PERIPEZIE DI UNO “SPORCO COMUNISTA”

(NELLE TV DELLA MAFIA.)

(Autobiografia non autorizzata di un sopravvissuto)

LA FAMIGLIA. SI FA PER DIRE.

Non sapevo che ora fosse, se era tarda mattinata o pomeriggio. Ma il sole proiettava i suoi film di auto o bus che passavano in strada, proprio sul mio soffitto. Ero in dormiveglia, in quel nirvana placido di chi non ha impegni urgenti; una epifania di immagini ancora pendenti da un sogno e la voglia di stiracchiarmi e alzarmi per andare in bagno. A un tratto, una voce di donna, piuttosto alterata, proveniente dalla strada, qualche piano più sotto, mi riportò alla realtà di un mondo e di un tempo dimenticati:

Non correre, disgraziato! Non vedi che ci sono le macchine?! Cammina vicino a me e smettila di fare il cretino o, credimi, come ti ho fatto ti disfo!

Ce l’aveva sicuramente con suo figlio piccolo.

“COME TI HO FATTO TI DISFO!”

Quante migliaia di volte avevo sentito quella minaccia da mia madre dai tre ai 14 anni? Era una minaccia corrente, tra un fracco di botte ed un altro. Eppure non ero un bandito. Un po’ discolo, sì, ma me le prendevo tutte io, le minacce e le botte, solo perché ero il maggiore di 4 figli e… il figlio della colpa: mio padre l’aveva ingravidata quando lei aveva appena 17 anni ed erano stati costretti a sposarsi.

Che poi, non è che avessero tutti quei grandi progetti: lei aveva a malapena la terza elementare e lui pure, ma era in procinto di essere assunto come frenatore in ferrovia. La stazione era a due chilometri dalla grande casa, attaccata alla Basilica di Santa Giusta; casa che aveva ereditato in quanto il più piccolo dei figli di nonno Francesco: una vera leggenda.



I MIEI NONNI SPETTACOLARI

Il padre di mio padre, rimasto vedovo da giovane, dopo aver messo al mondo due figli maschi e due femmine: Antonietta e Pelagia, era capitano della draga nello stagno del paese – uno dei più pescosi d’Italia – pescatore e capitano dei barracelli. Girava disarmato quando era di ronda in campagna, per evitare che gli abigeatari portassero via qualche capo di bestiame o altri ladruncoli rubassero qualche camionetta di carciofi o frutta. Di solito, i barracelli giravamo con la doppietta, lui no. Si raccontava che quando era in giro lui, dall’imbrunire fino alle prime ore del mattino, nessuno aveva mai rubato nulla, anzi! Addirittura i merli riportavano la frutta che avevano rubato giorni prima.

Quando non era di turno, tornato dallo stagno, si faceva un bel bagno tiepido nella grande vasca di cemento che aveva fatto costruire a ridosso della sua stanza, in cortile, si sbarbava, si profumava, si vestiva elegante: camicia bianca stirata e pantaloni di fustagno grigi puliti e stirati, tenuti su da un bel cinturone di cuoio fatto da lui stesso, e usciva per chissà quali avventure galanti.

Era un bell’uomo, alto, snello, muscoloso, spalle larghe e vita stretta, occhi e capelli grigi pettinati con la riga e un portamento da padrone del mondo. Anni dopo, seppi che al suo funerale, quando aveva più di 70 anni, c’era un bel gruppo di signore in lacrime provenienti da Oristano e altri paesi vicini.

Grande bevitore, era morto lasciando una lunga scia di leggende e racconti.

Come quando si presentò con suo cugino “Carraxiu” (confusione, casino), padre dei miei cugini musicisti: Dino, Francesco e Tonietto e di 4 femmine, a un bar di Baratili S.Pietro. Non lo conoscevano ancora e nonno Salis ordinò 5 lt di Vernaccia. Occorre dire che la nostra Vernaccia, originaria proprio di Baratili e poi diffusa in tutto l’oristanese, non ha nulla a che vedere con la Vernaccia continentale che è un comune vino bianco. La nostra novella è frizzantina e due bicchierini minuscoli: i bicchierini da Vernaccia, ti segano le ginocchia, quella un po’ invecchiata sembra brandy.

Comunque, si dice che nonno ordinò 5 litri di quella novella e l’ostessa gli chiese:

E su strexiu? (Il recipiente?)

Nudda strexiu: deu pigu tre litrusu e fradibi miu dusu: da buffausu innòi. (Niente recipiente: io contengo tre litri e mio cugino due, la beviamo qui).

Oppure aveva il vizio di portare fuori dal locale il bicchierino classico in ogni bar dove andava e poggiarlo per terra: “Tu qui non puoi entrare: sei troppo piccolo”.

La notte, rientravano brilli e facevano le previsioni del tempo per il giorno dopo, svegliando mezzo paese con la voce alterata dall’alcol. Zio “Carraxiu era capo cantiere alla Ferrobeton, un’azienda che aveva introdotto in Sardegna il cemento armato; nonno sapete che lavori faceva, beh, anche se rientravano bevuti alle 4 del mattino, alle sei erano sul posto di lavoro, puntuali come la morte. Nessuno dei due aveva mai perso una sola giornata di lavoro.

Di lui ricordo solo una foto di quando avevo sì e no tre anni, seduti davanti alla grande vasca del cortile, che brindavamo non so a cosa con mezzo bicchiere di vino rosso. Vino che faceva lui in casa.

Anzi, no: brindavamo al fatto che avevo letto alcune pagine di un libro e addirittura scritto dei pensierini. Mi regalò anche una fionda. Una fionda col manico e la V delle forche di olivastro, bella resistente, con l’elastico fatto da una camera d’aria di bicicletta e la toppa di cuoio leggero. Quasi sicuramente l’aveva sequestrata a qualche piccolo bandito che tirava ai passeri.

Io non tiravo ai passeri né ad altri esseri viventi; tiravo alle campane del vicino campanile, ogni volta che il padre del prete cercava con la lunga canna di rubare i nostri fichi. E le centravo sempre. E lui spariva.

Non avrei saputo come passare il pomeriggio, altrimenti. I giornaletti non erano ammessi, i libri pochi e scritti in piccolo, ma poi… dicevano che i sardi sono piccoli e neri: e ti credo! quando i genitori avevano da fare le loro porcheriole ci buttavano fuori di casa, di solito per strada; i miei in cortile, che era bello grande quanto un campo di calcio. Scopavano e noi fuori. Litigavano e noi fuori. E ti credo che eravamo neri: da noi, specialmente nel pomeriggio, il sole picchia. Così, quando non mi picchiavano i miei, mi picchiava il sole.

La cosa andò avanti per qualche anno. E quando mio padre mi trovava una fionda, e me ne trovava spesso, me la strappava di mano e la scaraventava sul tetto della cucina. C’erano più fionde che tegole su quel tetto.

Stufo di prendere botte ogni santo giorno, non ho mai avuto un bacio o una carezza dai miei, solo botte e che botte! Con le mani, con i mestoli di legno, con pezzi di canna, con pezzi di pompa telata, con la cinghia, col manico dell’autoclave di legno, ma con l’anima in ferro.



 

 

 

 

 

NONNO SERRA E NONNA SCEMA



I miei nonni materni mi avevano cresciuto. Ero nato a casa loro e ogni volta che potevo tornavo al nido. Stavo bene con loro. Nonno Serra si chiamava Raimondo ed era uno dei migliori sarti della Sardegna. Io stesso ho indossato una giacca perfetta che aveva tagliato e cucito per mio padre: un doppiopetto marrone dal collo ampio che cadeva perfettamente anche dopo 30 anni. Nonno era reduce di guerra e aveva portato a casa una rivoltella d’ordinanza che credo non avesse mai sparato. Lavorava in piedi per tutto il giorno, davanti al grande tavolo di quercia che occupava mezza sala. La sala era l’ingresso della casa e vicino alla finestra c’erano una vecchia Singer nera e una sedia. Dove mia nonna imbastiva e poi passava alla macchina da cucire. La porta d’ingresso era sempre aperta. Come quasi tutte le altre porte del paese.

Io sedevo per terra e scarabocchiavo sui fogli ingialliti dal tempo di vecchi quaderni che un loro nipote seminarista, ospitato per anni, aveva lasciato con qualche libro nel solaio. Poi zio Tonino si era laureato e, abbandonati i sogni clericali era diventato avvocato e per tutta la vita ha fatto il segretario comunale. I miei nonni erano originari di Pau e Ales ed erano molto amici di Tonino Gramsci che, dai discorsi dei grandi, mi sembrò di capire che era un giovane puttaniere.

Nonno non si sedeva mai, se non per mangiare o mettere le caviglie e i piedi gonfi in un catino pieno di sanguisughe. Allora si usava così. Faceva hirudoterapia senza saperlo. Ma gli antichi tramandavano usanze molto salutari, prima che venissero inventati i farmaci moderni. La saliva delle sanguisughe contiene sostanze dalle qualità antinfiammatorie, anestetizzanti e anticoagulanti come l’irudina e l’eglina. La si usa infatti ancora oggi in diverse operazioni di microchirurgia per evitare la formazione di coaguli di sangue e morte dei tessuti. 

Lui soffriva di vasculite e nefrite e di nefrite è morto a 66 anni. Al suo funerale c’erano oltre tremila persone, in gran parte venute dai paesi vicini, visto che Santa Giusta contava a malapena 800 abitanti. Io e un mio amichetto, aprivamo il corteo portando una corona di fiori e alloro. Forse avevo otto anni e non capivo ancora la morte.

Erano molto amati e rispettati i miei nonni. Nonna era una finta bisbetica e brontolava continuamente, ma era sempre disponibile per tutto il vicinato. Lui masticava un pezzo di filo da imbastitura e sorrideva sotto i baffi. Parlava pochissimo e la prendeva in giro. Si amavano molto.

Ricordo un episodio che la dice lunga: un giorno si presentò un pastore per ordinare un abito per il figlio che si sposava. Nonno gli fece scegliere la stoffa dal campionario; stoffa che poi nonna avrebbe comprato a Oristano, e prese le misure al ragazzo. Appena i due andarono via, nonna sbottò:

“Ma ita di faisi un’antra bistimenta, chi non t’ha pagàu mancu sa chi pottad’issu?!”

(Ma gli fai un altro abito se non ti ha ancora pagato nemmeno quello che indossa lui?!)

E nonno, placido:

“O Maria! Boi nai ca ndi teinti prus pagu de nosu”

(O Maria! Vuol dire che ne hanno meno di noi). Intendeva di soldi.

La flemma di nonno Serra la ricordo anche per quest’altro episodio da film di Totò:

c’era un vicino che si presentava sempre all’ora di pranzo e scroccava quel poco che c’era. Nonna era avvelenata per questo comportamento e per il fatto che nonno prendesse e mettesse in tavola un piatto in più. Un giorno, il vicino arriva verso l’una e sulla tavola non c’è niente. L’una e mezza, le due… Alla fine, lo scroccone si alzò e disse:

“Beh, giài giài min ci andu, ca bosatrusu eisi a deppi pappai.” (Quasi quasi me ne vado, perché voi dovrete anche mangiare)

E nonno: “Nou, nou. Abarra puru, tanti, finasa a candu non ci andas tui nosu non pappàusu”

(No, no. Rimani pure: tanto, finché non te ne vai tu noi non mangiamo.)

Il tipo non si era più visto all’ora di pranzo.

Nonna Scema, Scema era il cognome, molto diffuso dalle parti della Marmilla: Pau, Ales, Armungia, Villaverde e Morgongiori, era una donna di acciaio.

Alle sei era già in campagna a lavorare l’orto, a due chilometri da casa, rigorosamente scalza, poi innaffiava tutto con un secchio di ferro che intingeva in un piccolo pozzo. Al ritorno portava qualche verdura e una brocca di coccio che pesava almeno 20 chili sulla testa: era l’acqua potabile, che prendeva dal rubinetto della piccola piazza. Allora non c’era l’acqua potabile nelle case. E nemmeno le fogne. Andava in chiesa alla prima messa: non si è mai persa una messa in tutta la vita e anticipava il prete a voce alta, in un latino maccheronico che non capiva nemmeno lei. Poi portava i panni al lavatoio pubblico, lavava e risciacquava i panni, che poi caricava dentro un’ampia conca e la portava a casa, sempre in bilico sulla testa posata sul cercine ottenuto da un vecchio panno arrotolato, per stendere nel piccolo cortile stretto e lungo. Faceva una piccola spesa e faceva segnare il debito nei quadernetti dalla copertina nera che avevano tutti i tre bottegai del paese: si pagava appena si poteva e il debito veniva cancellato con una striscia di penna. Preparava qualcosa da mangiare, sciacquava le stoviglie e poi andava in sala ad aiutare nonno. Non si fermava mai. Nel periodo, Febbraio/Marzo, andava lungo la ferrovia e in campagna a fare asparagi selvatici, lumache, cicoria, etc.

Non so come e dove facessero i bisogni, dato che un mini bagnetto glielo facemmo costruire io e zia Pina, la sorella minore di mia mamma, quando io ero già giovanotto e nonno non c’era più.

Tornerò poi su altre storie su nonna Scema perché era un vero spasso. Come quando portava una “scivedda” (un grande contenitore di terracotta che serviva per vari usi, tipo fare “is Zippuas” (le zeppole sarde) piena di succosi fichi d’india e, con la scusa di darli al maiale che aveva mio padre in una stanzetta in fondo al cortile, lei li puliva alla velocità della luce, non sentiva le spine con le mani callose che aveva, e ce ne mangiavamo una ventina a testa noi. Per una settimana almeno non si riusciva ad andare in bagno. Lei lo chiamava “Carru arrèsciu” (Il carro che non si muove, incastrato, bloccato).

Oppure quando si sedeva sul bordo dell’asfalto, davanti alla porta di casa. D’estate, tutto il paese era seduto fuori casa a prendere il fresco. Alcuni, seduti sui gradini o sugli scannetti di sughero, cenavano con pane e pomodori o a “spisare”: mangiucchiare i semi del melone lavati ed essiccati al sole. Nonna Scema si sedeva sul bordo dell’asfalto coi piedi dentro la cunetta che rasentava le case, mentre tutto il traffico della Sassari-Cagliari le passava rasente. Nonno la rimproverava ogni sera, seduto su uno “scanixeddu”: una piccola seggiola impagliata, spalle al muro. Specialmente quando la strusciavano i camion con rimorchio che trasportavano le barbabietole allo zuccherificio, innaffiandole le spalle e spettinandole lo chignon, quasi del tutto grigio.

Ogni volta che potevo scappavo a casa di nonna Scema. Non era distante: uscito da casa giravo a destra, percorrevo un viottolo dove abitavano anche miei cugini, la famiglia di Carraxiu, attraversavo lo stradone: così chiamavamo la stretta Sassari-Cagliari e scendevo verso la piazzetta: Sa Panga (perché anticamente c’era una panca) e a metà strada, sulla destra, c’era la casa dei nonni.

Sempre meglio che stare a casa a prendere botte o peggio a venir rinchiuso nello sgabuzzino per la bici. Un metro per tre, con due mensole per cianfrusaglie, buio e molti topi.

Cominciai a scappare di casa intorno ai sei anni.

Non sapevo dove andare, ma volevo scappare da quella famiglia che non mi amava, da quella gente che non avrei mai voluto conoscere. Mi tenevo parallelo ai binari della ferrovia o allo stradone… tanto sapevo che dopo qualche ora sarei tornato a casa. Per forza.

Andai per un anno all’asilo, proprio di fronte a casa dei miei, e poi, a sette anni (ero nato di Marzo) cominciai le elementari. Mi annoiavo a morte: tutti a fare le aste, io avevo già letto i libri di Salgari, Dumas, Conrad. Cominciai a fare un giornaletto mio, con notizie scimmiottate dai giornali e disegni miei originali al posto delle foto.

Dedicai molte pagine all’amore della mia vita, Graziella: una biondina con  grandi occhi celesti che era arrivata da poco in paese da non so quale città del Continente. Per amore suo, per stare vicino a lei, avevo anche frequentato un corso di uncinetto sotto casa sua. Ma le due signore che tenevano il corso, avendo capito tutto, mi cacciarono via ridendo dopo tre giorni.

 

Gli unici momenti belli in quegli anni erano le estati al mare. Quasi tutti costruivano una capanna o una baracca con le canne e vecchi cartelloni pubblicitari divelti dal maestrale invernale, due stuoie sulla sabbia, un vecchio tavolo e sedili di fortuna, una piastra a due fuochi alimentata da una bombola e via. I più fortunati avevano anche delle coperte per ripararsi dall’umido delle notti. La meraviglia era il profumo del mare 24 ore su 24 e alzarsi presto la mattina e lanciarsi subito in mare, a pochi passi dall’alta marea notturna.  Si restava al mare per tutti i mesi di vacanza dalla scuola. E i padri raggiungevano le famiglie appena smontati dal lavoro, portando il pane fresco e un po’ di frutta.

La domenica mattina arrivavano gli “agricoli”: intere famiglie che arrivavano coi carri, trainati da due buoi o da un cavallo, così pieni di ogni ben di dio che sembravano carovane di sfollati di guerra. Si fermavano sulla strada battuta per non rischiare di arenarsi e allestivano un vero e proprio campeggio, con lenzuola o teloni a coprire carri fino alle stanghe e altre lenzuola dalle stanghe a dei pali conficcati nella sabbia. Poi cominciavano a scaricare tavoli, sedie impagliate, sedili di sughero, proto barbecue, pentole e insalatiere coperte, che contenevano pasta già condita, pomodori al riso, fettine di carne impanate, insalate, uova sode, angurie e meloni a pacchi, che i ragazzini provvedevano a seppellire sotto la sabbia della battigia, e ogni tipo di frutta, vino, acqua Vichy, gazzose, limonate, tra blocchi di ghiaccio in capaci sacchi di iuta, etc.

Una volta, avrò avuto 10 anni, scappai con la bici di zia Pina e arrivai fino a Fordongianus, il paese delle terme romane, a 30 km da casa. Arrivai trafelato poco prima di mezzogiorno. Il paese era semideserto e andai dal prete perché avevo fame. Lui mi fece parlare mentre mi preparava un panino. Poi fece caricare la bici sul tetto del pullman che stava per partire per Oristano, caricò anche me, pagò il biglietto, e io mi ritrovai a casa per pranzo. Nessuno si era accorto della mia fuga.



I maestri delle elementari erano personaggi cinematografici: un uomo, di cui non ricordo il nome, ci portava fuori, vicino allo stagno e ci faceva bisticciare per vedere chi era il più forte o il più furbo. La maestra Cera aveva le gambette a zampa d’elefante ed era di una noia mortale. Ogni tanto si addormentava anche lei da sola. Poi c’era la madre di mio padrino, maestra Steri, un donnino minuscolo, sempre vestito di nero, che d’inverno si infilava dentro il piccolo caminetto di casa sua perché era pelle e ossa e moriva di freddo. Un giorno, dal barbiere, ci raccontarono che il suo figlio minore, poliziotto sui generis: aveva appena comprato una moto Guzzi e rimase senza benzina a metà strada, tra Oristano e Santa Giusta, e sparò alla moto, insultandola in tutti i modi. Come se la colpa fosse stata della motocicletta e non sua che non aveva messo benzina. Si trascinò la pesante moto fino a casa, alla fine del paese, buttando giù dalle nuvole Cristo e tutti i santi. Questo campione, sempre secondo il racconto di un suo amico, ogni volta che tornava a casa e vedeva sua madre quasi dentro il piccolo camino acceso, la aggrediva malamente: “Mammina, cazzo! Quante volte te lo devo dire di spostarti dal fuoco?! Qualche volta torno e ti trovo incendiata… e cosa credi che ti salvo? UN CAZZO, MAMMINA! Quattro colpi in testa ti tiro, così impari!” e con l’ultima minaccia, per renderla più efficace, sfoderava e le metteva la pistola sotto il naso.

Una domenica di Giugno scappai davvero. Senza un’idea precisa circa la meta, mi volevo allontanare il più possibile e percorsi la strada che facevamo in bici per andare in spiaggia. Non presi a destra per la strada bianca che si apriva fra giunchi e asfodeli, ma continuai sulla strada asfaltata parallela allo stradone, verso Sud: in direzione Cagliari. Dopo oltre un’ora di scarpinata, ricordo che indossavo un paio di pantaloncini celesti e una canottierina bianca, mi trovai sotto un gelso che aveva già i frutti belli succosi. Avevo fame. Mi arrampicai sulla pianta e mangiai le more a più non posso, macchiandomi tutta la roba. Sembrava sangue. Dopo circa un’altra ora ero ad Arborea. Non sapevo nemmeno che esistesse. Solo qualche anno dopo ebbi lì qualche fidanzatina bionda con gli occhi chiari: ad Arborea erano quasi tutti di origine veneta, sbattuti lì da Mussolini per rovinare l’oasi faunistica più importante d’Italia e forse d’Europa.

Appena entri in paese, sulla sinistra vedi la chiesa.

La chiesa era come quella dei libri di favole illustrati e anche le case non avevano nulla a che vedere con le case sarde. Un posto strano e meraviglioso per me.

Venni attirato da un vociare concitato misto a imprecazioni e parolacce e voltai a sinistra. Dietro una rete alta almeno sei metri, c’erano dei ragazzini poco più grandi di me che facevano una partita di pallone, con un pallone vero e su un campo vero.

Io me li mangiavo con gli occhi e non so cosa avrei dato per poter giocare anch’io con loro: ero bravino a palleggiare e a dribblare. Mi sentivo un po’ come quando mio padre ci portava a piedi in piazza a Oristano, la domenica, a vedere come mangiavano il gelato i ricchi… e lui era uno dei cinque o sei che aveva uno stipendio sicuro in paese, non pagava gli abiti (li faceva nonno Serra), forse aveva un tesoro nascosto o andava a puttane. Non lo saprò mai.

Ma il gelato costava dalle dieci lire alle trenta. Quelli monumentali.

Per fortuna, davanti a casa dei miei nonni materni, c’era il bar di Falchi, dove le figlie tettone mi davano un gelato da dieci lire con tre palle.

Avevo già un mio ascendente sulle donne e i soldini di nonna.

Ero ad Arborea e guardavo la partita dei ragazzini, che smadonnavano e si insultavano come scaricatori di porto.

Destino volle che uno di loro si azzoppò, i compagni mi videro e mi invitarono ad entrare. C’ero solo io attaccato alla rete di ferro. Mi mostrarono un grande cancello, che aprirono due di loro e fui in campo. Mi chiesero solo il nome. Nessuno commentò il “sangue” che mi ricopriva.

Segnai anche un gol. Finita la partita, venne un pretino che ci condusse alle docce e poi in refettorio.

Lui mi chiese se mi ero fatto male in campo e mi mise davanti a un grande specchio: avevo anche il viso e i capelli sudati e intrisi di succo di more di gelso rosse. Gli raccontai il fatto, ma non feci cenno alla mia fuga. Mi diede una canotta e dei pantaloncini puliti e mi portò a mangiare.

Malloreddus con poco sugo e poi un uovo sodo con insalata.

Non so che storie mi inventai per rispondere alle sue domande, ma fattostà che rimasi dai salesiani per tre giorni e tre notti. Il giovedì mattina, mi caricarono in macchina e mi portarono alla canonica del prete del mio paese.

La voce della mia fuga si era sparsa.

Sul sedile posteriore dell’Aprilia nera del vescovo, a circa due km da Santa Giusta, vidi mio padre, in bici, che andava alla volta di Arborea. Dalla faccia torva era incazzato come un cesto di bisce. Rimasi impassibile e tutto filò liscio.

Naturalmente, dopo le ramanzine dei preti e della perpetua, la sera saltai la cena e, dopo la solita dose di botte e minacce, evitai lo sgabuzzino per un pelo e mi ritrovai tremante nel mio lettino. Tremante, ma felice per la bella avventura.

Mio padre mi pestava e mi terrorizzava talmente che non riuscivo a salvarmi dai pugni e dai calci dei miei compagni di scuola bulli. Li avrei atterrati con due dita, ma… VERBOTEN, proibitissimo fare a botte. Lui era in corsa per la carica di vicesindaco. Da ateo, mi fece studiare a menadito Vangelo e Bibbia e mi presentai all’esame per la comunione e cresima ferrato come Umberto Eco e sicuro di saperne più del papa. 1° premio: una bicicletta nuova. Naturalmente stracciai tutti, ma mi diedero un pallone di plastica. I primi due premi andarono a due figli di bagass… di bigotte incancrenite.

Così tornavo da scuola quasi ogni giorno col grembiule azzurro pieno di sangue. Sangue mio. Del mio naso. Inutile dire che: “Hai bisticciato di nuovo?!” e giù botte. E io non avevo tirato nemmeno un cazzotto.

Anni dopo, mi rifeci abbondantemente e fino ai 40 anni ero piuttosto manesco. Ero forte come un fabbro e agile come una molla. Ma qui torniamo dopo.

Nel frattempo, nonno barracello o meno, diventai il più abile ladro di frutta e carciofi del paese. Manco a dirlo: regalavo quasi tutto. Era solo per il gusto del proibito che scavalcavo i fili spinati e scappavo ai padroni dei campi.

C’erano le seghe.

Come tutti i ragazzini del mondo, eravamo divorati dalla curiosità di scoprire cosa si nascondesse dentro le mutandine delle femmine e quindi giocavamo anche noi al dottore.

Qualche toccatina e molti graffi. Ma ci divertivamo di più dopo, quando sdraiati tra gli steli in un campo di fave o sulle scale del campanile, ci riunivamo per raccontarci le avventurette “mediche” e ci ammazzavamo di pugnette. Il momento clou però era a Febbraio, quando a Oristano si correvano la Sartiglia e le Pariglie. Le donne sedevano sui tavoloni di una specie di tribuna e noi sotto a sbirciare mutande bianche e mustacchi, ricci o lisci, che si ribellavano e fuoriuscivano dalla stoffa.

C’erano le guerre.

Un paesino di ottocento abitanti mal contati, aveva una decina di rioni. Ogni rione vantava la sua supremazia. E così erano scontri armati almeno una volta a settimana, preferibilmente la domenica pomeriggio. Noi di “Prazz’e crèsia” (Pizza della chiesa) eravamo i più forti. La piazzetta della chiesa infatti era al culmine di un muraglione difficile da scalare e quindi l’avevamo vinta facilmente su tutti. Ma c’era qualche delinquente tra i ragazzini. Per esempio, il figlio piccolo e pazzo di un meccanico di biciclette che faceva delle frecce acuminatissime alla fresa coi raggi delle bici e ce li scagliava contro con un arco improvvisato o con una fionda. Spesso, catturato uno o più nemici, gli praticavamo “s’incasada”: un bel massaggio ai testicoli con foglie di ortica. Una volta legammo un nemico del rione Santa Severa a un palo de “Sa stua” (una radura lungo lo stagno) e quel poveretto rimase lì tutta la notte. Lo liberarono dei pescatori.

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era il sangue.

Un giorno, mi unii alla gente di tutte le età che correva agitata o piangente verso la strada per Arborea, dove iniziavano le campagne. E giunti sul posto, tenuti alla larga ma non tanto da un paio di carabinieri, vidi… Tra ragazzini che ridevano e si spingevano, donne che piangevano straziate, e uomini impassibili come maschere da Mammuttone… Vidi due donne morte: la moglie e la cognata di una specie di orso che non dava confidenza a nessuno. Entrambe le donne, sulla quarantina, erano intrise di sangue ancora fresco. La moglie l’aveva colpita al petto e al viso, la cognata, che cercava di scappare, era stata colpita alle spalle e giaceva, appoggiata come un paio di pantaloni sulla spalliera di una sedia, addosso a una siepe di rovo. “Prese a fucilate da quel matto.” spiegava una donna vicina a me a un contadino appena arrivato.

L’assassino era sparito. Ricordo che arrivarono altri carabinieri, un paio di autoambulanze, residui della guerra, e ci rispedirono tutti al paese. I militari circondarono l’abitazione dell’uomo, mentre le dicerie si incrociavano: “Era innamorato della cognata… Era geloso perché lei andava sempre in chiesa…Era geloso del prete.” Il prete, in verità, era molto chiacchierato, ma a lui piacevano le ragazze più giovani. Forse. Quando fu trasferito in un paese non molto lontano, ricordo che se ne andarono alcune delle più belle ragazze del paese, tra cui una mia cugina, per farsi suore. Lui poi, don “coso”, venne picchiato da un marito geloso mentre diceva messa in quell’altro paese.

I militari e ormai pochi curiosi stazionarono intorno alla casa del presunto omicida fino a notte. Ogni tanto un maresciallo gridava con le mani a imbuto:

– Vieni fuori con le mani in alto, la casa è circondata! Non hai scampo!  Sentito mi hai?! Vieni fuori e parliamo!

Quando sfondarono la porta ed entrarono, lo trovarono sul letto matrimoniale, vestito con l’abito della festa, col fucile ancora addosso: si era sparato alla gola da molte ore.

Transeat.

A 14 anni, ripetei la terza media perché avevo sbattuto per terra un professore fascista che aveva offeso mia madre. Solo per principio. Pensa che cazzo me ne fregava di mia madre! Così mi fecero ripetere l’anno ad Abbasanta. A piedi avrei fatto prima che col ciuff ciuff, che rallentava ad ogni piccolo dosso, talché avendo un secchio, potevi scendere dal treno, mungere due o tre mucche e risalire sul treno senza sforzo. Invece: a piedi con la borsa appesantita dai libri fino alla stazione di Oristano, poi il ciuff ciuff e poi altri 700 metri a piedi fino alla scuola.

Ma a 14 anni iniziai anche a trasformare le mie poesiole in testi per canzoni e cominciai a comporre con mio cugino Francesco, già allora bravo musicista e chitarrista, a casa di nonna Scema. Canzonette. Ma poi diventammo sempre più bravi. Lì nacque uno dei primissimi complessi vocali e strumentali d’Italia: i Barrittas: già The Acies e I Visconti.

Ma questo lo racconto dopo.

A circa 14 anni vinsi anche un concorso alla Settimana Enigmistica e ottenni una bellissima Olivetti Lettera22 . Coi fogli bianchi e la carta carbone che trafugava mio padre dall’ufficio dove era stato trasferito, cominciai anche a inventare barzellette e commediole. Le barzellette le mandavo alla rivista di parole crociate e quelle pubblicate me le pagavano mille lire l’una. Ancora le replicano.

A 15 anni, la mia famiglia vendette casa e si trasferì a Cagliari in viale la Playa, palazzine dei ferrovieri.

Quasi ogni giorno ero costretto a difendermi dai bulli della zona che non vedevano di buon occhio “is biddunculesus”, i paesani, quindi arrivavano in branco e cercavano la rissa.

Avevamo un bacino del porto a 100mt da casa in linea d’aria: bastava attraversare due strade ed eri al mare. Anzi al canale.  L’acqua era livida e fangosa. Più stagno che mare. Mio padre si era fatto costruire una barca di legno da un maestro d’ascia e con quella usciva a pesca quando non era in servizio. Aveva fatto costruire abusivamente una piccola catapecchia con legname da scarto, dove teneva le lenze, qualche pezzo di rete, i remi e altre cianfrusaglie.

 Le prime domeniche cagliaritane ci portava in “gita” lì. Lui pescava qualche spigola, mia madre accendeva la carbonella o il carbon fossile in un mezzo bidone mezzo arrugginito trovato nei pressi e con una griglia portata da casa ci arrostiva il pesce. All’ora di pranzo, mio padre accendeva una radiolina gracchiante e loro mangiavano e ridevano: era l’ora della commedia dialettale. Io non ridevo mai E mio padre un giorno mi guardò storto e mi disse:

– Ma non capisci il sardo o non ti fanno ridere. Adesso che hai una macchina da scrivere ti credi un intellettuale?

– No. E’ che non fanno ridere. Sono tutte cose banali, luoghi comuni, senza una storia che leghi insieme le frasi in italiano maccheronico. A voi fa ridere questo? A me no.

– Se ti credi tanto bravo, allora perché non le scrivi tu le commedie?

Detto, fatto.

La sera stessa tirai fuori la mia cartella con alcune commediole, scenette e barzellette e mi misi all’opera.

Il giorno dopo chiamai la Rai di Cagliari e chiesi la durata di quelle commedie e a chi avrei potuto portare eventuali copioni. Mi indicarono il nome del regista, Lino Girau, e mi dissero che i tempi erano dai 30 ai 35 minuti.

E così cominciai a scrivere, scrivere, scrivere. Scrivevo e cancellavo, oppure scrivevo e ridevo. E se rido io, pensavo, riderà anche la gente. Imbastii una decina di copioni, con dei personaggi ben definiti e delle storie con un inizio, uno svolgimento e un bel finale. Cronometrai addirittura i tempi con la sveglia: 30 minuti esatti. Quando ebbi letto e riletto i copioncini e mi sentii abbastanza sicuro, chiamai la Rai per avere un appuntamento col regista.

– Venga il sabato verso le quattro del pomeriggio, prima che comincino le prove e lo trova di sicuro.

 E il sabato successivo mi presentai con la faccia come il culo da questo signore, che mi ascoltò distrattamente e, quasi annoiato, indicò la mia cartellina con l’elastico e mi chiese se avevo lì qualcosa da fargli leggere. Gliela porsi e lui cominciò via via a interessarsi a quello che leggeva e sghignazzava, poi cominciò a ridere, poi mi portò nello studio di registrazione, dove c’erano già riuniti i cinque attori, fece fare delle copie fotostatiche a una segretaria, mentre lui distribuiva le parti e quando arrivarono le copie per tutti fece una prova di lettura. Erano tutti entusiasti.

Da quel giorno diventai ufficialmente l’autore delle commedie in sardo della Rai di viale Bonaria. Mi pagavano 25 mila lire a copione e avrei triplicato la cifra se solo fossi stato iscritto alla Siae. Ma quando ne parlai a mio padre lui mi rispose di pensare a cose più serie.

 Il giovedì consegnavo il nuovo copione alla Rai e ogni sabato prendevo il treno, gratis, e andavo da Nonna Scema, dove mi raggiungeva Francesco per scrivere e fare progetti.  Rare volte andavo da lui, o meglio: a casa di zio Paolo: grande tenore e il miglior ciabattino del paese. Sapeva tutte le canzoni sarde a memoria e venivano is cantadores da tutta la Sardegna per imparare da lui. Aveva un handicap, che aveva risolto in parte costruendosi una scarpa con suola e tacco altissimi: aveva una gamba più corta e pedalava con un solo piede quando usciva a fare la spesa in bici. Usciva raramente perché si vergognava. Come se fosse un segreto: “Il segreto della gamba corta”. Di solito mandava noi a fargli un  po’ di spesa. Io avevo sempre cercato di convincerlo che non aveva una gamba più corta, semmai ne aveva una più lunga. Ma lui mi mandava sempre a quel paese.

Fatti i Barrittas, per colpa mia, col mio compagno di scuola “Madroan” (Zoccola o Talpa), Antonio Albano, suo fratello Giulio al basso, e due fratelli di Oristano, Nello e Guido Cocco alla batteria e alla tastiera Farfisa, se ricordo bene. Due “barattoli” come amplificatori e un Factotum Meazzi a sei ingressi. Dei miserabili.

Loro incisero però subito anche un disco, dimenticabilissimo, con la Ariel, la società di un certo Pulvirenti che poi si diede ai detersivi.

Mentre io speravo di fare il Liceo Artistico, visto che me la cavavo col disegno, mio padre mi iscrisse al Geometri dell’Istituto Bacaredda.  Ho 2 in matematica e tu mi iscrivi al Geometri?! Ero sempre fuori a fumare e… sì, ebbi una storia con la nipote del preside e, dopo tre mesi di tempo perso, scappai di nuovo. Questa volta a Torino.

LA GALERA.

Prima di partire avevo stracciato la tessera che mi garantiva di viaggiare gratis su tutti i treni d’Italia. Non passai nemmeno a salutare i miei nonni adorati e, senza una lira in tasca, presi il treno per Olbia- Isola Bianca: dove c’erano i traghetti.

Fortunatamente il bigliettaio e il capotreno mi conoscevano e non mi chiesero nemmeno il documento. Arrivato al porto di Olbia, stavo morendo di fame e di voglia di fumare. Come tutti i ragazzini del mio paese avevo iniziato a fumare a 11 anni: per sentirci grandi. Alcuni rubavano i soldi in casa, altri, come me, dove in casa era chiusa a chiave persino la marmellata, approfittava del tipo che ti mandava al tabacchino e ti pagava anche due nazionali senza filtro. Allora non costavano 5€ l’una come oggi (sempre grazie ai 18 aumenti di Berlusconi, che non fuma ma pippa). Con 20 lire ti davano un’Esportazione con filtro e una Nazionale senza. Allora si vendevano le sigarette sciolte e te le davano dentro una bustina di carta velina sponsorizzata da qualche ditta continentale. Pochi potevano aspirare ad avere un pacchetto intero. Ma quale fumatore si compra una sola sigaretta? Ecco perché io ronzavo spesso tra i giocatori di scopone dei bar: prima o poi qualcuno mi chiamava: “O “schidòin” (spiedo, perché ero lungo e magro), “bai a mi comprai dexi esportazionisi.” (Vai a prendermi dieci Esportazioni). Poi magari me ne regalava una o mi dava 20 lire di mancia per un’Esportazione e una Nazionale senza filtro. Schidòin… Tutti in paese avevamo un soprannome: Schidòin, Barritta, Carraxiu, Peppilimpòrra, Su para, Ridolini, Fill’e predi, Lorichìu, Madrona, Dexi allumìnus (era uno che aveva il pisello lungo quanto dieci fiammiferi messi in fila. Da moscio.)

Due giorni senza fumare e un giorno e mezzo senza mangiare: la sera prima di andarmene ero andato a letto senza cena. Mio padre ci teneva a questa usanza tutta sua.

Allora, i traghetti erano piccoli e le poche auto stavano in coperta, sul ponte di poppa. Non c’era un garage sotterraneo come oggi. E il viaggio era lungo e tutti si portavano il mangiare da casa perché a bordo, al massimo, ti facevano un caffè che non era buono nemmeno per lavare la macchina. Quindi si crearono i vari bivacchi con i lavoratori emigranti per le varie città d’Italia e d’Europa, che si gustavano l’ultimo maialetto da latte arrosto, con pane e formaggio e vino fatti in casa. Io mi misi in mezzo a loro e li guardavo con cupidigia. Finché un anziano che mangiava con una cicca di sigaro appiccicata all’angolo della bocca, non si intenerì e, vedendomi solo, mi chiese: “Ma tu, mangiato hai? E con chi sei? E di dove sei?”

Io non risposi. Tenevo gli occhi bassi e lui mi diede un colpo al petto con una manona che stringeva un cosciotto di agnello arrosto. “O preferisci il porchetto?… Va bene. Mangia prima questo e poi prenditi il pezzo di porchetto che vuoi.” “Binu ,’ndi buffasa?” chiese un altro (Vino ne bevi?)

Assentii e mi venne porto un bicchiere pieno di rosso, che poggiai per terra davanti a me. Mangiavamo come i Sioux e i nativi americani in genere: con le gambe incrociate davanti e il cibo sparso su carta oleata in mezzo a noi. “Casu ‘ndi chèrese?” (Formaggio ne vuoi?)

Grazie. Forse dopo.

 Ero diventato la mascotte del gruppo.

Quello mi incartò una bella fetta di formaggio pecorino semi stagionato e una grossa fetta di pane dentro un foglio di giornale e mi fece cenno di metterlo in tasca. Poi mi fece l’occhiolino e mi porse una bustina di sigarette senza filtro. Ne presi una. Ma lui spingeva la mano in avanti e così ne presi un’altra.

Grazie.

Tutti mangiammo e bevemmo a sazietà, come fecero le tribù intorno a noi e poi ognuno si mise a pensare ai cazzi suoi. Nostalgie intrecciate, speranze incatenate per un futuro migliore e… umido che ti entrava nelle ossa e nel cervello. Il traghetto sarebbe partito due ore dopo e non permettevano l’accesso a bordo.

Io ero partito con un abitino grigio spigato, mezza stagione, fatto da nonno Serra, e sotto non avevo che la canottiera e una camicia di popeline. Rabbrividii, nonostante i tre bicchieri di vino. Mi avvicinai al limitare del molo a guardare il mare nero, ma mi scostai subito: troppo freddo e umido. Eravamo a metà Novembre e anche in Sardegna Novembre non era Agosto.

In quella, si avvicinò un tipo da cui stare alla larga e mi fece cenno di avvicinarmi. Aveva un berretto grigio, il berretto della festa. Di solito i berretti erano di velluto nero a coste o verdone. Quelli grigi erano più leggeri e si usavano in Estate, per la domenica  e le feste di paese.  Anni dopo, guardandoli dal palcoscenico dei vari paesi dove ci esibivamo, battezzai quei berretti chiari “paillard”, perché avevano il segno delle dita sporche, di campagna o mungiture, e apparivano come se li avessero messi su una griglia. Io non avevo paura di niente e quindi mi avvicinai. Il torvo, mascella quadrata e collo taurino, con fare furtivo, mi mise mille lire in mano e mi indicò il bar-tabacchi: “Prendimi tre pacchetti di nazionali e uno per te e… due scatole di cerini.”

Io ubbidii. Tornai con la commissione e lui mi regalò anche una scatola di cerini. Poi cavò di tasca una piccola borraccia e mi offrì un sorso di vernaccia vecchia, forte come Brandy: “Così ti riscalda.” Poi mi raccontò che non vedeva i figli da due anni e che era appena scappato da una colonia penale agricola di non so dove: sono quelle carceri dove i detenuti per reati minori venivano lasciati liberi di uscire per andare a lavorare nei campi o come pastori. “Ho solo picchiato uno a una festa, disse, non sono un delinquente. Solo che quello che ho picchiato era un brigadiere dei carabinieri in borghese. Capita. A volte no, ma a volte capita che la malasorte se la prenda con te. “

Mi fece gli auguri: forse aveva capito tutto. Aveva capito che ero un fuggiasco anch’io.

Mi dette un colpetto sulla spalla e si allontanò. Non lo rividi mai più.

Finalmente ci fecero imbarcare, dopo aver sistemato le auto e i camioncini sul ponte di poppa. Solamente due anni dopo, dentro la macchina del nostro autista, una 1100 bianca, ci feci spesso l’amore su quel ponte, durante la traversata.

Civitavecchia. Roma. Stazione Termini. Un vento gelido che ti schiaffeggiava in quella galleria del vento che era il corridoio centrale. Non vedevo niente, non sentivo niente. Non avevo idea di dove andare e di dove e come sarei finito. Ero impermeabile a rumori, spinte, vociare… guardavo solo i tabelloni con le Partenze e mi ficcai sul primo convoglio in partenza: per Torino.

Mai stato a Torino. Avevo solo studiato un pizzico di storia risorgimentale, anche se avevo letto quasi tutti i libri della biblioteca di Oristano e su Torino avevo scoperto o ricordavo soltanto che era “la città del diavolo, della magia nera, dei reali e del casino di caccia”. Tutte cose di cui mi importava una beata minchia. Ma alla fine… ma chi se ne frega! Andaùsu! (Andiamo)

Abituato alla tessera ferroviaria dei viaggi gratis, salii sul primo vagone di seconda classe: la tessera non era valida per la prima. Un carnaio: disperati con le valigie di cartone e forse cibo avvolto in vecchie tovaglie lise che un tempo erano state a quadri bianchi e rossi o solo bianche, ma ingiallite. Tutti sudati a Novembre. Tutti incazzati coi bambini, loro o degli altri, o soli e speranzosi: fronte incollata al finestrino e mani giunte in una preghiera muta. C’erano anche sposini scappati dal paesello senza nemmeno fare il viaggio di nozze: mani nelle mani, belle strette dalle nocche bianche, e occhi negli occhi, per farsi coraggio a vicenda. Tutti in fuga. Tutti verso il piccolo grande sogno del nord, del lavoro sicuro, del pane per i figli.

Tre vagoni, stessa storia: umanità alla deriva che scappava dal nulla senza sapere dove sarebbe arrivata. Alla fine mi imbucai in uno scompartimento di 1a classe, dove c’erano le tendine tirate e un posto libero. Salutai tutti educatamente: una vecchia carampana con più cipria e rossetto che faccia e un naso adunco che le sfiorava il mento aguzzo; un anziano barbagianni col cipiglio e i favoriti candidi modello ‘800, che aveva l’aria di un militare in pensione; una distinta signora sui quaranta, bella popputa e vitino stretto, e due ragazzine che dovevano essere sue figlie o nipoti.

Tremavo, anche se il vagone era riscaldatissimo, ma tremavo all’idea di non avere un biglietto né un soldo quando fosso passato il conduttore, che poi sarebbe il tipo che controlla i biglietti.

Il vecchio volle attaccare bottone e mi levò dai guai: feci una performance da Actors Studio, senza sapere nemmeno che esistesse una scuola così.

Sciorinai una storia strappalacrime che improvvisai al momento: la mia famiglia stava a Torino da un anno, io dai nonni in Sardegna per finire le medie. Mio padre era morto improvvisamente per un incidente sul lavoro; mia mamma e i miei 5 fratellini mi aspettavano e in nave mi avevano rubato il cappotto coi soldi e i documenti.

Il vecchio, con gli occhi lucidi, mi diede un biglietto da visita con alcune frasi dietro, scritte di suo pugno con una stilografica, dove pregava il direttore de La Stampa di assumermi come fattorino: lui era stato amministratore del gruppo per anni e ora era in pensione. Ma mi diede anche un bigliettone rosa da diecimilalire. E così fecero le due donne, che si consumavano tra le lacrime.

Inutile dire che mi pagarono il biglietto di 1a classe, un cappuccino con brioche, e io stetti al calduccio per tutto il viaggio. Viaggio che, al netto della recita, guardavo come un film di Ridolini, tanto passavano veloci alberi e campanili davanti al mio finestrino. Altro che ciuff ciuff del Far West per andare da Oristano ad Abbasanta!!!

TORINO, PORTA NUOVA.

Butto il biglietto da visita del Dott. Frescobaldi- Bassi in un cestino per rifiuti e faccio dei giri intorno alla stazione, senza allontanarmi mai troppo e tenendo ben stretti nel pugno i tre bigliettoni da diecimila nella tasca dei pantaloni. Mangio, bevo, fumo, mi compro una bella sciarpa di lana alta quanto me e si fa sera. Mi fermo ad ammirare il disegno di un giovane madonnaro sul marciapiede illuminato. Faccio conoscenza con Maccio, il madonnaro. Lui campa così, con le monete che gli lascia la gente in una vecchia scatola di latta per biscotti. “Qui le monete suonano, mi spiega, e spingono gli altri a guardare e a lasciare qualcosa anche loro. Prima avevo un berretto, ma facevo la metà dei soldi. Ti va una pizza? Offro io.”

Raccoglie le sue cose in due capaci zaini, uno per gli abiti e uno per il materiale pittorico, e mi conduce verso un’insegna con una lettera accesa e due no. Manca anche l’ultima lettera. N..UL.

“Napule, fa lui, casa!”

Entriamo e subito veniamo sommersi da fumo di sigarette, vociare, risate, e odore di pizze appena sfornate. Il locale è piccolo, caldo, disordinato e… chi se ne frega! Troviamo un tavolino d’angolo libero. Lui saluta tutti e tutti lo salutano con simpatia. Una famiglia. Casa.

Finita la pizza e la birra, fumiamo. Poi lui mi chiede: “Dove stai? Dove dormi?”

In nessun posto. Sono arrivato oggi e non conosco nessuno.

“Va bene. Allora vieni con me.”

Erano circa le undici quando uscimmo dal locale. Buio. Gelo. Salutati tutti, ci dirigemmo di nuovo verso la stazione. Maccio mi guidava sicuro: conosceva tutti i treni di tutti i binari e tutti gli orari di partenza. E sapeva perfettamente che i treni accendevano il riscaldamento qualche ora prima della partenza.

“Dormiamo a turno. Prima tu, poi, quando stanno per partire, ti sveglio e cambiamo treno.”

E così facemmo, di tre ore in tre ore. Intorno alle otto del mattino, al diurno per una bella lavata e i bisogni, caffellatte dalle suore lì vicino, con due gallette militari avvizzite e poi subito sul marciapiede. Il pranzo lo pagai io, visto che dalle suore faceva schifo, mi disse, e mi guidò verso un’osteria nei pressi: mille lire a testa con pasta e ceci, una fettina di carne con una patata arrosto e mezzo litro di vino. Maccio mi faceva da balia e io in cambio dovevo avvisarlo quando vedevo arrivare qualche guardia: i madonnari per loro erano come i ladri e gli assassini ed era “severamente proibito imbrattare i marciapiedi”, anche se si trattava di opere d’arte. Altro che “imbrattare”!

Andammo avanti così per circa una settimana, finché per colpa della mia distrazione due guardie non si portarono via il mio amico.

Solo.

Quel giorno stesso finii i soldi e saltai la cena. Appena buio, mi infilai dentro la stazione e ispezionai gli orari di partenza dei treni. Passerò la notte in dormiveglia, ma al caldo, mi dissi. Invece mi addormentai come un sasso già sul primo treno e riuscii a saltare giù alla prima fermata: un semaforo rosso vicino a una cantoniera. Nebbia, orsi bianchi e pinguini.

Non ero abituato alla nebbia e a tutto quel freddo. Mi maledissi per non aver comprato un cappotto quasi nuovo per diecimila lire da un rigattiere che spingeva un carretto con tutte le sue carabattole. Attraversai i binari e andai incontro al cantoniere, che intanto era uscito di casa sollevando una lanterna. Il treno era ripartito e non ricordo cosa gli raccontai. Lui, vedendomi livido dal freddo, mi fece entrare in casa, mi fece sedere vicino a una cucina economica che fungeva anche da stufa, e sua moglie mi scaldò un piatto di minestra avanzata. Poi a piedi, lungo i binari, verso la stazione di Porta Nuova.

Arrivai stremato e mezzo congelato e subito corsi ad accucciarmi incollandomi a un termosifone acceso davanti ai gabinetti degli uomini. Non erano ancora le 23 quando fui svegliato da un calcio sul fianco destro. Un bel calcio forte. Allora e fino ai 65 anni, appena sveglio ero lucido e pronto. Guardai in su. Erano in tre. Tre balordi male in arnese, poco più vecchi di me, che mi ordinarono di levare le tende perché quello era il loro dominio.  Diedi una rapida occhiata in giro e non vidi nessuno: niente viaggiatori, niente Polfer, solo due barboni che dormivano sulle panche in fondo e… un vecchio gay vestito di giallo, foulard rosa e cappotto di cammello. E allora capii e cercai di spiegare al più grosso dei tre, che sembrava il capo, che non avevo nessuna intenzione di rubargli la marchetta, ero solo stanco morto e volevo dormire al caldo. Quello non capì e mi sferrò un altro calcio, questa volta alla spalla.  Non sapeva che avevo visto fumo di maccheroni e mangiato pane di sette forni, il poveretto. Così si diceva in Sardegna per gli uomini duri.

Finsi di scusarmi e mi alzai. Mi scagliai come un ariete colpendolo con una testata al naso e un bel cazzotto al fegato, cadde come un sacco vuoto, piagnucolando. Pronto a pestare gli altri due, mi ritrovai sollevato da terra da due energumeni della polizia ferroviaria.  Ci portarono tutti in ufficio: generalità e minchiate varie. Loro, i delinquenti, erano noti alla polizia e li lasciarono andare con una ammonizione: per me, cartellino rosso. Non avevo documenti, non parlavo. Mi tennero lì fino alle otto del mattino. Loro cambiarono turno, io ero sempre lo stesso. Verso mezzogiorno, stanco, assonnato, morto di fame e scoglionato, gli dissi chi ero e loro chiamarono subito la stazione di Cagliari. Non so cosa disse mio padre quando lo rintracciarono. So che mi caricarono su una vecchia macchina verde marcio e mi portarono al Ferrante Aporti: il carcere minorile di Torino. 

Io in carcere?! Io in carcere, dopo essere stato picchiato e i tre delinquenti marchettari a casa loro al caldo?! Non ci potevo credere.  Era del tutto illegale, naturalmente, ma il mio “babbo” aveva deciso di darmi una lezione. Un’altra?! Il Ferrante Aporti era una prigione vera, con celle singole, sbarre e tutto il resto.  Appena arrivato, mi costrinsero a togliere l’abito spigato fatto su misura da nonno Serra e mi fecero indossare un paio di pantaloni fuori misura, tenuti in vita da uno spago e rivoltati due volte alle caviglie e una giacca blu enorme, sporca di moccio, di sangue e di chissà che altro. E chiuso in cella e ZITTO! Rifiutai il rancio e passai un’altra notte sveglio, immaginando chissà quali vendette e un modo per evadere. Poi mi addormentai all’improvviso all’alba.  Quanto avevo dormito? Cinque minuti? Due ore? Sveglia e doccia, tutti ammucchiati e … indossare di nuovo biancheria e abiti sporchi. Colazione in uno stanzone rimbombante a latte in polvere e un pezzo di pane antico. Poi “liberi”. Liberi, significava “fate quel cazzo che vi pare, ma non rompete i coglioni”. C’era chi passeggiava e fumava; chi fumava e chiacchierava, chi rideva e fumava, chi giocava al calciobalilla e insultava la Madonna e tutti i santi. Io me ne stetti in disparte. Non avevo niente a che spartire con loro. Io non ero un delinquente.

Come seppi poco dopo, da un capellone che mi offrì da fumare, erano tutti dentro per rapina, tentato omicidio, omicidio, furto in appartamenti, spaccio, etc.

 Lui lo chiamavano Zingaro ed era un figlio di puttana. Letteralmente. Sua madre, rimasta vedova a 40 anni e con 4 figli sul gobbo, aveva cercato di limitare i danni battendo. Ma riusciva a mantenere  alloggio e figli. Che studiavano. Tranne lui. Zingaro era dentro perché aveva accoltellato un uomo che picchiava sua madre. Ferito gravemente, ma ancora vivo. Sette anni senza condizionale. Aveva sedici anni.

Ma dentro c’erano rapinatori a mano armata, borseggiatori, omicidi, un sardo che mandava la sua fidanzata a servizio e la costringeva a fare copia delle chiavi della casa dove lavorava, poi andava in assenza dei padroni e svaligiava. C’erano spacciatori di droga ed esattori degli usurai. Erano quelli più grossi e cattivi. E proprio con uno di loro mi scontrai, mentre pestava Zingaro che gli aveva rifiutato un pacchetto di sigarette. Gli feci male. Ero troppo forte e incazzato per non fargli male. Anche se pesavo metà di lui. Da quella sera mi guardarono tutti con molto rispetto e il responsabile della dispensa mi affidò le chiavi del locale: ero il meno corrotto, quello con la fedina penale pulita e avevo dimostrato che sapevo farmi rispettare.

Ma … Ma il gruppetto degli esattori me la fece pagare. Un pomeriggio, mentre giocavo a calciobalilla con altri tre, posai il mazzo di chiavi dietro la nostra porta e, infervorato per la partita, non mi accorsi che le chiavi erano sparite. Il bestione che si occupava della dispensa se la prese giustamente con me; mi portò nelle cucine, deserte a quell’ora, e commise l’errore di darmi uno schiaffo. Eh, no! Dopo le botte dei miei compagni delle elementari e quelle più sostanziose del mio genitore, non sopportavo le mani addosso da nessuno. Presi un grosso mestolo di ferro e lo colpii alla testa: 17 punti. Con quel gesto, rischiavo davvero di farmi almeno due anni dentro quell’inferno.

Invece mi rilasciarono due giorni prima di Natale. La mamma di Zingaro mi regalò centomila lire e una stecca di sigarette. Zingaro e altri due carcerati piansero. Io venni fatto rivestire col mio abito, la sciarpa era sparita … Venni affidato a due poliziotti in borghese e scortato fino alla Questura di Cagliari. Non avevo le manette, ma è stato come averle avute: accompagnato anche alla toilette. Non vi dico la vergogna in treno da Olbia a Cagliari, quando alla fermata di Oristano mi alzai spontaneamente per aiutare una signora che mi conosceva a portare giù una borsa molto pesante. Venni preso per una spalla e risbattuto sul sedile. La donna mi guardò sorpresa, guardò i due tizi, e scese scuotendo la testa. Chissà cosa aveva capito. Arrivato a Cagliari, trovai mio  padre che mi aspettava, più nero del solito. Disse solo: “Bel regalo hai fatto a tua mamma!”. Poi mi caricò su un taxi, una Fiat600 multipla nera, e mi portò a casa. Fu un Natale fosco, come sempre. Triste. Poi lo affrontai, premettendo: “Se mi metti ancora le mani addosso ti ammazzo. Voglio fare la scuola alberghiera, dissi, e prima di partire, voglio che tu firmi come garante alla Siae per farmi dare l’esame come autore e il permesso per iscrivermi all’Alberghiero.”  Avrei compiuto 16 anni il 5 Marzo e quindi avrei avuto l’età per iscrivermi sia alla Siae sia all’Istituto Alberghiero.  Ci avevo riflettuto a lungo: senza un centesimo e senza un titolo di studio, che può fare un ragazzino solo in giro per l’Italia? Il cameriere! Vitto, alloggio e una paga e pure le mance. Così avrei potuto continuare a studiare la notte e farmi una cultura.

Due mesi e 5 giorni passano presto, mi dissi, e me ne andai a casa dei miei nonni, a Santa Giusta. Componevo canzoni con Francesco e telefonavo dal telefono pubblico alle varie scuole alberghiere. Alla fine scartai Alghero e scelsi Assisi. Prenotai anche l’esame alla Siae di Cagliari. Allora esisteva L’ufficio regionale per modo di dire: un dirigente e un vecchio usciere: ero il primo matto che in Sardegna voleva fare il paroliere. Saputa la data, chiamai mio padre in ufficio e ci accordammo per le firme. Avevo già compilato le domande e mancava solo il suo imprimatur. L’esame alla Siae fu una comica. Un intero piano occupato da due persone sedute: il dirigente, che non vidi mai, e l’usciere, che mi accompagnò in una stanza semivuota, coi nostri passi che rimbombavano. Un teschio, sbarbato male, con la testa lucida, le orecchie sbottonate e le guance incavate. I suoi denti l’avevano già salutato. Mi fece sedere a una scrivania di metallo e mi mise davanti un mazzo di fogli: un testo, un titolo su una pagina bianca, dieci fogli bianchi e alcuni moduli da compilare.

“Ha quattro ore di tempo, mi informò, se ha bisogno di un caffè o qualcos’altro suoni questo tasto (disse proprio così, indicandomi un telefono grigio multi tasto) e io arrivo. Lei non deve mai uscire da questa sala finché non ha finito. Ha capito bene?” “Sissignore.” L’esame consisteva in questo: riscrivere il testo di una canzone abbastanza nota e inventare un testo inerente al titolo dato: due strofe e un ritornello.  Una stronzata.

Però non ho ancora capito perché per scrivere canzoni devi sostenere un esame e però se sei un giornalista pubblicista non ne hai bisogno e sei automaticamente iscritto alla Società degli Autori ed Editori. Con tutti i giornalai analfabeti (senza offesa per gli edicolanti) che hanno sempre invaso i media italiani, per me era ed è inconcepibile.  Semmai dovrebbe essere il contrario. E per me lo è stato, ma qualche anno più tardi.  Fattostà che il testo da riscrivere era una cagatina con tutte parole tronche, molto più facili per la metrica e le rime: cuor, amor, andar, mar… Lo riscrissi in cinque minuti usando tutte parole piane e con un senso logico. Scrivere le due strofe e il ritornello sotto il titolo dato fu una scemenza. Impiegai molto più tempo a compilare i moduli. Fatto il mio dovere, uscii dalla stanza e mi diressi verso il vecchio usciere per consegnare il tutto, ma lui stava già correndo, si fa per dire, verso di me allarmatissimo:

“Non deve uscire o invalida l’esame. Le l’ho detto (disse proprio Le l’ho detto): se le serve qualcosa mi chiami col tasto…”

“Ma io ho finito, lo interruppi. Sono venuto a consegnare.” “Finito cosa? Finito … tutto? In venti minuti?! Ma sta scherzando?”

 “No. Controlli. E mi dica se i moduli vanno bene così.”

Lui guardava i fogli e poi me, poi di nuovo i fogli …  Fece spallucce e mormorò: “Le faranno sapere com’è andato.” Concluse e se ne tornò al suo tavolino nel corridoio, salutandomi di spalle. Due giorni dopo partii per Assisi.

ASSISI

Tutto nuovo. Città bellissima, silenziosa, austera, che ti mette a tuo agio e ti fa sentire un principe medievale e Scuola Alberghiera completamente inaspettata. Io l’avevo scelta, come già detto, solo ed esclusivamente per imparare un mestiere che mi avrebbe permesso di avere ovunque vitto e alloggio gratis e pure uno stipendio più le mance. Gli stipendi infatti non erano alti da nessuna parte d’Italia e l’ho sperimentato lavorando in locali di medio e altissimo livello, ma anche nelle trattorie più popolari: dove però guadagnavo molto di più. Poi vi racconterò come e perché.  Appena arrivato, mi assegnarono una stanza con altri tre letti e due armadi, mi consegnarono una divisa col cambio e mi misero subito a lavorare. Il lavoro non era granché difficile: imparare la corretta mise en place, come apparecchiare correttamente un tavolo, coperto per coperto, per le varie occasioni; imparare a servire tutti i piatti, a servire correttamente il vino e a spinare il pesce o fare i piatti alla fiamma. Ma l’inizio fu girare intorno al grande salone in fila indiana con un piatto piano ma pesantino, tra pollice e mignolo, e uno sopra le due dita, poi, ad ogni giro c’era un insegnante che ti aggiungeva un piatto sopra. Io arrivai già da subito a portarne dodici. Ero d’acciaio. Stessa cosa coi calici rovesciati: arrivai a portarne circa venti. Ma non voglio annoiarvi con cose poco interessanti.  Aggiungo solamente che amavo curiosare in cucina, ma gli chef mi cacciavano sempre via di malo modo. Erano mondi separati, sala e cucina. Com’era separato il terzo settore della scuola: quello dei concierge. I nostri erano dei veri mastini: quasi tutti marchigiani e abruzzesi, quadrati, mascelle e spalle forti, fronte bassa e tutti incorruttibili. O quasi. Dovete sapere che avevamo orari militareschi ed era severamente proibito rientrare in ritardo dopo le due ore pomeridiane di libera uscita, e non ci dovevamo nemmeno sognare di uscire dopo la cena e dopo aver sparecchiato i tavoli e rifatto la mise en place per le colazioni del giorno dopo, pena l’ammenda e poi l’espulsione. Ma io e un ragazzo di Certaldo, un toscanaccio mio compagno di stanza con la fica scolpita sulla fronte, diventammo presto molto amici e cominciammo a trasgredire da subito. Si cercava di fare amicizia con le bellissime ragazze assisane nel pomeriggio e, agganciatene un paio, dopo qualche pomiciatina, ci si dava appuntamento per la sera. Loro uscivano di nascosto. Noi pure. Ma noi, per scappare la sera, dovevamo scendere da un muraglione di lastroni e massi abbastanza scosceso e pericoloso e “pagare” con sigarette o soldi o minacciare di morte il concierge di turno di notte, per poter rientrare furtivamente dalla porta principale. Con due dei portieri non ci fu mai nulla da fare, anzi … minacciavano di fare la spia in direzione. Inquadrati come muli. Ma con altri due la cosa fu più facile. Quindi, alla fine, restavamo consegnati la sera solo due giorni a settimana. Ne approfittavamo per riposare e fare nuovi piani. Il mestiere lo avevamo imparato entrambi: eravamo i più svegli, e nessuno di noi due aveva intenzione alcuna di rimanere segregati in quella scuola-lager per tutti i tre lunghissimi anni.

Una delle nostre avventure più divertenti fu quando ci fidanzammo con due delle tre figlie del becchino: un orco alto quasi due metri, con un ghigno cattivo stampato sul grugno e due mani come taglieri. Matteo si fidanzò con la ragazza media, Laura, e io con la più piccola, Adriana, bella come il sole e molto somigliante a Catherine Spaak giovane. Aveva 14 anni, un sorriso radioso e due palette come incisivi.

Facevamo l’amore quasi tutte le sere, nei loro letti, scavalcando una finestra e col loro aiuto. Un giorno, mentre ci davamo da fare nel pomeriggio, rientrò il padre per cercare chissà cosa e Matteo ed io ci infilammo sotto i letti.

Meno di quattro mesi dopo il mio arrivo ad Assisi, il maitre di sala mi chiamò e mi chiese se volevo fare qualche extra ben pagato. Figurati! Ero senza un centesimo. Solo mia zia Pina, la sorella minore di mia madre, mi mandava ogni tanto un vaglia di diecimila lire, che se ne andavano in sigarette e ricatti dei concierge. Accettai al volo. Un extra è un cameriere di rinforzo per quei locali che hanno una media, mettiamo di 40 coperti al giorno, ma per il fine settimana ne aspettavano duecento o più. Oltre ai soliti turisti, arrivavano a frotte i romani e quindi … Ebbi la fortuna di essere assegnato al ristorante La Posta, proprio di fronte alla scuola e con due titolari da film di Alberto Sordi. Mi diedero diecimila lire per il sabato e la domenica e feci anche tremila di mance. Un paradiso. Il padrone era un vecchio oste sulla sessantina, sor Emilio, rubizzo, di pelo rosso, con una faccia da nano di Biancaneve e la risata facile, due manone abituate a sollevare pesi o ubriachi da lanciare fuori dal locale, e grande conoscitore dei migliori spacciatori di cibo dell’Umbria. Sua moglie, Mariannina, era una chioccia, grande cuoca (non ho mai più mangiato così bene come da loro, eppure cucino benissimo e so fare la spesa!). Per me divenne una specie di mamma e mi coccolava moltissimo, strapazzandomi bonariamente e chiamandomi “sto frocetto”, da quando scoprì che tra le mie fidanzatine c’era anche la sua nipotina preferita.

Avevano venduto l’osteria e aperto il ristorante appena da due anni.  Fattostà che i due mi chiesero se volessi lavorare stabilmente da loro, come stagionale: precisarono, e io accettai immediatamente e lasciai la scuola. 25 mila al mese più mangiare a sazietà e una stanzina con bagno nel giardino sottostante, da dove si godeva una spettacolare vista delle pianure e delle colline umbre e che apparecchiavamo solo per il fine settimana. Fino a metà giugno. Poi tutti i giorni, mattina e sera fino alla metà di Settembre.

Una miseria, 25 mila lire al mese, visto che, a parte un piccolissimo aiuto da parte di una loro nipote in odore di matrimonio, dovevo fare tutto io. E non vi dico il correre su e giù tra cucina, sala e giardino nei giorni di piena. Coi miei pantaloni neri di lana mi si arrossava il culo e dovevo correre in cameretta a lavarmi e a riempirmi di borotalco. Mai avuto tempo di comprarmi un paio di calzoni neri estivi. Non ho mai fatto arrivare un piatto freddo e mi arrangiavo un po’ con inglese e tedesco, visto che il francese lo adoravo e lo parlavo come l’italiano.  A questa specializzazione collaborarono poi molte fidanzatine francesi con le quali tenevo una costante corrispondenza. Le abbordavo appena scendevano dai grandi pullman e il fidanzamento per tre giorni era garantito. Con molte di loro furono solo baci e toccatine e scambi di foto, e con molte altre ci fu parecchio sesso. Fu ad Assisi che mi scafai.  Molto mi insegnò anche la madre di una delle mie fidanzatine locali, che ci beccò a fornicare dentro un grande armadio di una chiesa che stavano restaurando, vicino a casa loro, e ci diede una compilation di schiaffi. Poi, settimane dopo, mi vide e mi fermò per strada e mi portò a casa sua. Una quarantenne bellissima e vogliosa come le caricature dei vecchi film di “Ubalda tutta nuda e tutta calda”.  Mi insegnò le raffinatezze e la pazienza per tutte le posizioni immaginabili. Una Kamasutra vivente. Era multi orgasmica. E anche io. Il tempo non ci mancava: nel pomeriggio suo marito era al lavoro e tornava dopo le 20 e aveva mandato la figlia a fare un corso di maglieria dopo la scuola. Quando conobbi il marito mi allontanai. Una faccia da assassino, non per niente faceva il Capitano delle Guardie a cavallo per la sfilata del Calendimaggio. Un monumento equestre che non finiva mai.

Sor Emilio mi portava con sé a fare la spesa: a Norcia per le bistecche, Montefalco e Bevagna per il vino. Il pane sciocco, senza sale, lo prendevamo da un fornaio vicino a noi e le verdure e la frutta ce le portava una contadina locale. Mariannina impastava tutte le mattine di buonora e preparava le sue superlative teglie di pasta al forno e cannelloni. Quando finivo il servizio, pulivo e riapparecchiavo la sala, sul mio tavolino dietro la cucina mi spanciavo di cannelloni e lasagne, raramente mangiavo le pur saporitissime e tenere bistecche. Sono sempre stato un amante della pasta. La sera, spesso, se non avevo movimento, dopo il servizio mi sedevo in cucina a guardare il piccolo televisore insieme a Sora Mariannina e le mettevo i piedi scalzi sul grembo. Lei fingeva di scandalizzarsi e mi insultava, ma poi me li massaggiava. Erano persone che rispettavano il lavoro e chi lavorava duramente e seriamente. Avevano un figlio maschio trentenne e una figlia poco più vecchia, ma volevano più bene a me. O almeno così mi sembrava. Per esempio, mi diedero la chiave del cassetto coi soldi.

La mia vera famiglia.

Loro e poi le migliaia di ragazze con le quali divisi anche una sola notte nel corso della mia vita. Sono sempre stato uno che fa innamorare e che si innamora. Mi affezionavo subito.

Assisi quando piove è ancora più bella e misteriosa. A ogni angolo ti aspetti che esca un cavaliere del 1200, un fraticello marrone o una ragazza vestita di celeste o di rosa, bella come una Madonna.  

C’era il Pincio. Le sere d’estate, finito il servizio, mi arrampicavo su ai giardini del Pincio, dove c’era musica dal vivo tutte le sere e si ballava. Una sera venne Gino Paoli, un’altra Peppino di Capri, Patty Pravo, etc.

Ricordo un bellissimo pomeriggio sotto l’ombra e tra il profumo dei glicini, vicino alla basilica di Santa Chiara, una lunghissima pomiciata con una inglesina  verace e vorace. Il pomeriggio successivo la portai sotto la Rocca e facemmo l’amore. Non c’era nessuno. O meglio: io non vidi nessuno. Ma quando finimmo, dai merli della Rocca partirono urletti festosi e applausi. Lei rideva, io mi vergognai come un ladro.

Un giorno due carabinieri mi portarono in caserma perché avevo buttato all’aria una specie di negozietto dentro la Cattedrale di San Rufino, gridando che Cristo aveva cacciato i mercanti dal Tempio. Volarono riviste, souvenir, statuine orrende, riproduzioni in scala della chiesa, ceri, bolle con la neve finta, etc. Ai preti non fece piacere e chiamarono i carabinieri, che mi fecero una ramanzina nella vecchia caserma di via Matteotti.  

In quei giorni avevamo un cliente fisso: il professor Erik Dons, direttore di una radio danese. Diventammo molto amici, lunghe chiacchierate e molte risate. Parlava benissimo l’italiano e mi scriveva almeno due cartoline ogni anno fino alla sua scomparsa.

La festa di San Francesco, 3 e 4 Ottobre, vedeva una marea di turisti e tantissima gente in costumi duecenteschi e riaprivano le vecchie locande dell’epoca nei vicoletti del centro.  Per l’occasione, servivano tradizionalmente i piatti dell’epoca francescana. Non gli stessi, naturalmente: li preparavano di fresco.

E con S. Francesco finiva la stagione.  Io presi la busta dei soldi che avevo pregato Sor Emilio di conservarmi: erano tutti gli stipendi più un po’ di mance. Lui aggiunse duecentomila lire di tasca e mi chiese se mi avrebbe fatto piacere  tornare l’anno successivo. Naturalmente accettai subito. I saluti furono a dir poco accorati e umidi di pianti. Il giorno dopo partii per Roma.

ROMA

Tanto Assisi era pace, silenzio e serenità, quanto Roma era caciara, volgarità diffusa e rumori molesti. Traffico a parte: anarchico, maleducato, disordinato e rumoroso, c’era la gente:  la maggior parte della gente ti gridava in faccia, manco fossero due pastori che si parlavano da un versante all’altro della collina. E non erano tutti romani, naturalmente.  Forse era l’usanza del luogo.  Spero che sia così solo nei paraggi della stazione Termini, sperai. Invece mi sbagliavo. Presi una stanza per tremila a notte in una stradina vicino al cinema Volturno e feci un po’ il turista. Mi comprai due paia di pantaloni neri leggeri e un abito spezzato che mi stava a meraviglia, sei paia di mutande, una camicia celestina e una cravatta di lana coi fiorellini, il tutto per 30 mila lire.

La sera, mangiai una pizza e due supplì e andai a vedere lo spettacolo al Volturno. Tutti maniaci e masturbatori compulsivi. Alcuni di mezza età agivano tra vicini. E magari avete moglie e figli, pensai. Non c’era nessuna donna in platea.

 Il film era penoso e pieno di tagli fatti con la roncola, ma loro si eccitavano, in compenso lo spettacolo prima della proiezione faceva cagare: vecchie signore flaccide che si spogliavano, completamente fuori tempo (che la mettevano a fare la musica?) con l’espressione di “ma l’avrò chiuso il gas?”.  Un comico e una spalla che facevano ridere solamente perché venivano insultati in maniera molto colorita e originale dalla platea e un “mago”…  al quale scappò la colomba bianca e ancora la stanno cercando. Se qualcuno svelto non l’aveva già fatta in umido con patate.

 Non è roba per me.

 A mezzanotte andai alla pensione, ma avevano aggiunto un lettino e sopra c’era un tizio con una specie di barboncino nero in testa che ronfava. Io avevo pagato per una stanza singola.  Ma non era ora per recriminazioni e poi ero stanco e avevo sonno.

Dormii con un occhio solo e col portafogli sotto il cuscino. Pensai che solo i poveracci possono dormire col portafogli sotto il cuscino, i milionari mica potevano dormire quasi seduti.

Deciso: il giorno dopo sarei partito per Novi Ligure. C’era una ragazza, due anni più vecchia di me, che mi aveva riempito di promesse. Era stata ad Assisi per Ferragosto coi suoi che non l’avevano lasciata un secondo libera. Ma gli occhi parlano. Arrivai nella cittadina piemontese e lasciai la mia valigia al deposito bagagli della stazione: prima devo trovare un lavoro. E così fu: il secondo albergo visitato mi sorrise e venni  assunto in prova per una settimana.  Avrei preso servizio il giorno dopo, così ebbi tutto il pomeriggio per trovare Giulia e passare qualche ora con lei. La chimica fu la stessa e ci organizzammo per passare una notte insieme. Sabato: “I miei vanno in balera e io posso stare benissimo per conto mio. Ho alcune amiche che mi copriranno di sicuro.” Amen. Passò il sabato. Passò la domenica. E il lunedì il titolare dell’hotel mi cacciò senza troppe spiegazioni, con la giovane moglie che piangeva alle sue spalle. Si era fatta qualche idea, ma il gelosissimo marito se ne accorse prima di lei e mi liquidò.

Decisi di andare a trovare mia zia Pina che lavorava a Milano, in quel periodo. Dopo le solite ramanzine sul mio presente e il mio futuro (lei mi vedeva come parrucchiere: “Acconciature da Lucio”. Ci sai fare con le donne, diceva, ed è un bel lavoro sicuro, pulito.)

 Per dormire mi sistemò da una sua amica, una maschiaccia assetata di sesso di 60 anni, che stava succhiando l’anima a un poveretto di 30 anni. Lui poi finì ad Andalo con la tisi. Lei, l’Elvira, aveva un negozio di frutta e verdura e alle 5 era già ai mercati generali a fare la spesa. Un paio di volte mi portò con sé e mi diede cinquemila lire a botta.  Ma alzarsi al buio e caricare e scaricare cassette non era vita per me.

Dopo circa una settimana, trovai lavoro da un traffichino che vendeva spray di ogni genere: dal deodorante per gli armadi alla neve finta per le scritte sulle vetrine. Assumeva disoccupati automuniti che dovevano trasportare tre o quattro di noi, armati di grandi borse, e ci dislocava nelle varie province a vendere porta a porta. Io vendevo sempre tutto e poi vendevo anche parte delle borse degli altri. Avevo un bel sorriso, parlantina sciolta e ispiravo fiducia. In molte case le signore mi compravano più di un prodotto e mi offrivano pure il caffè. Io ricaricavo un 20% al 20% che già mi spettava per contratto. Non era scorretto: mi facevo pagare l’empatia. Ma mi stufai di quel girovagare dopo un paio di settimane e risposi a un annuncio del Corriere della Sera: cercavano uno chef de rang che parlasse francese in un prestigioso albergo del centro.

Cominciai così a lavorare al Grand Hotel Regina e Metropole, di fronte al Teatro alla Scala. C’era ospite la compagnia di balletto più famosa del mondo: Bolshoji di Mosca.

(Ironia della sorte, molti anni dopo, mi fidanzai proprio con una ragazza 24enne del Teatro Bolshoji di Mosca, in tour a Roma, e ancora oggi, dopo 25 anni vive con me e abbiamo una figlia splendida di 21 anni).

Tutti loro, ballerini e coreografi parlavano un ottimo francese e mi lasciavano laute mance. Mance che si fotteva il maitre. La padrona dello stabile e dunque dell’Hotel era una vecchia megera cementata di fard e rossetto, cipria a nuvole, ed era razzista: mi mise a dormire in uno stanzino che ospitava i suoi due barboncini e uno sguattero siciliano. Lei adorava i suoi cani, a chiacchiere, ma diceva di essere allergica e non li voleva nei suoi appartamenti. Lo stanzino era un loculo all’ultimo piano e aveva appena un finestrino di 30x30cm a circa due metri da terra ed era sempre chiuso.  O meglio, se avessi dato retta al vecchio siciliano sarebbe stato sempre chiuso, ma io lo spalancavo perché lui si fumava almeno un pacchetto di Sax, diossina pura, tra sera e mattina presto, e io volevo respirare. Anche se l’aria di Milano allora era tutta irrespirabile. Ma a tutto c’è un limite. Finimmo quasi per venire alle mani, ma lui capì che non gli sarebbe convenuto. Io non ho mai fumato dove dormo e non ho mai permesso a nessuna delle mie fidanzate di farlo. Credo che resistetti meno di un mese in quel posto. Poi mi venne la smania di tornare in Sardegna dai nonni.

 Telefonai al posto pubblico di Santa Giusta per parlare con Francesco, ma il fratello maggiore mi disse che era a Roma coi Barrittas e stava suonando al Capriccio, un night di via Liguria, dietro via Veneto.

Era il 1963, mi pare. Tornai a Roma. Solita minestra: la valigia al deposito bagagli di Termini e subito a cercare lavoro. Come fai a non trovare immediatamente lavoro a Roma, con migliaia di locali e dopo che hai fatto la scuola alberghiera ad Assisi? Non trovai una mazza. Per due giorni e per due notti stetti al Capriccio fino alle sei del mattino, poi tutti se ne andavano a dormire e io mi chiudevo in qualche bar al caldo a fare colazione e guardare gli annunci sul Messaggero. 

Mio cugino aveva finito il servizio a Roma ed il complesso era partito per fare un mese a Pavia. I soldi erano finiti in fretta e da una settimana non mangiavo. Trovai un annuncio di un locale di via Appia nuova: Rosticceria-pizzeria Catena. Mi presentai speranzoso e mi presero in prova. In prova a me?! Con due vecchi che si trascinavano moribondi, coi piedi alle dieci e dieci, e portavano i piatti due per volta coi pollici dentro la minestra?! Mi misero a sparecchiare. Io, che odiavo e odio il pollo più della morte, mi ritrovai a rosicchiare velocemente ossi di pollo davanti al pass tra sala e cucina. Verso le 16 mi diedero un panino con dentro una cucchiaiata di ragù. Ma una delle due sorelle titolari mi mandò a lavare le auto sua e di sua sorella nel cortile adiacente.

Va beh, ceno e poi vi mando a fare in culo. Invece stetti lì otto giorni. Poi finalmente trovai un lavoro vero in centro, ai Fori Imperiali: Taberna Ulpia o Vlpia. Adiacente a un’antica basilica sconsacrata, era un locale di extralusso. Allora.  Si entrava solamente in abito da sera e c’era il bel mondo: nobili, zoccole d’alto bordo, attrici ed attori famosi, registi. Venni assunto come demi-chef de rang: vice cameriere, insomma.  350 mila al mese e 1/5 delle mance. Sopra di noi stava il Maitre e sotto di me il commis de rang.

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Il tirassegno…

Il tirassegno è un sport, ma non quando due fanatici sparano a persone VERE, ignare, che stanno lavorando per portare il pane a casa. Che il risarcimento sia bello pesante. Grazie.

Marò, il Tribunale internazionale assegna il processo all'Italia: "Ma Roma dovrà pagare per i pescatori uccisi"

https://www.repubblica.it/esteri/2020/07/02/news/caso_maro_arbitrato_da_ragione_all_italia-260768107/?ref=RHPPTP-BH-I260767810-C12-P1-S5.3-T1

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Il cane e il pane.

Sono uscito col cane

Per comprare il pane

E non sono più tornato.

Ora vivo col cane

Vicino a un torrente

Senza conto corrente

Senza le tue stronzate

Senza troppe boiate.

Vorrai ammettere

Che messo alle strette

Come scusa è migliore

Che

“SCENDO A COMPRARE LE SIGARETTE”.

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