Gabanelli, sottoscrivo tutto. Anche perché sono le cose che ripeto e scrivo da almeno 25 anni.

 

ai, nomine dei manager pubblici in base a esperienza e risultati: la ricetta per un vertice lontano dai partiti

La scelta di dire no Riforma della Rai e nomine, il nome della sottoscritta è stato tirato in ballo per un incarico: ringrazio e declino. Fuori quelli che passano più tempo nei corridoi che alle loro scrivanie

di Milena Gabanelli

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«Se facciamo quello che dobbiamo fare torneremo ad essere un Paese guida» lo ha detto il presidente del Consiglio una settimana fa. Si riferisce alle riforme, sacrosante e urgentissime, ma che possono anche diventare inutili se non si azzerano i criteri di reclutamento della classe dirigente che dovrà attuarle. Il senso di sconfitta che attraversa tutti i settori si manifesta così: «Devo dialogare con un burocrate che non capisce di cosa sto parlando!» Lo scrivono alla mia redazione i commercianti, i lavoratori autonomi, gli avvocati, gli imprenditori, gli insegnanti, e tutte quelle persone di buona volontà, grazie alle quali, ogni giorno, con sempre maggiore fatica, l’Italia riesce a mettersi in moto.

Partiamo dalla riforma della Rai. «Fuori i partiti» è stato il solito e inutile ritornello, e infatti sono di nuovo tutti dentro. La sottoscritta è stata tirata in ballo, ringrazia, e declina. Dunque la Rai, con i suoi 11.000 dipendenti e un enorme indotto, non è solo un’azienda che ha bisogno di essere organizzata in modo più produttivo, rappresenta ben altro: sui suoi canali transitano ogni giorno 37 milioni di persone con una media di 10 milioni che si fermano sulle sue prime serate. Questo vuol dire che influenza una consistente fetta di popolazione, ma non ha «peso» nella creazione di consapevolezza, proprio perché la lottizzazione la priva del concetto di obbiettività, oltre a gravarla di costi insostenibili. Il direttore generale uscente ha avviato un progetto che dovrebbe, in prospettiva, approdare ad un unico, autorevole e indipendente telegiornale nazionale, come avviene in tutte le tv pubbliche del mondo democratico. Una riforma epocale che rischia di trasformarsi in orrore se chi dirigerà questa newsroom non avrà una indiscussa esperienza sul campo, e quell’indipendenza dalla politica necessaria a garantire il pluralismo. La scelta di questa figura cruciale se la sobbarcherà il nuovo direttore generale, che avrà anche i poteri di un amministratore delegato. E chi nominerà questo supermanager? Se fossimo un Paese moderno se ne occuperebbe un comitato di esperti estraneo ai partiti, invece sarà di nuovo il presidente del Consiglio.

 

 

Tutto è perduto quindi? Non è detto, se si atterrà ai requisiti scritti sulla carta:
1) Esperienza pregressa in incarichi di analoga responsabilità nel settore pubblico o privato.
2) Autorevolezza adeguata all’incarico.
3) Assenza di conflitti di interesse.
4) Esperienza nel settore economico-industriale o nel settore di riferimento, nei quali abbia raggiunto performance positive in posizioni di responsabilità di vertice.

Questo ultimo punto è la vera novità: siamo pieni di soggetti con incarichi pregressi assegnati «in amicizia», mentre la valutazione in base ai risultati raggiunti lascia poco spazio alla discrezionalità: o ci sono, o non ci sono. Quindi alcuni nomi dati per papabili dovrebbero rimaner fuori, a partire dall’amministratore delegato di H3G Vincenzo Novari. Non risulta che la società da lui amministrata da oltre 10 anni abbia avuto performance positive. Oltre ad avere un debito con la Rai di circa 15 milioni di euro per diritti non pagati, comprensivi di more e interessi. Nemmeno Patrizia Grieco ha prodotto risultati degni di nota negli anni della sua gestione in Olivetti. Bassanini, a parte l’età, sarebbe un po’ lontano dal settore di riferimento. Comunque la vera intenzione del premier si misurerà proprio sul nome che tirerà fuori dal cilindro, da cui discende la nomina dei direttori di testata, di rete, di struttura, dal capo del palinsesto (che decide come esporre i prodotti: se è bravo li valorizza, se non lo è li uccide) a tutte le figure apicali e intermedie, che hanno il compito di far funzionare la macchina, o di bloccarla se sono incapaci. Si potrebbe aggiungere un altro criterio di selezione dei manager pubblici: escludere gli aspiranti che passano più tempo nei corridoi e convegni organizzati dai partiti, che alle loro scrivanie. Una buona operatività richiede presenza a tempo pieno, e anche questo è misurabile. Abbiamo un bisogno disperato di invertire la rotta.
Se non abbiamo più una compagnia aerea non è colpa del mercato, ma di amministratori delegati che definire «deboli» è un gesto di clemenza. Da Fiumicino oggi si fugge, grazie anche alla società AdR, concessionaria dello Stato, dove si rimpallano sempre gli stessi.

Non sappiamo come finiranno le cronache giudiziarie che coinvolgono i vertici Eni, ma quando nel 2005 è stata affidata a Scaroni, era una delle più performanti compagnie petrolifere al mondo; come l’ha lasciata nel 2014 è noto. A salvare Roma dalla deriva è stato proposto Marino. Cosa poteva fare di diverso il chirurgo? Ed è un errore, a mio parere, rendere ubiqui il deputato Causi e il senatore Esposito, mandati rispettivamente a fare il vicesindaco e l’assessore ai trasporti del Comune di Roma. Saranno bravissimi, però le giornate sono fatte di 24 ore anche per loro, e sarà complicato far bene le due cose.

Mauro Masi quando è approdato alla direzione generale della Rai, non si era distinto come manager. Ha lasciato la Rai un po’ peggio di come l’aveva trovata, ma è stato subito piazzato a fare l’amministratore delegato della Consap, la Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici, dove, stando a quel che scrive l’ Espresso , non sta esattamente brillando. La Consulta ha dichiarato a fine marzo illegittimi gli incarichi dirigenziali per 800 funzionari dell’Agenzia delle entrate. Il rischio è di perdere 5 miliardi provenienti dagli accertamenti. Ma chi ha firmato quelle promozioni non lo sapeva che la legge prevede il concorso? Se invece era giusto valorizzare l’esperienza interna perché il legislatore non è intervenuto?
A settembre riaprirà «la buona scuola» con i presidi-manager. Sacrosanto. Il problema è che quei presidi sono arrivati in cattedra attraverso un concorso che non li ha selezionati per la funzione che ora dovranno svolgere. Andrebbero riselezionati, ma questo richiede investimento sul lungo periodo, dove i risultati li coglierà il successore di Renzi.

È utile chiedersi cosa stiamo facendo noi cittadini, oltre a naufragare in un lamento collettivo, per pretendere interlocutori all’altezza dello stipendio che gli paghiamo.
Quale reazione si sarebbe innescata se alle ultime elezioni quel 40% di cittadini che è rimasto a casa, indifferente o indignato, fosse andato civilmente al seggio ad esprimere il proprio dissenso annullando la scheda? Non è mai successo e quindi non lo sappiamo; magari i partiti, considerata la «vicinanza» dei cittadini alla politica, tornerebbero a darsi da fare nella formazione dei quadri, e i governi sollecitati a fare concorsi veri e a pescare i manager brillanti. Il Paese li ha, basta non cercarli nei salotti, ma nella solitudine dei loro uffici.

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“Liberalizzazioni, voto rinviato a settembre per i troppi emendamenti dei bimbiminkia idioti e sfascisti”

Insomma, queste teste di cazzo non vogliono davvero che il Paese si modernizzi e cresca. Ma nonostante le loro mattane, Renzi va avanti. La setta è giustamente terrorizzata da Renzi e dal suo lavoro certosino. Più riforme fa il governo, più l’Italia migliora e meno cazzate potranno sparare le sanguisughe per oscurare il Premier. E, al momento opportuno, prima delle urne, mentre questi cialtroni continueranno coi loro slogan deliranti, ma con un NULLA DI FATTO, Renzi potrà spiattellare riforme su riforme, dati positivi, parametri di crescita mai visti e gli italiani, vista la loro vita migliorata, manderanno a cagare questa feccia.

Ad esempio, solo oggi due nuovi passi fondamentali:

Rai, ecco il nuovo Cda: sfilata la Rai alla cosca berlusconiana dopo 21 anni!

Pa, la riforma Madia è legge
Le principali novità: schede. La vita sarà più semplice, si tagliano migliaia di sprechi, si impediscono nuove porcate come quelle di Roma Capitale, etc.

LARGO ALLA CULTURA.

BENI CULTURALI

Arena Colosseo
e Grandi Uffizi: 
dal ministero 

36,5 MILIONI

 

Gli italiani lo aspettavano dal 1948 un governo così. Ricordate che 18 mesi fa ERAVAMO FALLITI!


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“La riforma della PA è legge,sì del Senato con 145 voti a favore e 97 no” Nessun governo, dal ’48, aveva reso tanto.Riforme migliorano ITA.

Scure su partecipate e prefetture: stretta sui dirigenti pubblici e più poteri all’Inps in caso di assenze per malattia. Nella delega al governo anche novità per il settore digitale e i concorsi.

Dai dirigenti ai forestali, la rivoluzione della Pa

 

Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione (lapresse)

MILANO – L’aula del Senato ha approvato in via definitiva il ddl di deleghe al governo sulla riforma della pubblica amministrazione. I sì sono stati 145, i no 97, nessun astenuto. Maggioranza a favore del testo, contrari le minoranze e anche il nuovo gruppo dei verdiani Ala. Ecco i principali capitoli della riforma della P.A.

Stretta su dirigenza. Anche i capi diventano licenziabili se valutati negativamente. Ma pur di non essere mandati via potranno optare per il dimansionamento. Gli incarichi non saranno più a vita (4+2 anni) e scatta la revoca in caso di condanna della Corte dei Conti. A proposito è stato aggiunto un intero articolo dedicato al processo contabile.

Dirigenti in un unico bacino. E’ previsto un solo ruolo (seppure diviso su tre livelli: statale, regionale, locale) senza più distinzione tra prima e seconda fascia. Si va verso una quota unica (intorno al 10%) per l’accesso di esterni. La figura del segretario comunale è superata.

Concorsi, addio voto minimo di laurea. Non ci sarà più una soglia sotto la quale si è fuori dalle selezioni pubbliche. L’obiettivo è dare più importanza alla valutazione in sede di concorso. Nelle prove non mancherà mai un test sull’inglese.

Licenziamenti più facili. Quando scatta un’azione disciplinare non si potrà più concludere tutto con un nulla di fatto, la pratica dovrà essere portata a termine senza escludere il licenziamento. Quanto alla diatriba sull’articolo 18, la reintegra resterebbe.

Azzenze, poteri all’Inps. Niente più finti malati. Per centrare l’obiettivo le funzioni di controllo e le relative risorse passano dalle Asl all’Inps. Vengono poi posti dei paletti per il precariato. C’è anche un passaggio per favorire la staffetta generazionale, ma a costo zero. Nasce la Consulta per l’integrazione dei lavoratori disabili.

Maglie più larghe per pensionati Pa. Il tetto di un anno vale solo per i ruoli direttivi. Le altre cariche sono comunque consentite, ma resta il vincolo della gratuità.

Addio alla Forestale. Il ddl pone le basi per l’assorbimento della Forestale in un’altra forza (con tutta probabilità i Carabinieri), così da portare i corpi da 5 a 4. Si prevede inoltre un riordino di tutte le forze.

Scure su partecipate. Verranno ridotte e si prevede un numero massimo di “bilanci in rosso” dopo cui c’è la liquidazione, possibile anche il  commissariamento. Si prevede il dimezzamento delle camere di commercio.

Sforbiciata su prefetture. Si va verso un taglio netto che potrebbe portare anche a un dimezzamento, quel che ne rimarrà andrà a finire nell’Ufficio territoriale dello Stato, punto di contatto unico tra P.A. periferica e cittadini. Si farà piazza pulita degli uffici doppioni tra ministeri e Authority. Si tratta di interventi di Spending Review che si ritrovano anche nella riduzione alla spesa per intercettazioni.

Pratiche dimezzate per grandi opere. Un ‘taglia burocrazia’, al fine di semplificare ed accelerare, fino al dimezzamento dei tempi, le operazioni in caso di rilevanti insediamenti produttivi, opere di interesse generale. Scatta la possibilità di attribuire poteri sostituitivi al premier.

Silenzio assenso tra amministrazioni. In caso di contese tra amministrazioni centrali su nulla osta e altri concerti sarà il premier a decidere, dopo un passaggio in Cdm. E’ fissato anche un tetto per ottenere il sì: massimo 30 giorni, che diventano 90 in materia di ambiente, cultura e sanità. Sulla stessa linea le misure per sbloccare la conferenza dei servizi.

Ghigliottina sui decreti. Una forbice che mira a sbrogliare la matassa di rinvii a provvedimenti attuativi. Tutto passa per una delega al Governo, chiamato a fare una cernita sugli ultimi tre anni (esclusi i dlgs).

Poteri a Palazzo Chigi. Verranno precisate le funzioni di Palazzo Chigi per il mantenimento dell’unità di indirizzo. Un rafforzamento della collegialità che si ritrova anche nelle nomine di competenza, in modo che le scelte passino per il Cdm. La delega riguarda pure la definizione delle competenze in materia di vigilanza sulle agenzie fiscali (come le Entrate).

Statuto e nuovo capo per Pa digitale. Arriva la ‘carta della cittadinanza digitale’, con il Governo delegato a definire il livello minimo di qualità dei servizi online. A guidare la svolta digitale ci penserà un dirigente ad hoc.

Bollette elettronica da pagare con sms. I pagamenti verso la P.A, come bollette e multe, potranno avvenire anche ricorrendo al credito telefonico (ricaricabili o abbonamenti) purché si tratti di micro-somme (presumibilmente sotto 50 euro). Il versamento potrà quindi essere eseguito con un semplice sms.

Freedom of information act italiano. Tutti avranno il diritto di accedere, anche via web, a documenti e dati della P.A. Si spalancano gli archivi pubblici, ma restano dei limiti.

Numero unico per le emergenze. Basterà chiamare il 112 per chiedere aiuto in ogni circostanza. L’idea è quella di realizzare centrali in ambito regionale che, raccogliendo la richiesta, siano in grado di smistarla al servizio interessato.

Un solo libretto per auto. Si apre al trasferimento del Pubblico registro automobilistico (Pra), retto dall’Aci, al ministero dei Trasporti, a cui fa capo la Motorizzazione. Si va infatti verso un’unica banca dati per la circolazione e la proprietà, con un solo libretto.

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