Come dice una mia amica, il nuovo ponte Morandi vedrà la luce quando il ladro #salvini ci restituirà i 49 milioni: MAI! A meno che non cacciamo a calci questa feccia e rivotiamo @matteorenzi

@matteosalvinimi, #luigidimaio. @DaniloToninelli dopo 40 giorni di nulla perché non andate adesso a Genova? Con la solita claque o senza: Andateci adesso dopo che avete irriso i morti, le loro famiglie e i genovesi tutti. Sai gli sputi e le monetine!

Risultati immagini per di maio, salvini e toninelli

Decreto Genova senza coperture, dopo la propaganda il caos

Il mistero delle cifre: il decreto arriva alla Ragioneria dello Stato senza indicazioni sulle risorse, mentre la città aspetta

 A oltre 40 giorni dal crollo del ponte Morandi, e dopo la babele di annunci da Toninelli a Conte, che di volta in volta hanno dato per imminente lo sblocco del decreto contenente le misure urgenti per gli sfollati e per la ricostruzione, a partire dalla nomina di un Commissario straordinario, scoppia un altro caso, con il mistero delle cifre sulle coperture delle misure contenute nel provvedimento.

Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa, alla Ragioneria di Stato il Dl sarebbe arrivato con dei puntini al posto delle cifre sui costi da sostenere, mettendo in tal modo i tecnici nell’impossibilità di valutare il provvedimento, che pertanto sarebbe stato oggetto dell’ennesimo stop.

Una circostanza in parte confermata dallo stesso Mef, con una nota attribuita a fonti del ministero, che chiarisce: “La Ragioneria generale dello Stato non ha bloccato il decreto, ma lo sta sbloccando. È opportuno precisare che il provvedimento è giunto alla Rgs senza alcuna indicazione degli oneri e delle relative coperture. I tecnici della Rgs stanno lavorando attivamente per valutare le quantificazioni dei costi e individuare le possibili coperture da sottoporre alle amministrazioni proponenti. Soltanto così il decreto può essere bollinato e trasmesso al Quirinale per la promulgazione”.

Al netto del mistero sulle cifre fantasma, una cosa appare certa: nonostante le promesse – ultima quella di Salvini di ieri, che aveva assicurato “il mio Dl al Quirinale domani, un’ora dopo quello su Genova”-, la città e gli sfollati dovranno attendere ancora. Mentre il Pd ha chiesto una riunione a oltranza del Consiglio comunale fino a che non arriverà il decreto “che tutta la città sta aspettando.

“Non più dilettanti allo sbaraglio ma pagliacci. Questo sono. Più di 40 giorni nessun piano e nessuna cifra. E Genova aspetta. Venite adesso. Perchè non vengono adesso a metterci la faccia?”, è stato il commento della parlamentare genovese del Pd, Raffaella Paita.

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Il ministrino della disoccupazione, che non ha MAI lavorato, è in tilt anche per 144 crisi aziendali che non ha idea di come risolvere. e’ COMPLETAMENTE NELLA MERDA E INSULTA IL PD, DANDOCI DEGLI ASSASSINI POLITICI (ma nascondendosi sempre sotto le gonne dell’immunità parlamentare. Che non dovrebbe valere per i reati comuni che commette questa feccia.)

Renzi e Poletti ne avevano risolto 12 mila. Per dire. E RISOLTE BENE.

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25 settembre 2018

Il vuoto del Governo sulle politiche del lavoro

Di Maio assediato da 144 crisi aziendali che non sa come risolvere e dalle brutte notizie sugli effetti del suo decreto ha scelto di attaccare il PD

 Quando Luigi Di Maio si sente circondato inizia a sparare. Assediato da 144 crisi aziendali che non sa come risolvere e dalle brutte notizie sugli effetti del suo decreto disoccupazione, ha scelto l’opzione più comoda e usuale. Ha attaccato il PD. Caricando la macchina del rancore, etichettando come “assassino politico” chi ha scritto e approvato le riforme nella scorsa legislatura. Ha calpestato la memoria dei giuslavoristi che in Italia sono stati ammazzati dal terrorismo politico, e messo in pericolo chi ancora oggi si occupa di questi temi.

Poi ci ha accusati per la scadenza a dicembre della cassa integrazione per 140.000 lavoratori. Ha evitato naturalmente di dire che è stato il PD a garantire quegli ammortizzatori nel 2015 fino ad oggi, stanziando le risorse necessarie e superando la previsione della legge Fornero che li avrebbe visti estinguersi nel 2016. Ma andiamo con ordine.

Nella scorsa legislatura il PD ha preso una direzione chiara: smettere di finanziare la disoccupazione e passare a finanziare l’occupazione, con le politiche attive del lavoro e l’abbassamento del costo del lavoro stabile, rendendo contemporaneamente gli ammortizzatori sociali davvero universali.

La NASPI e la DIS-COLL oggi rendono l’Italia il paese europeo con i sussidi di disoccupazione più inclusivi, che garantiscono un assegno fino a 1300 euro e si allargano a 1,3 milioni di persone che non avevano mai avuto alcuna tutela, fra cui anche i co.co.co., i dottorandi e gli assegnisti di ricerca. Ribaltiamo la propaganda del Ministro della disoccupazione: il Pd non ha mai abbandonato al loro destino i lavoratori delle aziende in crisi.

Abbiamo allargato per la prima volta il diritto a ricevere la cassa integrazione agli apprendisti e ai lavoratori delle piccole imprese, fra i 5 e 15 dipendenti, raggiungendo una platea potenziale di 600.000 aziende e 5,6 milioni di lavoratori. Abbiamo esteso la cassa integrazione nel triennio 2016-2018 nei casi in cui l’attività produttiva fosse cessata e ci fossero concrete prospettive di rapida reindustrializzazione e riassorbimento occupazionale: una norma di transizione per un nuovo sistema, più razionale, di ammortizzatori e politiche attive che avevamo iniziato faticosamente a costruire, una norma che oggi protegge quei 140.000 lavoratori fino al 31 dicembre e che nel frattempo ha consentito di investire risorse nella reindustrializzazione di tanti siti produttivi.

Scegliere come impiegare i fondi fra ammortizzatori e altre politiche del lavoro è stata ed è sempre una scelta politica, che si ripete ad ogni legge di bilancio. Ogni anno i governi e le maggioranze destinano fondi agli ammortizzatori sociali in base all’andamento dell’economia: noi lo abbiamo fatto per 5 anni rifinanziando e prorogando tutte le misure necessarie e concentrandoci sulle aree di crisi complessa.

Oggi quella scelta non spetta al PD, che pure l’ha già messa sul piatto nella discussione del milleproroghe, vedendosi bocciare un emendamento che stanziava 90 milioni per questi lavoratori. Quella scelta spetta al governo e a Luigi Di Maio e al suo governo, che continua a non volersi assumere questa responsabilità. Ha annunciato di aver inserito la cassa per cessazione nel decreto per Genova, del quale però, a 42 giorni dalla tragedia, nessuno ha notizia. I sindacati continuano a manifestare sotto il Ministero e in giro per l’Italia, chiedendo risposte che non arrivano.

A Di Maio chiediamo rapidità e soprattutto realismo, perché la cassa per cessazione deve essere utilizzata solo nei casi in cui davvero c’è speranza di riaprire gli stabilimenti. Altrimenti, le risposte che servono sono altre: si chiamano investimenti, riqualificazione e formazione continua, ricollocazione. Un sistema che accompagni il lavoratore dal posto perduto alle nuove mansioni create dall’economia digitale.

Non scorgiamo questo obiettivo nel reddito di cittadinanza, del quale si parla solo e sempre in funzione della cifra da destinare ora ai pensionati, ora ai lavori socialmente utili, ora a chi si trova sotto la soglia di povertà. Nessuno sa cosa sia realmente la base fondamentale del programma dei 5 Stelle. E il motivo per cui Di Maio spara ogni giorno ad alzo zero, è che non lo sa nemmeno lui.

https://www.democratica.com/focus/lavoro-dimaio-attacco-pd-risposte/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche
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OPS! Che vi dicevo? Non è la ragioneria dello Stato brutta e cattiva che blocca tutto, siete VOI cialtroni, analfabeti, cazzari e incapaci.

PONTE MORANDI

Decreto per Genova al palo,
‘non ci sono le coperture’

“E’ arrivato senza alcuna indicazione degli oneri”, affermano fonti del Mef, rilevando che i tecnici della Ragioneria lavorano attivamente per valutare le quantificazioni dei costi.  Oggi l’incidente probatorio per il crollo. In fila  i famigliari delle vittime, gli avvocati e alcuni dei 20 indagati.

Crollo ponte: incidente probatorio, code davanti tribunale © ANSA

http://www.ansa.it/liguria/notizie/2018/09/25/crollo-incidente-probatorio-a-genova_bfcc21ed-22bb-4f6f-93fa-435114dfb3b0.html

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Ma siamo sicuri che tutti questi asini abbiano studiato in scuole normali? In classi per bambini normodotati, dico… Non sembra affatto. O sono tutti ubriachi da mattina a sera?

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25 settembre 2018

Le politiche senza senso di Giulia Grillo: l’obbligo solo per il morbillo, non per l’esavalente

Sui vaccini abbiamo sentito di tutto da quando la grillina è diventata ministra. Questa probabilmente è la più grave e pericolosa in assoluto

 Non c’è nulla di più grave e più dannoso di un governo che stabilisce leggi e obblighi senza essere preparato ma solo per non scontentare nessuno. Un esempio eclatante è la politica sui vaccini portata avanti dalla ministra della Salute Giulia Grillo.

Prima sembrava che si volesse tornare indietro sull’obbligo, poi l’autocertificazione per l’iscrizione a scuola (che in sostanza significa indebolire il senso dell’obbligo), poi le classi separate per i bimbi immunodepressi che secondo i Cinque Stelle e la ministra dovrebbero vivere una vita relegati in casa e in un’aula per evitare di prendere malattie e permettere ai bambini non vaccinati di frequentare liberamente la scuola.

L’ultima della ministra, intervistata a L’aria che tira, è che l’obbligo deve rimanere per il morbillo, mentre si può togliere per l’esavalente che diventerebbe solo la raccomandazione. Stiamo parlando, per capirci, del primo vaccino che si fa ai neonati, composto da anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b. Un vaccino salvavita perché protegge i neonati da malattie mortali o gravemente invalidanti.

Questa è la politica a rovescio. Questo è un governo che riserva un trattamento di favore a coloro che mettono in pericolo la salute della collettività e non i più deboli, quelli da difendere.

https://www.democratica.com/focus/vaccini-grillo-obbligo-morbillo-esavalente/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche

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#dimail sta a @EmmanuelMacron come #valeriamarini sta a #SophiaLoren. Entrambi non hanno idea di quello che dicono e che fanno. Il nulla alla ribalta.

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25 settembre 2018

Di Maio paragona i conti francesi a quelli italiani. Ma non sa di cosa parla

Il vicepremier chiede di poter godere dello stesso trattamento di cui gode Parigi, ma ignora che le due economie hanno numeri completamente diversi

 Diciamolo subito. Umanamente capiamo Luigi Di Maio. Ha promesso le stelle in campagna elettorale, ha sparato cifre di cui non conosceva minimamente l’entità, ha fatto un governo con la Lega partendo da una posizione nettamente maggioritaria e ha finito per raschiare il fondo del barile, facendo minacciare i funzionari del Mef dal suo portavoce, e aggrappandosi a qualsiasi cosa pur di recuperare un po’ di quel protagonismo che gli è stato sottratto da Salvini in questi (disastrosi) mesi di governo. E così il nuovo obiettivo diventa la Francia di Macron. Che per certi versi è da biasimare, per altri è da imitare. Come quando il guappo di Pomigliano chiede all’Europa di poter godere dello stesso trattamento di cui gode Parigi in materia di politiche economiche e fiscali.

In queste ore il presidente francese sta pianificando un bilancio che consentirà il contenimento delle spese, offrendo sensibili riduzioni fiscali per famiglie e imprese. Il bilancio del 2019 è il primo da quando la Francia ha annunciato quest’anno di aver portato il suo deficit fiscale sotto la soglia Ue del 3%, come sottolinea il Financial Times, e Bruno Le Maire, ministro delle Finanze, ha detto che c’è ancora bisogno di ridurre ulteriormente il deficit con un passaggio del disavanzo del prodotto interno lordo dal 2,6% di quest’anno al 2,8% nel 2019. E’ davanti a queste cifre che il capo politico del Cinque Stelle protesta: perché alla Francia è permesso di arrivare così vicino allo sfondamento de tetto imposto dall’Ue, mentre l’Italia è costretta a tenersi sotto la soglia del 2%?

La risposta è abbastanza semplice, così come è abbastanza superficiale il modo in cui Di Maio ha posto la questione. Ma, come insegnano i comunicatori, quelli bravi, molto meglio dire cose facili, anche se prive di fondamento, che entrare nel merito di ciò che si sta dicendo.

Primo punto: il debito della Francia, quest’anno, è al 96,4 per cento del Pil, il nostro è al 130,7 per cento. Lo spread dei titoli di Stato francesi con il Bund tedesco è a 32 punti base, il nostro è a 250. Le previsioni di crescita per Parigi nel 2019 sono all’1,7%, a Roma all’1%. Tutto questo dovrebbe essere sufficiente a capire che stiamo parlando di due cose differenti. La riforma di Macron, inoltre, è molto più complessa della semplice introduzione del reddito di cittadinanza o della flat tax, prevedendo non pochi sacrifici per i dipendenti pubblici e andando ad aumentare alcuni fattori come benzina e sigarette.

D’altronde, alla domanda di Di Maio – se l’Italia può permettersi di alzare il deficit fino al 2,8% – ha già risposto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, quando ha osservato che finanziare il reddito di cittadinanza e la flat tax con il deficit e non con tagli di spesa e nuove entrate, il conto si scaricherebbe sui contribuenti.

https://www.democratica.com/focus/maio-paragona-conti-francesi-italiani-non-sa-cosa-parla/?utm_source=onesignal&utm_medium=notifiche

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Il merdaviglioso mondo alla rovescia dei fascisti incompetenti grillini e della lega ladrona.

NON SI CACCIANO I LADRI, I PARASSITI, I FURBETTI E I FARABUTTI: SI CACCIA CHI LI DENUNCIA.

 

Roma, per la “pasionaria Atac” arriva la lettera di licenziamento

Roma, per la "pasionaria Atac" arriva la lettera di licenziamento

Micaela Quintavalle, l’autista Atac e sindacalista licenziata dall’azienda del trasporto pubblico romano 

La decisione dell’azienda del trasporto pubblico romano dopo 128 giorni sospensione per una sua intervista rilasciata a Le Iene. La sindacalista-autista da anni denunciava i guasti del servizio cittadino e le cause delle decine di vetture andate a fuoco mentre sono in servizio.

Dopo 128 giorni di sospensione è arrivata la lettera di licenziamento. Con un video pubblicato sul proprio profilo Facebook, Micaela Quintavalle, la sindacalista dell’Atac, l’azienda del trasporto pubblico romano, finita nell’occhio del ciclone dopo la sua intervista alle Iene pessime condizioni delle vetture Atac e sui casi dei tanti autobus andati a fuoco a Roma, ha raccontato di aver ricevuto ufficialmente la lettera di licenziamento da parte dell’azienda.

La protesta Atac in Campidoglio, parla la pasionaria Micaela Quintavalle

“E’ appena arrivata la lettera – dice cercando di trattenere le lacrime -. Comunque nel male si è usciti dal limbo, dall’empasse. In questo modo, dopo 128 giorni di sospensione nei quali non ho potuto lavorare e dove ho potuto vivere grazie alle vostre donazioni, posso riprendere in mano la mia vita. Ovviamente fa male, non ho idea di quello che accadrà adesso. Impugnerò questo licenziamento. Paradossalmente ho sempre amato questa azienda e mi sono sempre mossa a difesa. E’ tutto assurdo. Oggi sono solo lacrime, domani tornerò acciaio”.

Sapienza, la pasionaria Atac inaugura l’anno accademico

https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/09/25/news/roma_per_la_pasionaria_atac_arriva_la_lettera_di_licenziamento-207310284/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

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Quando ho scritto che a Tempio c’erano giudici corrotti, gente che dava retta alle diffamazioni di antonio ricci nei miei confronti, ma condannavano me per aver scritto la verità, mi hanno minacciato di querela. LADRI E PIDUISTI.

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari

Case e ville comprate per poco e rivendute a prezzi da capogiro. Così un gruppo di toghe in Sardegna lucrava sulle gare e sulle speculazioni edilizie

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari

Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo.

Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato «per persona da nominare». Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari). La villa, grazie alle «gravi falsità» contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro. Un ribasso ottenuto con «vizi macroscopici nella procedura di vendita»: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni.

Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase. Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire. Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: «Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville», nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: «Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte».

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: «In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa».

La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una predisciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: «Lavicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro». Una questione su cui «ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura».

Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma.

Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: «La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso».

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno.

Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e – come detto – padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi.
Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/04/10/news/i-magistrati-furbetti-che-fanno-affari-con-le-aste-immobiliari-1.320423

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