I SERVI DI FASCISTI E MAFIE VARIE CHE GESTISCONO (COL CULO) FACEBOOK IN ITALIA CE L’HANNO CON ME. OGNI PRETESTO E’ BUONO PER FARMI FUORI, SPECIALMENTE ORA CHE RENZI HA IL TRIPLO DEI VOTI DI #LEGALADRONA E MAFIONANO.

MI IMPUTANO DI PUBBLICARE FOTO DI NUDO E ATTI SESSUALI, PER UNA FOTO CHE GIRA DA ANNI SU CENTINAIA DI SITI WEB E RIGUARDA UN PARASSITA LADRO E NAZISTA CHE PASSA OTTO MESI L’ANNO IN MUTANDE A SCROCCARE VACANZE E PASTI LUCULLIANI.

Blocchi di Facebook

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GUARDATE COME MI FANNO SPIEGARE:

IO: “Siete ridicoli. La vostra community viene mille anni luce dopo i nostri diritti costituzionali, capito sguatteri fascisti di fb?”

“Impossibile elaborare la tua richiesta”

buffoni e cialtroni vigliacchi!!!

Non è stato possibile elaborare la tua richiesta. Riprova più tardi.

Ditemi dove vedete ostentazione di nudo e atti sessuali in questa foto contestatami.

Preparo un esposto-querela per il miei diritti costituzionali calpestati da queste merdde.

Ecco la foto:

E ringrazino che non ho aggiunto questa sotto!
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OGNI TANTO, SBUCA DAL NULLA UN GIORNALISTA VERO.


Editoriale

Christian Rocca

22 Novembre 2022

Fate presto! Lo stile minoritario della politica italiana e la possibile alternativa al bipopulismo.

Meloni non è attrezzata a governare, i suoi alleati sono imbarazzanti, i Cinquestelle sono una brutta fiction, mentre il Pd si dibatte tra continuare l’agonia e diventare una corrente minoritaria dei grillini. Diamoci una mossa.

Giorgia Meloni prova a governare, ma non ha una classe dirigente adeguata alla complessità del compito, e del resto non può averla perché è diventata la leader del primo partito italiano proprio perché in questi anni si è guardata bene dal proporre agli elettori cose sensate, realizzabili e meno che strampalate.

Meloni ha fatto l’opposizione a Mario Draghi, alle operazioni europee di salvataggio del nostro paese e al piano di ripresa nazionale finanziato da Bruxelles, un triplete da irriducibile leader anti italiano più che sovranista.

I suoi alleati poi sono alla frutta, chissà come si scrive “frutta” in cirillico, ed è inutile soffermarcisi se non per ribadire che sia la Lega sia Forza Italia sono un motivo di imbarazzo nazionale senza precedenti e per questo meritevoli di rimanere ai margini del consesso civile.

Il centro liberal democratico di Carlo Calenda e Matteo Renzi è ancora da costruire (fate presto!) e i Cinquestelle sono i Cinquestelle, ovvero una fiction sudamericana trasmessa in streaming dentro una fabbrica di bot foggiani e associati.

Sia i Cinquestelle sia Renzi e Calenda stanno provando a scalare il Partito democratico, ovvero l’unico partito costituzionale e repubblicano del paese, senza il quale negli ultimi dieci anni l’Italia sarebbe affondata nei debiti e nel ridicolo.

Che qualcuno oggi stia pensando di mangiarsi a colazione il Pd non è la misura della mitomania della politica italiana, semmai è la stravagante gestione del Pd post renziano.

Il Pd di Renzi ha preso sia il 40 per cento sia il 18 per cento dei voti degli italiani e ha governato da solo per cinque anni. Piaceva o no, quel Pd aveva l’idea precisa, mutuata dal New Labour blairiano e dal progressismo democratico obamiano, di cavalcare l’innovazione tecnologica e di gestire i cambiamenti conseguenti sociali, probabilmente sottovalutandone la portata, con l’obiettivo di conciliare meriti e bisogni al fine di ottenere una società più affluente e più giusta.

Una visione criticabile quanto si vuole, ma capace di individuare un orizzonte politico.

Contro il progetto di Renzi si è schierata la cosiddetta “ditta” del Pd, il gruppo dirigente romanocentrico che ha solleticato quegli antichi istinti della base che erano stati sacrificati all’idea fondativa del Pd. Appellarsi agli istinti della natura post comunista, è stato un modo per fomentare una grande mobilitazione militante e facilitare la cacciata dell’usurpatore fiorentino (il quale nel frattempo aveva fatto di tutto e anche di più per meritarsi l’imperituro risentimento dei suoi ex compagni).

Il problema della “ditta” è stato quello di non aver offerto una visione alternativa a quella renziana, oltre a quella tattica e precisa di sbarazzarsi di Renzi. Riconquistato il Pd in nome dell’orgoglio della sinistra-sinistra – che è un altro modo per definire i nostalgici del Pci con tutto l’arrugginito armamentario anticapitalista, antioccidentale e antiamericano dei bei tempi andati – la narrazione “nativa democratica” del Pd e la strategia veltroniana della “vocazione maggioritaria” non sono state più credibili né spendibili né utilizzabili.

L’idea originaria del Pd non è stata sostituita neanche da una specie di neo-rifondazionismo pidiessino che perlomeno sarebbe stato coerente, sebbene fuori sincrono con la storia, ma invece si è tentato di tenere insieme tutto e il contrario di tutto col risultato di perdere l’anima e smarrire l’identità.

Niente di tutto ciò, per quanto deprecabile e masochista, è però paragonabile alla sciagurata e offensiva decisione presa da Zingaretti e confermata da Letta, sempre in funzione anti Renzi, di sottomettersi all’egemonia subculturale di Giuseppe Conte e dei populisti grillini.

Una tragicommedia che nel finale ha visto l’interruzione temporanea dell’alleanza con i Cinquestelle poco prima delle elezioni, riservandosi di riattivarla dopo la sconfitta elettorale, e si è perfezionata con il taglio dei rapporti con la sponda liberal dell’area anti sovranista e con la celebrazione dell’avversaria Meloni quale unica interlocutrice degna di questo nome, salvo poi definirla un pericolo letale per la democrazia senza però aver costruito il fronte antifascista per fermarla, perché in fondo l’obiettivo politico primario di queste elezioni era quello di far fuori Renzi e i riformisti (soprattutto quelli del Pd) e di mantenere per quanto possibile quel piccolo o grande potere che consente di scegliere chi va in Parlamento, chi piazzare nelle municipalizzate, chi far gestire la Festa del Cinema.

Questo capolavoro del Pd sarà studiato nelle scuole di formazione politica di tutto il mondo, forse anche dagli studenti di SciencePo, ma prima di immortalarlo nei manuali universitari c’è ancora da assistere all’epilogo.

A febbraio, infatti, ci saranno le primarie per la guida del Pd e le elezioni in Lombardia, la regione locomotiva del paese.

La sfida interna è tra una candidata non iscritta al Pd, ma sostenuta dalla ditta e dall’ala sinistra, Elly Schlein, e un dirigente di partito come Stefano Bonaccini che al momento non sembra ancora pronto a scegliere la strada da proporre ai suoi elettori, anche perché per vincere le primarie il suo naturale riformismo emiliano dovrà diluirsi nel populismo meridionale di Michele Emiliano e di Vincenzo De Luca col rischio di non apparire credibile. Una vittoria di Bonaccini, per quanto auspicabile, rischia quindi di allungare l’attuale agonia del partito senza più anima.

La proposta da collettivo studentesco contro il «mantra neoliberista della disintermediazione»di un eventuale Pd di Elly Schlein, di Peppe Provenzano e di Brando Benifei, ma anche di Pierfrancesco Majorino, candidato alla presidenza della Lombardia e al terzo posto in classifica, è destinata invece a conquistare molti cuori su Twitter e il collegio di Instagram ma inesorabilmente anche a consegnarsi al populismo di Conte e a perdere l’unico blocco sociale rimasto fedele al Pd, cioè quello composto dalla nuova borghesia cittadina e dalle classi affluenti che vivono nelle zone a traffico limitato.

Col Pd guidato da chi dileggia i suoi elettori («ztl», «Milano non restituisce»), quelli come Calenda, Renzi e tutti gli altri che si candidano ad offrire agli elettori un’alternativa al bipopulismo hanno finalmente l’occasione unica di costruire un vero partito liberal e progressista, repubblicano e atlantico, popolare ed europeo, come scriviamo su questo giornale da un paio d’anni.

Un’alternativa seria al bipopulismo che accelererà l’irreversibile involuzione del Pd da splendido partito a vocazione maggioritaria ad alleato strategico dei Cinquestelle, giù giù fino a trasformarlo in una tenace e combattiva corrente di minoranza del populismo di Conte.

da Pixabay
LAPALISSIANO.
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SONO UN AUTORE BRAVO E ORIGINALE – CERTIFICATISSIMO – E UN RICONOSCIUTO CAPOSCUOLA DELL’UNIVERSITA’ DELLA SCRITTURA E DEL TEATRO. LIBERISSIMO E SENZA TESSERE O PADRINI NE’ PADRONI. PIENO DI PREMI DA QUANDO AVEVO 16 ANNI. E ASSASSINATO DALLA MAFIA PROPRIO PER QUESTI MOTIVI…

Quindi sono curioso e mi piace essere informato. Ergo chiedo a voi omofobi fascisti: da cosa origina il vostro odio per le persone gay o bisessuali (che oggi sono maggioranza nel mondo)?

Dal pisello piccolo? Dall’impotenza coeundi? Dalla vostra faraonica bruttezza fisica e mentale? Partendo dall’assunto che il più maschio tra voi, il vostro Rocco Siffredi, è… Malgioglio… a cosa vi attaccate?

INSTALLAZIONE FEMMINILE.
ROCCO MALGIOGLIO
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MALEDETTI GIORNALETTARI IGNORANTI, RAZZISTI E RACCOMANDATISSIMI!

LEVATO DI MEZZO ME, ECCO CHE RIPRENDONO A TRATTARCI COME STRANIERI. E L’ALTRO IMPUTATO DI CHE ORIGINI ERA? BASTARDI SENZA ONORE E SENZA CULTURA. GIORNALEETTARI RAZZISTI DIMMMERDA.

Da Rep di oggi: “Il giallo della morte di Alice Neri, bruciata nella sua auto: “Punita per un rifiuto”

“Fuori, a un tavolino dalle sedie grigie e nere, è rimasta fino alle due di notte con il collega quarantenne di San Possidonio, di origine sarda: è il secondo indagato. Il loro aperitivo è ripreso dalle telecamere di sorveglianza del bar. Poi il buio.”

IO, QUANDO POTEVO ANCORA LAVORARE, LI AVEVO MAZZOLATI E FATTI SMETTERE, QUESTI CIALTRONI, DOPO SECOLI DI LUOGHI COMUNI CONTRO I SARDI. ORA CHE NON CI SONO PIU’ SARDI AUTOREOLI E CHE CONTANO NELLE RADIO E IN TELEVISIONE… RICOMINCIANO?

https://bologna.repubblica.it/…/alice_neri_donna…/…

LA POVERA VITTIMA.
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GRANDI STREPITI E SUONI PER UNA FINANZIARIA CHE NON RISOLVE NIENTE. MA POI, PER 3/4 L’AVEVA SCRITTA DRAGHI (LASCIANDO PURE I MILIARDI NECESSARI) E APPENA 1/4 E’ OPERA LORO E SI TRATTA DEL QUARTO PIU’ INUTILE, DANNOSO E PIENO DI STRAFALCIONI MAI VISTI E CHE CI COSTA 15 MILIARDI IN PIU’. E GIORGIO O GIORGIA SCAPPA DAVANTI ALLE DOMANDE, COME FACEVA LA BUONANIMA DI BURLESQUONI.

Meloni e la sindrome dell’assedio: la presidente ha paura delle domande?

di Stefano Cappellini

Domanda legittima dopo il fuori programma di oggi, condito di allusioni e il solito velo di vittimismo, con cui la premier ha cercato di troncare la conferenza stampa sulla legge di bilancio.

22 NOVEMBRE 2022

Giorgia Meloni ha un problema con l’informazione? Non ama rispondere alle domande dei giornalisti in conferenza stampa? La presidente del Consiglio sa che si tratta di un suo dovere e non di una concessione o un favore? Altre domande legittime dopo il fuori programma di oggi, condito di allusioni e il solito velo di vittimismo, con cui Meloni ha cercato di troncare la conferenza stampa sulla legge di bilancio, limitando il tempo dedicato alle domande dei cronisti. Non una novità, peraltro, dato che anche in altre precedenti occasioni aveva lasciato pochissimo spazio alla fase del confronto, concedendo solo tre o quattro domande, lasciando solo in un caso il tempo necessario per quella fase in cui una conferenza stampa diventa degna di essere definita tale, smette cioè di essere l’equivalente di una diretta Facebook, certo più comoda e abituale, e assume il suo vero valore di spazio aperto alla verifica e all’approfondimento dei temi.  


Manovra Finanziaria: tutte le misure del governo Meloni


Problema di agenda o indisposizione?

Se è un problema di agenda, dato che spesso Meloni ha troncato le conferenze accampando la motivazione di appuntamenti successivi da onorare, si tratta di modulare meglio il tempo a disposizione: meno spazio ai comizi iniziali e più al confronto aperto. Se invece, e sarebbe decisamente più grave, c’è anche una indisposizione al libero esercizio dell’informazione, occorre che la presidente del Consiglio se ne faccia una ragione: il suo ruolo le impone di essere pronta e preparata a rispondere a tutte le questioni che le vengono poste. Può accadere che non lo sia, preparata, in tal caso è lecito dichiararlo e rimandare ad altre occasioni, lo hanno talvolta fatto anche i suoi predecessori. Non le è invece consentito scambiare le domande sgradite per aggressione, come quando – forse ancora troppo imbevuta dei complessi della sua formazione politica – a un cronista ha risposto: “È una vita che mi volete insegnare le cose”. Né le è consentito di lanciare allusioni (“Non eravate così coraggiosi in passato”, le è sfuggito a un certo punto) che hanno il solo effetto di testimoniare un’impreparazione alla funzione che ricopre e che, per giunta, suonano contraddittorie visto che è stata proprio lei, pur sollecitata, a non avere poi il coraggio di spiegare questa sgrammaticatura facendo almeno nomi e riferimenti concreti.   

Sindrome dell’assedio

Farebbe bene anche al governo, oltre che al clima nel Paese, se Meloni si liberasse di questa sindrome dell’assedio, vera o simulata che sia. Ha vinto le elezioni, ha la piena legittimità a dispiegare il suo programma. Alla fine ha fatto la cosa giusta, fermandosi a rispondere ad altre domande, sebbene solo dopo la rivolta dei giornalisti presenti. Nel discorso di insediamento ci ha voluto persino raccontare la sua simpatia per chi scende in piazza a contestarla. Singolare che una premier a parole così ben disposta verso chi scende in piazza contro il suo governo, si riveli tanto fragile e insicura quando deve confrontarsi con delle semplici domande. La stampa non è un surrogato dell’opposizione. Meloni superi anche questo equivoco: informare i cittadini, verificare i fatti, individuare contraddizioni o punti deboli – in una espressione: controllare il potere – resta una delle funzioni primarie del giornalismo. Nei paesi democratici. 

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LO SMEMORATO DI COLOGNO

FI

Berlusconi inaugura la nuova sede a Milano e rilancia il grande classico: “Una milione di posti di lavoro per i giovani con zero tasse alle aziende”

Ormai è più di là che di qua e non ci sta più con la testa. Come se ci fosse mai stato, col cervello. Non ricorda che promise un MILIONE DI POSTI DI LAVORO, invece ne perse NOVE MILIONI e raddoppiò le tasse a tutti e il costo della vita alla povera gente: cancellando il decreto Prodi che imponeva il doppio prezzo ai commercianti – in lire e in euro – portando l’euro a mille lire, quando ne valeva quasi duemila.

INDOVINATE PERCHE’…

IL MONDO LO CONOSCEVA BENE.
E LO SPUTTANAMENTOOO!
Pedofilo.
ENTRATA DA LEONE, USCITA DA COGLIONE. COME TUTTI QUELLI DI DESTRA, COME LETTA E #pochette.
SERVO DI MAFIA
LA SOLITA FINE
COME IL SUO CLONE.
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