La macchina del fango continua a pagare pegno

E Santoro querela Libero per aver pubblicato il suo numero di cellulare

Il giornalista chiede 150mila euro per essere stato insultato e per aver dovuto cambiare utenza

La Corte d’appello:«Inammissibile il ricorso Rai contro Santoro»

Michele Santoro (LaPresse)
Michele Santoro (LaPresse)

MILANO – «Vodafone messaggio gratuito: il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile». Ecco cosa risponde la vocina pre-registrata se si compone il numero di cellulare di Michele Santoro. Già perché il conduttore di Annozero ha cambiato numero di telefono e subito dopo hacitato in giudizio il quotidiano Libero che lo aveva pubblicato per rispondere «provocatoriamente» allo stesso trattamento usato per Silvio Berlusconi. Una sorta di par condicio quella del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro alla messa in onda di servizio di Annozero, dedicato al Rubygate, nel quale s’intravedevano nell’inquadartura degli atti dell’inchiesta i numeri del telefonino del presidente del Consiglio. La notizia viene diffusa dallo stesso quotidiano milanese che lamenta il fatto che Santoro

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La macchina del fango(finita male) su Prodi e il csx, made in Burlesquoni, come sempre.

Rita Di Giovacchino per “il Fatto quotidiano

igor marini

La macchina della giustizia è spesso lenta, ma in qualche caso il tempo trascorso rende giustizia a vicende che per mesi tengono banco sulle prime pagine dei giornali, poi improvvisamente scompaiono, inghiottite dal polverone che esse stesse hanno sollevato. Ricordate l’affaire Telekom-Serbia che, a partire dal 2003, per quasi due anni ha tenuto sotto scacco Prodi, Fassino, Dini, Rutelli, Veltroni e perfino i cardinali Ruini e Martini? Una patacca, una colossale bufala, ormai è accertato.

L’autore, Igor Marini, è in carcere dal 20 settembre scorso, dopo la condanna a cinque anni per aver

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Feltri e la sua “macchina del fango” agli ordini di burlesquoni.

Feltri e la sua “macchina del fango”

assolti dall’Italietta del quieto vivere

Le critiche all’Ordine dei giornalisti per le sanzioni al direttore del Giornale “cancellano” le campagne dettate da Berlusconi, e costituiscono una lesione alla libertà di stampa
di GIUSEPPE D’AVANZO

babbuino

Una policroma assemblea di Tartufi ci sta spiegando che quando parliamo della sanzione inflitta a Vittorio Feltri, direttore editoriale de il Giornale, discutiamo di libertà di stampa. Nell’assembramento si scorgono personaggi solitamente compatibili come il cane e il gatto.

Per fare qualche nome: Pierluigi Battista, il liberale QC (quando conviene) del Corriere della sera, e l’inflessibile direttore de il Fatto Antonio Padellaro, “un comunista di merda” (la definizione affettuosa è di Feltri). Nella mischia, con il sorriso canzonatorio d’ordinanza fa capolino il direttore del Tg7, Enrico Mentana. Simula una furba equidistanza e appioppa ai suoi telespettatori una frottola: “… e comunque la notizia data da Feltri era fondata”. Quel che accade non è nuovo perché è antica, nell’Italietta nostra, la tolleranza per i vizi altrui e stupefacente la capacità dell’establishment di perdonare e perdonarsi. Un lavoro comodo da sbrigare. Si afferra un fatto concreto, lo si frulla fino a farne un’astrazione e il gioco è fatto. La rimozione è compiuta, ora si può andare avanti con le cattive abitudini di sempre.

Le commosse geremiadi per la libertà di stampa, in questo caso, servono a nascondere all’opinione pubblica tre fatterelli concretissimi. Uno. L’assassinio mediatico di Dino Boffo, il direttore de l’Avvenire che, con prudenza, biasima l’Egoarca perché “frequenta minorenni”. Due. Il falso indiscutibile di un giornalismo degradato a tecnica di

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