La bestia nazista è peggiore di come lo credevamo. Che sia maledetto in eterno. E che provi lui le pene che sta facendo soffrire a persone tutte infinitamente migliori di lui. #salvinimmerda

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22 gennaio 2019

Sgombero CARA di Castelnuovo di Porto, il Pd: “E’ deportazione”

Blitz del Viminale nel centro di accoglienza vicino Roma. I bambini tolti dalle scuole, 120 lavoratori a rischio. Pd: “Ombra sinistra sull’Italia e su Roma”

Il Viminale ha deciso: il Cara di Castelnuovo di Porto, il centro per rifugiati vicino Roma dove nel 2016 Papa Francesco si era recato in visita, sarà sgomberato.
Un’operazione che, per le modalità con cui è messa in atto, sta suscitando un vespaio di polemiche.

Sono stati treasferiti, per il momento, 305 ospiti su un totale di 535. Tra gli effetti di questa decisione vi sarà che i bambini dovranno lasciare le scuole dove erano inseriti, , i giovani che avevano avviato percorsi di integrazione che funzionavano rischiano di finire in strada per effetto del decreto sicurezza e i 120 lavoratori del Cara (medici, psicologi, mediatori culturali e insegnanti) sono a rischio licenziamento.

Gli oltre 300 migranti richiedenti asilo verranno sparsi in giro per l’Italia a gruppi di 30 o 50, secondo uno schema che per la senatrice Monica Cirinnà “porta alla memoria macabre liste”.

Un vero e proprio blitz quello del ministero dell’Interno, che il Pd non ha esitato a definire una “deportazione”.
“Noi non sapevamo nulla e neanche i migranti, il trasferimento è partito stamattina, siamo stati avvisati due giorni fa”, è il racconto di Tareke Brhane, mediatore culturale, da anni impegnato nel centro.
“Siamo tutti molto preoccupati – aggiunge Brhane -. Ci sono famiglie con minori, ci sono vittime di tratta. Tutti i bambini frequentano la scuola, e molti ragazzi lavorano al Comune, nel servizio giardini. Ora tutto questo frinirà: le persone vengono portate via come pacchi, senza tener conto della loro volontà e delle loro problematiche. Il caos è totale, è tutto top secret, nessuno dice nulla. Chiaramente anche i lavoratori del centro finiranno per strada”.

“Chiediamo che non vengano trattati come bestiame“, è il grido di allarme lanciato dal parroco di Santa Lucia, padre Josè Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che ospiterà oggi pomeriggio l’inizio di una marcia silenziosa per esprimere solidarietà agli ospiti del Cara.

Sulle barricate le opposizioni, con il gruppo del Pd al Campidoglio che scrive in una nota: “Quello che sta accadendo è vergognoso. Sull’Italia e su Roma cala l’ombra sinistra delle deportazioni con tanto di separazione di uomini donne e bambini. Lo sgombero disumano del centro di accoglienza contravviene all’elementare rispetto della dignità umana. Un blitz ad effetto, ad uso e consumo della propaganda di Salvini con la complicità del M5S”.

Anche per il presidente del Pd, Matteo Orfini, “Quello che sta accadendo a Castelnuovo di Porto non ha nulla a che fare con la sicurezza e con la legalità. E’ una vera e propria deportazione che dimostra quanto le norme volute da questo governo siano disumane e razziste”.
Mentre un gruppo di senatori dem ha presentato una interrogazione urgente a Salvini, prima firmataria Annamaria Parente, sulle “scelte crudeli” frutto del cosiddetto decreto sicurezza.

https://www.democratica.com/focus/sgombero-cara-castelnuovo-di-porto-deportazione/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche

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Ci hanno portato sull’orlo del baratro e adesso, con queste puttanate fasulle del RDC e Quota 100, ci daranno la spinta definitiva. Addio Italia.

 

Un bluff da 12 miliardi

Trasformare gli inattivi in disoccupati per fare più deficit. Il lodo Tridico sul Rdc è un pericoloso trucco contabile

22 Gennaio 2019 alle 06:00

Un bluff da 12 miliardiPasquale Tridico (foto Imagoeconomica)

Roma. Con il governo del cambiamento si apre una nuova stagione di finanza pubblica creativa. Fino a poco tempo fa il problema principale con Bruxelles era il deficit eccessivo, ora invece si scopre che il maggior deficit di oggi potrà farci fare molto più deficit domani, ma stavolta rispettando le regole europee. Il ministero del Lavoro di Luigi Di Maio, nella relazione tecnica del reddito di cittadinanza, scrive che grazie ai 6 miliardi di reddito di cittadinanza spesi quest’anno potremo spenderne il doppio, 12 miliardi, l’anno prossimo. Sempre a debito. Come è possibile una cosa del genere? Grazie a un trucco contabile. Secondo l’intuizione di Pasquale Tridico, che doveva essere ministro del Lavoro a 5 stelle e ora è consulente di Di Maio al ministero, con il reddito di cittadinanza verrebbero “attivati” 1 milione di individui nel mercato del lavoro, in questo modo aumenterebbe il tasso di partecipazione al lavoro, che a sua volta farebbe aumentare la stima del pil potenziale. In questo modo si amplierebbe il cosiddetto “output gap” – ovvero la differenza tra pil potenziale e pil reale – e di conseguenza, secondo le regole europee, l’Italia avrebbe “uno spazio fiscale aggiuntivo di oltre 12 miliardi”. Si tratta di una cifra pari alla metà delle clausole sull’Iva che incombono per l’anno prossimo, una somma enorme se si considera che è superiore alla correzione che il governo è stato costretto a fare in extremis per evitare la procedura d’infrazione.

Ma davvero basta uno stratagemma statistico che battezza “disoccupati” un milione di inattivi per far emergere una decina di miliardi di euro dal nulla? Ovviamente no. Ed essenzialmente per tre motivi. Il primo, abbastanza banale, è che la possibilità di fare deficit non dipende tanto dalle regole europee ma dalla disponibilità dei mercati a finanziarlo.

E in questi sei mesi di spread in salita è evidente quanto per l’Italia questa disponibilità dei mercati sia sempre più costosa.

Il secondo problema è di tipo statistico. Per l’Unione europea il calcolo della forza lavoro e dei disoccupati non dipende dall’iscrizione ai Centri per l’impiego, ma dalle rilevazioni dell’Istat che seguono metodologie e standard internazionali che non cambiano per via governativa/amministrativa (anche se a inizio legislatura la sottosegretaria al Mef Laura Castelli aveva parlato di una “sinergia” con l’Istat “per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di governo”).

Il terzo problema riguarda il calcolo dell’output gap, ovvero di quell’indicatore che consente di depurare il bilancio dagli effetti del ciclo economico. Come riferiscono dalla Commissione europea, e come peraltro ben sanno al Mef, a differenza di ciò che sostiene Tridico il calcolo dell’output gap non avviene in maniera così meccanica. Non basta pagare degli individui per trasformarle da “inattivi” a “disoccupati” e ampliare così lo spazio fiscale. Ai fini del calcolo del pil potenziale c’è un altro indicatore che viene considerato ed è la disoccupazione strutturale, ovvero il Nawru (Non-accelerating wage rate of unemployment, che rappresenta il tasso di disoccupazione in coincidenza del quale non si osservano spinte inflazionistiche sui salari). Questo vuol dire che se il milione di “attivati” dal reddito di cittadinanza non dovesse trovare in pochi mesi un posto di lavoro, a quel punto insieme alla forza lavoro aumenterebbe anche la disoccupazione strutturale (Nawru), con il risultato che alla fine il pil potenziale e l’output gap rimarrebbero grosso modo costanti. Insomma, la crescita potenziale – e quella reale – aumentano solo se si creeranno davvero nuovi posti di lavoro e non per un artificio burocratico.

 

https://www.ilfoglio.it/economia/2019/01/22/news/un-bluff-da-12-miliardi-234062/

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Appena un anno fa Renzi tracciava la linea per tutti in Europa, oggi siamo la brutta copia di Cenerentola e Calimero. Evitati e schifati da tutti. E all’orizzonte nessun principe.

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22 gennaio 2019

Francia e Germania scrivono la storia. L’Italia sovranista arroccata su se stessa

Ecco l’Europa a due velocità di cui si parlava quando ancora si poteva ragionare sullo sviluppo dell’Unione. Parigi e Berlino sono passati dalle parole ai fatti.

 Ricordate quando in questo Paese si poteva ancora parlare, con una parvenza di serietà, del futuro dell’Europa? Era il tempo in cui Emmanuel Macron si era messo in testa di riformare l’Unione, in cui Angela Merkel aprì all’idea dell’Europa a due velocità. Maggiore integrazione e maggiori opportunità per chi era disposto a guardare avanti, gli altri fermi al palo, ostaggio dei loro nazionalismi. All’epoca l’obiettivo di questa offensiva erano gli egoismi del gruppo di Visegrad. La Brexit non era ancora diventata il disastro che è oggi e l’Italia era governata da Paolo Gentiloni, che aderiva con entusiasmo agli appelli di Macron e Merkel.

E’ passato poco più di un anno, in realtà sembra un’era geologica fa. L’unico governo che si autodefinisce orgogliosamente sovranista e populista dell’Europa occidentale, ha scavato un fosso profondissimo nei rapporti con gli alleati storici, proprio a partire da Francia e Germania, inscenando da subito uno scontro senza precedenti con presidente della Repubblica francese e con le istituzioni europee, esploso con le folli dichiarazioni dei giorni scorsi dei vari Di Battista, Di Maio e Salvini sulla moneta africana e il neocolonialismo di Parigi. Con il solo risultato di risvegliare antichi pregiudizi nei confronti dei governanti italiani, tanto da spingere la Cancelliera a far sapere al presidente Mattarella che lei “parla con Conte e non con i suoi ministri”. Come darle torto.

E così, nel disinteresse generale, Francia e Germania sono andate avanti. Eccome se sono andate avanti. E oggi ad Aachen (la vecchia Aquisgrana) hanno firmato il nuovo trattato franco-tedesco, che (quello sì, altro che gli estemporanei spottoni di distrazione di massa dei grillo-leghisti) sarà qualcosa di storico. L’Italia? Non pervenuta, nonostante il suo ruolo di Paese fondatore dell’Unione. D’altronde, con Di Maio che liscia il pelo ai gilet gialli e Salvini che flirta con i leader liberticidi di Polonia e Ungheria, non c’era d’aspettarsi nulla di diverso. E come se non bastasse è partita la battaglia finale, studiata a tavolino, che umilia il nostro Paese e suscita crescente preoccupazione in tutte le cancellerie internazionali.

Ma cosa c’è scritto in questo trattato, che cambia per sempre i rapporti tra Francia e Germania, sconvolgendo gli equilibri diplomatici? Sedici pagine, sette capitoli, 28 articoli, in cui vengono definite le regole “per la cooperazione e l’integrazione franco-tedesca”, che in parte si richiamano al Trattato dell’Eliseo del 1963, “che ha largamente contribuito alla riconciliazione storica tra Francia e Germania”. La parte più clamorosa è quella in cui (alla fine dell’articolo 8) si scrive, nero su bianco, che “l’ammissione della Repubblica federale di Germania come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è una priorità della diplomazia franco-tedesca”. Un passaggio epocale, che, per la prima volta, si propone di andare oltre gli equilibri post-bellici del Consiglio di Sicurezza (cosa non esattamente gradita dalle parti di Washington).

Il nuovo Trattato, poi, sancisce la convergenza tra Francia e Germania in “politica estera, difesa, sicurezza interna ed esterna, diplomazia, giustizia, politica energetica, ricerca, esportazione di armamenti”. E poi ancora, la creazione di un “Consiglio dei ministri franco-tedesco”, di un “consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza” e di un “consiglio franco-tedesco di esperti economici”. Addirittura “un membro del governo di uno dei due Stati prende parte, almeno una volta a trimestre e in alternanza, ai consigli dei ministri dell’altro Stato”.

“Mano nella mano affronteremo le grandi sfide del nostro tempo”. Con queste parole una Angela Merkel ha salutato la firma del trattato facendo capire quale sia la lettura politica del nuovo patto: “Questa è la risposta dei nostri due Paesi di fronte al rafforzarsi di populismo e nazionalismo“, ha scandito la cancelliera, aggiungendo che di questi tempi è necessario offrire “riposte decise, chiare e proiettate verso il futuro”. Anche a detta del presidente francese Emmanuel Macron, lo sforzo comune è quello di far diventare l’Europa “lo scudo di protezione dei nostri popoli contro le tempeste del mondo. Un progetto democratico e non il sogno di un impero”.

Il governo italiano, troppo preso da decretoni-patacca e passerelle mediatiche, forse non si è neppure accorto di ciò che sta per succedere oltre le tanto amate frontiere. L’ennesima occasione persa, perché quello tra Francia e Germania potrebbe essere un accordo pilota su cui installare l’Europa a due velocità. E invece, con gli “statisti” che ci ritroviamo, finirà per spingere il nostro Paese verso lidi finora inesplorati, aiutandolo nella rapida trasformazione da potenziale leader del Mediterraneo a piccola provincia, sempre più invaghita del mito dei vari Putin, Orban e Kaczinsky.

https://www.democratica.com/focus/francia-germania-riscrivono-rapporti-litalia-sovranista-neanche-ne-accorge/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche

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Meno male che, al netto delle loro diffamazioni, nel PD di Matteo Renzi non c’è nemmeno mezzo farabutto: i delinquenti stanno tutti a destra.

Donazioni per il sisma: il sindaco leghista di Visso indagato per peculato

L’accusa è inerente alla gestione dei quasi 12 mila euro raccolti durante l’evento benenefico “In moto per ricostruire”

 Il sindaco di Visso e senatore della Lega Giuliano Pazzaglini è stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Macerata per peculato. La vicenda è emersa ieri dopo un post su Facebook dello stesso primo cittadino di Visso che ha voluto rendere pubblica una denuncia fatta nei suoi confronti.

Il Fatto Quotidiano ricostruisce la vicenda. “Mancherebbero all’appello anche due consistenti donazioni di Emil Banca di Bologna. In questo primo filone gli viene contestato il reato di peculato. Riguarda la somma di 11.800 euro di una iniziativa di beneficenza organizzata da Moto Nardi ‘In moto per ricostruire’a favore dei commercianti, di cui non vi è traccia. Soldi in contanti consegnati al sindaco in Comune dal titolare, Vincenzo Cittadini”.

“Il senatore- si legge nella cronaca di Sandra Amurri – alcuni mesi fa, ha reso dichiarazioni spontanee in presenza dell’avvocato Giuseppe Villa che lo difende con l’avvocato Giancarlo Giulianelli di Macerata, legale anche di Luca Traini, il simpatizzante di CasaPound e di Forza Nuova, candidato della Lega alle Amministrative 2017, condannato a dodici anni per strage con l’aggravante razzista per aver sparato a Macerata ferendo sei immigrati per ‘vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro’, del quale sono accusati alcuni spacciatori nigeriani”.

Ma gli avvocati, sentiti dal fatto, negano di difendere il senatore Pazzaglini a cui, dopo le dichiarazioni spontanee ritenute evidentemente non credibili, il 14 gennaio scorso è stato notificato l’atto di sequestro preventivo del conto corrente.

Pazzaglini si è giustificato su Facebook: “Come molti sanno già sono stato denunciato. Per 1 anno su Facebook si sono susseguiti post sul fatto (sempre dagli stessi), ora è arrivato anche il primo atto d’accusa. Secondo il p.m. di Macerata avendo ricevuto una donazione come sindaco avrei dovuto versarla nelle casse del comune e rendicontarla secondo le modalità pubbliche. Per questo si è considerata irrilevante la contabilità che ho redatto, e che avrei depositato se avessi ricevuto un avviso di garanzia per le indagini in corso anziché averne notizia da Facebook”.

“Secondo i miei legali (Avv. Villa di Fermo e Avv. Giulianelli di Macerata) – prosegue Pazzaglini – avendo comunque io speso la donazione a favore dei destinatari, secondo le indicazioni avute dai donanti, il reato è escluso e confido di dimostrarlo nelle sedi opportune. Visto che non ho mai nascosto nulla della mia attività di Sindaco ho scelto di essere trasparente anche in questa vicenda per cui non interverrò ulteriormente se non dopo il giudizio di merito”.

https://www.democratica.com/focus/donazioni-sisma-sindaco-leghista-visso-indagato-peculato/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche

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Reddito di Cittadinanza, perché sarà un flop Maurizio Del Conte, presidente di Anpal, l’agenzia nazionale politiche attive lavoro, spiega: «L’intero sistema non regge»

Reddito di Cittadinanza, perché sarà un flop

Il Reddito di cittadinanza, il provvedimento simbolo della campagna elettorale per le elezioni Europee del Movimento 5Stelle, è venuto alla luce. È stato partorito nella serata di giovedì 17 gennaio al Consiglio dei Ministri, mentre le risorse erano già state accantonate con l’ultima legge di Bilancio. Gli italiani sborseranno 4,68 miliardi di euro (più altri due che erano già stati stanziati per il Reddito di Inclusione del precedente governo) per sostenere l’uscita di cinque milioni di persone (1,2 milioni di famiglie) dalla povertà assoluta. Il Reddito di cittadinanza riuscirà ad «abolire la povertà», come dice il vicepremier Luigi Di Maio, o si trasformerà nell’ennesimo sussidio garantito da uno Stato assistenzialista?

Ne parliamo con Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi di Milano e presidente in uscita di Anpal, l’agenzia nazionale per il lavoro, cioè l’ente cardine, quello che dovrà cercare le proposte occupazionali per i cinque milioni di italiani dell’Rdc.

La macchina di Anpal parte già zoppa perché, come abbiamo detto, il presidente è in uscita. O meglio, così c’è scritto nella Legge di Bilancio 2019, in base alla quale «entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della Legge di Bilancio (quindi entro la fine di gennaio) saranno nominati il presidente e il nuovo direttore generale di Anpal». Il motivo è presto detto, Del Conte ha più volte evidenziato le criticità del Reddito di Cittadinanza e manifestato perplessità sulle capacità dei Centri per l’Impiego, coordinati da Anpal ma in realtà gestiti dalle Regioni, di rispondere alle richieste di cinque milioni di italiani.

VEDI ANCHE:

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“Che sinistra è quella che chiama animale da divano chi spera nel reddito di cittadinanza?”

“Sono la figlia di uno di quelli che vengono chiamati scansafatiche: perché mio padre ha 50 anni e ha perso il lavoro. Siamo una famiglia di sinistra che non ha votato 5 Stelle, ma non si può insultare chi spera di poter vivere in modo dignitoso”. (Amica bella, per vivere in modo dignitoso ci vuole il lavoro, non assistenzialismo. E lavoro in Italia ce n’è da buttare, è che bisogna essere preparati e capaci: nessuno assume chi non sa far nulla. Nota mia)

Professore, quando decadrà il suo ruolo alla guida di Anpal?
«Ho appreso dalla stampa che, nel corso di un recente consiglio dei ministri, è stato avviato l’iter la nomina del mio successore, Mimmo Parisi. Ma ancora non mi è stato comunicato nulla a tal proposito».

Dunque, nell’attesa di una comunicazione ufficiale, ci racconta qual è la situazione che ha trovato in Anpal e i motivi per cui sarà difficile che i centri per l’impiego riusciranno a rispondere alle richieste occupazionali di cinque milioni di italiani?
«C’è una complessità di meccanismi burocratici che è quasi insuperabile. Per decidere qualunque cosa, per far partire qualunque processo, ci vogliono tempi autorizzativi che sono tre volte quelli che sarebbero connessi alla risoluzione del problema. Per assumere nuovo personale ci vuole almeno un anno. Altrettanto tempo è necessario per cambiare la struttura organizzativa. Perché ogni decisione deve passare dal ministero del Lavoro, poi da quello del Tesoro e dalle ragionerie. Tempi così lunghi influiscono sulle decisioni stesse e, talune volte, sembra più conveniente non fare nulla anziché intervenire con anni di ritardo. Di base c’è stato l’errore di immaginare Anpal come una struttura a costo zero, uno spin off del ministero del Lavoro. L’obiettivo era darle un assetto organizzativo autonomo, ma in concreto questa scelta ha impedito di fare investimenti sull’agenzia, come invece è avvenuto negli altri paesi. E quando costruisci un’agenzia che sottrae competenze al ministero, non ti puoi aspettare che quest’ultimo sia entusiasta della sua presenza».

Per uscire dall’angolo, infatti, è stata creata Anpal Servizi, una società di diritto privato con maggiore autonomia. È servita?
«È servita a ridurre l’inefficienza, anche se ha scatenato forti reazioni contrarie. Ho semplificato la struttura, riducendo da 19 a due gli obiettivi dell’agenzia, che si concentrano solo sui servizi per il lavoro e sulla transizione dalla scuola al lavoro. In questo passaggio ho trovato delle resistenze enormi».

L’altro gigantesco scoglio è stata l’incomunicabilità della rete informatica dei centri per l’impiego. Quando lei è arrivato in Anpal ogni centro utilizzava un proprio sistema informatico, che non comunicava con gli altri. Detto altrimenti, il Cpi di Catania non comunicava con quello di Napoli o Bolzano. Oggi qual è la situazione?
«Avere 550 centri per l’impiego che non dialogano tra loro significa non poter leggere e valutare il mercato del lavoro. Mi ero dato l’obiettivo di costruire un sistema informatico unico, ma era impossibile arrivarci per logiche di proprietà dei sistemi, di appalti locali. Siamo però riusciti a creare un modello unitario in cui c’è una interoperabilità tra i sistemi. Dunque, ognuno continua a utilizzare la propria infrastruttura informatica, ma i dati vengono caricati su di un sistema nazionale. Un lavoro complesso, non lo nascondo. Inoltre non è possibile avere uno storico delle informazioni e molto di quello che possediamo è parziale. L’obiettivo era creare un’agenzia federale, in grado di trasmettere le proprie misure e coordinate da Roma fino alle aree locali. Tuttavia non è stato possibile realizzarlo: tutto rimane su base regionale. Ciò che viene prodotto a livello nazionale svanisce, perché fagocitato dalle scelte territoriali. Un altro obiettivo era un piano di ristrutturazione dei centri per l’impiego per garantire servizi minimi, uguali per tutti sull’intero territorio nazionale, perché non è pensabile che in alcune aree il primo colloquio al centro per l’impiego avvenga dopo due anni dal primo contatto con l’utente. Anche qui, siamo molto lontani dal centrare il bersaglio».

Oggi un’opportunità ci sarebbe, visto che il governo ha stanziato delle risorse aggiuntive per potenziare i centri per l’impiego. Cosa non la convince?
«Il piano di ristrutturazione si può fare con alle spalle un progetto di rafforzamento delle strutture dei centri per l’impiego. Le risorse vengono utilizzate per far fronte all’aumentata platea degli utenti che si riverserà sui centri per l’impiego, ma assumere delle persone non basta per rinforzare i centri per l’impiego, servono anche formazione e mezzi adeguati. Sarebbe come costruire un piano aziendale senza un’infrastruttura. Non regge».

Si spieghi meglio.
«In Legge di Bilancio sono stati stanziati 120 milioni per quest’anno e 160 per gli anni successivi per assumere quattro mila dipendenti dei Cpi regionali. Oggi i dipendenti dei cpi sono otto mila in tutto, significa una crescita della forza lavoro del 50 per cento. Non si risponde, però, a domande banali, del tipo: dove le metto queste persone? Dove sono le scrivanie e i computer per farli lavorare? Inoltre, saranno assunti con i tempi che ciascuna Regione intenderà impiegare per indire i concorsi pubblici. Non c’è nulla, né nel decreto, tantomeno nella prassi, che ci possa dire che queste persone verranno assunte entro una certa data. Ogni Regione si darà i tempi che si dà: stimo anni».

Forse sarà possibile sopperire a questo problema con i famosi navigator?
«In Finanziaria c’è una norma che mette 250 milioni a disposizione per il 2019 e il 2020 alla contrattualizzazione di questi soggetti, che dovrebbero essere circa tremila. Sono persone di cui non conosciamo il profilo, che presumibilmente dovrebbero essere dei tutor, operatori dei servizi per l’impiego, saranno assunti da Anpal servizi. Anche qui mi domando dove andranno a lavorare, perché Anpal Servizi non ha spazi a sufficienza per far lavorare migliaia di persone. Se si riuscisse ad assumerli con un contratto co.co.co , dovrebbero lavorare ai centri per l’impiego locali, ma per farlo devono ottenere il nulla osta delle Regioni e quindi Anpal deve sottoscrivere una convenzione con queste ultime. Ma ancora prima Anpal Servizi dovrebbe occuparsi del reclutamento che, trattandosi di una società partecipata da un’agenzia pubblica, prevede una procedura di selezione per prove scritte e orali. Serviranno mesi per concludere l’iter di formazione. E tutto questo per soli due anni di lavoro di collaborazione, al termine del quale c’è il rischio che tutte queste persone facciano ricorso e chiedano la stabilizzazione del proprio ruolo».

Eppure i navigator potrebbero essere una risorsa per rimettere in moto il sistema dei centri per l’impiego?
«Il nodo della questione è che le aziende, quando cercano personale, non si rivolgono ai centri per l’impiego perché non ricevono alcun servizio. A un’azienda non interessa ricevere un elenco dei profili dei cpi, bensì una preselezione di curriculum coerente con la domanda di professionalità. I navigator, quindi, dovrebbero essere persone radicate sul territorio, conoscitori delle scuole e dei centri di formazione, delle aziende e delle loro esigenze. Inoltre, il navigator non può essere il formatore delle persone in cerca di lavoro, ma colui che le indirizza ai centri di formazione più adeguati rispetto alle richieste territoriali. In Anpal abbiamo realizzato un elenco delle qualifiche e delle professionalità che servono urgentemente nei cpi: servono orientatori, psicologi del lavoro, esperti informatici, esperti giuridici. Ma tutto questo non è stato minimamente valutato».

http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/01/21/news/reddito-di-cittadinanza-ecco-perche-sara-un-flop-1.330708?ref=RHRR-BE

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Se volete fasci ladri e truffatori sono tutti a destra. Guardate questa furbacchiona convinta che il mondo è pieno di idioti come loro.

A COLLEGNO

Torino, la deputata M5s vive in una casa popolare ma non ha segnalato il raddoppio del reddito

Celeste D’Arrando vive con la madre. È stata diffidata dall’Atc che le ha chiesto gli arretrati. Ora però l’ente dovrà verificare se con i guadagni da parlamentare rientra ancora nei parametri degli assegnatari di case popolari. Lei: «Salderò tutto»

Torino, la deputata M5s vive in una casa popolare ma non ha segnalato il raddoppio del redditoCeleste D’Arrando

Vive in una casa popolare nel Torinese, a Collegno, ma da quando il suo reddito è raddoppiato continua a pagare il vecchio canone d’affitto: 155 euro. Pur essendo deputata del M5S, Celeste D’Arrando abita insieme alla madre nel medesimo appartamento alle stesse condizioni di prima, quando lavorava in un call center. È una parlamentare dello stesso comune della sottosegretaria all’Economia Laura Castelli: è stata diffidata dall’Agenzia della casa di Torino dopo una serie di controlli per aver omesso nel 2017 di informare la «mutata situazione reddituale». La politica 5 Stelle fino a quell’anno dichiarava circa 7.500 euro.

 

Celeste D’Arrando con la concittadina di Collegno Laura Castelli

Celeste D’Arrando con la concittadina di Collegno Laura Castelli

E però proprio da quell’anno la sua dichiarazione dei redditi ha segnato un raddoppio delle sue entrate a oltre 13mila euro: e a quel punto avrebbe dovuto segnalare la variazione di reddito all’Atc. Ora l’agenzia l’ha richiamata annunciandole l’incremento del canone a 180 euro con la richiesta di saldare i mille euro di arretrati e di aggiornare la sua posizione alla luce del nuovo status di deputata (con relativi più alti emolumenti). Il prossimo anno, D’Arrando potrebbe quindi verosimilmente sforare i limiti previsti per l’assegnazione dell’alloggio popolare. La capogruppo M5s in Commissione Sanità non ha comunicato infatti il cambiamento di reddito avvenuto nel 2018, anno in cui è stata eletta alla Camera.

 La replica (ad mentula canis e solo perché ti hanno beccato, ladra! Nota mia.)

«Ovviamente salderò gli arretrati, ma tengo a specificare — dice a sua discolpa la deputata pentastellata — che ogni due anni l’Atc esegue un censimento socio-economico dei nuclei assegnatari delle case popolari per verificare se esistono ancora i requisiti per la permanenza nell’alloggio e per aggiornare i canoni di locazione. Censimento che abbiamo regolarmente fatto nel 2016 e che aspettavamo di fare anche nel 2018, proprio per comunicare anche la mia variazione di reddito in virtù del mio nuovo ruolo dopo le elezioni del 4 marzo 2018. Censimento che però non è stato ancora effettuato dall’Agenzia». Una versione che appare in contrasto rispetto a quanto previsto all’articolo 7 del regolamento attuativo della legge regionale numero 3, quella che regola in Piemonte l’assegnazione delle case popolari: «L’assegnatario è tenuto a comunicare all’ente gestore ogni incremento della propria situazione economica, anche al fine di consentire, a decorrere dal mese successivo a quello dell’avvenuta variazione, l’adeguamento del canone di locazione».

 

Il presidente Atc

Il presidente dell’Agenzia torinese per la casa, Marcello Mazzù, ha spiegato: «Facciamo da un minimo di 7mila fino a 15mila controlli all’anno, con cui nel 2018 è stato permesso un riconteggio dei canoni pari a 1,3 milioni di euro. Ero a conoscenza di questa vicenda visto la delicatezza legata alla persona coinvolta. Di più non posso e non voglio dire».

https://torino.corriere.it/politica/19_gennaio_21/torino-deputata-m5s-vive-una-casa-popolare-ma-non-ha-segnalato-raddoppio-reddito-809604ba-1d77-11e9-bb3d-4c552f39c07c.shtml?fbclid=IwAR03CBKWKOD5-0qisKT7QIAjlTXaJ9oTZbhe7y14DctPTLkQPSA0mzR6cp4

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Comunque noi italiani almeno un chiodo a Cristo lo abbiamo piantato. Altrimenti non si spiega come abbiamo fatto a crollare dal miglior governo di sempre al peggiore di tutti i tempi e di tutto il mondo.

Ma se questo ebete analfabeta totale non sa nemmeno se la Francia si trova in Cile o in Venezuela?!

Di Maio accusa la Francia di colonialismo, ambasciatore d’Italia convocato a Parigi

Il vicepremier: «La Ue ignora quello che fa in Africa, stampa il franco delle colonie con cui si fa finanziare parte del suo debito». (MA CHI GLIELI SCRIVE I TESTI A QUESTO EBETE, antonio ricci? Nota mia)
Renzi: «Ridicolizzano 70 anni di diplomazia»
PARIGI

«Dichiarazioni ostili e senza motivo». Dopo ventiquattr’ore di attacchi del vicepremier Luigi Di Maio contro la Francia, Parigi reagisce e, stupita e contrariata, convoca al ministero degli Esteri l’ambasciatrice italiana Teresa Castaldo: parole «inaccettabili» quelle del ministro a Cinque stelle, trapela da fonti del gabinetto del ministro per gli Affari europei, Nathalie Loiseau.

 

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