Il cane e il pane.

Sono uscito col cane

Per comprare il pane

E non sono più tornato.

Ora vivo col cane

Vicino a un torrente

Senza conto corrente

Senza le tue stronzate

Senza troppe boiate.

Vorrai ammettere

Che messo alle strette

Come scusa è migliore

Che

“SCENDO A COMPRARE LE SIGARETTE”.

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No, capo, no documenti…

NO CAPO, NO DOCUMENTI.

Io stare a tavola con mia famiglia

Quando scoppiato parapiglia:

tanti terroristi molto armati

entrati in mia casa

feroci e drogati.

Forse Boko Haram, forse non so

E io non sapere cosa far

Gridavano “Allah-u akbar!”

“Allah-u akbar!” “Allah-u akbar!”

Danno me molti colpi di Kalashnikov

A mia testa, uccidono mia moglie

E sfogano loro voglie.

Violentano mie bambine

Vedevo stravolte le faccine.

Poi

A colpi di machete

Tagliano a pezzi i miei figli

A pezzi

 Come conigli.

Io mi risveglio in quel macello e scappo

Da quel bordello.

No tempo per cercare documenti

Tu solo ti tormenti

Per tua vigliaccheria

Di padre amato,

ma disarmato.

E io scappa, scappa, scappa.

Nottate di deserto

Giornate tutte a piedi,

senza rimedi

per le mie piaghe

per la mia sete

che voi non conoscete.

Ogni villaggio incontrato

Sempre lavorato

Sempre insultato

E poco pagato.

Poi arrivi a Libia

Che non è l’Emilia.

E fame e torture

E notti di pianti

Ma non per le botte

I pianti di notte

Ma notti di veglia

Per mia famiglia

Che non c’è più

E io pregare a lassù.

Ora sono qui,

schiavo tra altri schiavi

trattato ancora male

in un lager amorale.

E dopo, come liberazione

Arriva barcone.

Trecento scheletri

Per molti kilometri

Di mare.

Non posso abbandonare

Non posso stare male.

Trecento scheletri

Per barca pochi metri

Trecento moribondi

Che ti aggrappi o sprofondi

In mari sconosciuti

In mari profondi.

E dopo tanti giorni

Tante notti a sperare

Di non affogare

 Arrivi a Lampedusa

E quello in divisa ne abusa

Ti accusa

Insulta tua testa confusa.

“Non hai documenti!”

No, non ho documenti, fratello

Sono appena scampato a un macello.

E allora prigione

Senza ragione

Solo per legge razzista

Di sovranista.

E niente avvocato

Per povero negro

Appena scampato

Alla morte

Appena scampato a un macello.

Che brutta sorte, fratello!
Ti vesti da lupo e sei agnello.

Ti voglio vedere al mio posto

Subire anche un minimo torto

nemmeno due giorni

E sei morto.

Ma vedi, fratello

Non so darti torto

Tu

sei nato già morto,

come tutti i razzisti

come tutti i fascisti.

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«Io, comico irriverente cancellato dal potere»

L’artista di Santa Giusta Lucio Salis, diventato famoso negli Anni 80 per la frase «Cappitto mi hai?», racconta lo scontro col Quirinale e la cacciata da Mediaset. «Rifiutai di partecipare al progetto di Forza Italia e da allora sono fuori»

DI PIERO MANNIRONI

22 LUGLIO 2013

OLBIA. I potenti hanno paura della satira perché niente è più irriverente ed eversivo del sorriso. Che può frantumare i bastioni della paura, rendendo ridicolo, e quindi umano, il potente. Il sorriso è infatti capace di scomporre gerarchie sociali e indebolire il “sistema”, che viene sezionato e raccontato con le parole acuminate dell’ironia. Ecco perché il potere non tollera la satira e, quando può, cerca di cancellarla. Il sistema è semplice e violento: si impedisce l’accesso al palcoscenico e così si “ruba” la platea. E allora per chi fa satira diventa inutile parlare, perché tanto nessuno ti può più sentire. Poi, ci penserà il tempo a cancellare tutto. Così è accaduto molte, troppe volte. Così è accaduto a Lucio Salis, oggi 66 anni, sardo di Santa Giusta, artista ingiustamente dimenticato.

Lui, autore e attore, eclettico e vulcanico organizzatore di eventi e inventore di personaggi, è scomparso da anni nel nulla. Dimenticato, rimosso. «Preferisco dire epurato e condannato al silenzio» dice lui con un sorriso triste nel suo piccolo appartamento di Golfo Aranci. Lucio Salis non è stato una meteora, una fortunata invenzione della tv berlusconiana degli anni Ottanta. È infatti un uomo che è arrivato al successo dopo un lungo e complicato percorso artistico. Raggiunge la grande notorietà però solo negli anni Ottanta, quando entra nel tempio del cabaret televisivo di Antonio Ricci: Drive in.

La trasmissione diventa presto un fenomeno di costume e lui, Lucio Salis, è una delle stelle del programma. Inventa un personaggio che “buca” il video: il sardo che commenta il costume e la politica del Belpaese con battute al fulmicotone, irriverenti e graffianti. Una sorta di Bertoldo moderno, arguto e candido, che fustiga i potenti con una satira corrosiva e che, con lo sberleffo, cattura la risata. Salis condisce le sue scorribande verbali con una battuta ricorrente con la quale, ammiccante, lancia un messaggio di complicità al pubblico: “Cappitto mi hai?”. Un refrain che diventa presto un tormentone. Quando c’è lui gli ascolti si impennano e la concorrenza della Rai viene stracciata. La consacrazione arriva con il telegatto d’oro.Quella di Lucio Salis è una rivoluzione nell’universo della comicità italiana. Perché con lui la satira irrompe nella politica, fino ad allora uno spazio considerato tabù. Almeno nel piccolo schermo. Sono gli anni del craxismo rampante, del consolidamento del potere di Cossiga e nei quali Berlusconi si afferma come imprenditore di successo. E l’inizio della fine è proprio in quegli anni di successo folgorante. Lucio Salis ha purtroppo due soli padroni: il pubblico e la sua autonomia intellettuale. Il compromesso è un metodo che non gli appartiene. Tra le sue “invenzioni” nasce la caricatura della zia di Cossiga, Tzia Peppa. L’obiettivo è ovviamente l’inquilino del Quirinale che però si irrita per le battute e le gag di quel sardo che, nella trasmissione Striscia la notizia, lo punzecchia e lo irride.

«Mi ricordo che un giorno mi telefonò Sergio Berlinguer – dice Salis –, segretario generale del Quirinale. Con molta cortesia, ma anche decisione mi disse: “Al presidente non piace quello che stai facendo. E poi, tra sardi… sai non è bello”. Io ovviamente continuai e le pressioni si spostarono su Berlusconi. Lui si fece due conti: gli costavo due milioni lordi la settimana e gli portavo contratti pubblicitari per miliardi. Poi seppi che si era messo di mezzo anche Craxi che malsopportava le mie battute sul Psi. Allora Berlusconi mi fece chiamare da Ricci e mi propose di sospendere la mia partecipazione a Striscia la notizia. In cambio, mi offrì contratti per 28 miliardi di lire in tre anni. Come attore, autore e regista di miei format televisivi. Come se non bastasse, avrei avuto un supporto nella realizzazione di due miei film».

«Ma c’era un ma – continua Salis –, una condizione: sarei dovuto diventare uomo-immagine e promotore della nascente Forza Italia. Sì, perché cosa che pochi sanno, il progetto di creare un soggetto politico risaliva a quegli anni, molto prima, dunque, del 1993. Io dissi no. Era come un mettermi le catene, omologarmi a un mondo che io attaccavo tutti i giorni con la mia satira. Era come chiedermi di tradire me stesso… E rifiutai. Fui così cancellato, “epurato”. Di più: non mi pagarono neppure un centesimo. La cosa che più mi ferì fu il metodo che utilizzarono per azzerarmi. Ai giornalisti che mi cercavano a Mediaset facevano rispondere: il signor Salis non lavora più con noi perché è scappato senza pagare l’albergo. Alcune grandi firme come Beniamino Placido e Leandro Palestini chiesero stupiti: “E da quando in qua una vostra grande star si deve pagare l’albergo qui a Milano?” “Non lo so – rispondevano le segretarie – mi hanno detto di rispondere così”».

Lucio Salis continua: «Dopo sei mesi feci causa, ma accaddero cose molto strane in quel periodo. Alla fine mi fecero firmare due chili di carte e mi diede un assegno da 24 milioni. Tutto finito, tutto qui. A oggi, Silvio Berlusconi mi deve qualche milione di euro, 22 anni di vita, una famiglia e la mia dignità».

Da allora comincia la caduta. Anche il sogno di creare un grosso centro di produzione cinematografica in Sardegna si arena. «Era il 1988-1989 – dice Salis –. Era un’avventura affascinante che avrebbe meritato successo. Il progetto era quello di creare una cittadella del cinema e della musica in uno dei posti più belli della Sardegna. Io sono stato sempre convinto che se i Beatles avessero inciso i loro dischi non ad Abbey Road, ma altrove, il loro successo sarebbe stato identico. Perché non è importante dove tu fai una cosa, ma come la fai. Ci misi tutto quello che avevo, circa due miliardi di lire, nella “Cooperativa cinemazione”. Poi la Regione, che mi aveva garantito l’appoggio, fece un passo indietro. Mi dissero: si prenda questo miliardo e 300 milioni e se ne torni in Continente. Era la fine. Da allora non mi sono più ripreso».

Comincia così la parabola discendente, anche se Lucio Salis cerca di trovare spazi nel mondo del cinema. Un mondo che conosce molto bene, visto che negli anni precedenti aveva avuto contatti e frequentazioni con mostri sacri come Federico Fellini, Sergio Leone e Ugo Pirro. Ad aprirgli le porte del cinema era stato Nanni Loy che lo aveva introdotto in “Cinema democratico”.

Con Renato Pozzetto gira “Porca Vacca” per la regia di Pasquale Festa Campanile e “Baciami Strega” di Duccio Tessari. Partecipa poi al remake di “Cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Giuliano Montaldo, andato in onda su Rai3, interpreta alcune puntate di “Classe di ferro” di Bruno Corbucci ed è protagonista di “Sos laribiancos”, i dimenticati, di Piero Livi. Ma si fa notare soprattutto in Magnificat di Pupi Avati, che si merita una nomination al festival del cinema di Cannes. Nel mentre si esaurisce la sua collaborazione con la Rai, dove era entrato grazie a Nanni Loy che lo aveva “scoperto” durante la preparazione di una puntata di “Radio anch’io” e lo aveva subito voluto con se. Così Salis, con “Via AsiagoTenda”, “Permette, cavallo?”, “Ribalta aperta”, “Sapore di Salis” e “Il Guastafeste” era diventato una delle voci più ascoltate della radio pubblica. «Nella radio – ricorda – c’era più libertà, meno censure rispetto alla tv».

Torna così in Sardegna e sopravvive grazie a un talk-show su Tele Nova di Oristano e qualche comparsata sporadica. Una sua rentrée a Zelig si arena subito. Il comico “epurato” torna dove aveva cominciato la sua carriera come produttore musicale alla fine degli anni Sessanta, diventando la mente del complesso Salis’n Salis, del quale facevano parte due suoi cugini (Francesco e Antonio) di sicuro talento. Per loro scriveva canzoni, organizzava concerti e tournée e produceva dischi.

«Oggi – conclude Lucio Salis – cerco di sopravvivere. Con fatica. L’effetto dell’epurazione della quale sono stato vittima è stato devastante nella mia vita professionale e privata. Oggi cerco ancora di lavorare, di proporre le mie idee e i miei progetti che potrebbero fare economia e aiutare il turismo. Ma nel mondo della politica non trovo sponde. Forse mancano coraggio e fantasia».

P.S. Il signor Antonio Ricci continua a querelarmi ogni due mesi per le verità che scrivo. Purtroppo, quando potevo presenziare a questi processi-farsa li facevo sempre tutti a pezzi: ho vinto tutti gli 85 processi per “diffamazione a mezzo stampa”. IO faccio satira, non diffamazione, come certa gente che conosciamo tutti. E la Satira non può essere MAI condannata se non nelle dittature. O dalla mafia. Ho vinto i processi ed ho fatto arrestare molti pezzi da 90 della politica e della massoneria. Ma da anni non posso più muovermi e questi, che hanno più avvocati che dipendenti, hanno buon gioco trovando magistrati svogliati o compromessi. Però, caro Ricci, il tempo è galantuomo e la verità viene sempre a galla. La mafia mi ha portato via tutto, tranne la mia forza vitale e la mia dignità, quindi delle vostre condanne pilotate me ne sbatto altamente. E poi, ricordati che c’è una cosa chiamata NEMESI.

Lucio Salis


https://www.lanuovasardegna.it/regione/2013/07/22/news/io-comico-irriverente-cancellato-dal-potere-1.7461225

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Leggere, stupirsi, comprendere e agire di conseguenza con un voto sano e che garantisce un futuro certo e luminoso.

L’Europa dei popoli contro il sovranismo

Lode all’Unione, che con la pandemia ha fatto in cinque settimane ciò che non aveva fatto nei cinque anni successivi alla crisi del 2008. Il futuro dell’Italia legato alla sfida della globalizzazione. Un’anticipazione del nuovo libro di Matteo Renzi

di Matteo Renzi

1 Giugno 2020 alle 08:41

L’Europa dei popoli contro il sovranismo

Matteo Renzi (foto LaPresse)

La mossa del cavallo. Come ricominciare, insieme” (Marsilio, 224 pp., 16 euro) è il titolo del nuovo libro di Matteo Renzi, in vendita da giovedì 4 giugno. Ne anticipiamo in questa pagina alcuni passi. Il libro si propone come “un appello a non disperdere le energie. Un patto tra le generazioni per tornare a crescere. Un programma di interventi concreti che ha il coraggio e l’audacia del futuro”.


Scherzi del destino a parte, il coronavirus è stato persino in grado di rimettere in discussione le regole economiche del Vecchio continente. E dire che non c’era riuscito quasi nessuno, prima.

Possiamo dire che, nelle cinque settimane successive all’esplosione del Covid-19, l’Unione abbia fatto ciò che non aveva fatto nei cinque anni successivi alla grande crisi finanziaria iniziata nel 2007-2008. E tutti quelli che attribuiscono a Bruxelles ogni responsabilità, dovrebbero avere il coraggio di ammettere che, se non ci fosse stata la Banca centrale europea, il nostro debito sarebbe divenuto insostenibile, lo spread avrebbe superato quota 500, l’Italia sarebbe andata incontro al default.

Davanti a un problema, si può cercare un alibi oppure una soluzione. E l’Europa è sempre stata l’alibi perfetto per chi non vuole cambiare nulla e limitarsi a collezionare lamentele.

L’Unione è stata travolta dallo tsunami Covid-19. E se è vero che ancora manca – e lo aspettiamo, e lo progettiamo – il vero rilancio sull’Europa dei popoli, sull’Europa della politica, sull’Europa dell’innovazione, è altrettanto vero che per la prima volta le certezze dei profeti dell’austerity sono andate in frantumi. Finalmente il programma europeo per la disoccupazione, per il quale tanto si erano spesi i nostri governi, a cominciare dalle proposte del semestre di presidenza italiana e dall’azione dell’allora ministro Pier Carlo Padoan, ha visto la luce con il nome di Sure e una dotazione di cento miliardi di euro.

E’ andato in soffitta, almeno per un po’, il famigerato Patto di stabilità, ribattezzato in più circostanze, da persone di culture politiche e sensibilità diverse, come “patto di stupidità”.

La Banca europea degli investimenti ha trovato nuove frontiere da esplorare per sostenere concretamente l’economia del Vecchio continente e si è arrivati a concedere per la sanità i soldi del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, con un prestito a condizioni molto favorevoli e privo di condizionalità. Si tratta di una percentuale del Pil pari al 2 per cento, equivalente per il nostro paese a circa 37 miliardi di euro, che lo Stato italiano potrà spendere per affrontare l’ingente costo delle conseguenze del coronavirus, ma che una parte del parlamento non avrebbe voluto utilizzare per ragioni prettamente ideologiche.

La narrazione di chi urlava “padroni a casa propria” è stata clamorosamente smentita

Libro assolutamente da non perdere.

In questa compagnia di giro si ritrovano non solo esponenti della destra sovranista di Salvini e Meloni, ma anche una cospicua parte della maggioranza, ovvero quei grillini duri e puri a cui, un giorno sì e un giorno no, si uniscono ministri pentastellati incerti sul da farsi. Negare delle risorse vitali al paese è l’ennesima follia di una politica ottusamente ancorata a degli slogan senza legame con la realtà. Chi dice no al Mes, dice sì all’aumento delle tasse.

Del resto, il Movimento 5 Stelle ha già cambiato idea sull’Expo, sulle Olimpiadi, sulla Tav, sul Tap, sull’Unione europea, sui vaccini, sul presidente della repubblica. Cambiare idea sul Mes, dopo questo impressionante elenco, sarà un gioco da ragazzi. Anche perché, prima ancora della follia economica, qui si mette in evidenza l’assoluta miopia strategica dei populisti.

Chi, come me, crede negli Stati Uniti d’Europa, non può accontentarsi di una svolta – pur apprezzabile – nella politica economica e dunque ha il dovere di rilanciare sull’Europa delle idee, sull’Europa dei laboratori, sull’Europa della cultura, sull’Europa della ricerca, sull’Europa dei valori. La mia Ue, per capirci, dovrebbe fare a meno dell’Ungheria di Viktor Orbán, che approfitta del virus per chiudere il parlamento, e accogliere invece l’Albania di Edi Rama, che chiede ai medici del suo paese di venire in Italia a dare una mano, perché “noi albanesi non siamo ricchi, ma neppure privi di memoria e dunque oggi andiamo a dare una mano ai nostri fratelli italiani”.

Perché se non rispetti le regole finanziarie arriva la trojka, ma se non rispetti le regole democratiche e i principi valoriali nessuno ti dice nulla. Ecco per quale motivo servirebbe un’iniezione di democrazia, e magari scegliere di optare per l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. Ma anche chi non ha la mia stessa passione europeista e federalista deve riconoscere che dire di no all’utilizzo di risorse per motivi ideologici è soprattutto un assist a quel sovranismo che in realtà il coronavirus ha contribuito a sconfiggere.

La narrazione di chi urlava “padroni a casa propria”, “blindiamo le frontiere” e inneggiava allo sciovinismo è stata clamorosamente smentita. Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale dovrebbe ammettere che la pandemia ha evidenziato come il mondo chiuso, protetto, bloccato sognato dai neonazionalisti semplicemente non è reale e, quando sembra concretizzarsi, è frutto di un incubo, non di una scelta politica. Non lo dice solo chi è cresciuto con gli ideali federalisti e ha a cuore il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Persino i più ferventi sostenitori del ritorno alla lira si sono convertiti: vogliono stampare moneta, rigorosamente euro, e invocano più intervento, rigorosamente da Francoforte.

Una volta chiuse le frontiere per paura del contagio, sperimentato per mesi l’isolamento domestico, risultato palese a tutti che gli immigrati non sono il problema, siamo in grado di trarne le conseguenze? In realtà, siamo tutti ormai talmente “padroni a casa nostra” che non riusciamo a uscire dal nostro angolo. I muri che avrebbero dovuto proteggerci, ci imprigionano.

Perché il mondo globale, iperconnesso, costituisce per l’Italia non un problema, ma la più strepitosa delle opportunità.

Sono struggenti le nostre città immortalate dagli scatti di quei fotografi autorizzati a muoversi in tempi di quarantena, ma sono malinconiche, perché senza turisti la bellezza sbiadisce, sembra vana. L’incanto e la meraviglia che ci circondano sono fatti per essere ammirati dagli occhi commossi di chi si muove per raggiungere l’Italia e stupirsi davanti ai paesaggi, all’arte, alla cultura che esprimono. Ci ripieghiamo su noi stessi, serrando i ranghi e ripristinando le frontiere? Ci scopriamo soli, poveri, incupiti. Insistendo sulla via del sovranismo, che prospetta un mondo paralizzato dalla paura verso tutto ciò che è diverso, straniero, stiamo indebolendo i settori decisivi dell’export, perché – mutuando una celebre espressione di Pietro Nenni a proposito della purezza – il sovranista incontra sempre un sovranista più sovranista di lui, che lo sovrasta. I nostri prodotti sono apprezzati nel mondo e, grazie alla globalizzazione, abbiamo visto spalancarsi davanti a noi un mercato decisamente più ampio di quello che avremmo avuto nel ristretto orizzonte dei nostri confini, ovvero nella situazione in cui l’epidemia drammaticamente ci ha costretti. Senza turisti, senza export, l’Italia è più debole. E il mondo è più triste.

Occorre riformulare un concetto di patriottismo che abbiamo visto emergere
come necessità espressa dagli italiani

L’Italia ha un futuro se rifiuta il nazionalismo e accetta la globalizzazione come sfida, diffondendo i propri prodotti, i propri valori, i propri ideali.

Siamo nati per creare ponti, non erigere muri; siamo un popolo di viaggiatori capaci di rincorrere la propria curiosità, non di timorosi che costruiscono steccati. Abbiamo sempre varcato le frontiere mettendoci nelle condizioni di dialogare, insegnare, imparare, e questo ha un valore immenso anche dal punto di vista economico. Il protezionismo, nient’altro che una forma di bullismo, distrugge invece l’economia basata sull’export e sulla capacità di conquistare mercati con prodotti vincenti e innovativi. Quando l’America minaccia nuove misure in questa direzione spaventa, perché evitare i dazi statunitensi sui principali prodotti italiani non è, per il nostro sistema paese, una questione meramente tecnica, ma di vita o di morte. Durante la campagna elettorale per la presidenza della regione Emilia-Romagna, ho fatto notare a un amico di simpatie leghiste che quel territorio è ai vertici dell’export in molti campi – per l’agroalimentare, a cominciare dalla zona di Parma, per il settore automobilistico sull’asse Bologna-Modena, per l’industria del packaging nel capoluogo, per il turismo sulla Riviera – e che lo si condanna se viene delimitato in una logica sovranista. Davanti a questa considerazione il mio interlocutore non è stato in grado di articolare una risposta valida. Perché a chiacchiere vale tutto, ma l’economia italiana è fatta per parlare al mondo. […]

Io credo infine che sulla questione dell’energia si giochi il vero sovranismo. Chi vuol essere sovranista ripete spesso slogan come “padroni a casa nostra”. Bene, l’unico vero modo di essere padroni a casa nostra non è chiudere le frontiere, ma essere autosufficienti dal punto di vista energetico. Per essere veramente sovranisti dovremmo produrre da noi le risorse necessarie a non dipendere dall’estero, visto che comunque è il tema dell’energia che segna le principali questioni geopolitiche. […]

A noi serve il mondo e al mondo serve l’Italia: chi dice il contrario, paradossalmente, non agisce nell’interesse nazionale.

Il virus segna la sconfitta del nazionalismo, e tuttavia – non suoni come un paradosso – ritengo allo stesso tempo che dimostri, una volta di più, quanto abbiamo bisogno di un nuovo patriottismo.

Se, infatti, riassestare l’economia su nuove basi è possibile, se far nascere uno Stato di diritto moderno e in grado di affrontare le sfide di domani dal ripristino delle basi costituzionali calpestate appare un obiettivo non più lontano, non andremo da nessuna parte senza un accordo sui valori non negoziabili in cui ci riconosciamo. Dunque, dobbiamo interrogarci su quale visione di società vogliamo (ri)costruire.[…]

E’ ormai chiaro che il populismo si associa al sovranismo, il nazionalismo alla chiusura. La vera politica, invece, si differenzia perché accoglie, gestisce e risolve questioni complesse, i nodi di una società aperta e globalizzata, ma proprio per questo il nostro presente esige di riformulare un concetto di patriottismo che abbiamo visto emergere come necessità espressa dagli italiani. Quando, nei giorni del lockdown, si vedevano sventolare i tricolori alle finestre, mi domandavo perché a fronte di un virus si sentisse il bisogno di mostrare l’appartenenza italiana come fossimo arrivati ai quarti di finale dei mondiali di calcio. La risposta è meno scontata di quanto possa apparire: le persone hanno manifestato la necessità di ritrovare un’identità che sia anche idealità, un’appartenenza che vada oltre l’apparenza.

Serve un patriottismo della bellezza, dei valori, dei sentimenti che sia il vero argine al montare del populismo, un patriottismo comunitario perché, nonostante le tendenze individualistiche tipiche del nostro tempo, non possiamo fare a meno dell’abbraccio nel rapporto con gli altri, della piazza nel rapporto con i nostri concittadini, della patria nel rapporto con il mondo.

Niente di più lontano, dunque, nelle premesse, nei contenuti e nei modi, dal populismo, che danneggia l’economia e produce decrescita infelice, immobilismo, sondaggismo permanente. Danneggia la giustizia e produce il giustizialismo. Danneggia la vita quotidiana e produce il sovranismo nazionalista.

Penso che, a maggior ragione nella fase che stiamo attraversando, sia questa la sfida che vede fronteggiarsi, da un lato, i nazionalisti sovranisti, coloro che vogliono chiudere le frontiere e vivere di protezionismo o cancellare la globalizzazione con un tweet, e dall’altro chi, come noi, non si rassegna e prova a costruire un’alternativa in nome non di un generico pacifismo globale, non della, pur necessaria, solidarietà internazionale, ma del patriottismo. Sì, la parola giusta è patriottismo. Patrioti della bellezza, patrioti di un’Europa diversa, patrioti dell’educazione come unico vaccino in grado di debellare il populismo.

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