I Dimenticati

Balsorano, tra gli sfollati che aspettano una casa dal 1915
di Marco Bucciantini

Quando Lucia scendeva dal paese vecchio verso la valle tenendosi alla sottana della madre, sentiva sempre i vecchi preoccuparsi per quelle case aggrappate alla terra della Marsica. In quei giorni, Giovanni Giolitti supplicava gli interventisti di evitarsi guai con l’Austria. Nessuno fu ascoltato, Balsorano venne giù, l’Italia entrò in guerra, Lucia finì in questa casa bassa e quadrata, fatta di mattoni forati e cemento, costruita simile ad altre duecento dal Corpo reale del genio civile. Aveva sette anni. Adesso ne ha 101, un dente solo, nel mezzo alla bocca sempre sorridente, un filo di peluria bianca sul mento, una memoria intermittente ma affidabile. “Crollava tutto, mamma prese in braccio mia sorella più piccola, e mi tirò fuori di casa a pedate. Corremmo giù per la collina e ci salvammo. Fossimo passati per la strada saremmo morti: si sbriciolò, inghiottì tutti”. Il terremoto del 13 gennaio del 1915 cancellò la vita nella terra dei cafoni di Silone. Il cuore del Fucino cessò di battere, la morte sghignazzò per ore, ovunque, scrisse il sindaco di Tagliacozzo (altro paese di queste mezze montagne) in una lettera disperata al ministro dell’Interno. Fra i marsicani, se ne salvò uno ogni dieci. Questo fu il dazio anche di Balsorano, paese in odore di Ciociaria. I paesi dalla montagna furono spostati a valle, vicino alla ferrovia, sul greto dei fiumi. I pochi sopravvissuti furono sistemati nelle baracche costruite in fretta, provvisorie ma tenaci, solide.

Un secolo “tampone”
Quelle baracche sono ancora la casa di settanta marsicani. Alcuni la tengono per appoggio, vivendo altrove per lavoro (Roma, Frosinone, Avezzano). I più ci vivono: l’Italia che sanguina all’Aquila ha ancora ferite aperte ovunque e deve costruire la casa agli sfollati del 1915. Il sindaco Francesca Siciliani giusto sabato scorso, 24 ore prima della tragedia che ha straziato l’Abruzzo, ha incontrato l’assessore ai Lavori Pubblici della Regione “per chiedere di accelerare il recupero urbanistico di questa zona”. Per chiudere, dopo 94 anni, una parentesi aperta per un attimo. In questo paese, una parentesi è per sempre. Sono casette di 40 metri quadri circa, una camera da letto è di sei metri quadri, ma le famiglie hanno aggiunto qualcosa, davanti, di lato, dietro, dove c’era spazio. “Qui ci stiamo in sette”, ci fa accomodare Luigia Tuzzi, uno dei cognomi cardini di questo paese di tremila abitanti: o si chiamano Tuzzi, o Buffone, o Razzauti. Tetti bassi che d’estate le trasformano in un forno. Qualcuna ha ancora il cesso all’esterno. Ogni vent’anni (nel 1959, nel 1979, nel 1999) si sbloccano i finanziamenti per un’edilizia popolare che permetta di abbattere questi monumenti al terremoto, o meglio, alle infinite ricostruzioni, qui come in Belice, in Irpinia, a Messina. Ma l’ultima volta su 74 appartamenti 20 rimasero sfitti: la gente non si muove. Per affetto, per abitudine, perché sono anziani e preferiscono queste case rasoterra. E perché dovrebbero andarsi a pagare un affitto, basso, risibile, ma qui si fanno i conti: lavoro ce n’è poco, qualcosa nell’edilizia, la Tuzzi Costruzioni ha assorbito molti ragazzi e li ha portati sulle ferrovie in Lombardia.

Monumenti d’Italia
Santina legge il calendario delle messe e si prepara per quella delle quattro e mezzo. Luigia è incerta se stendere il bucato. Guarda il cielo cambiare colore, lascia i panni nella tinozza. Anche le baracche cambiano colore: i Razzauti le hanno dipinte di rosso acceso, e hanno le finestre di alluminio. I Tuzzi mantengono le persiane di legno e l’intonaco grigio. La giovane Jessica (Buffone) passeggia in tuta, annoiata, “non so che fare, non studio da sei anni, non c’è lavoro”. I suoi genitori hanno ereditato la casa dai nonni: in molti se la tramandano, come unico bene da lasciare. Altri la vendono. Il gruppo di Luigia (lei, il marito, il padre che guarda una piccola tv, lo zio allettato, il figlio) ha acquista la casa per 150 mila lire, 35 anni fa, da una famiglia che si trasferì nelle case popolari.“E mo’ duve te-n-r’ueeè”: e adesso dove vai, dice Michele, vedovo, che spazza la strada. Anche lui – sono cinque famiglie in tutto – si è comprato la baracca da altri compaesani. A loro il comune dovrà dare una piccola somma d’esproprio, se e quando riusciranno a sistemarli altrove. Le campane annunciano la messa del giovedì santo. Don Riccardo sta preparando la predica, fa un cenno cortese per negarsi, ha un naso d’altri tempi. Due bar chiudono la piazza sugli angoli, c’è il pronto soccorso, ci sono le scuole fino alle medie, un campo di calcio spelacchiato, ragazzi che prendono a pallonate il Municipio, la caserma. C’è un paese vero, con una ferita indelebile. Quando le campane tacciono, comincia a piovere.

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