VI RISVEGLIO UN RICORDO, A VOI ANZIANI, E INFORMO I GIOVANI DI QUESTO MACELLO VERO E PROPRIO DELL’UNICA SUPERSTITE.

Loredana Rotondo: “Così svelammo all’Italia tutta la vergogna di un processo per stupro”
di Maria Novella De Luca
La regista del famoso documentario trasmesso dalla Rai nel 1979. “Gli avvocati facevano domande brutali alla vittima per colpevolizzarla. Sconvolge che dopo oltre 40 anni nel processo di Tempio Pausania stia accadendo lo stesso”.
«Mi chiedo spesso perché la Rai si rifiuti di mandare in onda, di nuovo, il nostro documentario. “Processo per stupro” è drammaticamente attuale a giudicare da quanto sta accadendo a Tempio Pausania. Lo girammo nel 1978 dentro il tribunale di Latina, venne trasmesso la prima volta il 26 aprile del 1979 e seguito da tre milioni di spettatori, poi di nuovo ad ottobre dello stesso anno e i telespettatori salirono a nove milioni. Per molti il documentario fu uno choc. Vedere e filmare la ferocia di un processo per violenza sessuale fu sconvolgente anche per noi. Ma forse è ancor più sconvolgente constatare che le domande, brutali, fatte dagli avvocati dei violentatori alla vittima di allora, sono identiche a quelle poste alla vittima di oggi nel processo contro Ciro Grillo e i suoi amici. Quarantacinque anni dopo».

https://www.repubblica.it/cronaca/2023/12/15/news/processo_stupro_donne_loredana_rotondo-421661408/?ref=RHLF-BG-P12-S2-T1

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D’ACCORDISSIMO! SAREBBE IL MINIMO.

L’oro di Mosca.

Editoriale
di Christian Rocca
11 Dicembre 2023
L’oro di Mosca.
Come far pagare a Putin la guerra imperialista all’Ucraina
Il mondo libero ha sequestrato beni e asset russi per oltre 300 miliardi di dollari. È arrivato il momento di usare subito quei soldi per aiutare Kyjiv a cacciare l’invasore e a ricostruire il Paese.

La Russia ha invaso illegalmente l’Ucraina e ha commesso crimini contro l’umanità, nessuno può negare questi drammatici fatti, tranne che in Corea del Nord, tra gli ayatollah sciiti che uccidono le donne colpevoli di sciogliersi i capelli e nei talk show italiani che fanno una grottesca parodia del discorso pubblico.

Tutto il mondo civile ha aiutato l’Ucraina, chi tanto e subito, chi poco e male, chi con entusiasmo e chi con ritardo, ma è altrettanto innegabile che il Nord America, l’Europa e l’Asia democratica si siano schierati in difesa del diritto internazionale e della resistenza del popolo ucraino, dimostrando una solidarietà senza precedenti e riscoprendo una capacità che sembrava perduta di risollevarsi di fronte alle difficoltà.

Grazie anche a questo contribuito dei paesi democratici e civili, e in totale assenza di quell’ente inutile, se non dannoso, che si chiama Nazioni Unite, l’Ucraina è riuscita a sopravvivere, a respingere l’invasore, a liberare intere regioni del suo sterminato territorio dagli oppressori russi e ora combatte chilometro dopo chilometro per avanzare nelle zone che gli imperialisti russi avevano occupato illegalmente nel 2014 nel disinteresse, allora, generale.

Agli ucraini adesso mancano munizioni e armi, soprattutto mancano gli aerei promessi e non ancora consegnati, senza i quali lo svantaggio numerico di uomini e di mezzi rispetto alla Russia rischia di fare il gioco del Cremlino, in dolce attesa che a Washington, il prossimo novembre, accada l’indicibile, ovvero che ritorni al potere il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti.
Al governo di Kyjiv oggi mancano anche soldi, tanti soldi, per garantire i servizi minimi necessari alla popolazione di un paese il cui prodotto interno lordo, a causa dell’invasione russa, è in forte calo.

L’Europa, gli Stati Uniti e gli altri stanno aiutando, ma con maggiori difficoltà e lentezze di prima, intanto perché l’attenzione geopolitica del mondo si è spostata sul quadrante mediorientale, dove gli alleati di Putin – Iran e Hamas – hanno organizzato una caccia agli ebrei che non si vedeva dai tempi dei loro precursori nazisti («loro» qui è inteso come di Iran, di Hamas e anche di Putin).

Un’altra difficoltà è dovuta alle opinioni pubbliche occidentali che si sentono stanche, anche se non si capisce bene di che cosa, forse di cercare nuove serie tv su Netflix mentre stanno comodamente sdraiate sul divano.

Certo i soldi non si fabbricano industrialmente né si trovano sugli alberi, ma l’Europa che vuole aiutare la democrazia ucraina dovrà prima o poi risolvere la questione del veto di Orbán, così come gli americani dovranno liberarsi della rete di menzogne ripetute dagli amici del Cremlino secondo cui i denari destinati a Kyjiv andranno prima spesi per rispondere alle esigenze dei cittadini americani.

Questa è una menzogna, perché i miliardi di dollari che Washington spende da due anni per mandare armi agli ucraini in realtà sono al novanta per cento impiegati in commesse industriali a favore di imprese e di lavoratori americani, contribuendo così alla crescita del PIL statunitense e ad abbassare il tasso di disoccupazione in tutto il paese.

Tutto questo per dire che i soldi per aiutare adeguatamente l’Ucraina a difendere sé stessa, l’Europa e la democrazia liberale ci sono, ma anche che se ne possono trovare altri, tanti altri, diciamo così, a costo zero.

Sono i soldi russi che si trovano già nelle mani dei paesi occidentali, in particolare in Europa e in Belgio, grazie alla decisione internazionale di sequestrare i fondi esteri della Banca centrale russa (un’idea tecnica di Mario Draghi) e di alcuni oligarchi russi.

Stiamo parlando di circa 300 miliardi di dollari, che per il solo fatto di essere stati sequestrati e congelati hanno prodotto tre miliardi di interessi l’anno, quindi siamo già a quasi sei miliardi dall’invasione del 24 febbraio 2022, che ovviamente non sono stati distribuiti come dividendi agli ex titolari, né mai lo saranno.

La presidenza spagnola del semestre europeo ha già proposto di usare questi 300 miliardi per aiutare l’Ucraina, mentre il nuovo ministro degli Esteri britannico David Cameron ha appena detto che è doveroso farlo e che non ci sono impedimenti giuridici o morali sufficienti a sostenere il contrario.

La Renew Democracy Initiative di Gary Kasparov ha affidato a una commissione di esperti guidata dal principale costituzionalista americano, il professore emerito di Harvard Lawrence Tribe, il compito di studiare come risolvere le questioni legali legate alla confisca dei beni, all’utilizzo dei fondi e a come far pagare i costi della guerra a Putin (il rapporto si trova qui: Making Putin Pay).

Germania e Francia hanno qualche dubbio su quest’approccio, l’Italia chissà, Orbán come al solito è contrario, Putin minaccia ritorsioni, ma a quasi due anni dall’invasione, e alla vigilia della decisione del 14-15 dicembre di avviare i colloqui formali per far aderire l’Ucraina all’Unione europea, siamo arrivati al dunque e adesso è necessaria una mobilitazione dei governi e delle opinioni pubbliche internazionali: l’Ucraina va aiutata a sconfiggere la Russia e a difendere la società aperta europea, e va aiutata proprio con i soldi russi che l’Europa ha già in mano. Quei fondi sequestrati vanno scongelati e impiegati immediatamente per la difesa e la ricostruzione dell’Ucraina.

L’imperialismo russo va fermato, i lacché del Cremlino vanno estromessi dal consesso europeo se continuano a fare il gioco dei fomentatori del caos, e la Russia deve pagare i danni causati in Ucraina. Trecento miliardi di dollari non basteranno, ma sono certamente un buon inizio. Gli altri si troveranno, a Mosca, a nemico scappato, vinto, e battuto.

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L’ULTIMA BEFFA DELLA BABYSITTER COATTA E IGNORANTE ALLE SPALLE DEGLI ITALIANI. CON TUTTI QUEI MILIONI SI POTEVANO ISTRUIRE IN ITALIANO, FORMARE E METTERE A LAVORARE UN MILIONE DI PROFUGHI, CHE SONO QUASI TUTTI LAUREATI, DIPLOMATI O TECNICI. CHI PAGHERA’ LE PENSIONI DI QUI A 30 ANNI, SE CHI LAVORA OGGI E’ APPENA UN TERZO DELLA POPOLAZIONE, NON NASCONO BAMBINI E SIAMO PIENI DI EVASORI FISCALI?

“Migranti in Albania, lo spot di Meloni: spese milionarie per appena 700 posti”

di Alessandra Ziniti

Palazzo Chigi prepara il provvedimento per costruire le strutture

per i richiedenti asilo: servono 100 milioni, il doppio che in Italia.

https://www.repubblica.it/economia/2023/12/04/news/migranti_albania_meloni_costi_spese_posti-421564277/?ref=RHLF-BG-INaN-P5-S1-T1

  • CAZZO CI AVRA’ DA RIDERE COSI’ SGUAIATAMENTE? MAH…
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E LO SPUTTANAMENTOOO… OH OH!

Segreti di Pulcinella.
Il rinvio a giudizio di Delmastro non cambia nulla, perché l’intero governo ha già confessato.

Di Francesco Cundari


Il centrodestra, che da sempre accusa la sinistra di utilizzare le intercettazioni per attaccare gli avversari, continua a rivendicare il proprio attacco all’opposizione sulla base di un’«informativa» della polizia penitenziaria. E questi sarebbero i garantisti.
Non è facile afferrare il punto di tutto il dibattito politico e giornalistico seguito alla notizia del rinvio a giudizio di Andrea Delmastro. Il sottosegretario alla giustizia di Fratelli d’Italia, come è noto, è accusato di avere spifferato al collega di partito Giovanni Donzelli il contenuto di un’informativa della polizia penitenziaria su alcune conversazioni avvenute in carcere tra l’anarchico Alfredo Cospito e altri detenuti condannati per mafia. Notizie che il suo collega (nonché storico coinquilino) ha utilizzato per attaccare l’opposizione in parlamento, in diretta televisiva, in un intervento doppiamente vergognoso.

Brevissima spiegazione dell’ovvio: l’attacco di Donzelli era vergognoso prima di tutto nel merito, perché accusava i parlamentari del Partito democratico di stare dalla parte dei terroristi e della mafia per il semplice fatto di avere esercitato la loro prerogativa di visitare in carcere un detenuto in sciopero della fame (Cospito); ma era altrettanto vergognoso per il metodo, cioè l’utilizzo di conversazioni intercettate dall’amministrazione penitenziaria e finite nella suddetta informativa (ovviamente da lui disinvoltamente piegate allo scopo di insinuare l’idea di una sostanziale collaborazione tra Pd, mafia e terroristi).

La distinzione di lana caprina tra intercettazioni propriamente dette, captazioni, origliamenti, conversazioni ascoltate e sintetizzate più o meno liberamente nel documento la lascio a Delmastro e ai suoi avvocati, perché qui non ha alcun rilievo (ammesso che ce l’abbia da altre parti). L’unica cosa che dovrebbe rilevare qui è che i fatti, nudi e crudi, per come li ho sommariamente riportati, nessuno li ha contestati. Tutta la difesa di Del Mastro ruota infatti attorno alla questione della classificazione formale del documento, in quanto segreto, riservato o a «limitata divulgazione», e dunque sulla liceità o meno del comportamento del sottosegretario. Il fatto che sia stato lui a dare quelle informazioni a Donzelli non solo non è contestato, ma è addirittura rivendicato. Vale dunque la pena di fermarsi un attimo e unire pazientemente i puntini. Procediamo con ordine.

Quel centrodestra che da trent’anni accusa la sinistra di utilizzare le inchieste, i verbali delle procure e in particolare le intercettazioni per attaccare gli avversari politici, attacca in parlamento il Pd utilizzando un’informativa della polizia penitenziaria riguardante le chiacchierate di un detenuto con altri detenuti.

Quel ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che da trent’anni passa per fior di garantista, e che in nome di tale trentennale battaglia vorrebbe riformare l’intero sistema giudiziario, non solo non ci trova nulla da ridire, ma si arrampica sugli specchi per difendere il suo sottosegretario, distinguendo speciosamente tra documenti segreti, riservati e a limitata divulgazione, avallando così la bizzarra teoria secondo cui se in un documento è scritto «a limitata divulgazione» non significa che il suo contenuto non possa essere declamato pubblicamente in parlamento, per giunta in diretta tv.

Quello stesso governo che ogni due giorni denuncia complotti della magistratura per farlo cadere – da ultimo con il ministro della Difesa, Guido Crosetto – difende e rivendica l’utilizzo di simili strumenti per colpire i suoi avversari.

Questi sono i fatti, non controversi e non contestati da nessuno. Fatti che a me paiono peraltro assai gravi, perché indicano una spregiudicata inclinazione a utilizzare nella lotta politica tutti gli strumenti disponibili, mettendo a rischio la terzietà delle istituzioni e la divisione dei poteri.

Come tutto questo possa cambiare di una virgola perché un gup ieri o un collegio giudicante domani dice che in italiano «a limitata divulgazione» significa da non divulgare, o invece da affiggere ai muri, sinceramente fatico a capirlo.

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GIORNALISTI CHE CREDONO AI GIORNALASTRI E AI SONDAGGI DELIRANTI IMPOSTI DALLA MAFIA RUSSA. E SE RENZI NON FOSSE AL 3% MA GIA’ AL 13% DI VOTI VERI ALLE URNE? POI, “SENZA TRUPPE” LO DITE VOI. NOI VEDIAMO SEMPRE UN MARE DI CITTADINI AD OGNI SUA APPARIZIONE IN PUBBLICO E SAPPIAMO DEI PUNTI DI SHARE IN PIU’ CHE PORTA ALLA POCHE TRASMISSIONI TV CUI PARTECIPA. QUINDI: CALMA E GESSO. (L.S.)

Così Renzi usa la leva della giustizia

di Stefano Folli

Un’opposizione fatta di precisi rilievi e di proposte alternative può essere efficace anche se a scendere in campo è un singolo uomo senza truppe al seguito. (MA DOVE? MA QUANDO?)

Come è noto, Matteo Renzi è un personaggio totalmente inviso a sinistra, in particolare all’attuale gruppo dirigente del Pd. I suoi errori sono stati rilevanti e gli precludono qualsiasi via di ritorno nell’alveo di uno schieramento che nel frattempo si è radicalizzato.

L’idea riformista che alimenta ancora i laburisti inglesi, prossimi alla vittoria contro i conservatori, non ha insegnato granché all’asse Pd-5S-SI-Verdi.

Si preferisce l’intransigenza e talvolta la retorica che infiamma i militanti, ma non si sa quanto seduca un elettorato più ampio, bisognoso di risposte chiare e di un progetto per la società di domani.

Quindi Renzi con il suo 3 per cento si direbbe del tutto fuori gioco e probabilmente lo è. Del velleitario “terzo polo” sono rimaste le macerie e Calenda segue la sua strada con l’obiettivo di essere l’ala destra della sinistra. Renzi ovviamente no. Non crede più che questa sinistra abbia un futuro se non in chiave estremista.

Certo, il salario minimo è una proposta popolare, se si dimentica che non è stato approvato quando i progressisti erano al governo. Oggi è soprattutto una bandiera da sventolare in faccia al destra-centro.

Tuttavia fare l’opposizione in modo coerente è più complicato, richiede una duttilità e una capacità di cogliere i punti deboli dell’avversario che l’attuale Pd sembra non possedere. O magari non è interessato.

Chi conosce le tattiche e le astuzie dell’opposizione è invece Renzi. Con il suo partitino personale, che al momento non raggiungerebbe nemmeno il quorum alle elezioni europee, si è messo in cammino per destabilizzare la maggioranza.

Si dirà che è una missione impossibile, data l’esiguità delle forze. Ma un tattico astuto sfrutta le fragilità della controparte, si trasforma all’occorrenza nella zanzara che infastidisce l’elefante.

È l’arte in cui Renzi eccelle, trovando nella premier una figura con cui ama duellare. Giorni fa in Senato ha ricevuto una risposta sarcastica dalla presidente del Consiglio («ne parli con il suo amico Bin Salman»), ma solo perché l’aveva messa in difficoltà sulle promesse non mantenute. Promesse specifiche, per esempio abbassare le accise sulla benzina e quindi il prezzo.

L’aveva fatto il governo Tambroni nel ‘60, ma allora non si chiamava populismo. Sta di fatto che Meloni ha risposto d’impeto: «Io non ho la bacchetta magica», per sottolineare che i Paesi produttori si fanno pagare caro il petrolio.

L’episodio è secondario, ma serve a ricordare due punti. Il primo è che la premier è molto sensibile alle accuse d’incoerenza, se sono ben circostanziate.

Il secondo è che la frase: «Io non ho la bacchetta magica» equivale a un altro passo nel mondo del realismo. Lo stesso realismo per cui non era possibile attendersi una vittoria di Roma nel concorso per l’Expo 2030.

Ma per tornare a Renzi, un’opposizione fatta di precisi rilievi e di proposte alternative può essere efficace anche se a scendere in campo è un singolo uomo senza truppe al seguito.

Perché parla all’opinione pubblica più che ai parlamentari. E sembra ingiusta l’accusa all’ex premier di voler banalmente puntellare il destra-centro per poi essere invitato a bordo.

Al contrario, lui ha l’ambizione, forse velleitaria, di far deragliare il trenino. Per questo ha scelto il tema della giustizia, lo stesso a cui si aggrappa Forza Italia.

E per questo appoggia Nordio e la sua riforma liberale, insabbiata al momento da Palazzo Chigi nel punto cruciale: la separazione delle carriere. Anzi, arriva a giustificare Crosetto per la sua mini-crociata contro i magistrati faziosi.

In sostanza usa la giustizia come leva per incrinare le certezze di un governo che ha abbandonato l’enfasi sulla riforme (salvo il “premierato”) tipica dell’atmosfera in cui nacque l’esecutivo Meloni.

RICORDIAMOCI SEMPRE LE ANALISI DEL SAGGIO PIU’ LUCIDO D’ITALIA:

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