Polverini, i magnaccioni della destra fetida di questo paese: unica al mondo

Regione Lazio, tutte le spese della Polverini:
foto per 75 mila euro e vitalizi da 3mila a mese

Un milione all’anno per le «pensioni» agli assessori. La giunta costa 5 milioni l’anno. E l’assessore all’Istruzione Gabriella Sentinelli ha uno staff di 17 persone.

Renata Polverini (Ana)

http://roma.corriere.it/roma/notizie/politica/12_settembre_19/polverini-lazio-tutte-le-spese-2111878722320.shtml

°°°Questa è la feccia ladrona e incapace che silvio burlesquoni ha imposto per salvare il culo dalla galera e devastare l’Italia. Ricordatevelo tra sei mesi.

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Figli e figliastri. I magnaccioni dei palazzi non sono solo i boss ma anche i servi.

Gran raduno in Senato per difendere gli «scatti»

I dipendenti di Palazzo Madama temono vengano tolti loro gli scatti in busta paga aboliti per gli impiegati pubblici 20 anni fa

http://www.corriere.it/economia/12_settembre_17/gran-raduno-in-senato-per-difendere-gli-scatti-sergio-rizzo-e-gian-antonio-stella_6d5a0606-0089-11e2-821a-b818e71d5e27.shtml

Palazzo Madama (Ansa)

E IO PAGOOOO

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Le camere dei magnaccioni. Quasi tutti assenti, e IO PAGO!

Soltanto in sei presenti su 630 per parlare
di bilanci nella Costituzione
.

Record di assenti a Montecitorio per discutere dell’inserimento del pareggio di bilancio nella Carta. Per Rocco Buttiglione è ‘colpa’ del regolamento parlamentare – da cambiare.

°°° No, è colpa degli italiani asini che hanno votato per cialtroni scaldasedie come voi! 

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La destra al sacco dell’Italia: i magnaccioni fascisti del Lazio

Lazio, un solo consigliere (su 71)
è senza bonus da doppio incarico

Antonio Cicchetti era assessore all cultura. Ora è l’unico in Regione ad essere rimasto con un solo ruolo

Antonio Cicchetti
Antonio Cicchetti

Come un soldato giapponese sull’isola deserta, Antonio Cicchetti resiste granitico. Unico, nel Consiglio regionale del Lazio, a non incassare il «bonus» che spetta a chi ha un altro incarico. Unico, su settantuno. A dire la verità un incarico supplementare l’aveva anche lui: assessore alla Cultura. Poi la Polverini ha dovuto far entrare in giunta l’Udc e l’ex nazional alleato Cicchetti è stato dimissionato.

Gli è andata di traverso. Così ora se ne sta lì, sull’isola deserta, a godersi la sola paga base. Paga che comunque «non è poco, anzi è quasi da far schifo», per usare le sue parole. Una indennità netta di 4.252,35 euro più 3.503,11 euro di diaria. Totale, 7.755 euro e 46 centesimi. Puliti, e senza contare altre voci, come i generosi rimborsi chilometrici per l’uso dell’auto propria…
Eppure se il Nostro non fosse tanto ostinato, anche per lui non mancherebbe uno strapuntino. Perché le poltrone sono così tante che per occuparle non bastano i consiglieri. Intanto la

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I fancazzisti magnaccioni di destra anche alla regione Lazio. Così imparate a votarli…

Lazio, vacanza elettorale
per i consiglieri regionali

di Mariagrazia Gerina

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Stavolta la campagna elettorale nel Lazio l’hanno presa proprio sul serio. Si fa per dire. Eletti un anno fa e usciti miracolati dal pasticcaccio della lista Pdl, i consiglieri regionali del Lazio hanno deciso di darsi un mese di vacanza per poter seguire, ventre a terra, la prossima tornata elettorale che si preannuncia al calor bianco in molti comuni del Lazio. Chi dovrà correre a Sora per sostenere il candidato-sindaco della Lista Polverini.

Chi a Terracina, dove l’altro derby interno vede avversari il candidato del Pdl e quello della governatrice del Lazio. E poi, c’è Latina, dove, dopo lo scontro interno al Pdl ha portato alle dimissioni il sindaco Zaccheo, fedelissimo di Fini, c’è Pomezia. O Cassino, dove lo scontro di potere coinvolge il presidente del consiglio regionale del Lazio, Mario Abruzzese. Insomma, davvero troppi impegni di partito per far fronte anche a quelli istituzionali. Soluzione: le vacanze elettorali per chi già seduto in consiglio regionale si appresa a fare da testimonial a colleghi e amici.

Fannulloni, direbbe il ministro Brunetta. E sì che l’indennità per il loro lavoro istituzionale è quasi pari a quella dei parlamentari. E la vacanza elettorale è solo la ciliegina sulla torta. I radicali eletti nelle fila dell’opposizione si sono presi la briga di passare al setaccio l’attività dell’assemblea regionale. E i numeri parlano chiaro.

In un anno il consiglio regionale (con i suoi 70 consiglieri e 450 dipendenti) è costato alle casse del Lazio circa 103 milioni. Ma in 12 mesi si è riunito solo 23 volte
(due a maggio del 2010, zero a giugno, etc.) ed è riuscito a licenziare appena 11 leggi, di cui 6 di bilancio, e dunque

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Roma ladrona. Polverini e Alemagno magnaccioni. Lo sputtanamento della destra italiota.

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1 – LINK AI DOCUMENTI…
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/polverini-laffarone-allaventino-i-documenti/2146956

2 – LE FOTO DELL’APPARTAMENTO CON LA TARGHETTA “POLVERINI”…
http://espresso.repubblica.it/multimedia/fotogalleria/28767750

3 – LA FURBETTA DEL QUARTIERINO…
Emiliano Fittipaldi per “L’Espresso

Renata Polverini ci è andata giù pesante. Lo scandalo Affittopoli e delle case di proprietà di enti locali svendute a quattro soldi ai soliti potenti l’ha davvero scandalizzata. «L’era dei privilegi è giunta al capolinea», ha detto in un’intervista pochi giorni fa: «Sono contratti assolutamente fuori dai valori di mercato». Una vera indecenza.

Sotto il fuoco di fila del Popolo della Libertà sono finite le giunte di centrosinistra, da quella di Francesco Rutelli a Walter Veltroni. Accusate di aver girato appartamenti a sindacalisti e politici amici per pochi spicci, per non parlare degli immobili di lusso svenduti a prezzi di favore in aste pubbliche.

L’indignazione del presidente della Regione Lazio ha contagiato anche il suo assessore alla Casa, l’ex fascista Teodoro Buontempo, che ha ordinato di bloccare all’istante la vendita dei gioiellini dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica. «Non ci saranno sconti per chi ha violato la legge. Ecco perché ho voluto una commissione straordinaria che faccia chiarezza». Gianni Alemanno s’è subito accodato allo sconcerto generale, varando un’altra commissione ad hoc. Stavolta al Campidoglio: «Non voglio fare né allarmismo né dossieraggio, solo appurare la verità».

Chissà se per far luce sull’Affittopoli romana il sindaco farà un salto anche a via Bramante, nel cuore di San Saba. Uno dei quartieri più belli della capitale, a pochi passi dall’Aventino, dove chi vuole acquistare una casa ai valori correnti può sborsare anche 10 mila euro al metro quadrato. Al numero civico 3 e 5 ci sono i due ingressi di un condominio degli inizi del Novecento, sei palazzine di proprietà dell’Ater con giardinetto interno annesso.

In tutto una novantina di alloggi, destinati per legge a quei cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d’affitto imposti dal mercato. Entrando nel vialetto, nascosto da felci e alberelli, in fondo a sinistra c’è l’edificio B. Scorrendo i cognomi perfino Alemanno strabuzzerebbe gli occhi leggendo sul citofono, accanto al pulsante in alto a destra, “Cavicchioli-Polverini-Berardi”.

Massimo Cavicchioli lui lo conosce bene: è infatti il marito del governatore Polverini. Un uomo schivo, ex sindacalista della Cgil, oggi esperto informatico da sempre lontano dalle luci della ribalta. Berardi è il cognome di sua madre Pierina, morta anni fa. «Un errore, forse un omonimo, non possono essere loro, lei guadagna oltre 10 mila euro al mese», penserebbe il sindaco di Roma passando dal portoncino, dove è attaccato un avviso del Comitato Inquilini Ater San Saba che annuncia l’apertura di un nuovo sportello di zona.

Eppure sulla buca delle lettere al piano terra ci sono anche le iniziali degli inquilini: “Cavicchioli M.-Polverini R.”. Due indizi non fanno una prova. Ma tre? La targhetta accanto alla porta dell’abitazione, al quarto piano, riporta gli stessi cognomi. Una chiacchierata con i vicini fuga altri dubbi: «Mi ricordo della signora Clementina, la nonna del signor Cavicchioli. Lei non c’è più, anche i genitori di lui sono morti, e da sempre vedo entrare solo il figlio e i suoi amici. Quanto si paga qui? Dipende dalla metratura, ma la mia bolletta è di 130 euro al mese».

A “l’Espresso” risulta che nell’appartamento (quattro vani più bagno e cucina) risieda proprio il marito della Polverini. Ma non è tutto: i documenti dell’Anagrafe dimostrano che la governatrice ha vissuto per ben 15 anni nella casa popolare di via Bramante. Per la precisione, dal giorno del matrimonio (celebrato il 21 giugno del 1989) al settembre del 2004. Periodo in cui Renata ha fatto carriera, diventando prima responsabile delle relazioni internazionali e comunitarie dell’Ugl, poi – dal 1999 – vice segretario della Confederazione sindacale di destra.

Non si sa quanto la famiglia Cavicchioli-Polverini guadagnasse al tempo (da leader dell’Ugl Polverini prendeva 3.500 euro al mese; nel 2008, secondo la dichiarazione dei redditi, sfiorava i 140 mila euro annui), ma i maligni sospettano che i due non avessero i requisiti per vivere negli appartamenti dell’ex Istituto autonomo case popolari. «Se il reddito del nucleo familiare supera il limite stabilito, ora fissato a 38 mila euro lordi annui, l’assegnazione decade automaticamente.

Chi ci resta diventa un occupante abusivo non sanabile», ragionano dall’Ater. Forse le entrate dichiarate erano più basse, ma la coppia presidenziale non doveva passarsela male, visto che la Polverini – restando ferma a San Saba – chiedeva mutui e comprava altri immobili. Per centinaia di migliaia di euro.

Già. Il governatore sembra avere una vera passione per il mattone, e grande fiuto per gli affari. Mentre risiedeva nella casa popolare, si dava da fare per acquistare appartamenti a Roma, e non solo.

Andiamo con ordine. Nel marzo del 2001 la Polverini compra un pied-à-terre nel piccolo borgo di Torgiano, tre vani più box in provincia di Perugia. Città a lei cara, visto che sua madre è nata lì. Firma l’atto di compravendita il giorno 21 dal suo notaio di fiducia, da cui torna dopo meno di una settimana per formalizzare l’acquisto di un’altra casa romana, quartiere Monteverde. Cinque stanze, bagni e cucina a due passi da Villa Doria Pamphilj. La casa forse non le piace (in effetti San Saba è molto più trendy), di certo un anno dopo la gira alla madre Giovanna. L’atto di donazione è del 19 marzo 2002.

Dieci giorni dopo, il 28 marzo, un nuovo colpo da maestra: la Polverini compra un altro appartamento, stavolta al Torrino. La zona è semicentrale, vicino all’Eur, ma l’abitazione è molto grande, sette vani più box. Soprattutto, è un immobile ex Inpdap, e il prezzo è da record: come ha scritto Marco Lillo su “Il Fatto”, la Polverini se lo prende sborsando appena 148 mila euro. E’ la cifra chiesta a tutti gli inquilini del palazzo dalla società di cartolarizzazione di Stato (Scip) che vendeva con forti sconti.

Sui documenti dell’Anagrafe consultati da “l’Espresso” risulta però che la Polverini al Torrino non abbia mai avuto residenza: chissà come ha fatto a condurre in porto l’operazione. Anche stavolta l’appartamento non deve essere di suo gusto, tanto che nel 2007 lo vende a prezzo ben più alto (234 mila euro dichiarati) a un suo collega sindacalista, Rolando Vicari dell’Ugl.

Lo slalom tra gli acquisti di Renata non è finito. Perché sette mesi dopo, a dicembre del 2002, quando ancora risiede nella casa Ater, compra dallo Ior una bella casa con nove stanze, due box e tre balconi sull’Aventino. Un posto da sogno, che la Banca Vaticana dà via per 272 mila euro.

Dopo due anni, il 20 settembre del 2004, l’ex leader dell’Ugl si allarga comprando l’appartamento gemello confinante con terzo box annesso. Stavolta dalla Marine Investimenti Sud, una società immobiliare da sempre in affari con la Santa Sede, un tempo partecipata al 90 per cento dalla Finnat di Giampiero Nattino, ma oggi controllata da società off-shore che rimandano fino a Montevideo, in Uruguay.

Renata spende altri 666 mila euro ed è finalmente soddisfatta. Una settimana dopo il rogito dal notaio Giancarlo Mazza (finito sulle cronache dei giornali come recordman dell’evasione nazionale) cambia finalmente la sua residenza e dà l’addio alla casa dell’Ater, a soli 850 metri di distanza, dove lascia la sua residenza il marito Massimo (seppure sulle Pagine Bianche anche lui risulti all’indirizzo della moglie). L’ultimo acquisto sull’Aventino la Polverini lo fa lo scorso agosto, quando compra un quarto box (ma di quanti posti auto ha bisogno la presidente?) nel condominio in cui abita da sola.

Nel palazzo di mattoncini rossi a via Bramante la vita scorre tranquilla. Dei business immobiliari di Renata nessuno sa nulla. Non sanno che per le valutazioni del Cerved su dati dell’Agenzia del Territorio solo la maison può valere 1,8 milioni di euro. «Massimo e Renata sono persone gentilissime», dice un’anziana che s’appresta a portare a spasso il cane. Anche il barista che conosce la coppia da vent’anni ha parole affettuose, e racconta – senza mai esserci andato – delle feste che Renata organizza nella casa dell’Aventino. «Una donna forte e onesta, una che si è fatta da sola», chiosa un altro avventore.

«Ecco lì Cavicchioli, vede, è quello con le buste della spesa», dice un’inquilina del condominio Ater mentre appende i panni fuori dalla finestra. «Scrivete che qui il giardiniere non viene mai, e che le aiuole sono incolte. E soprattutto che a lor signori, quelli che comandano, non venisse mai in mente di aumentarci l’affitto».

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Burlesquoni e i magnaccioni tutti a depredare Roma e l’Italia

Responsabili affamati, il rimpasto intrappola Silvio

copertina rimpasto

Risiko di governo e ricatti di maggioranza: mentre Gheddafi ci minaccia e la disoccupazione cresce, Berlusconi deve tenere buoni gli appetiti per garantirsi l’utilizzazione finale, i voti sul conflitto d’attribuzione del caso Ruby e sul processo breve. Così congela la pratica del rimpasto, che ieri i Responsabili, che battono cassa, davano per certo nel consiglio dei ministri di domani. I fedelissimi del cavaliere parlano del rinvio almeno una settimana. Ma i vari Saverio Romano e gli Scilipoti esigono una ricompensa, senza la quale minacciano «il venir meno del loro apporto», magari proprio sul federalismo municipale che si vota oggi con la fiducia. Il campo è reso ancora più scivoloso dalla richiesta sul conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato che la maggioranza ha avanzato al presidente della Camera, Fini.

Berlusconi non può rischiare di perdere voti sicuri in Parlamento. Quindi deve rinverdire le promesse perché, dice un berluscones, «non è il momento per procedere, prima si devono risolvere alcune urgenze, c’è il conflitto d’attribuzione da portare a casa» e il processo breve. La partita «rimpasto» è comunque sul tavolo di Berlusconi e Gianni Letta, intrecciata alle nomine nei grandi enti. Fino a ieri mattina però nel tam tam di Montecitorio si dava per certo il valzer di poltrone: le dimissioni di Sandro Bondi, depresso e scontento, dai Beni Culturali, accontentando le brame antiche di Paolo Bonaiuti.

Nell’incerto schema giocava anche il pressing a due punte della Lega e dei Responsabili per scalzare dall’Agricoltura Galan, che ha dato filo da torcere sulla proroga delle quote latte con lo scippo dei fondi per l’oncologia. Mirano all’Agricoltura il capogruppo leghista al Senato Bricolo (ieri alla Cameracon Bossi per la capigruppo sul federalismo) ma è il pallino anche di Saverio Romano, siciliano Responsabile fuoriuscito dall’Udc: pretende un ministero con portafoglio per «il Sud» e per il suo bacino elettorale. Ma la Lega ha posto il veto.

Le caselle di Palazzo Chigi da riempire sono 12, ma il governo pensa a un decreto per aumentare il numero delle poltrone rispetto alle 60 stabilite per legge. Troppe le promesse fatte dal cavaliere e pochi i posti. Tra l’altro la compravendita parlamentare non è chiusa. Lo aveva annunciato Berlusconi sabato scorso al congresso dei Cristiano Riformisti: «A breve faremo una rivisitazione della squadra di governo chiedendo l’aumento del numero dei sottosegretari, perché ora i ministri e i sottosegretari devono stare di più in Parlamento». Poi però ha congelato il tutto.

Per Galan si parla del ministero delle Politiche comunitarie lasciato vuoto dal finiano (resterà tale?) Andrea Ronchi, ma si parla anche di promesse berlusconiane a Laura Ravetto, già sottosegretaria.Unpo’ poco per l’ex Governatore del Veneto, che dicono aspiri all’Enel, così come il Carroccio, preso da bulimia di potere. Un po’ in tutte le caselle viene inserita Anna Maria Bernini, tra le quali quella di viceministro allo Sviluppo con delega all’informazione, o al posto di Bonaiuti, essendo già portavoce vicario del Pdl, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.Malei stessa, già scottata al giro scorso di nomine, scherza: «Qui non si sa niente. Si entra Papa e si esce…chierichetto». Chi è vicino al premier non dà per certa neppure l’uscita di Sandro Bondi da via del Collegio Romano ed è difficile che «Paolino» Bonaiuti si allontani dal premier di cui è portavoceda anni. Ci sono poi i «cespugli» da accontentare.

La mappa è stata congelata, ma fino a ieri pomeriggio i Responsabili vedevano il ritorno al governo di Aurelio Misiti, con la creazione ad hoc di un viceministero alle Infrastrutture (memore dei Lavori pubblici presieduti per anni), mentre l’ex Pd Calearo il posto lasciato dal finiano Urso: viceministro al Commercio estero. A palazzo Chigi/Grazioli batte cassa anche Storace, infatti da giorni si parlava di Musumeci, nome storico dell’Msi, come sottosegretario. Ma potrebbe essere un boomerang per Berlusconi allargare anche la compagine di governo con rappresentanze di forze che non hanno fatto parte dell’alleanza elettorale: con un membro della Destra dentro la squadra, Silvio e tutta la grancassa mediatica non potrebbe gridare al «ribaltone», nel caso si creasse una maggioranza diversa per governare. Perché il primo a fare un «ribaltone » in casa sarebbe stato lui. Meglio rimandare.

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Roma e il Lazio in mano ai magnaccioni: spese inutili + 74% rispetto a Marrazzo e Veltroni

l costo delle consulenze e degli onorari lievitato del 74 per cento

Lazio batte Germania 23 a 1

I conti del Consiglio regionale: oltre alla sede un’«ambasciata» a Roma. Un milione 824mila gli stanziamenti per le spese di rappresentanza

ROMA – «A costo zero!» aveva giurato Bruno Astorre. Ma come, la gente era costretta a tirare la cinghia, i cassintegrati stavano diventando un esercito, la disoccupazione giovanile galoppava e il nuovo Consiglio regionale del Lazio appena insediato si permetteva il lusso di spendere quattrini per fare un’inutile rivista di carta? Al tempo di Internet? Il vicepresidente Astorre si era sentito in dovere di mettere le mani avanti: «A costo zero!». Spese di stampa e distribuzione a parte, s’intende. Poi a qualcuno dev’essere venuto un dubbio.

Mario Abbruzzese e la presidente del Lazio Renata Polverini (Jpeg)
Mario Abbruzzese e la presidente del Lazio Renata Polverini (Jpeg)

«A costo zero» significa che il direttore resta senza busta paga? Non sia mai detto… Ecco perciò che il 2 dicembre scorso l’ufficio di presidenza del Consiglio, composto dal presidente Mario Abbruzzese (Pdl) e dai due vice Astorre (Pd) e Raffaele D’Ambrosio (Udc), ha fissato il compenso: 30 mila euro l’anno. Lo ha fatto con il voto contrario del consigliere dipietrista Claudio Bucci. E scatenando le reazioni del Verde Angelo Bonelli, autore di una infuocata interrogazione. Anche perché il direttore altri non è che il capo ufficio stampa del Consiglio Regionale Nicola Gargano, pubblicista, in pensione da qualche mese. Pensionato, e subito nominato direttore. Una pensione dignitosa, a giudicare dalle dimensioni del suo stipendio: 204.470 euro e 77 centesimi. Una retribuzione superiore di quasi il 30% a quella che sarebbe toccata al governatore della California, se Arnold Schwarzenegger non vi avesse rinunciato con una motivazione di decenza: «Sono già abbastanza ricco».

Immaginiamo cosa risponderanno a Bonelli. Magari useranno le stesse parole con cui Astorre aveva replicato a Francesco Di Frischia del Corriere nel bel mezzo delle polemiche: «Non sono certo questi gli sprechi che avvengono in Regione». Come dargli torto? Basta dare un’occhiata ai conti. Le spese per il Consiglio regionale, che già nel 2009 erano salite a 91 milioni, un anno dopo sono schizzate a 102 milioni. Un aumento di 11 milioni: il 12%. Alla faccia della crisi. E le previsioni per il 2011, sempre destinate in corso d’anno a

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Roma, la parentopoli di Alè-magno! Ecco la rete dei favori per familiari e amici

Roma, la parentopoli di Alemanno
Duemila assunti nelle municipalizzate

All’Atac (trasporti) chiamate 850 persone. All’Ama, l’azienda dei rifiuti, gli “arruolati” sono invece un migliaio. Procura e Corte dei Conti indagano per verificare eventuali responsabilità penali o erariali. Via il caposcorta del sindaco

* Nella rete dei favori l’assessore fa cinquina

* La prevalenza della cubista

* Atac, Alemanno difende Marchi Pd all’attacco: “Ridicolo e patetico”

* Lascia il caposcorta di Alemanno Il sindaco: “Basta speculazioni”

* Ama, le 1400 assunzioni facili “Come si sceglie per chimata diretta”

ROMA – Non bastava la bufera esplosa sulla Parentopoli in Atac, la società del trasporto pubblico romano che dopo l’elezione di Gianni Alemanno in Campidoglio ha imbarcato più di 850 persone, tutte per chiamata diretta e legate da rapporti familiari o politici ad esponenti del centrodestra locale, dirigenti aziendali e sindacalisti. Ora, per il sindaco della capitale si apre un nuovo fronte: il reclutamento di un migliaio di nuovi dipendenti (sui 7mila totali) in un’altra ex municipalizzata, l’Ama, che si

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