camera verserà 250 milioni circa per le pensioni dei dipendenti e solo 150 milioni per quelle dei politici. Non solo. I dipendenti di Montecitorio versano circa 75 milioni di contributi e pertanto è come se ricevessero 3,5 euro per ogni euro versato. Un rapporto incredibilmente squilibrato. I lavoratori dipendenti Inps, per dire, versano un euro e ricevono 1,05 (attenzione alla virgola, 1,05, non uno e mezzo) sotto forma di pensioni. Ma su questo punto nessun partito ha mai proposto nulla, ad eccezione della norma del governo Letta che per tre anni ha imposto una supertassa sulle pensioni superiori ai 90.000 euro annui che sono molto frequenti fra i dipendenti delle Camere.

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Roma, dj olandese aggredito dai finti centurioni al Colosseo: «Devi pagare». E lui posta il video su Facebook

di Veronica Cursi

«Devi pagare». «Per riprenderci devi darci dei soldi». Il finto centurione non usa mezzi termini. «Cost money, deficente, levati dal ca…». E volano insulti, spintoni, parolacce. Siamo sotto al Colosseo, in mezzo a milioni di persone che ogni giorno affollano quest’area. Un turista olandese, Psyko Punkz, famoso dj internazionale in viaggio a Roma, sta riprendendo con la telecamera la sua gita all’Anfiteatro Flavio. Ma il video che ne verrà fuori sarà l’ennesimo brutto biglietto da visita per la Capitale.

IL VIDEO
«Ciao ragazzi, ecco i “gladiatori” a Roma», dice dj Punkz nel suo reportage della Città Eterna, mentre si avvicina a cinque antichi romani che si trovano lì per le foto ricordo con i turisti. Un’attrazione, questa, che gli costerà caro.
«Non puoi riprenderci, devi pagare», lo avvisa subito uno di loro con tono minaccioso. E prova a strappargli la telecamera di mano. L’entusiasmo della gità romana passa subito. «Cosa? Io posso riprendere quello che voglio», risponde incredulo il dj. Non può immaginare che al Colosseo, meraviglia di Roma, nonostante ordinanze, sgomberi, inchieste e arresti, i padroni sono ancora loro, i i protagonisti del racket che si muovono come titolari di uno dei monumenti più famosi del mondo.

«Dai ragazzi», insiste il dj. Ma non c’è niente da fare. I finti centurioni insistono: «Cost money, deficente». E volano ancora insulti e parolacce. A quel punto il dj è costretto ad allontanarsi, non prima di salutare i suoi followers: «A quei tempi a Roma c’erano alcuni centurioni che volevano soldi – scherza – ma sono rimasti fregati».  Una brutto siparietto che finisce dritto dritto sul profilo Facebook di Punkz, seguito da più di 300 mila persone. E Roma, ancora una volta, finisce sulla bocca del mondo per il suo inarginabile degrado.

http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/centurioni_colosseo_psyko_punkz_dj-2287518.html
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Cari bulli grillini, la legge è lenta ma poi vi piomba addosso.

Insulti su Facebook alla grillina Buscaglia, arriva la maxi-querela. Tra i 700 denunciati anche Salvini

Dopo il commento sull’uccisione del killer di Berlino sul suo profilo si era scatenata la violenta reazione

Antonella Buscaglia del M5S

Pubblicato il 27/02/2017
Ultima modifica il 27/02/2017 alle ore 18:27
BIELLA

L’esponente del Movimento 5 Stelle di Biella, Antonella Buscaglia, ha presentato questa mattina una maxi querela per diffamazione aggravata nei confronti di più di 700 persone, tra le quali anche il deputato europeo e segretario della Lega, Matteo Salvini. Sotto accusa i pesanti insulti che hanno caratterizzato il suo profilo di Facebook a seguito del commento pubblicato dopo l’uccisione a Sesto San Giovanni da parte della polizia italiana del terrorista islamico in fuga dopo la strage di Berlino. Nell’occasione, Antonella Buscaglia se l’era presa con tutti quelli che si erano dichiarati «felici che un uomo sia stato ammazzato», aggiungendo: «Leggo post di persone che esaltano i due poliziotti che hanno fatto soltanto il loro dovere (per quello sono lì, sottopagati, mica per multe e dirigere il traffico)».

 

LE FRASI

La Lega, con il consigliere comunale biellese Giacomo Moscarola, aveva reagito provocando più tardi anche un commento del gran capo Matteo Salvini. Dicendosi «straincazzata», la Buscaglia chiudeva il post con un «vaffa», che Salvini le ha prontamente restituito. Moscarola, invece, commenta di aver capito che «per i grillini la vita di un terrorista è uguale a quella di un poliziotto: complimenti…». Il post di Antonella Buscaglia era poi sparito dalla circolazione in fretta, ma non abbastanza per non essere fotografato e rilanciato su bacheche e siti d’informazione, suscitando risposte tra le più violente e ricche di insulti e volgarità: «zoccola», «cretina», «bastarda», «cagna» «put…», «demente» e altro ancora. «Non ho avuto mai problemi ad accettare critiche – riferisce la stessa Antonella Buscaglia – ma non è possibile accettare certe offese pubbliche a me ed ai miei figli. Lo scontro politico è sempre legittimo ma nel rispetto delle regole e della legalità». Per questi motivi insieme all’avvocato Giovanni Rinaldi (collega consigliere comunale a Biella del M5S) ed al gruppo Movimento 5 Stelle di Biella si è passati alle vie legali.

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L’abisso tra la minchiata grillina e la proposta Renzi x reddito minimo

La sfida di Renzi al piano grillino. Un aiuto da 500 euro al mese

Il Pd prepara l’estensione del reddito di inclusione. In busta paga lo 0,3% che oggi trattengono le aziende

ALESSANDRO BARBERA

ROMA

Un sostegno medio di cinquecento euro al mese per chi è in condizioni di povertà o disoccupato. Costo: fino a 4,5 miliardi di euro l’anno. A volerla spiegare in estrema sintesi è questa la proposta alternativa di Matteo Renzi al «reddito di cittadinanza» del Movimento Cinque Stelle. Una regola base del marketing – perfettamente valida anche per quello della politica – è far credere di offrire gratis anche ciò che non lo è. Parlare di «lavoro» o «reddito» di cittadinanza equivale a promettere soldi a tutti, a prescindere da condizioni sociali, lavorative o familiari.

 

Non è così, semplicemente perché è impossibile farlo: secondo alcune stime costerebbe abbastanza da mandare immediatamente in default il debito italiano. È però vero che le due proposte sono diverse l’una dall’altra: quella di Renzi è realistica nei costi ma fin troppo ambiziosa negli obiettivi. Quella del Movimento Cinque Stelle è per certi versi più facile da introdurre ma pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici: costerebbe – la stima è dell’Istat – 15 miliardi di euro l’anno. Non è un caso se il reddito di cittadinanza esista solo in due angoli freddi e ricchi del mondo: in Alaska, dove grazie alle royalties sul petrolio lo Stato concede un sussidio universale fino a 200 dollari, e in Finlandia, dove hanno appena iniziato una sperimentazione su duemila persone.

 

L’Italia – in compagnia della Grecia – è invece l’unico Paese europeo in cui non esiste un «reddito minimo», ovvero una misura in grado di garantire a chi ne ha effettivamente bisogno una soglia minima di sussistenza. Le proposte di Pd e M5S vanno entrambe in quella direzione.

 

Il piano Pd

Il responsabile economia del Pd Filippo Taddei si affida ad un antico proverbio cinese: «Se un uomo ha fame non regalargli un pesce, ma insegnagli a pescare». Il piano di Renzi non parte dal nulla: proprio questa settimana il Senato dovrebbe approvare in via definitiva il disegno di legge delega per la lotta alla povertà. L’approvazione di quella delega vale a regime 1,8 miliardi di euro, abbastanza per erogare fino a 400 euro al mese all’85 per cento delle famiglie con meno di tremila euro l’anno. Ovviamente le persone in condizioni di povertà sono molte di più, circa 4,6 milioni di italiani. Il piano di Renzi punta ad allargare quel sussidio fino a trasformarlo in un «reddito di inserimento» e a comprendere tutti coloro i quali hanno redditi inferiori agli ottomila euro l’anno.

 

Già oggi per ottenere il «Sia» – la versione «beta» del reddito minimo targato Pd – l’Inps impone una serie di condizioni: occorre presentarsi in Comune con la certificazione dei propri redditi (noto come modulo Isee), avere un minore in famiglia, non si può ricevere altri sussidi né possedere la moto o un’auto di cilindrata superiore ai 1300.

 

L’ambizione del progetto Pd al quale lavora il responsabile del programma Tommaso Nannicini è di superare tutti gli attuali strumenti di integrazione al reddito (sussidi di disoccupazione, aiuti alle famiglie) e unificarli, costruendo così uno strumento universale. Facile a dirsi, difficile a farsi, visto che nel frattempo alcune Regioni (Lombardia, Puglia, Friuli) si sono mosse in proprio introducendo altri sussidi, e contribuendo a complicare il già complicato «sistema Arlecchino» di aiuto ai bisognosi (il copyright è di Luca Ricolfi). Di buono c’è che il progetto Pd ha l’ambizione di riformare le cosiddette «politiche attive» sul lavoro e i centri per l’impiego, discretamente gestiti al Nord, fallimentari al Centro-sud. Una delle idee allo studio prevede di restituire ai lavoratori lo 0,3 per cento che oggi viene trattenuto dall’azienda per i corsi di formazione professionale: quei soldi alimenteranno un fondo «aggiornamento professionale» che ciascun lavoratore dipendente potrà spendere come crede.

 

Il piano M5S

Uno dei più noti filosofi del Novecento – John Rawls – si chiedeva spesso che senso avesse dare soldi «ai surfisti di Malibu». Ma le ragioni dei surfisti non sono nemmeno in cima ai pensieri di Grillo e dei suoi. La proposta di legge 1148 del M5S è più generosa di quella del Pd ma non somiglia per niente al reddito di cittadinanza. Anche la proposta dei grillini vincola la concessione del sussidio a diverse condizioni: occorre presentare l’Isee, se c’è un invalido occorre una visita per verificarne l’invalidità, se si è disoccupati bisogna fornire immediatamente la disponibilità al lavoro al centro per l’impiego. Il problema sono i costi: il piano Grillo-Di Maio promette fino a 780 euro a persona. Se però i componenti della famiglia sono sette, il massimo erogabile in un anno è di 37.440 euro. Moltiplicate per il numero di famiglie povere e si possono apprezzare rapidamente le conseguenze sui conti pubblici.

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E lo scoprite ora? Fecero così anche con l’aumentino a mille pensionati.

Così come, lo so per certo, ai giochi tv a premi “vincevano” solo i loro attivisti o i loro parenti.

“A Lecce case popolari a elettori del centrodestra”: indagati il sindaco Perrone e Poli Bortone

"A Lecce case popolari a elettori del centrodestra": indagati il sindaco Perrone e Poli Bortone
Il sindaco Paolo Perrone 

Inchiesta dei pm salentini sull’affidamento degli alloggi dopo l’esposto del Pd: tra i 46 avvisi di garanzia anche due assessori comunali, l’ex ministra del governo Berlusconi e il deputato di Marti (Cor)

di CHIARA SPAGNOLO

LECCE - Indagati eccellenti nell’inchiesta della Procura di Lecce sull’assegnazione delle case popolari nel capoluogo salentino: la richiesta di proroga delle indagini formulata dai pm ha fatto venire fuori i nomi del sindaco uscente Paolo Perrone e dell’ex sindaca Adriana Poli Bortone, del deputato Roberto Marti (Cor, già assessore comunale) e degli attuali componenti della giunta Nunzia Brandi e Damiano D’Autilia.

Il terremoto arriva in piena campagna elettorale, con Perrone che cerca di passare il testimone al giornalista Mauro Giliberti e si ricandida come consigliere comunale. Quarantasei, in totale, le persone su cui si concentrano le indagini dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria, coordinate dai sostituti procuratori Massimiliano Carducci e Roberta Licci, che stanno passando al setaccio gli atti relativi al periodo fra il 2006 e il 2016.

L’ipotesi – ancora parzialmente da verificare – è che l’assegnazione degli alloggi popolari di Lecce sia stata improntata a criteri poco trasparenti. Dettata da favoritismi più che dal rispetto delle regole e da una serie di atti pilotati in favore di elettori del centrodestra, come dimostra il fatto che tra gli indagati figurano anche numerosi dirigenti del Comune.

A fare scattare le indagini furono gli esposti presentati negli anni da diversi esponenti del Pd, a partire dall’assessora regionale alle Attività economiche, Loredana Capone, che nel 2012 fu candidata sindaco a Lecce. Fu lei a denunciare in Procura e al prefetto l’esistenza di “un contesto elettorale a rischio” e nella stessa direzione andarono qualche anno più tardi la viceministra Teresa Bellanova e il parlamentare pd Salvatore Capone, recapitando ai magistrati un articolato dossier sul meccanismo di assegnazione delle case popolari.

Tra la documentazione al vaglio degli investigatori, le testimonianze di inquilini che lamentavano richieste di mazzette da parte di esponenti politici per il mantenimento dell’assegnazione, le visite nel corso delle campagne elettorali, le occupazioni abusive e molti altri presunti illeciti. I reati, contestati a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere alla corruzione, abuso d’ufficio, falso materiale e ideologico, truffa.

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