PERIPEZIE DI UNO “SPORCO COMUNISTA”

(NELLE TV DELLA MAFIA.)

(Autobiografia non autorizzata di un sopravvissuto)

LA FAMIGLIA. SI FA PER DIRE.

Non sapevo che ora fosse, se era tarda mattinata o pomeriggio. Ma il sole proiettava i suoi film di auto o bus che passavano in strada, proprio sul mio soffitto. Ero in dormiveglia, in quel nirvana placido di chi non ha impegni urgenti; una epifania di immagini ancora pendenti da un sogno e la voglia di stiracchiarmi e alzarmi per andare in bagno. A un tratto, una voce di donna, piuttosto alterata, proveniente dalla strada, qualche piano più sotto, mi riportò alla realtà di un mondo e di un tempo dimenticati:

Non correre, disgraziato! Non vedi che ci sono le macchine?! Cammina vicino a me e smettila di fare il cretino o, credimi, come ti ho fatto ti disfo!

Ce l’aveva sicuramente con suo figlio piccolo.

“COME TI HO FATTO TI DISFO!”

Quante migliaia di volte avevo sentito quella minaccia da mia madre dai tre ai 14 anni? Era una minaccia corrente, tra un fracco di botte ed un altro. Eppure non ero un bandito. Un po’ discolo, sì, ma me le prendevo tutte io, le minacce e le botte, solo perché ero il maggiore di 4 figli e… il figlio della colpa: mio padre l’aveva ingravidata quando lei aveva appena 17 anni ed erano stati costretti a sposarsi.

Che poi, non è che avessero tutti quei grandi progetti: lei aveva a malapena la terza elementare e lui pure, ma era in procinto di essere assunto come frenatore in ferrovia. La stazione era a due chilometri dalla grande casa, attaccata alla Basilica di Santa Giusta; casa che aveva ereditato in quanto il più piccolo dei figli di nonno Francesco: una vera leggenda.



I MIEI NONNI SPETTACOLARI

Il padre di mio padre, rimasto vedovo da giovane, dopo aver messo al mondo due figli maschi e due femmine: Antonietta e Pelagia, era capitano della draga nello stagno del paese – uno dei più pescosi d’Italia – pescatore e capitano dei barracelli. Girava disarmato quando era di ronda in campagna, per evitare che gli abigeatari portassero via qualche capo di bestiame o altri ladruncoli rubassero qualche camionetta di carciofi o frutta. Di solito, i barracelli giravamo con la doppietta, lui no. Si raccontava che quando era in giro lui, dall’imbrunire fino alle prime ore del mattino, nessuno aveva mai rubato nulla, anzi! Addirittura i merli riportavano la frutta che avevano rubato giorni prima.

Quando non era di turno, tornato dallo stagno, si faceva un bel bagno tiepido nella grande vasca di cemento che aveva fatto costruire a ridosso della sua stanza, in cortile, si sbarbava, si profumava, si vestiva elegante: camicia bianca stirata e pantaloni di fustagno grigi puliti e stirati, tenuti su da un bel cinturone di cuoio fatto da lui stesso, e usciva per chissà quali avventure galanti.

Era un bell’uomo, alto, snello, muscoloso, spalle larghe e vita stretta, occhi e capelli grigi pettinati con la riga e un portamento da padrone del mondo. Anni dopo, seppi che al suo funerale, quando aveva più di 70 anni, c’era un bel gruppo di signore in lacrime provenienti da Oristano e altri paesi vicini.

Grande bevitore, era morto lasciando una lunga scia di leggende e racconti.

Come quando si presentò con suo cugino “Carraxiu” (confusione, casino), padre dei miei cugini musicisti: Dino, Francesco e Tonietto e di 4 femmine, a un bar di Baratili S.Pietro. Non lo conoscevano ancora e nonno Salis ordinò 5 lt di Vernaccia. Occorre dire che la nostra Vernaccia, originaria proprio di Baratili e poi diffusa in tutto l’oristanese, non ha nulla a che vedere con la Vernaccia continentale che è un comune vino bianco. La nostra novella è frizzantina e due bicchierini minuscoli: i bicchierini da Vernaccia, ti segano le ginocchia, quella un po’ invecchiata sembra brandy.

Comunque, si dice che nonno ordinò 5 litri di quella novella e l’ostessa gli chiese:

E su strexiu? (Il recipiente?)

Nudda strexiu: deu pigu tre litrusu e fradibi miu dusu: da buffausu innòi. (Niente recipiente: io contengo tre litri e mio cugino due, la beviamo qui).

Oppure aveva il vizio di portare fuori dal locale il bicchierino classico in ogni bar dove andava e poggiarlo per terra: “Tu qui non puoi entrare: sei troppo piccolo”.

La notte, rientravano brilli e facevano le previsioni del tempo per il giorno dopo, svegliando mezzo paese con la voce alterata dall’alcol. Zio “Carraxiu era capo cantiere alla Ferrobeton, un’azienda che aveva introdotto in Sardegna il cemento armato; nonno sapete che lavori faceva, beh, anche se rientravano bevuti alle 4 del mattino, alle sei erano sul posto di lavoro, puntuali come la morte. Nessuno dei due aveva mai perso una sola giornata di lavoro.

Di lui ricordo solo una foto di quando avevo sì e no tre anni, seduti davanti alla grande vasca del cortile, che brindavamo non so a cosa con mezzo bicchiere di vino rosso. Vino che faceva lui in casa.

Anzi, no: brindavamo al fatto che avevo letto alcune pagine di un libro e addirittura scritto dei pensierini. Mi regalò anche una fionda. Una fionda col manico e la V delle forche di olivastro, bella resistente, con l’elastico fatto da una camera d’aria di bicicletta e la toppa di cuoio leggero. Quasi sicuramente l’aveva sequestrata a qualche piccolo bandito che tirava ai passeri.

Io non tiravo ai passeri né ad altri esseri viventi; tiravo alle campane del vicino campanile, ogni volta che il padre del prete cercava con la lunga canna di rubare i nostri fichi. E le centravo sempre. E lui spariva.

Non avrei saputo come passare il pomeriggio, altrimenti. I giornaletti non erano ammessi, i libri pochi e scritti in piccolo, ma poi… dicevano che i sardi sono piccoli e neri: e ti credo! quando i genitori avevano da fare le loro porcheriole ci buttavano fuori di casa, di solito per strada; i miei in cortile, che era bello grande quanto un campo di calcio. Scopavano e noi fuori. Litigavano e noi fuori. E ti credo che eravamo neri: da noi, specialmente nel pomeriggio, il sole picchia. Così, quando non mi picchiavano i miei, mi picchiava il sole.

La cosa andò avanti per qualche anno. E quando mio padre mi trovava una fionda, e me ne trovava spesso, me la strappava di mano e la scaraventava sul tetto della cucina. C’erano più fionde che tegole su quel tetto.

Stufo di prendere botte ogni santo giorno, non ho mai avuto un bacio o una carezza dai miei, solo botte e che botte! Con le mani, con i mestoli di legno, con pezzi di canna, con pezzi di pompa telata, con la cinghia, col manico dell’autoclave di legno, ma con l’anima in ferro.



 

 

 

 

 

NONNO SERRA E NONNA SCEMA



I miei nonni materni mi avevano cresciuto. Ero nato a casa loro e ogni volta che potevo tornavo al nido. Stavo bene con loro. Nonno Serra si chiamava Raimondo ed era uno dei migliori sarti della Sardegna. Io stesso ho indossato una giacca perfetta che aveva tagliato e cucito per mio padre: un doppiopetto marrone dal collo ampio che cadeva perfettamente anche dopo 30 anni. Nonno era reduce di guerra e aveva portato a casa una rivoltella d’ordinanza che credo non avesse mai sparato. Lavorava in piedi per tutto il giorno, davanti al grande tavolo di quercia che occupava mezza sala. La sala era l’ingresso della casa e vicino alla finestra c’erano una vecchia Singer nera e una sedia. Dove mia nonna imbastiva e poi passava alla macchina da cucire. La porta d’ingresso era sempre aperta. Come quasi tutte le altre porte del paese.

Io sedevo per terra e scarabocchiavo sui fogli ingialliti dal tempo di vecchi quaderni che un loro nipote seminarista, ospitato per anni, aveva lasciato con qualche libro nel solaio. Poi zio Tonino si era laureato e, abbandonati i sogni clericali era diventato avvocato e per tutta la vita ha fatto il segretario comunale. I miei nonni erano originari di Pau e Ales ed erano molto amici di Tonino Gramsci che, dai discorsi dei grandi, mi sembrò di capire che era un giovane puttaniere.

Nonno non si sedeva mai, se non per mangiare o mettere le caviglie e i piedi gonfi in un catino pieno di sanguisughe. Allora si usava così. Faceva hirudoterapia senza saperlo. Ma gli antichi tramandavano usanze molto salutari, prima che venissero inventati i farmaci moderni. La saliva delle sanguisughe contiene sostanze dalle qualità antinfiammatorie, anestetizzanti e anticoagulanti come l’irudina e l’eglina. La si usa infatti ancora oggi in diverse operazioni di microchirurgia per evitare la formazione di coaguli di sangue e morte dei tessuti. 

Lui soffriva di vasculite e nefrite e di nefrite è morto a 66 anni. Al suo funerale c’erano oltre tremila persone, in gran parte venute dai paesi vicini, visto che Santa Giusta contava a malapena 800 abitanti. Io e un mio amichetto, aprivamo il corteo portando una corona di fiori e alloro. Forse avevo otto anni e non capivo ancora la morte.

Erano molto amati e rispettati i miei nonni. Nonna era una finta bisbetica e brontolava continuamente, ma era sempre disponibile per tutto il vicinato. Lui masticava un pezzo di filo da imbastitura e sorrideva sotto i baffi. Parlava pochissimo e la prendeva in giro. Si amavano molto.

Ricordo un episodio che la dice lunga: un giorno si presentò un pastore per ordinare un abito per il figlio che si sposava. Nonno gli fece scegliere la stoffa dal campionario; stoffa che poi nonna avrebbe comprato a Oristano, e prese le misure al ragazzo. Appena i due andarono via, nonna sbottò:

“Ma ita di faisi un’antra bistimenta, chi non t’ha pagàu mancu sa chi pottad’issu?!”

(Ma gli fai un altro abito se non ti ha ancora pagato nemmeno quello che indossa lui?!)

E nonno, placido:

“O Maria! Boi nai ca ndi teinti prus pagu de nosu”

(O Maria! Vuol dire che ne hanno meno di noi). Intendeva di soldi.

La flemma di nonno Serra la ricordo anche per quest’altro episodio da film di Totò:

c’era un vicino che si presentava sempre all’ora di pranzo e scroccava quel poco che c’era. Nonna era avvelenata per questo comportamento e per il fatto che nonno prendesse e mettesse in tavola un piatto in più. Un giorno, il vicino arriva verso l’una e sulla tavola non c’è niente. L’una e mezza, le due… Alla fine, lo scroccone si alzò e disse:

“Beh, giài giài min ci andu, ca bosatrusu eisi a deppi pappai.” (Quasi quasi me ne vado, perché voi dovrete anche mangiare)

E nonno: “Nou, nou. Abarra puru, tanti, finasa a candu non ci andas tui nosu non pappàusu”

(No, no. Rimani pure: tanto, finché non te ne vai tu noi non mangiamo.)

Il tipo non si era più visto all’ora di pranzo.

Nonna Scema, Scema era il cognome, molto diffuso dalle parti della Marmilla: Pau, Ales, Armungia, Villaverde e Morgongiori, era una donna di acciaio.

Alle sei era già in campagna a lavorare l’orto, a due chilometri da casa, rigorosamente scalza, poi innaffiava tutto con un secchio di ferro che intingeva in un piccolo pozzo. Al ritorno portava qualche verdura e una brocca di coccio che pesava almeno 20 chili sulla testa: era l’acqua potabile, che prendeva dal rubinetto della piccola piazza. Allora non c’era l’acqua potabile nelle case. E nemmeno le fogne. Andava in chiesa alla prima messa: non si è mai persa una messa in tutta la vita e anticipava il prete a voce alta, in un latino maccheronico che non capiva nemmeno lei. Poi portava i panni al lavatoio pubblico, lavava e risciacquava i panni, che poi caricava dentro un’ampia conca e la portava a casa, sempre in bilico sulla testa posata sul cercine ottenuto da un vecchio panno arrotolato, per stendere nel piccolo cortile stretto e lungo. Faceva una piccola spesa e faceva segnare il debito nei quadernetti dalla copertina nera che avevano tutti i tre bottegai del paese: si pagava appena si poteva e il debito veniva cancellato con una striscia di penna. Preparava qualcosa da mangiare, sciacquava le stoviglie e poi andava in sala ad aiutare nonno. Non si fermava mai. Nel periodo, Febbraio/Marzo, andava lungo la ferrovia e in campagna a fare asparagi selvatici, lumache, cicoria, etc.

Non so come e dove facessero i bisogni, dato che un mini bagnetto glielo facemmo costruire io e zia Pina, la sorella minore di mia mamma, quando io ero già giovanotto e nonno non c’era più.

Tornerò poi su altre storie su nonna Scema perché era un vero spasso. Come quando portava una “scivedda” (un grande contenitore di terracotta che serviva per vari usi, tipo fare “is Zippuas” (le zeppole sarde) piena di succosi fichi d’india e, con la scusa di darli al maiale che aveva mio padre in una stanzetta in fondo al cortile, lei li puliva alla velocità della luce, non sentiva le spine con le mani callose che aveva, e ce ne mangiavamo una ventina a testa noi. Per una settimana almeno non si riusciva ad andare in bagno. Lei lo chiamava “Carru arrèsciu” (Il carro che non si muove, incastrato, bloccato).

Oppure quando si sedeva sul bordo dell’asfalto, davanti alla porta di casa. D’estate, tutto il paese era seduto fuori casa a prendere il fresco. Alcuni, seduti sui gradini o sugli scannetti di sughero, cenavano con pane e pomodori o a “spisare”: mangiucchiare i semi del melone lavati ed essiccati al sole. Nonna Scema si sedeva sul bordo dell’asfalto coi piedi dentro la cunetta che rasentava le case, mentre tutto il traffico della Sassari-Cagliari le passava rasente. Nonno la rimproverava ogni sera, seduto su uno “scanixeddu”: una piccola seggiola impagliata, spalle al muro. Specialmente quando la strusciavano i camion con rimorchio che trasportavano le barbabietole allo zuccherificio, innaffiandole le spalle e spettinandole lo chignon, quasi del tutto grigio.

Ogni volta che potevo scappavo a casa di nonna Scema. Non era distante: uscito da casa giravo a destra, percorrevo un viottolo dove abitavano anche miei cugini, la famiglia di Carraxiu, attraversavo lo stradone: così chiamavamo la stretta Sassari-Cagliari e scendevo verso la piazzetta: Sa Panga (perché anticamente c’era una panca) e a metà strada, sulla destra, c’era la casa dei nonni.

Sempre meglio che stare a casa a prendere botte o peggio a venir rinchiuso nello sgabuzzino per la bici. Un metro per tre, con due mensole per cianfrusaglie, buio e molti topi.

Cominciai a scappare di casa intorno ai sei anni.

Non sapevo dove andare, ma volevo scappare da quella famiglia che non mi amava, da quella gente che non avrei mai voluto conoscere. Mi tenevo parallelo ai binari della ferrovia o allo stradone… tanto sapevo che dopo qualche ora sarei tornato a casa. Per forza.

Andai per un anno all’asilo, proprio di fronte a casa dei miei, e poi, a sette anni (ero nato di Marzo) cominciai le elementari. Mi annoiavo a morte: tutti a fare le aste, io avevo già letto i libri di Salgari, Dumas, Conrad. Cominciai a fare un giornaletto mio, con notizie scimmiottate dai giornali e disegni miei originali al posto delle foto.

Dedicai molte pagine all’amore della mia vita, Graziella: una biondina con  grandi occhi celesti che era arrivata da poco in paese da non so quale città del Continente. Per amore suo, per stare vicino a lei, avevo anche frequentato un corso di uncinetto sotto casa sua. Ma le due signore che tenevano il corso, avendo capito tutto, mi cacciarono via ridendo dopo tre giorni.

 

Gli unici momenti belli in quegli anni erano le estati al mare. Quasi tutti costruivano una capanna o una baracca con le canne e vecchi cartelloni pubblicitari divelti dal maestrale invernale, due stuoie sulla sabbia, un vecchio tavolo e sedili di fortuna, una piastra a due fuochi alimentata da una bombola e via. I più fortunati avevano anche delle coperte per ripararsi dall’umido delle notti. La meraviglia era il profumo del mare 24 ore su 24 e alzarsi presto la mattina e lanciarsi subito in mare, a pochi passi dall’alta marea notturna.  Si restava al mare per tutti i mesi di vacanza dalla scuola. E i padri raggiungevano le famiglie appena smontati dal lavoro, portando il pane fresco e un po’ di frutta.

La domenica mattina arrivavano gli “agricoli”: intere famiglie che arrivavano coi carri, trainati da due buoi o da un cavallo, così pieni di ogni ben di dio che sembravano carovane di sfollati di guerra. Si fermavano sulla strada battuta per non rischiare di arenarsi e allestivano un vero e proprio campeggio, con lenzuola o teloni a coprire carri fino alle stanghe e altre lenzuola dalle stanghe a dei pali conficcati nella sabbia. Poi cominciavano a scaricare tavoli, sedie impagliate, sedili di sughero, proto barbecue, pentole e insalatiere coperte, che contenevano pasta già condita, pomodori al riso, fettine di carne impanate, insalate, uova sode, angurie e meloni a pacchi, che i ragazzini provvedevano a seppellire sotto la sabbia della battigia, e ogni tipo di frutta, vino, acqua Vichy, gazzose, limonate, tra blocchi di ghiaccio in capaci sacchi di iuta, etc.

Una volta, avrò avuto 10 anni, scappai con la bici di zia Pina e arrivai fino a Fordongianus, il paese delle terme romane, a 30 km da casa. Arrivai trafelato poco prima di mezzogiorno. Il paese era semideserto e andai dal prete perché avevo fame. Lui mi fece parlare mentre mi preparava un panino. Poi fece caricare la bici sul tetto del pullman che stava per partire per Oristano, caricò anche me, pagò il biglietto, e io mi ritrovai a casa per pranzo. Nessuno si era accorto della mia fuga.

Quando non scappavo, andavo a lavorare di nascosto invece di andare a scuola: risaia, raccoglitore di patate novelle con un gruppo di tunisini, orologiaio, elettricista, manovale… Per ridere, gli adulti mi caricavano sacchi di cemento da 50 kg. sulle spalle. Io ne pesavo 47. Non gli diedi mai la soddisfazione di cadere o di lamentarmi. Così rimediavo qualche cento lire per le sigarette.

I MAESTRI

I maestri delle elementari erano personaggi cinematografici: un uomo, di cui non ricordo il nome, ci portava fuori, vicino allo stagno e ci faceva bisticciare per vedere chi era il più forte o il più furbo. La maestra Cera aveva le gambette a zampa d’elefante ed era di una noia mortale. Ogni tanto si addormentava anche lei da sola. Poi c’era la madre di mio padrino, maestra Steri, un donnino minuscolo, sempre vestito di nero, che d’inverno si infilava dentro il piccolo caminetto di casa sua perché era pelle e ossa e moriva di freddo. Un giorno, dal barbiere, ci raccontarono che il suo figlio minore, poliziotto sui generis: aveva appena comprato una moto Guzzi e rimase senza benzina a metà strada, tra Oristano e Santa Giusta, e sparò alla moto, insultandola in tutti i modi. Come se la colpa fosse stata della motocicletta e non sua che non aveva messo benzina. Si trascinò la pesante moto fino a casa, alla fine del paese, buttando giù dalle nuvole Cristo e tutti i santi. Questo campione, sempre secondo il racconto di un suo amico, ogni volta che tornava a casa e vedeva sua madre quasi dentro il piccolo camino acceso, la aggrediva malamente: “Mammina, cazzo! Quante volte te lo devo dire di spostarti dal fuoco?! Qualche volta torno e ti trovo incendiata… e cosa credi che ti salvo? UN CAZZO, MAMMINA! Quattro colpi in testa ti tiro, così impari!” e con l’ultima minaccia, per renderla più efficace, sfoderava e le metteva la pistola sotto il naso.

Una domenica di Giugno scappai davvero. Senza un’idea precisa circa la meta, mi volevo allontanare il più possibile e percorsi la strada che facevamo in bici per andare in spiaggia. Non presi a destra per la strada bianca che si apriva fra giunchi e asfodeli, ma continuai sulla strada asfaltata parallela allo stradone, verso Sud: in direzione Cagliari. Dopo oltre un’ora di scarpinata, ricordo che indossavo un paio di pantaloncini celesti e una canottierina bianca, mi trovai sotto un gelso che aveva già i frutti belli succosi. Avevo fame. Mi arrampicai sulla pianta e mangiai le more a più non posso, macchiandomi tutta la roba. Sembrava sangue. Dopo circa un’altra ora ero ad Arborea. Non sapevo nemmeno che esistesse. Solo qualche anno dopo ebbi lì qualche fidanzatina bionda con gli occhi chiari: ad Arborea erano quasi tutti di origine veneta, sbattuti lì da Mussolini per rovinare l’oasi faunistica più importante d’Italia e forse d’Europa.

Appena entri in paese, sulla sinistra vedi la chiesa.

La chiesa era come quella dei libri di favole illustrati e anche le case non avevano nulla a che vedere con le case sarde. Un posto strano e meraviglioso per me.

Venni attirato da un vociare concitato misto a imprecazioni e parolacce e voltai a sinistra. Dietro una rete alta almeno sei metri, c’erano dei ragazzini poco più grandi di me che facevano una partita di pallone, con un pallone vero e su un campo vero.

Io me li mangiavo con gli occhi e non so cosa avrei dato per poter giocare anch’io con loro: ero bravino a palleggiare e a dribblare. Mi sentivo un po’ come quando mio padre ci portava a piedi in piazza a Oristano, la domenica, a vedere come mangiavano il gelato i ricchi… e lui era uno dei cinque o sei che aveva uno stipendio sicuro in paese, non pagava gli abiti (li faceva nonno Serra), forse aveva un tesoro nascosto o andava a puttane. Non lo saprò mai.

Ma il gelato costava dalle dieci lire alle trenta. Quelli monumentali.

Per fortuna, davanti a casa dei miei nonni materni, c’era il bar di Falchi, dove le figlie tettone mi davano un gelato da dieci lire con tre palle.

Avevo già un mio ascendente sulle donne e i soldini di nonna.

Ero ad Arborea e guardavo la partita dei ragazzini, che smadonnavano e si insultavano come scaricatori di porto.

Destino volle che uno di loro si azzoppò, i compagni mi videro e mi invitarono ad entrare. C’ero solo io attaccato alla rete di ferro. Mi mostrarono un grande cancello, che aprirono due di loro e fui in campo. Mi chiesero solo il nome. Nessuno commentò il “sangue” che mi ricopriva.

Segnai anche un gol. Finita la partita, venne un pretino che ci condusse alle docce e poi in refettorio.

Lui mi chiese se mi ero fatto male in campo e mi mise davanti a un grande specchio: avevo anche il viso e i capelli sudati e intrisi di succo di more di gelso rosse. Gli raccontai il fatto, ma non feci cenno alla mia fuga. Mi diede una canotta e dei pantaloncini puliti e mi portò a mangiare.

Malloreddus con poco sugo e poi un uovo sodo con insalata.

Non so che storie mi inventai per rispondere alle sue domande, ma fattostà che rimasi dai salesiani per tre giorni e tre notti. Il giovedì mattina, mi caricarono in macchina e mi portarono alla canonica del prete del mio paese.

La voce della mia fuga si era sparsa.

Sul sedile posteriore dell’Aprilia nera del vescovo, a circa due km da Santa Giusta, vidi mio padre, in bici, che andava alla volta di Arborea. Dalla faccia torva era incazzato come un cesto di bisce. Rimasi impassibile e tutto filò liscio.

Naturalmente, dopo le ramanzine dei preti e della perpetua, la sera saltai la cena e, dopo la solita dose di botte e minacce, evitai lo sgabuzzino per un pelo e mi ritrovai tremante nel mio lettino. Tremante, ma felice per la bella avventura.

Mio padre mi pestava e mi terrorizzava talmente che non riuscivo a salvarmi dai pugni e dai calci dei miei compagni di scuola bulli. Li avrei atterrati con due dita, ma… VERBOTEN, proibitissimo fare a botte. Lui era in corsa per la carica di vicesindaco. Da ateo, mi fece studiare a menadito Vangelo e Bibbia e mi presentai all’esame per la comunione e cresima ferrato come Umberto Eco e sicuro di saperne più del papa. 1° premio: una bicicletta nuova. Naturalmente stracciai tutti, ma mi diedero un pallone di plastica. I primi due premi andarono a due figli di bagass… di bigotte incancrenite.

Così tornavo da scuola quasi ogni giorno col grembiule azzurro pieno di sangue. Sangue mio. Del mio naso. Inutile dire che: “Hai bisticciato di nuovo?!” e giù botte. E io non avevo tirato nemmeno un cazzotto.

Anni dopo, mi rifeci abbondantemente e fino ai 40 anni ero piuttosto manesco. Ero forte come un fabbro e agile come una molla. Ma qui torniamo dopo.

Nel frattempo, nonno barracello o meno, diventai il più abile ladro di frutta e carciofi del paese. Manco a dirlo: regalavo quasi tutto. Era solo per il gusto del proibito che scavalcavo i fili spinati e scappavo ai padroni dei campi.

Per la cresima ci offrirono la colazione nel salone parrocchiale. Colazione… latte in polvere e gallette militari che sapevano di muffa. Però tutti noi ragazzini le sbriciolavamo nelle grandi tazze e mangiavamo assatanati coi pesanti cucchiai di ferro. Il mio vicino mi rubò una galletta e io gli diedi una cucchiaiata in testa: sangue a zampilli e mi cacciarono fuori dal salone.

C’erano le seghe.

Come tutti i ragazzini del mondo, eravamo divorati dalla curiosità di scoprire cosa si nascondesse dentro le mutandine delle femmine e quindi giocavamo anche noi al dottore.

Qualche toccatina e molti graffi. Ma ci divertivamo di più dopo, quando sdraiati tra gli steli in un campo di fave o sulle scale del campanile, ci riunivamo per raccontarci le avventurette “mediche” e ci ammazzavamo di pugnette. Il momento clou però era a Febbraio, quando a Oristano si correvano la Sartiglia e le Pariglie. Le donne sedevano sui tavoloni di una specie di tribuna e noi sotto a sbirciare mutande bianche e mustacchi, ricci o lisci, che si ribellavano e fuoriuscivano dalla stoffa.

C’erano le guerre.

Un paesino di ottocento abitanti mal contati, aveva una decina di rioni. Ogni rione vantava la sua supremazia. E così erano scontri armati almeno una volta a settimana, preferibilmente la domenica pomeriggio. Noi di “Prazz’e crèsia” (Pizza della chiesa) eravamo i più forti. La piazzetta della chiesa infatti era al culmine di un muraglione difficile da scalare e quindi l’avevamo vinta facilmente su tutti. Ma c’era qualche delinquente tra i ragazzini. Per esempio, il figlio piccolo e pazzo di un meccanico di biciclette che faceva delle frecce acuminatissime alla fresa coi raggi delle bici e ce li scagliava contro con un arco improvvisato o con una fionda. Spesso, catturato uno o più nemici, gli praticavamo “s’incasada”: un bel massaggio ai testicoli con foglie di ortica. Una volta legammo un nemico del rione Santa Severa a un palo de “Sa stua” (una radura lungo lo stagno) e quel poveretto rimase lì tutta la notte. Lo liberarono dei pescatori.

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era il sangue.

Un giorno, mi unii alla gente di tutte le età che correva agitata o piangente verso la strada per Arborea, dove iniziavano le campagne. E giunti sul posto, tenuti alla larga ma non tanto da un paio di carabinieri, vidi… Tra ragazzini che ridevano e si spingevano, donne che piangevano straziate, e uomini impassibili come maschere da Mammuttone… Vidi due donne morte: la moglie e la cognata di una specie di orso che non dava confidenza a nessuno. Entrambe le donne, sulla quarantina, erano intrise di sangue ancora fresco. La moglie l’aveva colpita al petto e al viso, e stava lì con la bocca spalancata come in un urlo ormai perso e gli occhi sbarrati; la cognata, che cercava di scappare, era stata colpita alle spalle e giaceva, appoggiata come un paio di pantaloni sulla spalliera di una sedia, addosso a una siepe di rovo. “Prese a fucilate da quel matto.” spiegava una donna vicina a me a un contadino appena arrivato.

L’assassino era sparito. Ricordo che arrivarono altri carabinieri, un paio di autoambulanze, residui della guerra, e ci rispedirono tutti al paese. I militari circondarono l’abitazione dell’uomo, mentre le dicerie si incrociavano: “Era innamorato della cognata… Era geloso perché lei andava sempre in chiesa…Era geloso del prete.” Il prete, in verità, era molto chiacchierato, ma a lui piacevano le ragazze più giovani. Forse. Quando fu trasferito in un paese non molto lontano, ricordo che se ne andarono alcune delle più belle ragazze del paese, tra cui una mia cugina, per farsi suore. Lui poi, don “coso”, venne picchiato da un marito geloso mentre diceva messa in quell’altro paese.

I militari e ormai pochi curiosi stazionarono intorno alla casa del presunto omicida fino a notte. Ogni tanto un maresciallo gridava con le mani a imbuto:

– Vieni fuori con le mani in alto, la casa è circondata! Non hai scampo!  Sentito mi hai?! Vieni fuori e parliamo!

Quando sfondarono la porta ed entrarono, lo trovarono sul letto matrimoniale, vestito con l’abito della festa, col fucile ancora addosso: si era sparato alla gola da molte ore.

Transeat.

A 14 anni, ripetei la terza media perché avevo sbattuto per terra un professore fascista che aveva offeso mia madre. Solo per principio. Pensa che cazzo me ne fregava di mia madre! Così mi fecero ripetere l’anno ad Abbasanta. A piedi avrei fatto prima che col ciuff ciuff, che rallentava ad ogni piccolo dosso, talché avendo un secchio, potevi scendere dal treno, mungere due o tre mucche e risalire sul treno senza sforzo. Invece: a piedi con la borsa appesantita dai libri fino alla stazione di Oristano, poi il ciuff ciuff e poi altri 700 metri a piedi fino alla scuola.

Ma a 14 anni iniziai anche a trasformare le mie poesiole in testi per canzoni e cominciai a comporre con mio cugino Francesco, già allora bravo musicista e chitarrista, a casa di nonna Scema. Canzonette. Ma poi diventammo sempre più bravi. Lì nacque uno dei primissimi complessi vocali e strumentali d’Italia: i Barrittas: già The Acies e I Visconti.

Ma questo lo racconto dopo.

A circa 14 anni vinsi anche un concorso alla Settimana Enigmistica e ottenni una bellissima Olivetti Lettera22 . Coi fogli bianchi e la carta carbone che trafugava mio padre dall’ufficio dove era stato trasferito, cominciai anche a inventare barzellette e commediole. Le barzellette le mandavo alla rivista di parole crociate e quelle pubblicate me le pagavano mille lire l’una. Ancora le replicano.

A 15 anni, la mia famiglia vendette casa e si trasferì a Cagliari in viale la Playa, palazzine dei ferrovieri.

Quasi ogni giorno ero costretto a difendermi dai bulli della zona che non vedevano di buon occhio “is biddunculesus”, i paesani, quindi arrivavano in branco e cercavano la rissa.

Avevamo un bacino del porto a 100mt da casa in linea d’aria: bastava attraversare due strade ed eri al mare. Anzi al canale.  L’acqua era livida e fangosa. Più stagno che mare. Mio padre si era fatto costruire una barca di legno da un maestro d’ascia e con quella usciva a pesca quando non era in servizio. Aveva fatto costruire abusivamente una piccola catapecchia con legname da scarto, dove teneva le lenze, qualche pezzo di rete, i remi e altre cianfrusaglie.

 Le prime domeniche cagliaritane ci portava in “gita” lì. Lui pescava qualche spigola, mia madre accendeva la carbonella o il carbon fossile in un mezzo bidone mezzo arrugginito trovato nei pressi e con una griglia portata da casa ci arrostiva il pesce. All’ora di pranzo, mio padre accendeva una radiolina gracchiante e loro mangiavano e ridevano: era l’ora della commedia dialettale. Io non ridevo mai E mio padre un giorno mi guardò storto e mi disse:

– Ma non capisci il sardo o non ti fanno ridere. Adesso che hai una macchina da scrivere ti credi un intellettuale?

– No. E’ che non fanno ridere. Sono tutte cose banali, luoghi comuni, senza una storia che leghi insieme le frasi in italiano maccheronico. A voi fa ridere questo? A me no.

– Se ti credi tanto bravo, allora perché non le scrivi tu le commedie?

Detto, fatto.

La sera stessa tirai fuori la mia cartella con alcune commediole, scenette e barzellette e mi misi all’opera.

Il giorno dopo chiamai la Rai di Cagliari e chiesi la durata di quelle commedie e a chi avrei potuto portare eventuali copioni. Mi indicarono il nome del regista, Lino Girau, e mi dissero che i tempi erano dai 30 ai 35 minuti.

E così cominciai a scrivere, scrivere, scrivere. Scrivevo e cancellavo, oppure scrivevo e ridevo. E se rido io, pensavo, riderà anche la gente. Imbastii una decina di copioni, con dei personaggi ben definiti e delle storie con un inizio, uno svolgimento e un bel finale. Cronometrai addirittura i tempi con la sveglia: 30 minuti esatti. Quando ebbi letto e riletto i copioncini e mi sentii abbastanza sicuro, chiamai la Rai per avere un appuntamento col regista.

– Venga il sabato verso le quattro del pomeriggio, prima che comincino le prove e lo trova di sicuro.

 E il sabato successivo mi presentai con la faccia come il culo da questo signore, che mi ascoltò distrattamente e, quasi annoiato, indicò la mia cartellina con l’elastico e mi chiese se avevo lì qualcosa da fargli leggere. Gliela porsi e lui cominciò via via a interessarsi a quello che leggeva e sghignazzava, poi cominciò a ridere, poi mi portò nello studio di registrazione, dove c’erano già riuniti i cinque attori, fece fare delle copie fotostatiche a una segretaria, mentre lui distribuiva le parti e quando arrivarono le copie per tutti fece una prova di lettura. Erano tutti entusiasti.

Da quel giorno diventai ufficialmente l’autore delle commedie in sardo della Rai di viale Bonaria. Mi pagavano 25 mila lire a copione e avrei triplicato la cifra se solo fossi stato iscritto alla Siae. Ma quando ne parlai a mio padre lui mi rispose di pensare a cose più serie.

 Il giovedì consegnavo il nuovo copione alla Rai e ogni sabato prendevo il treno, gratis, e andavo da Nonna Scema, dove mi raggiungeva Francesco per scrivere e fare progetti.  Rare volte andavo da lui, o meglio: a casa di zio Paolo: grande tenore e il miglior ciabattino del paese. Sapeva tutte le canzoni sarde a memoria e venivano is cantadores da tutta la Sardegna per imparare da lui. Aveva un handicap, che aveva risolto in parte costruendosi una scarpa con suola e tacco altissimi: aveva una gamba più corta e pedalava con un solo piede quando usciva a fare la spesa in bici. Usciva raramente perché si vergognava. Come se fosse un segreto: “Il segreto della gamba corta”. Di solito mandava noi a fargli un  po’ di spesa. Io avevo sempre cercato di convincerlo che non aveva una gamba più corta, semmai ne aveva una più lunga. Ma lui mi mandava sempre a quel paese.

Fatti i Barrittas, per colpa mia, col mio compagno di scuola “Madroan” (Zoccola o Talpa), Antonio Albano, suo fratello Giulio al basso, e due fratelli di Oristano, Nello e Guido Cocco alla batteria e alla tastiera Farfisa, se ricordo bene. Due “barattoli” come amplificatori e un Factotum Meazzi a sei ingressi. Dei miserabili.

Loro incisero però subito anche un disco, dimenticabilissimo, con la Ariel, la società di un certo Pulvirenti che poi si diede ai detersivi.

Mentre io speravo di fare il Liceo Artistico, visto che me la cavavo col disegno, mio padre mi iscrisse al Geometri dell’Istituto Bacaredda.  Ho 2 in matematica e tu mi iscrivi al Geometri?! Ero sempre fuori a fumare e… sì, ebbi una storia con la nipote del preside e, dopo tre mesi di tempo perso, scappai di nuovo. Questa volta a Torino.

LA GALERA.

Prima di partire avevo stracciato la tessera che mi garantiva di viaggiare gratis su tutti i treni d’Italia. Non passai nemmeno a salutare i miei nonni adorati e, senza una lira in tasca, presi il treno per Olbia- Isola Bianca: dove c’erano i traghetti.

Fortunatamente il bigliettaio e il capotreno mi conoscevano e non mi chiesero nemmeno il documento. Arrivato al porto di Olbia, stavo morendo di fame e di voglia di fumare. Come tutti i ragazzini del mio paese avevo iniziato a fumare a 11 anni: per sentirci grandi. Alcuni rubavano i soldi in casa, altri, come me, dove in casa era chiusa a chiave persino la marmellata, approfittava del tipo che ti mandava al tabacchino e ti pagava anche due nazionali senza filtro. Allora non costavano 5€ l’una come oggi (sempre grazie ai 18 aumenti di Berlusconi, che non fuma ma pippa). Con 20 lire ti davano un’Esportazione con filtro e una Nazionale senza. Allora si vendevano le sigarette sciolte e te le davano dentro una bustina di carta velina sponsorizzata da qualche ditta continentale. Pochi potevano aspirare ad avere un pacchetto intero. Ma quale fumatore si compra una sola sigaretta? Ecco perché io ronzavo spesso tra i giocatori di scopone dei bar: prima o poi qualcuno mi chiamava: “O “schidòin” (spiedo, perché ero lungo e magro), “bai a mi comprai dexi esportazionisi.” (Vai a prendermi dieci Esportazioni). Poi magari me ne regalava una o mi dava 20 lire di mancia per un’Esportazione e una Nazionale senza filtro. Schidòin… Tutti in paese avevamo un soprannome: Schidòin, Barritta, Carraxiu, Peppilimpòrra, Su para, Ridolini, Fill’e predi, Lorichìu, Madrona, Dexi allumìnus (era uno che aveva il pisello lungo quanto dieci fiammiferi messi in fila. Da moscio.)

Due giorni senza fumare e un giorno e mezzo senza mangiare: la sera prima di andarmene ero andato a letto senza cena. Mio padre ci teneva a questa usanza tutta sua.

Allora, i traghetti erano piccoli e le poche auto stavano in coperta, sul ponte di poppa. Non c’era un garage sotterraneo come oggi. E il viaggio era lungo e tutti si portavano il mangiare da casa perché a bordo, al massimo, ti facevano un caffè che non era buono nemmeno per lavare la macchina. Quindi si crearono i vari bivacchi con i lavoratori emigranti per le varie città d’Italia e d’Europa, che si gustavano l’ultimo maialetto da latte arrosto, con pane e formaggio e vino fatti in casa. Io mi misi in mezzo a loro e li guardavo con cupidigia. Finché un anziano che mangiava con una cicca di sigaro appiccicata all’angolo della bocca, non si intenerì e, vedendomi solo, mi chiese: “Ma tu, mangiato hai? E con chi sei? E di dove sei?”

Io non risposi. Tenevo gli occhi bassi e lui mi diede un colpo al petto con una manona che stringeva un cosciotto di agnello arrosto. “O preferisci il porchetto?… Va bene. Mangia prima questo e poi prenditi il pezzo di porchetto che vuoi.” “Binu ,’ndi buffasa?” chiese un altro (Vino ne bevi?)

Assentii e mi venne porto un bicchiere pieno di rosso, che poggiai per terra davanti a me. Mangiavamo come i Sioux e i nativi americani in genere: con le gambe incrociate davanti e il cibo sparso su carta oleata in mezzo a noi. “Casu ‘ndi chèrese?” (Formaggio ne vuoi?)

Grazie. Forse dopo.

 Ero diventato la mascotte del gruppo.

Quello mi incartò una bella fetta di formaggio pecorino semi stagionato e una grossa fetta di pane dentro un foglio di giornale e mi fece cenno di metterlo in tasca. Poi mi fece l’occhiolino e mi porse una bustina di sigarette senza filtro. Ne presi una. Ma lui spingeva la mano in avanti e così ne presi un’altra.

Grazie.

Tutti mangiammo e bevemmo a sazietà, come fecero le tribù intorno a noi e poi ognuno si mise a pensare ai cazzi suoi. Nostalgie intrecciate, speranze incatenate per un futuro migliore e… umido che ti entrava nelle ossa e nel cervello. Il traghetto sarebbe partito due ore dopo e non permettevano l’accesso a bordo.

Io ero partito con un abitino grigio spigato, mezza stagione, fatto da nonno Serra, e sotto non avevo che la canottiera e una camicia di popeline. Rabbrividii, nonostante i tre bicchieri di vino. Mi avvicinai al limitare del molo a guardare il mare nero, ma mi scostai subito: troppo freddo e umido. Eravamo a metà Novembre e anche in Sardegna Novembre non era Agosto.

In quella, si avvicinò un tipo da cui stare alla larga e mi fece cenno di avvicinarmi. Aveva un berretto grigio, il berretto della festa. Di solito i berretti erano di velluto nero a coste o verdone. Quelli grigi erano più leggeri e si usavano in Estate, per la domenica  e le feste di paese.  Anni dopo, guardandoli dal palcoscenico dei vari paesi dove ci esibivamo, battezzai quei berretti chiari “paillard”, perché avevano il segno delle dita sporche, di campagna o mungiture, e apparivano come se li avessero messi su una griglia. Io non avevo paura di niente e quindi mi avvicinai. Il torvo, mascella quadrata e collo taurino, con fare furtivo, mi mise mille lire in mano e mi indicò il bar-tabacchi: “Prendimi tre pacchetti di nazionali e uno per te e… due scatole di cerini.”

Io ubbidii. Tornai con la commissione e lui mi regalò anche una scatola di cerini. Poi cavò di tasca una piccola borraccia e mi offrì un sorso di vernaccia vecchia, forte come Brandy: “Così ti riscalda.” Poi mi raccontò che non vedeva i figli da due anni e che era appena scappato da una colonia penale agricola di non so dove: sono quelle carceri dove i detenuti per reati minori venivano lasciati liberi di uscire per andare a lavorare nei campi o come pastori. “Ho solo picchiato uno a una festa, disse, non sono un delinquente. Solo che quello che ho picchiato era un brigadiere dei carabinieri in borghese. Capita. A volte no, ma a volte capita che la malasorte se la prenda con te. “

Mi fece gli auguri: forse aveva capito tutto. Aveva capito che ero un fuggiasco anch’io.

Mi dette un colpetto sulla spalla e si allontanò. Non lo rividi mai più.

Finalmente ci fecero imbarcare, dopo aver sistemato le auto e i camioncini sul ponte di poppa. Solamente due anni dopo, dentro la macchina del nostro autista, una 1100 bianca, ci feci spesso l’amore su quel ponte, durante la traversata.

Civitavecchia. Roma. Stazione Termini. Un vento gelido che ti schiaffeggiava in quella galleria del vento che era il corridoio centrale. Non vedevo niente, non sentivo niente. Non avevo idea di dove andare e di dove e come sarei finito. Ero impermeabile a rumori, spinte, vociare… guardavo solo i tabelloni con le Partenze e mi ficcai sul primo convoglio in partenza: per Torino.

Mai stato a Torino. Avevo solo studiato un pizzico di storia risorgimentale, anche se avevo letto quasi tutti i libri della biblioteca di Oristano e su Torino avevo scoperto o ricordavo soltanto che era “la città del diavolo, della magia nera, dei reali e del casino di caccia”. Tutte cose di cui mi importava una beata minchia. Ma alla fine… ma chi se ne frega! Andaùsu! (Andiamo)

Abituato alla tessera ferroviaria dei viaggi gratis, salii sul primo vagone di seconda classe: la tessera non era valida per la prima. Un carnaio: disperati con le valigie di cartone e forse cibo avvolto in vecchie tovaglie lise che un tempo erano state a quadri bianchi e rossi o solo bianche, ma ingiallite. Tutti sudati a Novembre. Tutti incazzati coi bambini, loro o degli altri, o soli e speranzosi: fronte incollata al finestrino e mani giunte in una preghiera muta. C’erano anche sposini scappati dal paesello senza nemmeno fare il viaggio di nozze: mani nelle mani, belle strette dalle nocche bianche, e occhi negli occhi, per farsi coraggio a vicenda. Tutti in fuga. Tutti verso il piccolo grande sogno del nord, del lavoro sicuro, del pane per i figli.

Tre vagoni, stessa storia: umanità alla deriva che scappava dal nulla senza sapere dove sarebbe arrivata. Alla fine mi imbucai in uno scompartimento di 1a classe, dove c’erano le tendine tirate e un posto libero. Salutai tutti educatamente: una vecchia carampana con più cipria e rossetto che faccia e un naso adunco che le sfiorava il mento aguzzo; un anziano barbagianni col cipiglio e i favoriti candidi modello ‘800, che aveva l’aria di un militare in pensione; una distinta signora sui quaranta, bella popputa e vitino stretto, e due ragazzine che dovevano essere sue figlie o nipoti.

Tremavo, anche se il vagone era riscaldatissimo, ma tremavo all’idea di non avere un biglietto né un soldo quando fosso passato il conduttore, che poi sarebbe il tipo che controlla i biglietti.

Il vecchio volle attaccare bottone e mi levò dai guai: feci una performance da Actors Studio, senza sapere nemmeno che esistesse una scuola così.

Sciorinai una storia strappalacrime che improvvisai al momento: la mia famiglia stava a Torino da un anno, io dai nonni in Sardegna per finire le medie. Mio padre era morto improvvisamente per un incidente sul lavoro; mia mamma e i miei 5 fratellini mi aspettavano e in nave mi avevano rubato il cappotto coi soldi e i documenti.

Il vecchio, con gli occhi lucidi, mi diede un biglietto da visita con alcune frasi dietro, scritte di suo pugno con una stilografica, dove pregava il direttore de La Stampa di assumermi come fattorino: lui era stato amministratore del gruppo per anni e ora era in pensione. Ma mi diede anche un bigliettone rosa da diecimilalire. E così fecero le due donne, che si consumavano tra le lacrime.

Inutile dire che mi pagarono il biglietto di 1a classe, un cappuccino con brioche, e io stetti al calduccio per tutto il viaggio. Viaggio che, al netto della recita, guardavo come un film di Ridolini, tanto passavano veloci alberi e campanili davanti al mio finestrino. Altro che ciuff ciuff del Far West per andare da Oristano ad Abbasanta!!!

TORINO, PORTA NUOVA.

Butto il biglietto da visita del Dott. Frescobaldi- Bassi in un cestino per rifiuti e faccio dei giri intorno alla stazione, senza allontanarmi mai troppo e tenendo ben stretti nel pugno i tre bigliettoni da diecimila nella tasca dei pantaloni. Mangio, bevo, fumo, mi compro una bella sciarpa di lana alta quanto me e si fa sera. Mi fermo ad ammirare il disegno di un giovane madonnaro sul marciapiede illuminato. Faccio conoscenza con Maccio, il madonnaro. Lui campa così, con le monete che gli lascia la gente in una vecchia scatola di latta per biscotti. “Qui le monete suonano, mi spiega, e spingono gli altri a guardare e a lasciare qualcosa anche loro. Prima avevo un berretto, ma facevo la metà dei soldi. Ti va una pizza? Offro io.”

Raccoglie le sue cose in due capaci zaini, uno per gli abiti e uno per il materiale pittorico, e mi conduce verso un’insegna con una lettera accesa e due no. Manca anche l’ultima lettera. N..UL.

“Napule, fa lui, casa!”

Entriamo e subito veniamo sommersi da fumo di sigarette, vociare, risate, e odore di pizze appena sfornate. Il locale è piccolo, caldo, disordinato e… chi se ne frega! Troviamo un tavolino d’angolo libero. Lui saluta tutti e tutti lo salutano con simpatia. Una famiglia. Casa.

Finita la pizza e la birra, fumiamo. Poi lui mi chiede: “Dove stai? Dove dormi?”

In nessun posto. Sono arrivato oggi e non conosco nessuno.

“Va bene. Allora vieni con me.”

Erano circa le undici quando uscimmo dal locale. Buio. Gelo. Salutati tutti, ci dirigemmo di nuovo verso la stazione. Maccio mi guidava sicuro: conosceva tutti i treni di tutti i binari e tutti gli orari di partenza. E sapeva perfettamente che i treni accendevano il riscaldamento qualche ora prima della partenza.

“Dormiamo a turno. Prima tu, poi, quando stanno per partire, ti sveglio e cambiamo treno.”

E così facemmo, di tre ore in tre ore. Intorno alle otto del mattino, al diurno per una bella lavata e i bisogni, caffellatte dalle suore lì vicino, con due gallette militari avvizzite o biscotti fatti in casa dalle beghine, duri come granito, e poi subito sul marciapiede. Il pranzo lo pagai io, visto che dalle suore faceva schifo, mi disse, e mi guidò verso un’osteria nei pressi: mille lire a testa con pasta e ceci, una fettina di carne con una patata arrosto e mezzo litro di vino. Maccio mi faceva da balia e io in cambio dovevo avvisarlo quando vedevo arrivare qualche guardia: i madonnari per loro erano come i ladri e gli assassini ed era “severamente proibito imbrattare i marciapiedi”, anche se si trattava di opere d’arte. Altro che “imbrattare”!

Andammo avanti così per circa una settimana, finché per colpa della mia distrazione due guardie non si portarono via il mio amico.

Solo.

Quel giorno stesso finii i soldi e saltai la cena. Appena buio, mi infilai dentro la stazione e ispezionai gli orari di partenza dei treni. Passerò la notte in dormiveglia, ma al caldo, mi dissi. Invece mi addormentai come un sasso già sul primo treno e riuscii a saltare giù alla prima fermata: un semaforo rosso vicino a una cantoniera. Nebbia, orsi bianchi e pinguini.

Non ero abituato alla nebbia e a tutto quel freddo. Mi maledissi per non aver comprato un cappotto quasi nuovo per diecimila lire da un rigattiere che spingeva un carretto con tutte le sue carabattole. Attraversai i binari e andai incontro al cantoniere, che intanto era uscito di casa sollevando una lanterna. Il treno era ripartito e non ricordo cosa gli raccontai. Lui, vedendomi livido dal freddo, mi fece entrare in casa, mi fece sedere vicino a una cucina economica che fungeva anche da stufa, e sua moglie mi scaldò un piatto di minestra avanzata. Poi a piedi, lungo i binari, verso la stazione di Porta Nuova.

Arrivai stremato e mezzo congelato e subito corsi ad accucciarmi incollandomi a un termosifone acceso davanti ai gabinetti degli uomini. Non erano ancora le 23 quando fui svegliato da un calcio sul fianco destro. Un bel calcio forte. Allora e fino ai 65 anni, appena sveglio ero lucido e pronto. Guardai in su. Erano in tre. Tre balordi male in arnese, poco più vecchi di me, che mi ordinarono di levare le tende perché quello era il loro dominio.  Diedi una rapida occhiata in giro e non vidi nessuno: niente viaggiatori, niente Polfer, solo due barboni che dormivano sulle panche in fondo e… un vecchio gay vestito di giallo, foulard rosa e cappotto di cammello. E allora capii e cercai di spiegare al più grosso dei tre, che sembrava il capo, che non avevo nessuna intenzione di rubargli la marchetta, ero solo stanco morto e volevo dormire al caldo. Quello non capì e mi sferrò un altro calcio, questa volta alla spalla.  Non sapeva che avevo visto fumo di maccheroni e mangiato pane di sette forni, il poveretto. Così si diceva in Sardegna per gli uomini duri.

Finsi di scusarmi e mi alzai. Mi scagliai come un ariete colpendolo con una testata al naso e un bel cazzotto al fegato, cadde come un sacco vuoto, piagnucolando. Pronto a pestare gli altri due, mi ritrovai sollevato da terra da due energumeni della polizia ferroviaria.  Ci portarono tutti in ufficio: generalità e minchiate varie. Loro, i delinquenti, erano noti alla polizia e li lasciarono andare con una ammonizione: per me, cartellino rosso. Non avevo documenti, non parlavo. Mi tennero lì fino alle otto del mattino. Loro cambiarono turno, io ero sempre lo stesso. Verso mezzogiorno, stanco, assonnato, morto di fame e scoglionato, gli dissi chi ero e loro chiamarono subito la stazione di Cagliari. Non so cosa disse mio padre quando lo rintracciarono. So che mi caricarono su una vecchia macchina verde marcio e mi portarono al Ferrante Aporti: il carcere minorile di Torino. 

Io in carcere?! Io in carcere, dopo essere stato picchiato e i tre delinquenti marchettari a casa loro al caldo?! Non ci potevo credere.  Era del tutto illegale, naturalmente, ma il mio “babbo” aveva deciso di darmi una lezione. Un’altra?! Il Ferrante Aporti era una prigione vera, con celle singole, sbarre e tutto il resto.  Appena arrivato, mi costrinsero a togliere l’abito spigato fatto su misura da nonno Serra e mi fecero indossare un paio di pantaloni fuori misura, tenuti in vita da uno spago e rivoltati due volte alle caviglie e una giacca blu enorme, sporca di moccio, di sangue e di chissà che altro. E chiuso in cella e ZITTO! Rifiutai il rancio e passai un’altra notte sveglio, immaginando chissà quali vendette e un modo per evadere. Poi mi addormentai all’improvviso all’alba.  Quanto avevo dormito? Cinque minuti? Due ore? Sveglia e doccia, tutti ammucchiati e … indossare di nuovo biancheria e abiti sporchi. Colazione in uno stanzone rimbombante a latte in polvere e un pezzo di pane antico. Poi “liberi”. Liberi, significava “fate quel cazzo che vi pare, ma non rompete i coglioni”. C’era chi passeggiava e fumava; chi fumava e chiacchierava, chi rideva e fumava, chi giocava al calciobalilla e insultava la Madonna e tutti i santi. Io me ne stetti in disparte. Non avevo niente a che spartire con loro. Io non ero un delinquente.

Come seppi poco dopo, da un capellone che mi offrì da fumare, erano tutti dentro per rapina, tentato omicidio, omicidio, furto in appartamenti, spaccio, etc.

 Lui lo chiamavano Zingaro ed era un figlio di puttana. Letteralmente. Sua madre, rimasta vedova a 40 anni e con 4 figli sul gobbo, aveva cercato di limitare i danni battendo. Ma riusciva a mantenere  alloggio e figli. Che studiavano. Tranne lui. Zingaro era dentro perché aveva accoltellato un uomo che picchiava sua madre. Ferito gravemente, ma ancora vivo. Sette anni senza condizionale. Aveva sedici anni.

Ma dentro c’erano rapinatori a mano armata, borseggiatori, omicidi, un sardo che mandava la sua fidanzata a servizio e la costringeva a fare copia delle chiavi della casa dove lavorava, poi andava in assenza dei padroni e svaligiava. C’erano spacciatori di droga ed esattori degli usurai. Erano quelli più grossi e cattivi. E proprio con uno di loro mi scontrai, mentre pestava Zingaro che gli aveva rifiutato un pacchetto di sigarette. Gli feci male. Ero troppo forte e incazzato per non fargli male. Anche se pesavo metà di lui. Da quella sera mi guardarono tutti con molto rispetto e il responsabile della dispensa, sicuramente un ex carcerato con la faccia butterata e il collo tatuato, mi affidò le chiavi del locale: ero il meno corrotto, quello con la fedina penale pulita e avevo dimostrato che sapevo farmi rispettare.

Ma … Ma il gruppetto degli esattori me la fece pagare. Un pomeriggio, mentre giocavo a calciobalilla con altri tre, posai il mazzo di chiavi dietro la nostra porta e, infervorato per la partita, non mi accorsi che le chiavi erano sparite. Il bestione che si occupava della dispensa se la prese giustamente con me; mi portò nelle cucine, deserte a quell’ora, e commise l’errore di darmi uno schiaffo. Eh, no! Dopo le botte dei miei compagni delle elementari e quelle più sostanziose del mio genitore, non sopportavo le mani addosso da nessuno. Presi un grosso mestolo di ferro e lo colpii alla testa: 17 punti. Con quel gesto, rischiavo davvero di farmi almeno due anni dentro quell’inferno.

Invece mi rilasciarono due giorni prima di Natale. La mamma di Zingaro mi regalò centomila lire e una stecca di sigarette. Zingaro e altri due carcerati piansero. Io venni fatto rivestire col mio abito, la sciarpa era sparita … Venni affidato a due poliziotti in borghese e scortato fino alla Questura di Cagliari. Non avevo le manette, ma è stato come averle avute: accompagnato anche alla toilette. Non vi dico la vergogna in treno da Olbia a Cagliari, quando alla fermata di Oristano mi alzai spontaneamente per aiutare una signora che mi conosceva a portare giù una borsa molto pesante. Venni preso per una spalla e risbattuto sul sedile. La donna mi guardò sorpresa, guardò i due tizi, e scese scuotendo la testa. Chissà cosa aveva capito. Arrivato a Cagliari, trovai mio  padre che mi aspettava, più nero del solito. Disse solo: “Bel regalo hai fatto a tua mamma!”. Poi mi caricò su un taxi, una Fiat600 multipla nera, e mi portò a casa. Fu un Natale fosco, come sempre. Triste. Poi lo affrontai, premettendo: “Se mi metti ancora le mani addosso ti ammazzo. Voglio fare la scuola alberghiera, dissi, e prima di partire, voglio che tu firmi come garante alla Siae per farmi dare l’esame come autore e il permesso per iscrivermi all’Alberghiero.”  Avrei compiuto 16 anni il 5 Marzo e quindi avrei avuto l’età per iscrivermi sia alla Siae sia all’Istituto Alberghiero.  Ci avevo riflettuto a lungo: senza un centesimo e senza un titolo di studio, che può fare un ragazzino solo in giro per l’Italia? Il cameriere! Vitto, alloggio e una paga e pure le mance. Così avrei potuto continuare a studiare la notte e farmi una cultura.

Due mesi e 5 giorni passano presto, mi dissi, e me ne andai a casa dei miei nonni, a Santa Giusta. Componevo canzoni con Francesco e telefonavo dal telefono pubblico alle varie scuole alberghiere. Alla fine scartai Alghero e scelsi Assisi. Prenotai anche l’esame alla Siae di Cagliari. Allora esisteva L’ufficio regionale per modo di dire: un dirigente e un vecchio usciere: ero il primo matto che in Sardegna voleva fare il paroliere. Saputa la data, chiamai mio padre in ufficio e ci accordammo per le firme. Avevo già compilato le domande e mancava solo il suo imprimatur. L’esame alla Siae fu una comica. Un intero piano occupato da due persone sedute: il dirigente, che non vidi mai, e l’usciere, che mi accompagnò in una stanza semivuota, coi nostri passi che rimbombavano. Un teschio, sbarbato male, con la testa lucida, le orecchie sbottonate e le guance incavate. I suoi denti l’avevano già salutato. Mi fece sedere a una scrivania di metallo e mi mise davanti un mazzo di fogli: un testo, un titolo su una pagina bianca, dieci fogli bianchi e alcuni moduli da compilare.

“Ha quattro ore di tempo, mi informò, se ha bisogno di un caffè o qualcos’altro suoni questo tasto (disse proprio così, indicandomi un telefono grigio multi tasto) e io arrivo. Lei non deve mai uscire da questa sala finché non ha finito. Ha capito bene?” “Sissignore.” L’esame consisteva in questo: riscrivere il testo di una canzone abbastanza nota e inventare un testo inerente al titolo dato: due strofe e un ritornello.  Una stronzata.

Però non ho ancora capito perché per scrivere canzoni devi sostenere un esame e però se sei un giornalista pubblicista non ne hai bisogno e sei automaticamente iscritto alla Società degli Autori ed Editori. Con tutti i giornalai analfabeti (senza offesa per gli edicolanti) che hanno sempre invaso i media italiani, per me era ed è inconcepibile.  Semmai dovrebbe essere il contrario. E per me lo è stato, ma qualche anno più tardi.  Fattostà che il testo da riscrivere era una cagatina con tutte parole tronche, molto più facili per la metrica e le rime: cuor, amor, andar, mar… Lo riscrissi in cinque minuti usando tutte parole piane e con un senso logico. Scrivere le due strofe e il ritornello sotto il titolo dato fu una scemenza. Impiegai molto più tempo a compilare i moduli. Fatto il mio dovere, uscii dalla stanza e mi diressi verso il vecchio usciere per consegnare il tutto, ma lui stava già correndo, si fa per dire, verso di me allarmatissimo:

“Non deve uscire o invalida l’esame. Le l’ho detto (disse proprio Le l’ho detto): se le serve qualcosa mi chiami col tasto…”

“Ma io ho finito, lo interruppi. Sono venuto a consegnare.” “Finito cosa? Finito … tutto? In venti minuti?! Ma sta scherzando?”

 “No. Controlli. E mi dica se i moduli vanno bene così.”

Lui guardava i fogli e poi me, poi di nuovo i fogli …  Fece spallucce e mormorò: “Le faranno sapere com’è andato.” Concluse e se ne tornò al suo tavolino nel corridoio, salutandomi di spalle. Due giorni dopo partii per Assisi.

ASSISI

Tutto nuovo. Città bellissima, silenziosa, austera, che ti mette a tuo agio e ti fa sentire un principe medievale e Scuola Alberghiera completamente inaspettata. Io l’avevo scelta, come già detto, solo ed esclusivamente per imparare un mestiere che mi avrebbe permesso di avere ovunque vitto e alloggio gratis e pure uno stipendio più le mance. Gli stipendi infatti non erano alti da nessuna parte d’Italia e l’ho sperimentato lavorando in locali di medio e altissimo livello, ma anche nelle trattorie più popolari: dove però guadagnavo molto di più. Poi vi racconterò come e perché.  Appena arrivato, mi assegnarono una stanza con altri tre letti e due armadi, mi consegnarono una divisa col cambio e mi misero subito a lavorare. Il lavoro non era granché difficile: imparare la corretta mise en place, come apparecchiare correttamente un tavolo, coperto per coperto, per le varie occasioni; imparare a servire tutti i piatti, a servire correttamente il vino e a spinare il pesce o fare i piatti alla fiamma. Ma l’inizio fu girare intorno al grande salone in fila indiana con un piatto piano ma pesantino, tra pollice e mignolo, e uno sopra le due dita, poi, ad ogni giro c’era un insegnante che ti aggiungeva un piatto sopra. Io arrivai già da subito a portarne dodici. Ero d’acciaio. Stessa cosa coi calici rovesciati: arrivai a portarne circa venti. Ma non voglio annoiarvi con cose poco interessanti.  Aggiungo solamente che amavo curiosare in cucina, ma gli chef mi cacciavano sempre via di malo modo. Erano mondi separati, sala e cucina. Com’era separato il terzo settore della scuola: quello dei concierge. I nostri erano dei veri mastini: quasi tutti marchigiani e abruzzesi, quadrati, mascelle e spalle forti, fronte bassa e tutti incorruttibili. O quasi. Dovete sapere che avevamo orari militareschi ed era severamente proibito rientrare in ritardo dopo le due ore pomeridiane di libera uscita, e non ci dovevamo nemmeno sognare di uscire dopo la cena e dopo aver sparecchiato i tavoli e rifatto la mise en place per le colazioni del giorno dopo, pena l’ammenda e poi l’espulsione. Ma io e un ragazzo di Certaldo, un toscanaccio mio compagno di stanza con la fica scolpita sulla fronte, diventammo presto molto amici e cominciammo a trasgredire da subito. Si cercava di fare amicizia con le bellissime ragazze assisane nel pomeriggio e, agganciatene un paio, dopo qualche pomiciatina, ci si dava appuntamento per la sera. Loro uscivano di nascosto. Noi pure. Ma noi, per scappare la sera, dovevamo scendere da un muraglione di lastroni e massi abbastanza scosceso e pericoloso e “pagare” con sigarette o soldi o minacciare di morte il concierge di turno di notte, per poter rientrare furtivamente dalla porta principale. Con due dei portieri non ci fu mai nulla da fare, anzi … minacciavano di fare la spia in direzione. Inquadrati come muli. Ma con altri due la cosa fu più facile. Quindi, alla fine, restavamo consegnati la sera solo due giorni a settimana. Ne approfittavamo per riposare e fare nuovi piani. Il mestiere lo avevamo imparato entrambi: eravamo i più svegli, e nessuno di noi due aveva intenzione alcuna di rimanere segregati in quella scuola-lager per tutti i tre lunghissimi anni.

Una delle nostre avventure più divertenti fu quando ci fidanzammo con due delle tre figlie del becchino: un orco alto quasi due metri, con un ghigno cattivo stampato sul grugno e due mani come taglieri. Matteo si fidanzò con la ragazza media, Laura, e io con la più piccola, Adriana, bella come il sole e molto somigliante a Catherine Spaak giovane. Aveva 14 anni, un sorriso radioso e due palette come incisivi.

Facevamo l’amore quasi tutte le sere, nei loro letti, scavalcando una finestra e col loro aiuto. Un giorno, mentre ci davamo da fare nel pomeriggio, rientrò il padre per cercare chissà cosa e Matteo ed io ci infilammo sotto i letti.

Meno di quattro mesi dopo il mio arrivo ad Assisi, il maitre di sala mi chiamò e mi chiese se volevo fare qualche extra ben pagato. Figurati! Ero senza un centesimo. Solo mia zia Pina, la sorella minore di mia madre, mi mandava ogni tanto un vaglia di diecimila lire, che se ne andavano in sigarette e ricatti dei concierge. Accettai al volo. Un extra è un cameriere di rinforzo per quei locali che hanno una media, mettiamo di 40 coperti al giorno, ma per il fine settimana ne aspettavano duecento o più. Oltre ai soliti turisti, arrivavano a frotte i romani e quindi … Ebbi la fortuna di essere assegnato al ristorante La Posta, proprio di fronte alla scuola e con due titolari da film di Alberto Sordi. Mi diedero diecimila lire per il sabato e la domenica e feci anche tremila di mance. Un paradiso. Il padrone era un vecchio oste sulla sessantina, sor Emilio, rubizzo, di pelo rosso, con una faccia da nano di Biancaneve e la risata facile, due manone abituate a sollevare pesi o ubriachi da lanciare fuori dal locale, e grande conoscitore dei migliori spacciatori di cibo dell’Umbria. Sua moglie, Mariannina, era una chioccia molto somigliante a Sora Lella (la sorella del grande Aldo Fabrizi), grande cuoca (non ho mai più mangiato così bene come da loro, eppure cucino benissimo e so fare la spesa!). Per me divenne una specie di mamma e mi coccolava moltissimo, strapazzandomi bonariamente e chiamandomi “sto frocetto”, da quando scoprì che tra le mie fidanzatine c’era anche la sua nipotina preferita.

Avevano venduto l’osteria e aperto il ristorante appena da due anni.  Fattostà che i due mi chiesero se volessi lavorare stabilmente da loro, come stagionale: precisarono, e io accettai immediatamente e lasciai la scuola. 25 mila al mese più mangiare a sazietà e una stanzina con bagno nel giardino sottostante, da dove si godeva una spettacolare vista delle pianure e delle colline umbre e che apparecchiavamo solo per il fine settimana. Fino a metà giugno. Poi tutti i giorni, mattina e sera fino alla metà di Settembre.

Una miseria, 25 mila lire al mese, visto che, a parte un piccolissimo aiuto da parte di una loro nipote in odore di matrimonio, dovevo fare tutto io. E non vi dico il correre su e giù tra cucina, sala e giardino nei giorni di piena. Coi miei pantaloni neri di lana mi si arrossava il culo e dovevo correre in cameretta a lavarmi e a riempirmi di borotalco. Mai avuto tempo di comprarmi un paio di calzoni neri estivi. Non ho mai fatto arrivare un piatto freddo e mi arrangiavo un po’ con inglese e tedesco, visto che il francese lo adoravo e lo parlavo come l’italiano.  A questa specializzazione collaborarono poi molte fidanzatine francesi con le quali tenevo una costante corrispondenza. Le abbordavo appena scendevano dai grandi pullman e il fidanzamento per tre giorni era garantito. Con molte di loro furono solo baci e toccatine e scambi di foto, e con molte altre ci fu parecchio sesso. Fu ad Assisi che mi scafai.  Molto mi insegnò anche la madre di una delle mie fidanzatine locali, che ci beccò a fornicare dentro un grande armadio di una chiesa che stavano restaurando, vicino a casa loro, e ci diede una compilation di schiaffi. Poi, settimane dopo, mi vide e mi fermò per strada e mi portò a casa sua. Una quarantenne bellissima e vogliosa come le caricature dei vecchi film di “Ubalda tutta nuda e tutta calda”.  Mi insegnò le raffinatezze e la pazienza per tutte le posizioni immaginabili. Una Kamasutra vivente. Era multi orgasmica. E anche io. Il tempo non ci mancava: nel pomeriggio suo marito era al lavoro e tornava dopo le 20 e aveva mandato la figlia a fare un corso di maglieria dopo la scuola. Quando conobbi il marito mi allontanai. Una faccia da assassino, non per niente faceva il Capitano delle Guardie a cavallo per la sfilata del Calendimaggio. Un monumento equestre che non finiva mai.

Sor Emilio mi portava con sé a fare la spesa: a Norcia per le bistecche, Montefalco e Bevagna per il vino. Il pane sciocco, senza sale, lo prendevamo da un fornaio vicino a noi e le verdure e la frutta ce le portava una contadina locale. Mariannina impastava tutte le mattine di buonora e preparava le sue superlative teglie di pasta al forno e cannelloni. Quando finivo il servizio, pulivo e riapparecchiavo la sala, sul mio tavolino dietro la cucina mi spanciavo di cannelloni e lasagne, raramente mangiavo le pur saporitissime e tenere bistecche. Sono sempre stato un amante della pasta. La sera, spesso, se non avevo movimento, dopo il servizio mi sedevo in cucina a guardare il piccolo televisore insieme a Sora Mariannina e le mettevo i piedi scalzi sul grembo. Lei fingeva di scandalizzarsi e mi insultava, ma poi me li massaggiava. Erano persone che rispettavano il lavoro e chi lavorava duramente e seriamente. Avevano un figlio maschio trentenne che faceva il buttadentro: rimorchiava turisti malmenando inglese, francese e tedesco, e una figlia poco più vecchia che teneva i conti, ma volevano più bene a me. O almeno così mi sembrava. Per esempio, mi diedero la chiave del cassetto coi soldi.

La mia vera famiglia.

Loro e poi le migliaia di ragazze con le quali divisi anche una sola notte nel corso della mia vita. Sono sempre stato uno che fa innamorare e che si innamora. Mi affezionavo subito.

Assisi quando piove è ancora più bella e misteriosa. A ogni angolo ti aspetti che esca un cavaliere del 1200, un fraticello marrone o una ragazza vestita di celeste o di rosa, bella come una Madonna.  

C’era il Pincio. Le sere d’estate, finito il servizio, mi arrampicavo su ai giardini del Pincio, dove c’era musica dal vivo tutte le sere e si ballava. Una sera venne Gino Paoli, un’altra Peppino di Capri, Patty Pravo, etc.

Ricordo un bellissimo pomeriggio sotto l’ombra e tra il profumo dei glicini, vicino alla basilica di Santa Chiara, una lunghissima pomiciata con una inglesina  verace e vorace. Il pomeriggio successivo la portai sotto la Rocca e facemmo l’amore. Non c’era nessuno. O meglio: io non vidi nessuno. Ma quando finimmo, dai merli della Rocca partirono urletti festosi e applausi. Lei rideva, io mi vergognai come un ladro.

Un giorno due carabinieri mi portarono in caserma perché avevo buttato all’aria una specie di negozietto dentro la Cattedrale di San Rufino, gridando che Cristo aveva cacciato i mercanti dal Tempio. Volarono riviste, souvenir, statuine orrende, riproduzioni in scala della chiesa, ceri, bolle con la neve finta, etc. Ai preti non fece piacere e chiamarono i carabinieri, che mi fecero una ramanzina nella vecchia caserma di via Matteotti.  

In quei giorni avevamo un cliente fisso: il professor Erik Dons, direttore di una radio danese. Diventammo molto amici, lunghe chiacchierate e molte risate. Parlava benissimo l’italiano e mi scriveva almeno due cartoline ogni anno fino alla sua scomparsa.

La festa di San Francesco, 3 e 4 Ottobre, vedeva una marea di turisti e tantissima gente in costumi duecenteschi e riaprivano le vecchie locande dell’epoca nei vicoletti del centro.  Per l’occasione, servivano tradizionalmente i piatti dell’epoca francescana. Non gli stessi, naturalmente: li preparavano di fresco.

E con S. Francesco finiva la stagione.  Io presi la busta dei soldi che avevo pregato Sor Emilio di conservarmi: erano tutti gli stipendi più un po’ di mance. Lui aggiunse duecentomila lire di tasca e mi chiese se mi sarebbe piaciuto  tornare l’anno successivo. Naturalmente accettai subito. I saluti furono a dir poco accorati e umidi di pianti. Il giorno dopo partii per Roma.

ROMA

Tanto Assisi era pace, silenzio e serenità, quanto Roma era caciara, volgarità diffusa e rumori molesti. Traffico a parte: anarchico, maleducato, disordinato e rumoroso, c’era la gente:  la maggior parte della gente ti gridava in faccia, manco fossero due pastori che si parlavano da un versante all’altro della collina. E non erano tutti romani, naturalmente.  Forse era l’usanza del luogo.  Spero che sia così solo nei paraggi della stazione Termini, sperai. Invece mi sbagliavo. Presi una stanza per tremila a notte in una stradina vicino al cinema Volturno e feci un po’ il turista. Mi comprai due paia di pantaloni neri leggeri e un abito spezzato che mi stava a meraviglia, sei paia di mutande, una camicia celestina e una cravatta di lana coi fiorellini, il tutto per 30 mila lire.

La sera, mangiai una pizza e due supplì e andai a vedere lo spettacolo al Volturno. Tutti maniaci e masturbatori compulsivi. Alcuni di mezza età agivano tra vicini. E magari avete moglie e figli, pensai. Non c’era nessuna donna in platea.

 Il film era penoso e pieno di tagli fatti con la roncola, ma loro si eccitavano, in compenso lo spettacolo prima della proiezione faceva cagare: vecchie signore flaccide che si spogliavano, completamente fuori tempo (che la mettevano a fare la musica?) con l’espressione di “ma l’avrò chiuso il gas?”.  Un comico e una spalla che facevano ridere solamente perché venivano insultati in maniera molto colorita e originale dalla platea e un “mago”…  al quale scappò la colomba bianca e ancora la stanno cercando. Se qualcuno svelto non l’aveva già fatta in umido con patate.

 Non è roba per me.

 A mezzanotte andai alla pensione, ma avevano aggiunto un lettino e sopra c’era un tizio con una specie di barboncino nero in testa che ronfava. Io avevo pagato per una stanza singola.  Ma non era ora per recriminazioni e poi ero stanco e avevo sonno.

Dormii con un occhio solo e col portafogli sotto il cuscino. Pensai che solo i poveracci possono dormire col portafogli sotto il cuscino, i milionari mica potevano dormire quasi seduti.

Deciso: il giorno dopo sarei partito per Novi Ligure. C’era una ragazza, due anni più vecchia di me, che mi aveva riempito di promesse. Era stata ad Assisi per Ferragosto coi suoi che non l’avevano lasciata un secondo libera. Ma gli occhi parlano. Arrivai nella cittadina piemontese e lasciai la mia valigia al deposito bagagli della stazione: prima devo trovare un lavoro. E così fu: il secondo albergo visitato mi sorrise e venni  assunto in prova per una settimana.  Avrei preso servizio il giorno dopo, così ebbi tutto il pomeriggio per trovare Giulia e passare qualche ora con lei. La chimica fu la stessa e ci organizzammo per passare una notte insieme. Sabato: “I miei vanno in balera e io posso stare benissimo per conto mio. Ho alcune amiche che mi copriranno di sicuro.” Amen. Passò il sabato. Passò la domenica. E il lunedì il titolare dell’hotel mi cacciò senza troppe spiegazioni, con la giovane moglie che piangeva alle sue spalle. Si era fatta qualche idea, ma il gelosissimo marito se ne accorse prima di lei e mi liquidò.

Decisi di andare a trovare mia zia Pina che lavorava a Milano, in quel periodo. Dopo le solite ramanzine sul mio presente e il mio futuro (lei mi vedeva come parrucchiere: “Acconciature da Lucio”. Ci sai fare con le donne, diceva, ed è un bel lavoro sicuro, pulito.)

 Per dormire mi sistemò da una sua amica, una maschiaccia assetata di sesso di 60 anni, che stava succhiando l’anima a un poveretto di 30 anni. Lui poi finì ad Andalo con la tisi. Lei, l’Elvira, aveva un negozio di frutta e verdura e alle 5 era già ai mercati generali a fare la spesa. Un paio di volte mi portò con sé e mi diede cinquemila lire a botta.  Ma alzarsi al buio e caricare e scaricare cassette non era vita per me.

Dopo circa una settimana, trovai lavoro da un traffichino che vendeva spray di ogni genere: dal deodorante per gli armadi alla neve finta per le scritte sulle vetrine. Assumeva disoccupati automuniti che dovevano trasportare tre o quattro di noi, armati di grandi borse, e ci dislocava nelle varie province a vendere porta a porta. Io vendevo sempre tutto e poi vendevo anche parte delle borse degli altri. Avevo un bel sorriso, parlantina sciolta e ispiravo fiducia. In molte case le signore mi compravano più di un prodotto e mi offrivano pure il caffè. Io ricaricavo un 20% al 20% che già mi spettava per contratto. Non era scorretto: mi facevo pagare l’empatia. Ma mi stufai di quel girovagare dopo un paio di settimane e risposi a un annuncio del Corriere della Sera: cercavano uno chef de rang che parlasse francese in un prestigioso albergo del centro.

Cominciai così a lavorare al Grand Hotel Regina e Metropole, di fronte al Teatro alla Scala. C’era ospite la compagnia di balletto più famosa del mondo: Bolshoji di Mosca.

(Ironia della sorte, molti anni dopo, mi fidanzai proprio con una ragazza 24enne del Teatro Bolshoji di Mosca, in tour a Roma, e ancora oggi, dopo 25 anni vive con me e abbiamo una figlia splendida di 21 anni).

Tutti loro, ballerini e coreografi parlavano un ottimo francese e mi lasciavano laute mance. Mance che si fotteva il maitre. La padrona dello stabile e dunque dell’Hotel era una vecchia megera cementata di fard e rossetto, cipria a nuvole, ed era razzista: mi mise a dormire in uno stanzino che ospitava i suoi due barboncini e uno sguattero siciliano. Lei adorava i suoi cani, a chiacchiere, ma diceva di essere allergica e non li voleva nei suoi appartamenti. Lo stanzino era un loculo all’ultimo piano e aveva appena un finestrino di 30x30cm a circa due metri da terra ed era sempre chiuso.  O meglio, se avessi dato retta al vecchio siciliano sarebbe stato sempre chiuso, ma io lo spalancavo perché lui si fumava almeno un pacchetto di Sax, diossina pura, tra sera e mattina presto, e io volevo respirare. Anche se l’aria di Milano allora era tutta irrespirabile. Ma a tutto c’è un limite. Finimmo quasi per venire alle mani, ma lui capì che non gli sarebbe convenuto. Io non ho mai fumato dove dormo e non ho mai permesso a nessuna delle mie fidanzate di farlo. Credo che resistetti meno di un mese in quel posto. Poi mi venne la smania di tornare in Sardegna dai nonni.

 Telefonai al posto pubblico di Santa Giusta per parlare con Francesco, ma il fratello maggiore mi disse che era a Roma coi Barrittas e stava suonando al Capriccio, un night di via Liguria, dietro via Veneto.

Era il 1963, mi pare. Tornai a Roma. Solita minestra: la valigia al deposito bagagli di Termini e subito a cercare lavoro. Come fai a non trovare immediatamente lavoro a Roma, con migliaia di locali e dopo che hai fatto la scuola alberghiera ad Assisi? Non trovai una mazza. Per due giorni e per due notti stetti al Capriccio fino alle sei del mattino. Feci amicizia con Miles Davis. Una notte ci scolammo una bottiglia intera di Vecchia Romagna, mentre lui continuava a modulare scat: forse stava componendo. Diventai amico anche dell’attore spagnolo Fernando Sancho, popolarissimo in Italia (conservo ancora un suo biglietto: “Lucho, no puedo venir esta noche. Manana empiezo una nueva pelicula. Abrazos. F.” Fatta l’alba, tutti se ne andavano a dormire e io mi chiudevo in qualche bar al caldo a fare colazione e guardare gli annunci sul Messaggero. 





Mio cugino aveva finito il servizio a Roma ed il complesso era partito per fare un mese a Pavia. Ma Francesco aveva lasciato il gruppo e cominciato a suonare con Edoardo Vianello e Wilma Goich.  Gianna, sua sorella maggiore che abitava a Monte Mario, mi disse che in quei giorni era nella loro villa di Punta Ala per le prove.

I soldi erano finiti in fretta e da una settimana non mangiavo. Trovai un annuncio di un locale di via Appia nuova: Rosticceria-pizzeria Catena. Mi presentai speranzoso e mi presero in prova. In prova a me?! Con due vecchi che si trascinavano moribondi, coi piedi alle dieci e dieci, e portavano i piatti due per volta coi pollici dentro la minestra?! Mi misero a sparecchiare. Io, che odiavo e odio il pollo più della morte, mi ritrovai a rosicchiare velocemente ossi di pollo davanti al pass tra sala e cucina. Verso le 16 mi diedero un panino con dentro una cucchiaiata di ragù. Ma una delle due sorelle titolari mi mandò a lavare le auto sua e di sua sorella nel cortile adiacente.

Va beh, ceno e poi vi mando a fare in culo. Invece stetti lì otto giorni. Poi finalmente trovai un lavoro vero in centro, ai Fori Imperiali: Taberna Ulpia o Vlpia. Adiacente a un’antica basilica sconsacrata, era un locale di extralusso. Allora.  Si entrava solamente in abito da sera e c’era il bel mondo: nobili, zoccole d’alto bordo, attrici ed attori famosi, registi. Venni assunto come demi-chef de rang: vice cameriere, insomma.  350 mila al mese e 1/5 delle mance. Sopra di noi stava il Maitre e sotto di me il commis de rang.

Il mio chef era un ragazzo simpatico di 28 anni, appena sposato,  felice, sereno e disponibile. Diventammo subito amici. Ma il maitre aveva un debole per me e mi chiamava “Bestia” o “Somaro sardegnolo”. Lui era un vecchio rudere veneto, in pensione da anni, che si rubava lo stipendio, e che stipendio! di qualche giovane maitre molto più abile di lui e con la metà dei suoi anni.  Questo attrezzo era un salviniano ante litteram. Figuratevi che mi chiese se in Sardegna avevamo la luce elettrica nelle case. Non sapeva che eravamo cento anni avanti al Veneto su tutti i fronti, specialmente a livello culturale.

 “Ma xe vero che giù da voi v’inculate le pecore?” mi chiese un giorno davanti a tutti i colleghi, mentre facevamo la mise en place per il pranzo. “Se sono venete sì.” Risposi.

Per descrivere la stupidità umana, vedi tutta la feccia di destra, nostrana e non, mia nonna diceva che: “Accàppianta su cani cun su sartizzu” (Legano il cane con le salsicce.)

Un fornitore mi diede l’indirizzo di una trattoria là vicino e mi disse che cercavano personale. “Pagano bene, vacci”. Lo feci quel pomeriggio stesso. Il padrone teneva alla linea, curva: una palla di lardo con triplo mento, le labbra a salsiccia, sudato come una troia che sta partorendo 18 maialini, spelacchiato e zotico come pochi. Ma mi promise centomila a settimana più le mance. La sera rientrai in servizio all’Ulpia solo perché avevamo un extra col mio chef. L’extra consisteva nell’andare dopo il servizio nella basilica sconsacrata adiacente e portarci dietro una carovana di vecchie babbione alle quali per 1000£ a testa vendevamo flute di avanzi di spumante e vini bianchi mischiati con acqua minerale e musica italiana. Un furto. Il mio chef si arrangiava alla chitarra, un suo amico alla pianola e io avevo un rullante, una cassa malferma e un charleston dal suono sordo. Cantavamo tre canzoni in coro: Volare, Arrivederci Roma e non so più quale altra, per il resto era tutta una tarantella. Quelle pagavano, cantavano, ridevano, ballavano sguaiate, bevevano e cantavano. Quella sera, durante il servizio in ristorante, mi vendicai di tutte le angherie del vecchio maitre nazista. Stavo dicendo a Otello, il genero del padrone che fungeva da direttore, che dopo il servizio mi sarei licenziato per affari di famiglia, se per favore mi preparava le mie spettanze. Lui mi diete l’ok e si mise a preparare dei conti. In quella, mi arrivò la voce stridula del maitre che, affacciato alle scale della cantina, chiocciava: “Allora, bestia?! Lo porti su quel Lambrusco o no?” Da mo’ che l’avevo portato al tavolo del sommelier! Gli poggiai un piede sul culo ossuto e lo feci volare di sotto: quattro scalini a volo d’angelo. Nessuno mi aveva visto. Chiusi la porta e tornai in sala grande per comunicare al mio chef che sarei andato subito in basilica per preparare la serata. Ritirai la busta col contante che sor Otello mi aveva preparato e, dopo un saluto senza troppe effusioni, lasciai il ristorante e passai in basilica.

I BARRITTAS, I SALIS & SALIS, LA MUSICA E MILANO

DAR BUIACCARO.

Mi presi due giorni di vacanza e poi cominciai il servizio nella trattoria da 400 coperti, “Dar buiaccaro”. Servizio senza tanti fronzoli. Soprattutto ricorrenze: matrimoni, cresime, anniversari, compleanni. Le tavolate erano sempre prenotate. La cucina era passabile, le porzioni abbondanti e i prezzi modici. I clienti erano per il 90% romani veraci, gente del popolo, piccoli commercianti, artigiani. Solo una piccola parte erano “passanti”: turisti di passaggio.

Un altro mondo a poche centinaia di metri dalla sofisticatissima Taberna Vlpia. Dove noi camerieri ci spostavamo col passo felpato, come su un tapis roulant, e i clienti in abito da sera sussurravano o facevano qualche risatina sommessa e coperta dal tovagliolo. Qui sbracavano: parlavano a voce alta, si chiamavano da un capo all’altro della tavolata per l’ennesimo brindisi o l’ennesima battuta salace, strillavano ai bambini e ridevano a squarciagola senza curarsi dei vicini di tavolata, che erano esattamente come loro. Le mance erano belle corpose, ma non avevamo un attimo di respiro nemmeno per farci una sigaretta in santa pace. Immancabile la coppia anziana che chiedeva un pacchetto con gli avanzi:

  • Per cane mio. Lui.
  • Ma si manco ce l’avemo er cane?! Lei.
  • Mo’ moo faccio. Chiudeva lui.

Fu a quel punto che diventai un grosso commerciante di carta oleata. Per fare i pacchetti da portare via.  Cominciavo col solito: “Non so se posso…” finché non mi allungavano le cento/duecento lire.

 Io pagavo un pacco di carta oleata da macellaio a cinque lire il foglio: un bel guadagno. Il padrone non metteva becco, lui continuava a riempire il cassetto coi soldi delle tavolate ed era contento. Tutti pagavano senza battere ciglio. Allora cambiai mestiere. Si era licenziato il lavapiatti egiziano e io chiesi al titolare se invece di lavorare ai tavoli avrei avuto la stessa paga lavorando in cucina: in cucina mi sarei gestito il lavoro io e avrei potuto mangiare, bere e fumare a volontà. Senza interrompere il mio commercio di carta oleata. Pattuimmo centomila in meno a settimana e una parte delle mance. Chi stava meglio di me? I clienti facevano la fila davanti alla porta della cucina che dava sul cortile per comprare la mia carta oleata.

Poi il padrone si rovinò al gioco e perse il locale. Trovai lavoro al Trionfale, un bar biliardi sporco e frequentato malissimo: scioperati, piccoli malavitosi e militari della vicina caserma. Piccola paga e piccole mance. Massimo facevo 1500 lire, dalle sei del mattino alle 14.

Intanto, Francesco era tornato a Roma e ci vedemmo la sera stessa. Come al solito, scendeva con la sua Fiat500 rossa in folle, poca benzina e niente patente, e ci sistemavamo sotto un lampione a piazzale degli Eroi. Lui imbracciava la chitarra, col manico fuori dal deflettore, e mi faceva sentire gli ultimi spunti musicali. Io aprivo il mio blocco e cominciavo a buttar giù i testi.  

Lo portavo a pranzo con gioia. Lui era scannato: Vianello pagava poco e male. Con mille lire prendevamo un kg di fave fresche, un kg di pane un litro di vino e due belle fette di pecorino. Ma spesso avevamo voglia di pastasciutta e andavamo in una trattoriola vicino al mercato rionale e ordinavo solo per me, lui “aveva già mangiato”. Il padrone vedeva le tracce di sugo della pasta dal mio piatto al posto di mio cugino, si inteneriva e mi dava sempre porzioni abbondanti di pasta e di carne con insalata.

Francesco mi raccontò che le cose non andavano troppo bene. Ma non volevo vederlo triste e abbattuto, così lo riportai a quando suonava ancora col fratello nei night di via Veneto e io ero andato a vivere con loro in due cameroni con uso cucina. 

Lui aveva fatto passi da gigante, musicalmente, ma il gruppo era sempre lì a livello piuttosto mediocre, nonostante la bravura e la voce di Tonietto. “Impiegàusu”, mi ripeteva: impiegati. Lui invece si lanciava anima e corpo nelle jam session coi grandi musicisti del momento, ottenendo plauso e complimenti da tutti: da Bruno Martino a Riccardo Rauchi, Fred Bongusto, e perfino dal grande Miles Davis di passaggio al Capriccio di Roma. Loro, i Barrittas, si ostinavano a fare cover facili, Francesco faceva pezzi di Burt Bacharach, Barney Kessel, Wes Montgomery, etc. E con una sua specialissima versione di SUNNY, cantata e suonata da dio, mandava la sala in visibilio.

Feci un salto a Milano per trovare la mia zia Pina, ma tornai quasi subito a Roma per rimettermi a lavorare con Francesco. Trovai una pensione a piazza Firenze per 10 mila al mese, da dove mi potevo muovere agevolmente a piedi per tutto il centro. Francesco aveva la giornata libera fino a quando non doveva recarsi al night, dove cominciavano a suonare verso le 21 /22.

I Barritols, come li chiamavo io, stavano tutti in una pensionaccia vicino al cinema Volturno, uno dei pochi locali in Italia che facevano film porno e avanspettacolo. Tristissimo.

La padrona della pensione, che gli aveva affittato due stanzoni e un vecchio bagno, la chiamavano “S’aquila”. Era una vecchia megera brutta che strillava sempre. Come un’aquila, appunto.

Andai a trovarli qualche volta per vedere se aveva davvero ragione Francesco. In effetti, non erano cresciuti molto nemmeno mentalmente.  L’Aquila aveva due letti liberi e quindi mi trasferii da loro, pagavo la stessa cifra della mia pensione con camera singola, ma ero in compagnia.

Per esempio, mettevamo 500 lire a testa per fare spesa e mangiare, ma Urgu sempre tirchio, prevedeva di spendere di meno organizzandosi da solo. Salvo che era sempre da noi a chiedere prezzemolo, zucchero, un po’ di pasta da cuocere, etc.

Un giorno che ero di riposo, mi toccò fare il pranzo. Niente colapasta: la pasta si scolava attraverso il coperchio della grande pentola nella vasca da bagno. Guido Cocco si ustionò e lasciò cadere tutto dentro quella vasca puzzolente e piena di capelli.

Frigadìndi (fregatene), disse ridendo, noi ci prendiamo quelli di sopra e gli altri li condiamo per loro”. Ma erano spaghettoni, non capelli d’angelo.

Guido, che era davvero l’unico dei Barrittas che mi faceva ridere, un giorno, sapendo che soffriva il freddo dello stanzone,  lo accompagnai a comprarsi un pigiama.

La commessa mise sul banco alcuni modelli in mollettone e Guido mi tirò da parte:

Là ca deu non mi bestu a buffu.” (Guarda che io non mi vesto da pagliaccio; non mi metto quella cosa ridicola.) Poi chiese alla commessa:

“E cosa sono questi?”

“Pigiami, signore.”

“E a che cosa servono?”

“Servono per la notte.” Rispose, incredula.

“Ma io la notte dormo!”

In teoria, il comico del gruppo era Benito, ma l’unico davvero divertente era Guido. Andavano al lavoro in divisa, qualcuno spesso col pigiama sotto, facevano il loro repertorio senza infamia e senza lode e se ne tornavano alla pensione per dormire. Niente letture, niente cinema, almeno di pomeriggio, niente vita sociale. Niente di niente. Francesco, anche quando tornava dalla serata alle sei del mattino, si cambiava, ordinava con cura la divisa, si lavava, smontava le corde della chitarra per togliere il sebo e la sporcizia, allora aveva una Fender Stratocaster, le metteva a bollire, poi le asciugava con un panno pulito, le rimontava, accordava, e in sordina provava i passaggi nuovi che aveva imparato da qualcuno dei pezzi da novanta della musica. Poi sorridendo se ne andava a dormire.

Ecco perché lui è diventato un grandissimo musicista e un eccelso chitarrista. Per lui, la musica non era solo un lavoro.

Scrivemmo parecchie nuove canzoni in quel periodo. Come detto, Francesco aveva un contratto con la società di Vianello e non poteva mollarlo senza pagare una pesante penale. Edoardo lo sfruttava, gli faceva fare il lavoro di tre chitarristi e spesso mio cugino doveva anche aiutare a caricare e scaricare la strumentazione. Una sera, Francesco tornò a Roma, aveva tre giorni di pausa e mi volle portare a casa di Vianello:

“Gli ho fatto sentire “Una strada” e gli è piaciuta molto, mi disse. Vuole che andiamo a casa sua domani mattina.”

 Detto, fatto.

Una strada, era una canzoncina semplice e gioiosa. Pochi accordi, melodia intrigante, molto orecchiabile, parlava di belle donne alle finestre, di ragazzini intenti a correre a giocare, di panni stesi. Un acquerello di una delle tante strade di paese o di periferia, dove tutti prendono la vita con filosofia. Accontentiamoci di ciò che abbiamo, era il messaggio. O, come dice il saggio: Chi si contenta, gode.

Arrivati a casa Vianello, lui mi strinse frettolosamente la mano e si diresse al pianoforte a mezza coda e, fattisi dare gli accordi e il tempo da Francesco, prese il mio blocco e chiese a mio cugino di cantargliela una prima volta. Poi la eseguì lui per almeno dieci volte. Non riusciva a smettere. Fosse venuto lui a casa nostra, a Santa Giusta, come minimo lo avremmo invitato a pranzo. Invece Vianello non ci offrì nemmeno un bicchiere d’acqua e se ne uscì, rivolto a me, con:

“Sì, il testo è carino, ma ci vuole la mano di un maestro. Dopo chiamo Califfo e gliela faccio sentire, magari lo aggiusta lui il testo e poi lo firmate insieme.”

“Geicàgasa”, pensai (puoi aspettare e cagare).

Credetemi, il testo era perfetto. Ma il trucco di far firmare i moduli di deposito alla Siae da amici o da soci in affari continua ancora adesso per sfruttare i novizi con idee.

Non se ne fece niente. Ci restammo molto male, ma non ne facemmo una malattia.  Alla fine del contratto, Francesco accettò un’offerta da I poker d’assi e lasciò Vianello. Avrebbe guadagnato circa la stessa paga, ma stava a Roma e non si sarebbe dovuto sobbarcare viaggi faticosissimi né il lavoro di facchinaggio con gli strumenti. Era un complesso stanziale che raramente si muoveva da Roma. I poker d’assi, era appunto un quartetto, oltre a lui: contava un batterista megalomane, dotato di una tecnica mostruosa, ma che infilava assoli e rullate anche dove non c’entravano niente, quindi “un mabadittu” (un maledetto), secondo Francesco, che al contrario era sempre molto misurato e attento, non amava le sbrodolature; Adriano Fabi, zio di Nicolò e fratello del grande Claudio: dirigente di Rca; e un bassista molto bravo di cui non ricordo il nome. Adriano, anni dopo, sposò la sorella di Renzo Arbore, Sabrina, aprì un’agenzia di promoter proprio di fronte alla Rai di viale Mazzini e per qualche mese fu anche il mio agente. Non concluse mai niente.

Anche i Poker d’assi facevano i 30 giorni nei vari locali di Roma: Capriccio, Pipistrello, Rupe Tarpea, etc. ma, a differenza dei Barritols lavoravano sempre e avevano un ricco calendario.

Qualche sera, proprio al Capriccio, il direttore mi chiedeva di intrattenere gli ospiti stranieri. Verso la mezzanotte, durante la pausa dei musicisti, facevo un paio di battute in italiano, qualcuna in francese, tipo:

Quelle est la difference éntre l’homme et la femme? La difference… éntre.”

Qualcuna in inglese maccheronico, tipo:

 “Il lord inglese che si trova fortunosamente in una baita di montagna, dopo una terribile tormenta, con unica ospite una nobildonna di corte e amica della regina. I due si trovano improvvisamente e simultaneamente con la mano sulla maniglia della porta dell’unico bagno: è evidente che hanno entrambi urgente bisogno della toilette.

Lei – Sorry, sir, but I need it immediatly!

Lui  (con sussiego) – Yes, madame. Normally, ladies first, but now I was priority.

Lei – Oh, not! Ladies first everytime! Sorry. (e fa per scostarlo)

Lui – (resiste) I’m very sorry, madame. But I’ts very very important for me.

Lei non desiste di un millimetro. Allora lui cambia tattica e si fa tacchino e molto maliardo. La fissa, si liscia i baffi, e con sguardo languido e un sussurro le fa:

Sorry, my beauty lady… ehm… du you like fuck?

Lei (arrossisce, finge un colpo di tosse, abbassa gli occhi e sussurra) Oh, yes!

Lui – And so… fuck off!!!

L’inglese non era perfetto, ma si capiva e scatenava l’ilarità e gli applausi. Per un paio di sere ho anche fatto qualche pezzo alla batteria, sostituendo il capo orchestra che andava a farsi pagare. Francesco si voltava verso di me e mi dava il ritmo e il tempo: TU TUM/ TA’/ TU TUDUM / TA’ TUDUDUM.

Io eseguivo alla bell’e meglio, ma ormai erano quasi le 4 del mattino e solo alcune coppie assonnate ballavano avvinghiate. Se anche sbagliavo chi se ne sarebbe accorto?

Altre sere, quando lui non lavorava o aveva spettacoli pomeridiani, ci incontravamo con Francesco a piazzale degli Eroi dopo la mezzanotte. Arrivava con la chitarra acustica dentro la 500 rossa, io arrivavo a pedane col mio fedele blocco e un paio di penne, lui –  se c’era freddo – apriva il deflettore per far uscire il manico della chitarra e ci mettevamo a comporre. Compositori seriali della notte.

Una sera arrivano due divise della stradale.

“Documenti.” Diamo i documenti.

“Patente”… al che mio cugino parte con una risata nervosa irrefrenabile:

“Patente, io?! MAI AVUTO PATENTE!”

Comincio a ridere anch’io e per fortuna cominciano a ridere anche loro.

“Vabbeh, levatevi da qui, prima che mi girino i coglioni.” fa il capo. E che volevi fare? Ce ne siamo andati.

Cominciai a lavorare nei ristoranti fuori porta come extra: guadagnavo anche 50 mila lire a giornata. Mio padre era conduttore sui treni, quello che controlla i biglietti, e ne prendeva 60/70mila al mese.

Mi servivano soldi per tentare LA GRANDE AVVENTURA. Ero stato all’RCA, ma in quel momento non avevano bisogno di nuovi talenti. L’unica strada era Milano. Finalmente, avevo abbastanza rabbia e abbastanza soldi per andare a espugnare i discografici più potenti d’Italia. In teoria …

Partii per Milano carico di sogni e di speranze, con un blocco pieno di testi e nemmeno un nastrino con i provini delle canzoni: non eravamo riusciti a prepararlo. Ma sentivo che QUELLO era il momento. Ora o mai più, mi ripetevo. Girai a vuoto finché non finii i soldini. Per fortuna, capitai dalla persona giusta:

era il gestore del Piper, ex Old Fashion, l’edizione milanese del più famoso locale di Roma, e un grande organizzatore di concerti per le star internazionali, da Jimi Hendrix ai Beatles.  Il Piper si trovava dietro il Teatro dell’Arte, se non ricordo male. Avevo letto sul Corriere della sera che ci sarebbero stati nientemeno che i Beatles, QUELLI VERI! Arrivai lì, morto di fame e di tristezza e senza più nemmeno 50 lire. Il locale era vuoto. C’era la squadra delle pulizie e stavo per fare dietro front, quando vidi un uomo imponente che usciva da uno stanzino.

“Chi sei?” mi fa.

“Uno stronzo che ha fame e che voleva incontrare John Lennon.”

Mi guarda divertito e fa una smorfia buffa.

 “Sei arrivato tardi. L’ho appena accompagnato all’aeroporto coi suoi amici.” Mi guarda meglio, anzi, mi scruta e si avvicina:

“Hai mangiato?”

“No.”

“Vieni con me.” Mi porta in ufficio e manda a prendere dei tramezzini e una bottiglia d’acqua.

“Vino no?” Faccio io. Lui si fa una sonora risata e ordina del vino.

 Mentre mi ingozzo e beviamo insieme, gli racconto un po’ della mia storia e si mostra partecipe.

“Beh, sei fortunato. Domani sera qui ci saranno tutti: c’è un vernissage discografico per il lancio di… (non mi ricordo né il disco né il cantante) e se ti fermi ti posso presentare qualche discografico e anche qualche giornalista.” A momenti mi scappa da piangere.

 “Hai da dormire?”

“Veramente no.”

“Non c’è problema. Su quel divano laggiù ha dormito Lennon fino a qualche ora fa, se non ti fa schifo puoi dormire qui. Oppure vieni nella foresteria, ma è tutta ancora in disordine.” Mi alzo e l’abbraccio.

La sera dopo mi sembrava di stare a una festa di Hollywood: tutti i personaggi che vedevamo in televisione erano lì! Ma la cosa che scoprii quella sera è che gli sconosciuti presenti erano molto più importanti dei divi: loro li facevano e li disfacevano a piacimento, quei divi! Leo mi presentò a persone che mi guardavano e non mi vedevano, a persone che anche se gli dicevi “Tua moglie ha venduto la tua bambina agli arabi e si è sparata ” non gliene fregava un cazzo e a persone che avevano fatto il militare a Macomer e mi dicevano “Sardo sei? Su cunnu! Ahahaha!” Ero perso. Finalmente, mi si avvicinò un pacioccone e mi mise una mano sulla spalla:

“Sulis, giusto?”

 “Eh?”

“Sei il ragazzo sardo che fa il produttore e il paroliere, no?”

“Sì”

 “Me ne parlava il grande Leo. Che ne diresti di passare da me domattina?” mi porse un bigliettino da visita: M° De Sanctis – Belldisc – Direttore Artistico- Via Turati… MILANO (Italy)

Da quel momento in poi volteggiai su nuvole ovattate e vedevo tutte quelle persone che muovevano le labbra, gesticolavano, ridevano, si abbracciavano, applaudivano, come se fossero dentro una grande bolla di vetro o un acquario. Anche la musica mi arrivava distorta e attutita dalle nuvole. Quando la festa finì e tutti se ne andarono, solamente De Sanctis venne a salutarmi:

 “Mi raccomando, Sulis, ti aspetto alle 10. Dormi bene.”

“Mi chiamo Salis” gli dissi, ma non mi sentì.

Leo mi portò un plaid, mi fece un sincero in bocca al lupo e se ne andò anche lui. Non prima di avermi invitato a fargli sapere gli sviluppi. Io mi buttai sul divano di John Lennon e fantasticai fino al mattino.

Alle 10 ero davanti a una centralinista, Ivana, alla quale si ispirarono per la figlia di Fantozzi, che mi annunciò al direttore artistico.

La ragazza schiacciò un pulsante sotto il piano della sua scrivania, si udì uno scatto automatico e la porta d’ingresso si aprì.

“Dopo l’ascensore, la porta di fronte. Seconda stanza.”

Eseguii. Mi tremavano un po’ le gambe, ma mi rasserenai quando vidi De Sanctis che mi attendeva sorridente e gioviale nel corridoio, davanti alla porta aperta del suo ufficio.

“Carissimo! Vieni, accomodati”. L’ufficio era grande, confortevole, molto elegante. Una grande scrivania, moquette grigia, due belle finestrone, un divano, due poltrone e due sedie imbottite davanti alla scrivania, un piano a mezza coda, alcuni grandi registratori Revox, un potente impianto stereo e scaffali pieni di dischi. Alle pareti un quadro anonimo e poster di Santo & Johnny, Fiammetta e altri che non conoscevo.

Stabilito che il mio nome era Salis e non Sulis, mi fece una lunga intervista per conoscere me e i miei progetti. Fui talmente convincente, che poco prima dell’una mi portò a conoscere l’amministratore unico, Arnaldo Morosi: un giovane marchigiano robusto, pieno di ricci e di buonsenso, e insieme mi portarono a pranzo in un ristorante nei pressi.

A tavola mi scatenai e raccontai del mio progetto più importante: volevo fare il primo LP al mondo come un film, con una storia unica. Un’opera rock. Quello che anni dopo, con Frank Zappa, leggendario chitarrista e compositore dei Mothers of Invention, si chiamò concept album, il titolo era “FREAK OUT!” del 1966. Ma la mia idea era di tre anni prima.

 Loro mi dissero:

 “Bello. Ma diventa difficile da promozionare: la radio non lo trasmetterebbe, nei juke box non ci sta e in televisione non lo prendono nemmeno in considerazione”.

“Vero. Ma io intendo fare una scaletta delle varie fasi della vita: la nascita, l’infanzia, la scoperta della masturbazione, il primo amore, la naja, il lavoro, il matrimonio, etc. Fino alla vecchiaia e la morte. Dieci/dodici brani ben distinti. Ho anche in mente una copertina potentissima. I miei cugini sono tra i migliori musicisti italiani e cantano con un impasto vocale a livello dei Beatles e sono anche alti e belli. Può venire fuori un capolavoro e non impiegheremo molto a imporci.”

Mentre raccontavo, i due si guardavano e facevano cenni di approvazione. Dopo pranzo, tornammo in ufficio e Morosi ci salutò.

“Sta facendo preparare il contratto” mi sussurrò De Sanctis. “Ma il nome? Avete già un nome?”

“Certo, improvvisai SALIS & SALIS

“Bello. Mi piace!” Tornò indietro per comunicarlo all’amministratore unico e poi mi presentò in giro: Laura, la mia segretaria per l’Italia; Mary segretaria per l’estero; Pino Tuzzi, il grafico che disegna le copertine dei dischi; Reggiani, il capo della contabilità; Nicoletta Arcari, l’ufficio stampa; etc.

Un’ora dopo, firmai le tre copie del contratto discografico triennale come produttore dei “SALIS & SALIS” Mi fu data una copia del contratto, tre biglietti aerei open, andata e ritorno, Cagliari-Milano-Milano- Cagliari e un anticipo di 150 mila lire per le prime spese. Chiesi di poter fare qualche telefonata e il direttore artistico mi mise a disposizione la sua scrivania. Chiamai Francesco a casa di Gianna e fui fortunato: stava per uscire.  Gli raccontai tutto velocemente, certo che lo avrei visto presto, ma lui pensava a uno dei miei scherzi.

O Di Santa, no ischerzisi cun custas cosasa, ca innoi seu ammacchiendimì. Cand’ad’a suzzedi ua cosa diaìcci m’imbriagu po’ ua xida.”  (O Di Santa, non scherzare su queste cose, che io qui sto impazzendo. Quando succederà davvero una cosa del genere, mi ubriacherò per una settimana).

Di Santa era il mio nome d’arte: spesso ci chiamavamo scherzosamente Di santa e Leo: io mi ero fatto fare dei bigliettini da visita “Lucio Di Santa (Giusta, sottinteso) – autore e presentatore”. Lui lo chiamavo Leo, diminutivo di Leone di Damasco, come lo battezzò il trombettista torinese, Nini Rosso, dopo averlo visto all’opera con la sua chitarra che cantava Sunny.

La’ ca no seu brulléndi! (Guarda che non sto scherzando). Adesso ti passo il maestro De Sanctis, ti confermerà che ho già il contratto in tasca.” Il direttore naturalmente confermò e lo salutò con un:

“Ti aspettiamo presto a Milano” mi ridiede la cornetta.

Insàrasa? (Allora?) O Leo, prepara la valigia. Il Biondo dov’è?” Il Biondo, per noi di casa era Tonietto, che stava ancora coi Barrittas.

Su Biondu esti a Cologno Monzese, funti sonéndi in ‘d’un locali.” (Il Biondo è a Cologno Monzese, stanno suonando in un locale).

“Meglio ancora! E’ qui vicino. Così io non torno nemmeno a Roma. Ti faccio mandare un biglietto aereo e mi raggiungi qui, poi andiamo insieme a prenderlo.” Lo dissi guardando De Sanctis, che assentì sorridendo.

Eh, bisongiàda a bi’ chi cussu bèidi.” (Eh, bisogna vedere se quello viene).                        

“O Checcu. Tu non preoccuparti. Lo portiamo via a costo di prenderlo a calci. Quando puoi partire?”

Deu partu immòi puru. A pèi andu! Ah ah ah!” (Io partirei anche subito. A piedi vengo!)

“Gianna mi ha detto che stavi uscendo. Dove devi andare?”

“Devo comprare un ponticello per la Stratocaster, quello che ho si è un po’ storto.”

“Quanto ci metti?”

“Mezzora”

“Ok. Ti richiamo tra mezzora, tre quarti d’ora.”

De Sanctis fece venire Laura e le chiese di far trovare un prepagato al Maestro Francesco Salis, direttamente all’aeroporto di Fiumicino per il volo delle 9 dell’indomani mattina.

Poi mi invitò a stare nel suo ufficio mentre sbrigava alcune cose. Tra una cosa e l’altra, continuammo a chiacchierare e a conoscerci. Venni così a sapere che il titolare, Antonio Casetta, era in quel momento in USA per rinnovare il contratto di esclusiva a Santo & Johnny. Poi mi fece ascoltare alcuni brani inediti che gli avevano proposto. Mentre il nastro girava nel Revox, lui mi fissava per cogliere una qualche reazione nel mio viso. Franco come sempre, al suo

“Che ne pensi?” risposi

“Non mi sembrano granché”

“Vero? Sono sicuro che i vostri brani sono senz’altro migliori”

“Ci puoi scommettere”

 “Scrivete anche per altri?”

“Certo. Se ce lo chiedono …”

“Ottimo! C’è sempre bisogno di buon materiale nuovo.”

Ero a Milano per lavoro. Ero in missione per conto di Dio, come diceva il compianto John Belushi, dunque ristorante e albergo erano pagati dalla “MIA” casa discografica. Più ci pensavo e meno mi sembrava vero. Dovevo ancora metabolizzare quel miracolo. Un ragazzino di Santa Giusta, dopo averne viste e passate di tutti i colori, a 18 anni si trova a Milano e fa parte del luccicante firmamento discografico nazionale. Roba da impazzire di gioia.

Laura mi prenotò un albergo nei paraggi. Una matrimoniale open per me, e una a due letti per Francesco Salis e, forse, Antonio. Probabilmente, già la sera dopo, saremmo stati insieme a Milano coi miei adorati cugini. Anche se non avevo mandato giù il fatto che Tonietto non si fosse opposto alla cacciata del fratello maggiore dai Barrittas o non se ne fosse andato anche lui. Senza di loro, i Barritols sarebbero morti subito. Musicalmente, intendo. Ma non vedevo l’ora di parlargliene a voce.

Passai la seconda notte in bianco, immaginando i nostri dischi nei juke box di tutta Italia, giornali e tv che parlavano di noi, le nostre canzoni trasmesse dalla radio. Ogni tanto, accendevo la luce e segnavo qualche appunto sul mio blocco. Le cose da fare erano tante. Davo per scontato che avrei convinto facilmente il Biondo a lasciare il complesso per fare insieme una ditta famigliare di ben altro livello.

La mattina arrivò e un taxi mi scodellò a Linate. Francesco mi superò fingendo di non vedermi e di darsi arie. Poi si girò ridendo e mi aggredì subito col suo buonumore:

Innui est su cuntrattu! Faimmìddu bi’ subbbittu!” (Dov’è il contratto? Fammelo vedere subbbitto!)

“Ce l’ho in albergo. E sa ghiterra? (la chitarra?)

“Oh! Lo sai che mi vergogno di girare con la chitarra. Ita seu, un menestrellu? (Che sono, un menestrello?)

Pigliammo un altro taxi e ridemmo per tutto il viaggio, fino all’albergo. Gli mostrai il contratto, lo lesse avidamente e lo baciò, poi lo piegò per bene e me lo porse delicatamente come se potesse esplodere al minimo tremolio:

Là no ddu pèdrasta, mi!” (Attento a non perderlo, eh!)

 Poi andammo a piedi alla Belldisc.

De Sanctis era impegnato con delle persone, quindi portai Francesco negli uffici della truppa e lo presentai a Morosi e alle altre persone che conoscevo. Chiesi anche a Laura se da qualche parte ci fosse una chitarra. Lei disse di no, ma mandò un fattorino a recuperarne una presso uno studio di registrazione non molto lontano. Mentre aspettavamo che il direttore si liberasse, Francesco sprizzava gioia da tutti i pori. Aveva già inciso qualche disco coi Barrittas, ma per un’etichetta piccolina della periferia romana. Questo era un gran salto di qualità: eravamo in Serie A!

Lui aveva 19 anni, io 18, il Biondo 17.

Finalmente arrivò la chitarra e l’ufficio di De Sanctis si liberò. Avvisato da Laura, il direttore venne personalmente a prenderci e ci scortò al suo ufficio, felice come una Pasqua. Moriva dalla curiosità di sentire i pezzi e scoprire se aveva fatto davvero un buon investimento. Misi il blocco coi testi davanti a Francesco e mi andai ad accomodare su una poltrona. Lui cominciò con Marybel, una delle prime canzoni che avevamo composto di notte sul sagrato della chiesa di Santa Giusta. Ma non era finita. L’avremmo terminata pochi mesi dopo nello stesso posto magico.

Alla decima canzone, De Sanctis sembrava un ragazzino al quale abbiano dato le chiavi di una pasticceria. Applaudì, poi si mise al pianoforte e si fece ripetere Marybel e un paio di altri brani. Accompagnava Francesco, che dava la massima espressività alla sua voce. Agli assoli di mio cugino, il direttore si fermava per applaudire. Stava registrando tutto nel potente Revox ultimo modello.

“Abbiamo già il primo 45 giri. – Disse alla fine, stringendoci calorosamente le mani. – Marybel e Nell’oscurità. Perfetti! Appena Lucio mi chiama, fisso subito la sala e i musicisti. Intanto preparo gli arrangiamenti”.  Ci congedammo e andammo a festeggiare in un ristorante di via Turati stessa. Allora si poteva fare un buon pasto con una buona bottiglia per 400/500 lire. Mille in due e ci scappava anche la mancia. Francesco, al caffè, si fece pensoso.

“Che c’è?”

Toccada a s’impegnài meda. Deppeusu segai su cu’ a is pilloneddusu. O Di Santa, depisi scrì cummenti Dante Alighieri. Deppeusu cumpòi is canzòisi pru bèllasa de su mundu!” (Ci dobbiamo impegnare molto. Dobbiamo spaccare il culo ai passeri. O Di Santa, devi scrivere come Dante. Dobbiamo comporre le canzoni più belle del mondo!)

Prendemmo un pullman per Cologno Monzese e andammo a recuperare il Biondo. Lui ci fece parlare per due ore intere, ma alla fine si convinse.

Peròu deppu avvisai a is atrusu e minimu deppu sonai fiasa a sa fini ‘e su mesi.” (Però devo avvisare gli altri e dovrò suonare almeno alla fine del mese di contratto.)

“Mancano meno di dieci giorni. – dissi. – Noi intanto andiamo a Santa Giusta e ci mettiamo a lavorare. Cerco una casetta per le prove e spargiamo la voce per trovare un tastierista e un batterista coi cazzi.”

“Cercate solo un tastierista, il batterista lo conosco io. Provate a sentire Mariano Tunerani, di Oristano. Mi dicono che è bravissimo.”

E così fu.

Per 4000 lire al mese trovai una casa arredata, si fa per dire, a cento metri dalla casa di mio padre. Che però era a Cagliari e non ci avrebbe rotto le scatole. Mi misi subito all’opera per procurare qualche serata: servivano soldi. Mariano Tunerani accettò subito la proposta.

“Non mi sembra vero”. Disse. Era un ragazzino con un orecchio e una diteggiatura impressionanti. E aveva già la tastiera e l’amplificatore. Che portò subito in sala prove. Francesco portò in sala il suo Vox 30 e la sua fedele Stratocaster. Loro due cominciarono a montare le canzoni, con gli arrangiamenti di Leo. Io inforcai la bici di zia Pina e andai a cercare i preti di tutti i paesi del circondario. Nei posti più lontani andavo in corriera. Tramite i preti, parlai con tutti i comitati dei festeggiamenti che sarebbero cominciati di lì a poco. Il tempo per noi di preparare un repertorio di durata accettabile. Si dovevano coprire almeno tre ore a serata.

Avrei voluto solo brani nostri, ma non fu possibile. Arrivarono anche Tonietto e Mario Paliano, il batterista. Una ragazzo piccoletto coi capelli lunghi e gli occhietti chiari. Era l’unico che si faceva le canne. La madre era una chiromante che viveva ad Alghero, ma lui aveva vissuto a Roma e in mille altri posti, seguendo gli affari della mamma.

Tonietto, per me e Francesco fu una scoperta. Musicalmente era cresciuto moltissimo e si era dimostrato un ottimo compositore con buone idee anche per gli arrangiamenti. Senza parlare della voce: un nero! Già a 14 anni aveva una voce roca con un mare di ottave. Personalissima e affascinante. Francesco si adattò a cantare solo qualche canzone da solista, ma faceva delle seconde voci da far venire i brividi. Non c’era nessuno in Italia che aveva un impasto vocale come il loro. Fuori discussione.

Io mi ero studiato un contratto e ne cominciavo a firmare alcuni. Con gli anticipi, oltre a fare la spesa, pagai migliaia di volantini che avevo inventato: molto simpatici e accattivanti. Con duemila lire di benzina nella macchina di qualche amico, giravo i paesi e li lanciavo dal finestrino quando trovavo gruppi di persone. Scrissi anche ai giornali giovanili di allora: Giovani e Ciao amici, che pubblicarono e ci fecero gli auguri, facendo girare il nome del complesso anche in campo nazionale.

Non avevamo ancora inciso un disco né fatto nemmeno una serata, ma dopo un mese il nome Salis & Salis cominciò a essere conosciuto e il passaparola lo diramò in tutta la Sardegna. Stavo fomentando una grande curiosità generale senza aver mai studiato marketing.

Quando il repertorio fu a buon punto, si montarono anche molte cover di successo e di alta qualità, decisi che era il momento per andare a Milano a incidere il primo 45 gg. Tutti d’accordo. Andai al posto pubblico e chiamai De Sanctis. Lui mi richiamò il giorno dopo per darmi le date. Feci venire da Cagliari Antonello, un ex sottocapo di marina che mi aveva fatto da autista per qualche tempo, quando facevo il venditore di mobili ed elettrodomestici, e lui arrivò con una vecchia 1100 bianca che perdeva olio. Caricammo gli strumenti sul portabagagli e partimmo alla volta di Olbia. Quella macchina beveva più olio che benzina, ma non avevamo altro a disposizione. Sul traghetto, allora, si poteva parcheggiare sul ponte e noi la mettemmo lì. Niente cabina e niente poltrona. Facemmo subito amicizia e banchettammo con dei sardi simpatici che avevano steso le valigie di cartone e i pacchi col cibo a mo’ di pic nic. Tutti i ponti erano una grande festa di risate e di canti. Tutti i ponti si erano trasformati in un gigantesco buffet a base di maialetto arrosto, vitella arrosto, salsicce di tutti i tipi, forme di pecorino e ricotta a strafogo, damigiane e fiaschi di cannonau a profusione. Tutti ci invitavano.

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(Lucio Salis primi spettacoli come presentatore-animatore)

Francesco no, schivo come al solito, ma Tonietto imbracciò una chitarra e Mariano si fece prestare una fisarmonica e deliziarono tutti con famosi successi, e poi anche coi due brani che stavamo andando ad incidere. Davvero tutti ci fecero una grande festa. Allora i sardi erano ancora orgogliosi dei loro conterranei che riuscivano a fare qualcosa. Io adocchiai una bellissima brunetta dagli occhi di cerbiatta. Mi stava fissando da un pezzo. La incantai con le mie chiacchiere. Le feci un sacco di complimenti … era cotta. La presi per mano e andammo in cima al traghetto. Si chiamava Agnese o Irene. La baciai sotto la luna sorniona. Poi mi feci dare le chiavi da Antonello e ce ne andammo a pomiciare belli comodi sui sedili posteriori della 1100. Dopo qualche tempo, eravamo passati al sesso vero e proprio, ma non durò a lungo …  un marinaio incazzato ci bussò sul vetro: coi nostri movimenti avevamo inavvertitamente acceso i fari ed era assolutamente proibito accendere altre luci che non fossero quelle regolamentari della nave. Non rividi mai più quella bellezza sarda.

Da Genova a Milano fu un calvario. La macchina era sovraccarica e spandeva un fumo bianco che sembrava di stare su un aereo in avaria. Noi eravamo lentissimi e tutti ci suonavano coi clacson per avvertirci che stavamo per fondere. Come se non lo sapessimo. Una volta davanti agli studi di registrazione, mi feci dare le indicazioni dai fonici e mandai Antonello a far aggiustare la macchina. In qualche modo avrei trovato i soldi per pagare il meccanico.

Feci un salto in Belldisc, mentre i ragazzi sistemavano gli strumenti in sala.

De Sanctis tornò agli studi con me, mentre l’ufficio era tutto un fervore: Pino Tuzzi stava studiando la copertina e Nicoletta Arcari stava predisponendo per un servizio fotografico di lusso. Mi disse che ci avrebbe raggiunti nella pausa pranzo per concordare una biografia di tutti.

L’avventura era partita.

Avevo dovuto premere un po’ per portare anche Mariano e Mariolino. De Sanctis, già al telefono, mi aveva detto che per loro i Salis&Salis eravamo noi tre e che per la sala d’incisione ci volevano turnisti per batteria e tastiere, vecchie volpi abituate alle sale di registrazione.

“Il rischio è che questi ragazzi ci facciano perdere tempo e concentrazione. E le ore di sala costano parecchio, sai?”

“Tranquillo. Ce la faranno.”

Volevo dare la soddisfazione anche a Mariano Tunerani e Mariolino Paliano di partecipare al nostro primo successo fin dall’inizio. Certo, le star erano Francesco e Tonietto e loro due elementi che li accompagnavano, però si stavano impegnando da più di un mese senza vedere un centesimo e mi sembrava giusto coinvolgerli e motivarli il più possibile.

Mariano filava come un treno, Paliano aveva qualche problema a dosare i colpi di rullante. Ne dava alcuni fortissimi a marcare bene e altri impercettibili. In sala, questo è come bestemmiare in chiesa.

Aveva ragione De Sanctis. Mariolino, anche in seguito, si dimostrò disordinato e umorale. Ed era geloso di me, il motivo non l’ho mai capito. Quando andammo sul sagrato, di sera, a perfezionare Marybel, lui pretendeva di fare il testo in inglese. E così “Oh, Marybel”, secondo lui, doveva diventare “Go with the sand”. Che cazzo vuol dire “vai con la sabbia”?

Forse credeva di essere un grande poeta e noi non lo avevamo capito? Vallo a sapere. Fatto sta che mi prese di mira e mi provocava continuamente. Finché una sera, attaccò briga, mi minacciò e mi sfidò a uscire fuori da una pizzeria di Oristano dove stavamo mangiando, gli tirai contro una bombola di gas vuota. E da allora si calmò.

Venne Nicoletta e mettemmo insieme una buona biografia. Il giorno dopo, avremmo fatto il servizio fotografico. Saremmo riusciti a terminare per le 17 del giorno dopo?

L’unico problema era rappresentato dal batterista. Consigliai a De Sanctis di usare in una pista solo per basso e batteria. Il tempo lo avrebbe dato il Biondo, che era un metronomo. L’idea gli piacque e così facemmo. Alle 16 del giorno dopo i pezzi erano perfetti, solo da mixare. Mi ero fatto dare da Morosi un altro anticipo e con Nicoletta portammo velocemente Francesco e Tonietto da Barassi: un negozio di Corso Buenos Ayres che aveva dei capi particolari.

Non trovammo nulla che ci convinse e quindi andammo a piedi al parco di porta Venezia, dove c’era già il fotografo ad aspettarci. Alcune di quelle foto splendide diventarono copertine di dischi e anche figurine PANINI. Naturalmente, vennero pubblicate anche da molti giornali.

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Incisione portata a casa, servizio fotografico pure, macchina riparata. Mi restavano 200 mila lire e ce ne tornammo a Santa Giusta.

Mentre i ragazzi continuavano a lavorare al repertorio, io continuavo a girare come un matto per cercare contratti. Cucinavo, mangiavamo quasi sempre tutti insieme. Poi io mi mettevo a scrivere battute e piccoli monologhi da fare sul palco per allungare il brodo e loro di nuovo a provare.

Finalmente, venne il giorno del debutto: Nughedu Santa Vittoria, se non ricordo male.

1000714_10200700751339316_1469522082_n (Prime serate)

Trovammo un autista di Santa Giusta. Aveva un’enorme Taunus col portabagagli sul tettuccio, perfetta per noi ed era sempre libero pomeriggio e sera. L’unico problema era che Mulargia faceva il pescivendolo. E la macchina puzzava terribilmente di pesce. Imposi a tutti di portarsi gli abiti per la scena, l’unico che non mi ascoltò fu il solito Paliano. Detestavo vedere i complessi che scaricavano gli strumenti e poi suonavano con la stessa roba sudata e lercia che avevano indosso per scaricare e montare. E’ mancanza di rispetto per il tuo ruolo e ancor di più per il pubblico. Io non scaricavo né montavo, ma mi portavo il mio smoking di quando facevo il cameriere a Roma e raccontavo storielle al Capriccio o al Pipistrello di via Veneto. Partivamo lavati e profumati e arrivavamo nei posti dell’esibizione che puzzavamo di pesce da lontano. Per togliermi la puzza di pesce, avevo anche provato a mettermi in mezzo al fumo degli arrostitori di maialetti e di salsicce. Peggio. Le ragazze non facevano molto caso al mio smoking aromatico: ero carino, elegante, spiritoso, stavo su un palcoscenico. La patata veniva a me come cani all’osso. Le serate fioccavano e in men che non si dica il nome Salis & Salis divenne popolarissimo.

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(Prime serate nei locali)

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(Prime serate. Io sempre col mio smoking. Da sinistra: Francesco, io, Mariano, Paliano, Tonietto))

Eravamo i numeri uno in Sardegna. Aumentai il cachet e battagliai non poco per convincere i ragazzi che, pagate le spese, ci saremmo divisi solo metà del resto: l’altra metà l’avrei investita in promozione. Comprammo un impianto voci nuovo, altri microfoni, feci decine di migliaia di altri volantini, manifesti, etc. Eravamo o no professionisti? Ci rimaneva abbastanza per le nostre piccole spese. Presto, io e Tonietto, cominciammo a farci confezionare abiti e camicie su misura.

 Io sceglievo le stoffe e  disegnavo i modelli, poi andavamo da una brava camiciaia di Oristano e da un sarto che chiamavamo Zirighetta (lucertola). Bravissimo e veloce.

Poco più di un mese dopo uscì il disco e presto arrivò anche nei negozi della nostra zona e anche nei molti juke box.  La nostra popolarità salì alle stelle. Il pubblico ci adorava e le ragazzine ci correvano dietro pronte a tutto. Non so descrivervi la gioia che provavamo quando passando davanti a un bar sentivamo il nostro disco suonare a tutto volume.

I fancazzisti oristanesi che solo pochi mesi prima mi sfottevano dai bar del centro con

O Salis! E insa’ candu ddu incideisi custu discu?” (E allora, quando lo incidete questo disco?), ora al mio passaggio chinavano il capo e si guardavano la punta delle scarpe.

Grazie a quella mia intuizione di qualche anno prima, in Sardegna ormai erano nati oltre mille gruppi musicali e moltissimi di loro avevano in repertorio anche le nostre canzoni. Senza saperlo, avevo creato decine di migliaia di nuovi posti di lavoro: musicisti, cantanti, tecnici, autisti. Ma erano nati anche molti negozi di strumenti musicali, di dischi e spartiti, di riparazione per amplificatori e chitarre. Un vero e proprio boom. La radio cominciò a trasmettere sempre più spesso Marybel e Nell’oscurità e noi eravamo sulla cresta dell’onda.

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(Marybel, che ha preso il nome dal primo disco. Volevo chiamarla Nell’oscurità, ma il prete si è opposto)

Nacquero anche locali appositi che organizzavano serate con musica dal vivo, al chiuso e all’aperto, e ci chiamavano sempre più spesso. Di solito, nessuno faceva questioni per il cachet molto alto, rispetto a quello dei Barrittas o degli altri gruppi più rinomati: Bertas, Pelati. Ma qualche episodio di “bruciatura” lo conoscemmo anche noi. Per esempio, ci scritturò il padrone di una pizzeria del centro di Oristano, un certo Muroni, mi sembra. Fiutò lauti guadagni e affittò il campo sportivo di Torre Grande, la spiaggia degli oristanesi. Gli diedi fiducia e non pretesi nemmeno la firma di un contratto, anzi, addirittura gli feci uno sconto del 50% sul cachet per premiare il suo coraggio. Gli oristanesi non hanno mai brillato per intraprendenza. Questo signore, non solo non spese un centesimo per fare pubblicità, ma addirittura scritturò anche un complesso romano e organizzò veramente tutto coi piedi. Fece mettere delle pedane davanti alle due porte e ci disse che avremmo fatto mezzora noi da una parte e mezzora i romani dall’altra. Alternandoci per tre volte ciascun gruppo. Mi sembrava una grande stronzata, ma lui era convinto della sua genialità e non ci fu nulla da fare. Naturalmente la serata fu uno schifo: poca gente e rimase tutta ancorata dalla nostra parte lasciando senza pubblico il gruppo romano, campo al buio, il generatore che smetteva di funzionare continuamente. Morale, il signor pizzettaro non volle pagarmi. No problem. Uno dei nostri fan più accaniti era un ex pugile massiccio e simpaticissimo che parlava come gli indiani dei fumetti, sempre all’infinito. “Cosa succedere, capo? Andare al mare, domani?” Gli raccontai il fatto e gli dissi di radunare un po’ di gente di buon appetito: saremmo andati a riscuotere molto presto. E così feci. Il sabato successivo, giornata di grande incasso per i locali (e noi eravamo stranamente liberi da impegni), ci presentammo alle 20 spaccate e occupammo tutti i tavoli della pizzeria. C’era un solo cameriere, giovane e allampanato, che distribuì subito i menu. Ordinammo tutto. Io mangiai la solita margherita doppia mozzarella e capperi e una porzione di gamberoni. La mia combriccola fece fuori praticamente tutto quello che avevano in dispensa e nei frigoriferi, gelati e torte gelato compresi. Bevemmo anche parecchio: vini in bottiglia, birre, amari, caffè e ammazzacaffè. Arrivò il momento del conto, una cifra spropositata. Il padrone non si era fatto vedere. Per me non fece differenza. Presi il foglietto col conto, estrassi una delle mie fedeli penne, firmai e scrissi anche “Grazie, siamo pari”.

Salutammo educatamente il cameriere inebetito e ce ne andammo a passeggio. “Pari un cazzo” pensai: per andare in pari avremmo dovuto fare almeno altre due serate per il signor Muroni. Ma lo sgarro era stato punito e a noi andava bene così.

Chiamai De Sanctis per salutare e chiedere come andavano le vendite del disco. Lui mi rispose che lo avevano già ristampato tre volte, quindi bene. Mi invitò a scrivere altre canzoni e ci salutammo.

Ormai, a ogni nostra serata, in qualunque parte della Sardegna, arrivavano macchine piene di nostri fans da ogni città e paese. Si assiepavano tutti sotto il palco e cantavano a squarciagola le nostre canzoni. Tra loro c’era anche qualche zecca. Una di queste zecche si chiamava Giorgio, arrivava con mezzi di fortuna da Cagliari e mi si incollava alle costole, asfissiante. E scroccava di tutto: sigarette, cene, gelati. Vi riparlerò più avanti di lui.

Naturalmente, con Francesco e Tonietto continuavamo a isolarci per scrivere nuove canzoni. Dopo l’estate avremmo inciso un altro 45 giri.

La vita scorreva serena a Santa Giusta. La mattina mi alzavo, andavo a fare la spesa e a sbrigare qualche commissione, al mio ritorno trovavo già Francesco e Tonietto al lavoro; Mariano sarebbe arrivato nel pomeriggio; Paliano dormiva. La figlia dei nostri vicini, una ragazza che somigliava alla figlia di Fantozzi, cantava stonata in cortile, dove faceva il bagno in una tinozza. Non so perché ci tenesse tanto a mostrarsi nuda quasi tutti i giorni. Aveva davvero poco da “vendere”, tranne un enorme coniglio nero in mezzo alle cosce.

Pranzavamo e bevevamo con  cazzeggio libero, qualche ora di relax, poi loro si mettevano a provare e io andavo al posto pubblico a fare o ricevere telefonate; o andavo a Oristano a prendere qualche signorina che aveva bisogno di coccole. La sera, quando eravamo liberi, andavamo a fare provviste in qualche orto e in qualche frutteto incustodito: avevo il mobile settimanale con tutti i cassetti sempre pieni … frutta, favette, carciofi, patate, meloni, angurie, limoni, ciliegie, pomodori. A seconda del periodo.

Quando mi accompagnava Francesco a fare le commissioni con la sua 500, ripeteva sempre la stessa gag: chiudeva rapidamente i finestrini e mollava una loffia muta che faceva dell’abitacolo una camera a gas. Lui rideva come un matto e io lo insultavo a sangue. Una notte, mentre percorrevamo una discesa a velocità folle, nei pressi di Sarroch, aprii la mia portiera e per poco non mi ammazzai, dato che era il modello con le portiere che si aprivano davanti, controvento, e la forza centrifuga stava per trascinarmi fuori.

Qualche sera si andava in pizzeria a Oristano e verso mezzanotte tutti in piazza Mariano, sotto la statua di Eleonora d’Arborea a cantare sguaiati e stonatissimi i successi dei Beatles. Almeno finché non arrivavano le prime parolacce e le prime secchiate d’acqua. Qualche pomeriggio andavamo al cinema, al Moderno, mi pare che si chiamasse, proprio dietro piazza Mariano. Il locale stava cadendo a pezzi. Noi entravamo sempre senza pagare, strisciando sotto lo sportello della cassa in silenzio o pagando un solo biglietto e distraendo la cassiera mentre gli altri si imbucavano. Salivamo in piccionaia, tutti pronti a commentare il film a voce alta. Di solito si trattava di vecchi western in bianco e nero: “Attento che è nascosto dietro il cespuglio! Curri, dimoniu, ca cussu si fuidi!” (Corri, diavolo, che quello scappa).

Una sera che non avevamo impegni, decisi di far pagare uno sgarbo a un complessino del cagliaritano. Saputo che loro avrebbero suonato a una sagra in un villaggio sperduto a 30 km da Santa Giusta, organizzai una macchina e arrivammo verso le 19 nella piazza del paese. Gli organizzatori ci videro coi capelli lunghi e vestiti da musicisti:

 “Il compresso siete?”e ci portarono alla casa dove si cenava. Mangiammo la cena del complessino in ritardo, poi ci dicemmo preoccupati perché non arrivava il pullmino con l’amplificazione e tornammo indietro “a cercarlo”. Quando arrivarono, con comodo, quei cialtroni del “compresso”, non trovarono più nulla da mangiare.

Durante le nostre serate, avevo inventato una gag che divertiva molto noi e il pubblico: verso metà dell’esibizione, ci trasformavamo ne “I SALIS & SCENDIS”: Mariano al Basso, Biondo alla tastiera, io alla batteria, Francesco che sbagliava accordi e Paliano cantante (era più stonato di me e già pieno di canne e birra). Il nostro cavallo di battaglia era “Ho difeso il mio amore” de I Nomadi e un altro pezzo che nemmeno ricordo. Uno spasso. Ormai i nostri fans ci chiedevano a gran voce i Salis& Scendis.

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(Mentre miei cugini suonano – si vede Francesco sullo sfondo –  io faccio amicizie.)

Tra i nostri fans, molte erano le ragazze, amiche e niente più, come la mitica Tina Cervone.

A Santa Giusta era nato un altro gruppo: I Dinosauri. Avevano un bravo chitarrista, Velio Spiga, suo fratello alla batteria, alla voce il fratello maggiore di Francesco e Tonietto, Dino Salis. Buon repertorio e bel sound.

Quando avevamo qualche piazza molto importante e i Dinosauri non dovevano suonare, pagavo loro la benzina e la cena e li portavo con noi col compito di sistemare anche i loro amplificatori sul palco: col palco pieno di casse e amplificatori sembravamo un grande gruppo americano o inglese, di quelli ricchi e la gente era stupefatta.

PERSONAGGI DI COLORE

                                            Tutti gli altri orchestrali venivano a sentirci e cercavano di imparare qualcosa dai miei cugini. L’invidia in Sardegna, si sa, fa parte del Dna, ma noi eravamo al di sopra di qualunque invidia: anche gli orchestrali, quasi tutti, stravedevano per noi.

Ma voglio descrivervi un po’ dell’ambiente che ci circondava in quel periodo, per aiutarvi a “vedere” meglio il mondo di quegli anni magici.

Spesso, qualche nuovo gruppo ci invitava a una loro serata per avere dei consigli. Un paio di volte organizzai la gag seguente: con Francesco e gli altri, ci mettevamo in prima fila e quando i suonatori ci guardavano noi facevamo una faccia perplessa e scuotevamo tutti insieme la testa da una parte all’altra in senso di diniego. Quelli, mortificati, cominciavano a litigare tra loro fuori dalla portata dei microfoni, incolpandosi l’un l’altro. Poi glielo dicevamo che era uno scherzo e li riportavamo al mondo.

Il bar di Ibba, proprio davanti alla Torre di San Cristoforo o Torre di Mariano, facevo i miei scherzi più atroci. Ve ne racconto un paio.

Oristano, torre di San Cristoforo (o torre di Mariano)

Le paste. A quel tempo, prima che la Sita facesse un proprio terminal per i pullman, la fermata era proprio davanti alla Torre. Il mio complice prediletto per questo scherzo era Dancardi: un disgraziato simpaticissimo che rideva sempre come se si stesse cagando addosso, in silenzio. Aspettavamo che qualche famigliola di agricoli scendesse dal postale e subito ci facevamo loro incontro per salutarli come se fossero vecchi amici.

“Carissimi! Sarete stanchi dal viaggio. Venite, facciamo mangiare una bella pasta ai bambini … O volete un gelato? Dai, sedetevi con noi al bar e ordinate tutto quello che volete.”

Quelli, ignari, ci seguivano docili e spaesati, prendevano posto al nostro tavolino sul piazzale del bar di Ibba, proprio davanti alla Torre, Dancardi portava altre sedie e io cominciavo a ordinare. Va da sé che a mangiare più paste eravamo noi due. La famigliola mangiava e beveva, poi Dancardi fingeva di sporcarsi le mani con la crema o col cioccolato dei bignè (che erano grandi come meloni) e andava in bagno a lavarsi. A quel punto, mi alzavo anch’io per andare a pagare. Naturalmente, il conto lo lasciavamo a loro e noi sgusciavamo via dall’ingresso posteriore e in due minuti eravamo tranquillamente in via Mazzini.

La vedova. Miei cugini dormivano fino a tardi, che la sera prima avessimo lavorato o meno. Io mi svegliavo abbastanza presto e andavo a Oristano a fare commissioni o a cazzeggiare coi miei amici. Avevamo un paio di tavolini sempre a disposizione davanti al bar di Ibba e ci trovavamo lì. Stavamo ore a criticare la gente che passava, a inventare soprannomi, a sorridere alle ragazze, etc.

Sulla sinistra, avevano costruito da poco un palazzone che chiamavano Sa Sotica, dal nome di una società che aveva sede lì o che l’aveva costruito. Anche questo palazzo aveva due ingressi. Da qualche tempo, seguivamo un tipo strano che era andato ad abitare all’ultimo piano, mi pare che si chiamasse Blumenthal e non era certo sardo. Credo fosse friulano o roba del genere. Questo tipo, sui quaranta, era alto e forte come un mulo, faceva l’idraulico in proprio. Rientrava verso le sei di pomeriggio, con la sua borsa e la moto Guzzi, e si portava tutto su a casa: la borsa e la moto. Forte come un toro.

Blumenthal viveva da solo e aveva il telefono. Scoperto il suo numero, architettai lo scherzo. Ero molto fortunato con le ragazze e questo lo sapevano tutti: non era raro che qualche signorina passasse al bar per invitarmi a fare una passeggiata o per rintanarci in qualche angolo discreto. E tutti vedevano. Su questo basai lo scherzo. Istruii il solito Dancardi, complice di ruolo e spalla fissa, e alcuni altri perdigiorno. C’erano Su Conti, su Baròi, s’Autista, su Sibièsu, Geppettu, etc. E c’era Cadoni, la vittima. Cadoni era uno spilungone sdentato, che rideva sempre come un matto alle mie battute e sempre tenendosi una mano davanti alla bocca per nascondere i buchi e i denti neri superstiti. Cadoni aveva ventidue anni ed era vergine. Una settimana prima dell’Ora X, cominciammo a telefonare a tutte le ore al povero Blumenthal:

“Pronto? Buonasera. C’è la vedova?”

“Chi parla?”

“Sto cercando la vedova, me la passa?”

“Qui non c’è nessuna vedova. Ha sbagliato numero.” Clic.

Queste erano le risposte delle prime telefonate. Poi, giustamente irritato, passò agli insulti più coloriti e ci voleva una fatica immane per non ridere. Quando eravamo fuori per serate, io o qualcuno del seguito, lo chiamava anche alle due del mattino, alle tre. E ti credo che si incazzava! Una volta lo chiamai da Macomer alle cinque del mattino.

Il giorno fatidico avevamo tutti appuntamento da Ibba alle 18. Poi saremmo andati a cabras a mangiare da tzia Bellèdda. Una anziana signora che, alla morte del marito, aveva buttato via tutti i mobili superflui e aveva fatto della sua antica casa una trattoria a base di pesce, cipolle bollite, etc. Aveva due nipoti per servire ai tavoli, lei cucinava, e riceveva clienti da tutta l’isola. Mai pagato tasse.

Da tzia Bellèdda si mangiava benissimo: aveva il racket del pesce fresco, e allora si spendeva ancora poco.

Dunque c’eravamo tutti. I miei erano istruiti a puntino. Rientrò Blumenthal, che si portò su moto e borsa degli attrezzi e subito scattò uno dei miei a telefonargli. Lui rispose col fiatone e si sentirono le sue urla nel raggio di 100 metri. Dalla cornetta e anche dal palazzo. Insulti, impropèri, bestemmie, minacce e chi più ne ha più ne metta. Arrivò anche Cadoni e scattò la trappola.

Dancardi (rivolto a me) – E comunque sei un coglione. Te l’ho detto ieri e te lo ripeto adesso.

Sibièsu – Ci ha ragione dancardi, o Lucio: sei un coglione.

Cadoni seguiva e non capiva.

Cadoni – Perché, cos’è successo?

Dancardi – Chiedilo a lui! E’ un coglione. Basta!

Cadoni mi guardò interrogativo.

Io – Ma niente. Mi vogliono appioppare a tutti i costi una vedovella di Arborea che si è trasferita a Sa Sotica da un mese e che mi vuole portare a letto.

Cadoni – Cèssu! E com’è, bona?

Dancardi – Bona?! Bonissima è. Bionda, due belle tette, un culo a mandolino, due gambe lunghe perfette, una bocca da Brigitte bardot… COGLIONE!

Io – Ma finiscila! Sono pieno di ragazze e adesso mi devo inguaiare con questa vedova di trent’anni?! Non ne voglio casini, io.

Dancardi – Ma quella ti muore dietro. Ce l’avessi io una fortuna così …

Io – E chi te lo proibisce? Vacci tu.

Dancardi – Lo sai che non ci sta con me. Ci ho provato parecchie volte, ma mi ha detto che vuole te. E’ impazzita. E’ ninfomane. Una porca. L’ultima volta che sono andato a casa sua era quasi nuda e ha parlato dieci minuti con me senza nemmeno coprirsi. Una maiala è. Ma con me … niente da fare.

Io – E’ perché tu non ci sai fare. Lo sai che vuole le paste. Anzi, il primo che le porta un bel vassoio di paste se la fa. Scommetti?

Dancardi – Non ci credo. Lo so che vuole le paste, perché è una maiala: vuole sfranellare con la bocca piena di crema, ma se uno non le piace non gliela molla.

Io – Quanto scommetti che la faccio scopare con Cadoni?

Cadoni si mise la mano davanti alla bocca e attaccò a ridere, incredulo.

Lo guardai fisso – Te la vuoi scopare questa bella vedovella in calore?

Cadoni – Hi hi hi! La sventro se poco poco mi dà corda.

Io – Perfetto. Andata. E’ rientrata da poco dal lavoro. Tu prendi un bel vassoio di paste e Sali. Ma non dieci paste, mi capisci? Prendine trenta, quaranta. E’ golosa e quando vede le paste non capisce più niente.

Cadoni – Eh, io le paste le compro, anche cinquanta, ma a lei non la conosco. Non è che posso presentarmi così…

Io – Hai ragione. Facciamo così … prendi le paste, le dai a me e gliele porto io. Tu aspetti cinque/dieci minuti – ma non di più – e poi Sali. Io te la scaldo per bene e se è vestita la faccio spogliare, quando sali tu, io me la svigno e vi lascio soli. Ok?

Cadoni (sempre ridacchiando) – Eh, così già va bene.

Io – Allora vai a prendere le paste. E scegli bignè e bombe alla crema, non quelle cagate di sfoglia.

Cadoni – Tranquillo!

Come la povera vittima si fu infilata nel bar e cominciava a scegliere le paste, fuori si scatenò un finimondo di risate mute, gomitate, piedi battuti per terra e manate sulle ginocchia. Era fatta.

Cadoni riemerse dal bar con un enorme vassoio di paste avvolto in carta rosa col nome del locale e me lo consegnò. Io lo presi, pesantissimo, e gli feci l’ultima raccomandazione:

  • Cinque minuti. Massimo dieci. Ok? Sali all’ultimo piano e suona. Ti apro io. Ah … se c’è il fratello non ti preoccupare. Gli dici “C’è la vedova?” e lo sposti. Est mannu e tontu (è grande e tonto). Si sposta subito, capisce che la sorella ha da fare ed esce. Capito bene?
  • Sì. Se non apri tu e apre il fratello gli dico che cerco la vedova e lo sposto.
  • Perfetto. Io vado.

Entro nell’androne del palazzo. Aspetto qualche minuto e sento la 500 dell’Autista che mette in moto. Rapido, guadagno l’uscita posteriore e mi infilo in macchina con tutto il vassoio, a fianco al guidatore. Gli altri tre sono dietro e siamo pronti alla fuga. Qualche minuto ancora e sentiamo le urla belluine di Blumenthal provenire dal palazzo. Noi siamo parcheggiati davanti all’ingresso principale. Cadoni esce dal portone come un missile e butta appena un’occhiata a noi che stiamo divorando le sue paste, ma non dice niente: pensa a scappare. Dietro di lui, Blumenthal, che brandisce un pezzo di tubo e lo insegue come una furia, come un Angelo vendicatore. Mettiamo in moto e ci dirigiamo verso Cabras.

Ma torniamo ai complessi musicali che si davano da fare nella zona di Santa Giusta e circondario di Oristano.

Ad Arborea si esibivano I Gentlemen, complessino locale. Scarsi, ma pieni di buona volontà. Il bassista era Tore, un macellaio di Oristano dalle mani pesanti e dal carattere poco conciliante. Era anche l’unico del gruppo che avesse un buon orecchio. Quando qualcuno sbagliava accordi o un passaggio o il cantante steccava, Tore smetteva di suonare, faceva fermare tutti, e al microfono annunciava “Cinque minuti di intervallo”. Si portava il poveretto che aveva sbagliato dietro il palco o in bagno, se erano in un locale, e giù mazzate. Una volta, il cantante tornò sul palco con le labbra sanguinanti e gonfie come un canotto. Come sempre, ricominciarono da dove avevano lasciato. Il cantante, tremebondo, ce la metteva tutta per non sbagliare di nuovo, ma Tore lo interruppe: “Non si cumprèndidi un cazzu de i fuèddusu!” (Non si capiscono le parole che canti). E ti credo, con le labbra così! Chi li conosceva andava a sentirli anche per aspettare i “cinque minuti di intervallo”.

Sempre da quelle parti, agiva un complessino di cui non ricordo il nome, il cui chitarrista-cantante aveva molti denti di ferro. Ogni volta che si avvicinava troppo al microfono, i denti di ferro facevano massa, gli si rizzavano i capelli e qualcuno doveva immediatamente correre a staccare la corrente.

Eravamo pieni di personaggi in quel periodo.

C’era un altro complessino, sempre in zona di Oristano, che aveva un bassista-cantante che soffriva di mal caduco. Mi pare che lo chiamassero Birillo. Quando si emozionava troppo, per un passaggio difficile o per qualche fischio, il poveretto cadeva giù dal palco in preda ad attacchi epilettici. Spesso trascinava giù anche l’amplificatore e l’asta col microfono e dall’impianto voci partivano fischi da innesco terrificanti.

“Cosa posso fare?” Mi chiese una sera. “Mettiti vicino alla batteria e stai lontano dal bordo del palco.” Che altro potevo dirgli? Qualcuno dei miei mi sussurrò all’orecchio: “Ma se smetti è anche meglio, tantu no se bou” (Se smetti è anche meglio, tanto non sei capace.)

Una sera di Carnevale, l’unica che avevamo libera, andiamo con Francesco a Terralba, nella sala di Aresti, mi pare si chiamasse così: un ex cinema trasformato in sala da ballo. Terralba, a pochi km da Oristano e ancor

meno da Santa Giusta, la chiamavano Torineddu, la piccola Torino, perché le donne erano molto belle, simpatiche ed emancipate, la davano senza troppi problemi e giravano quasi tutte in bicicletta, mutandine al vento.

Suonavano i Gentlemen. Li avevano messi appollaiati su una specie di balconcino in alto a sinistra e ci stavano a malapena. La cassa della batteria avanzava un pochino a ogni colpo di pedale e premeva sulle gambe del chitarrista, che rischiava di volare dabbasso. Questo faceva i coretti con lalalalà o con yeaaaaah, ma in mezzo ci stava anche qualche “’camadanna!” Francesco ballò e limonò tutta la sera con una maschera alta come lui e con due grandi tette. Io uscii due volte con due ragazze diverse, entrambe mascherate, e combinammo porcheriole nel piazzale stesso, in un angolo buio. A mezzanotte le ragazze si tolsero la maschera e Francesco corse fuori come una saetta a vomitare e a urlare “Un limòi, cazzu! Giadèimì un limoi!” (un limone, cazzo! Datemi un limone!)

Aveva fatto scherma con la lingua di un uomo travestito da donna, che si stava sbudellando dalle risate.

A Riola agivano Le Corde. Onesti operai che suonavano per hobby. Ma c’era Mario Mannu, bassista precisino e agiato che faceva pesare il suo censo.

Bravi e scenografici erano invece i nostri amici Shardana, di Gonnosfanadiga e Guspini.

A Oristano c’erano I Martini, un’intera famiglia, con Angelo Custode alla batteria, un mezzo fenomeno, il padre alla tastiere e fisarmonica, la figlia cantava e Pino, il più bravo, al basso. Pino poi finì a suonare con gli Stormi Six insieme con Salvatore Garau, nostra scoperta, nostro paesano, nostro futuro batterista eccezionale e oggi affermato pittore astrattista.

Quella con Salvatore Garau alla batteria, Antonello Salis alle tastiere (grande e famoso jazzista internazionale, oggi), con Francesco e Tonietto, credo che fu la miglior formazione vocale-strumentale italiana, in assoluto, ma anche una delle migliori del mondo.

Ma torniamo ai personaggi di allora. C’era il grande Sergio, nostro compaesano, dotato di una forza mostruosa ma di animo buono e ingenuo. Una volta, ho disseminato la strada tra casa sua e la piazza, Sa Panga, di miei complici. Lui aveva orari precisi, verso le cinque doveva per forza andare in uno dei bar del centro del paese a farsi una birretta e a giocare a carte. I miei tre amici dovevano solo dirgli “Ma cos’hai? Sei pallido. Ma stai bene?” Ovviamente, era più moro di un moro, bello arzillo e abbronzatissimo dalla pesca e dalla campagna. Come seppi dopo, al primo e al secondo complice aveva risposto sicuro di star bene, anzi: benissimo; col terzo aveva cominciato a tentennare, con me, che lo aspettavo in piazza, crollò del tutto. Ero riuscito definitivamente a convincerlo che stava malissimo. “Eh, giài giài mi ‘nci torru a domu e mi cròccu.” (Eh, quasi quasi me ne torno a casa e mi metto a letto).

Era alto, robusto, senza un filo di grasso; fronte bassa, capelli crespi e grossi come fil di ferro, sopracciglia folte. Un giorno, Giaccu (Giacomo) verduraio ed ex portiere dalla locale squadra di calcio, lo chiama dal bar per farsi aiutare ad ammazzare il maiale. Chi, se non Sergio avrebbe potuto tenerglielo fermo un bestione di quasi mezza tonnellata?

“Innui du tèisi?” (Dove ce l’hai?) chiese sergio.

“In su staixeddu. Esti giai accàppiau. Bèi cu imi.” (nello stanzino. L’ho già impastoiato, seguimi.)

Attraversò l’andito, il cortile, poi si chinò ed entrò nello stanzino dove c’era la vittima che si lamentava, già con le zampe legate.

Attenziòi a sa conca!” (attento alla testa) disse Giaccu, che pur essendo più basso di Sergio si era dovuto chinare per entrare. L’avvertimento giunse troppo tardi: con la fronte impolverata e le spalle piene di calcinacci e fango secco, Sergio sorrideva, aveva quasi divelto la trave di legno che fungeva da architrave.

Aguantàddu bèi bèi strintu a is peis de asègusu” (tienilo ben stretto ai piedi posteriori) fece Giacomo, inginocchiandosi e brandendo un coltellaccio ben affilato.

Dài, movidì” lo esortò Sergio. (Dai, muoviti)

Movidì, un cazzu, aguantàddu strintu, no du bi’ ca  si mòvidi!” (Muoviti, un cazzo, tienilo più stretto, non vedi che si sta muovendo)

Al che, Sergio, sempre sorridendo, disse:

E prusu strintu de aìcci?” (e più stretto di così?) e mostrò le mani che stringevano i piedi del porco. Glieli aveva strappati con le mani!

Si raccontava anche che comprò una Moto Guzzi e, non vedendo l’ora di farla vedere in paese, non si fermò a fare benzina. La moto si fermò a metà strada col serbatoio a secco e Sergio, incazzato, a forza di stringere le manopole e accelerare invano, le staccò e rimase con le manopole della Guzzi in mano.

Ogni tanto passava a trovarci e spesso si fermava a mangiare con noi, spazzolando tutto peggio di un cassonetto. Anzi, si era preso proprio il vizio di piazzarsi a tavola da noi proprio all’ora di pranzo!

Una mattina, verso l’una, si presentò in sala prove:

Ciau, Salis. E ita pàridi?” (Ciao, cosa sembra?) “Ciao, Sergio. Tutto procede e tu?” Intanto tagliò mezzo panino e lo intinse nella salsa di pomodoro e basilico. Slurp.

Bou! Du tèisi un prattu in prusu?” (Buono. Ce l’hai un piatto in più?)

Francesco e Biondo erano andati a Oristano a comprare delle corde nuove e non avrebbero tardato a tornare. Io avevo appetito e in casa c’era poco. Non avevo voglia di uscire e andare in qualche bottega, fuori orario, a farmi aprire per comprare altro. L’avrei fatta l’indomani mattina la nuova spesa.

E invece mi toccò uscire.

Ma prima mi vendicai. Buttai il chilo di spaghetti che avevo in casa nella pentola dell’acqua bollente, non visto, dato che lui curiosava sempre in giro, versai mezzo chilo d’olio motore che avevo comprato per la macchia di Mulargia in una vecchia padellona che usavo per arrostire la carne e ci misi dentro due spicchi d’aglio e un peperoncino. Dopo un po’, scolai gli spaghi per me e li misi direttamente nel mio piatto, il resto lo feci saltare in padella con l’olio Fiat, aglio e peperoncino.

“Li mangi in bianco un po’ piccanti, sì?” Lui si era già accomodato e stava vuotando il fiasco del vino:

“Poimì pagu pagu de bagna puru” (Mettimi anche un po’ di salsa) disse porgendomi l’insalatiere che gli avevo messo davanti. Aggiunsi due mestolini di sugo e lo servii. Che vi devo dire… io credevo che si sentisse

male: mangiava e ruttava, ruttava e beveva, mangiava, beveva e ruttava. Spolverò tutto, fece fuori il pane e l’ultimo bicchiere di vino e si alzò:

Beh, immoi mi ‘nciandu, no bollu disturbài candu torranta adibì tuusu. Alla prossima e viva il re. Crasi ti bettu un pagu ‘e pisci. Ciau!” (Beh, ora me ne vado, non voglio disturbare quando tornano tuoi cugini. Domani ti porto un po’ di pesce).

Andato lui, lasciai un biglietto ai ragazzi e feci i cento metri che mi separavano dalla prima bottega.

Un altro bel personaggio di Santa Giusta era Quintino, che sparò alla sua moto che era rimasta in panne a Cuccur’e pottu, circa a metà strada tra Santa Giusta e Oristano, mentre rientrava a pranzo dalla mamma. “Stronza, PUM! Pezz’e merda, PUM! Muori, vigliacca, PUM PUM!”

 La mamma era una vecchia insegnante in pensione, piccolina, secca e rattrappita, che d’inverno si sedeva quasi dentro il piccolo caminetto. Lui rientrava e la aggrediva: “Mammina, CAZZO! Un giorno o l’altro torno e ti trovo carbonizzata o in fiamme. E tu ti credi che ti salvo? Un cazzo! Io prendo questa e ti sparo tre colpi! Così impari.” concludeva, estraendo la pistola.

Poi c’era Giancarlo, un pescatore buono e simpaticissimo che avrebbe potuto stendere Mike Tyson con uno schiaffo. Aveva una gamba sifolina e zoppicava, ma una forza del demonio. Buttava nello stagno la barca da pesca da solo e da solo la rimetteva a secco. Con reti, pescato e tutto. Un Ercole. Una sera, vennero a cercarmi dei bulli di Oristano perché avevo combinato qualcosa con la sorella di uno di loro. Mi cercavano in piazza e chiesero proprio a Giancarlo, che mi voleva bene, dove avrebbero potuto trovarmi. Lui chiese per quale motivo mi stessero cercando. Questi quattro scemi gli dissero in maniera arrogante che mi volevano pestare. Lui, gentilmente, gli disse di voltare la macchina e tornare tranquillamente da dove erano venuti. Uno di quei coglionazzi, vedendolo zoppicare, lo apostrofò in malo modo, lo minacciò e lo insultò pesantemente. Giancarlo, sempre col sorriso sulle labbra, mi raccontarono i presenti, senza nemmeno scomodarsi a usare i pugni, li ammucchiò uno sull’altro, li caricò in macchina e li spinse in mezzo alla carreggiata. O ti sposti o ti sposta qualche camion di passaggio, insomma. Non si fecero più vedere. Ancora oggi non so chi fossero.

Tziu Pedru era un vecchio comunista sfegatato, uno  che aveva sputato in faccia ai federali della zona e che aveva scampato la ghirba per un vero e proprio miracolo. Era un vecchio libertino che si faceva anche cento chilometri in bicicletta, se c’era da fare la festa a qualche vedovella in calore. Adescava le sue prede sugli annunci di Noi Donne o alle riunioni di partito. Aveva superato gli 85 anni, e non faceva più questi raid scoperecci soltanto perché non ce la faceva più a pedalare così a lungo. Con lui era proibito parlare di religione cattolica e di preti.

Una mattina, avrò avuto dodici anni, mentre facevamo i cretini allo stagno, dalle parti di Sa Bonifica, mi venne in mente uno scherzo da fare a tziu Pedru. Lavatomi sommariamente il limo a su griffòi de sa Panga, alla fontanella della piazza (guai se mia madre avesse saputo che facevo i tuffi allo stagno!), corsi trafelato da don Manca, un prete che arrivava da Ghilarza e che non piaceva molto a nessuno dei miei paesani. Tranne a qualche giovane bigotta.

“Don Manca! Deve correre subito a casa di tziu Pedru su comunista, dice che sta morendo e ha deciso di convertirsi. Si vuole confessare.”

“Piantala con i tuoi scherzi stupidi!” mi liquidò. “Vai a casa a studiare, piuttosto.”

Ma dopo il terzo ragazzino che andò a portargli la stessa ambasciata, il prete si convinse e dato che Gianni era anche uno dei suoi chierichetti, lo fece vestire, si bardò con la stola viola e corse a casa del vecchio reprobo. Bussò con forza: se tziu Pedru era a letto moribondo, capace che ci fosse già qualche parente in casa.

“Chi esti?!

“Sono don Manca. Apra per favore!”

E il vecchio comunista aprì la porta, con una grinta che non lasciava presagire nulla di buono. Io e altri due della ghenga ci godevamo lo spettacolo da dietro la vetrina di una bottega lì di fronte.

“Ma… mi hanno fatto correre qui dicendomi che lei stava morendo.” Balbettò il prete.

Morrendi? Dèu?! Morrendi sì, ma de coddài!” (Morendo io?! Sto morendo sì, ma dalla voglia di trombare!) e gli sbatté l’uscio sul naso.

Uscii due volte con la ragazza di uno dei Barrittas. Non vi dico chi è e non sapevo che fosse la sua ragazza. Lui si dimostrò più intelligente di quei bulli. Mi seguì con altri tre amici suoi fino a via Gialeto, all’uscita di Oristano, mentre stavo rientrando a Santa Giusta con la bicicletta di zia Pina, mi fermò, e mi chiese gentilmente se potevo lasciarla perdere dato che lui aveva intenzioni serie. “C’hai un sacco di ragazze, mi disse, una più una meno. Io  la voglio sposare.” Non ci vidi nulla di male e gli promisi che non l’avrei più vista. Ma non perché erano in quattro, solo perché lo aveva chiesto gentilmente. Poi si sono sposati davvero.

Un altro personaggio era Anselmo, forte come un bue, faceva anche il pugile. Credo che non abbia mai vinto nemmeno un incontro. Una mattina, sul sagrato della basilica, si accapigliò con mio cugino Dino e le prese di santa ragione. Ricordo Dino che lo teneva schiacciato a terra e con una piccola pietra gli faceva zampillare sangue dalla testa. Altro che Far West.

Poi c’era il garzone del macellaio. “Mi fai cinque fettine?” Quello tagliava, metteva la carta oleata sulla bilancia, le pesava: “Millecinque.” “Millecinque?! Ma quanto vengono al chilo?” “Boh?”

E tziu Mrazzellu? Aveva più di novant’anni e i suoi enormi piedi non avevano mai visto un paio di scarpe. Quando morì, da sotto le piante dei piedi, spesse almeno due dita, gli cavarono di tutto: chiodi da calzolaio a testa larga, puntine da disegno arrugginite, sassolini, pezzetti di filo elettrico, un tappo di birra schiacciato e persino una moneta da cinquanta lire!

Mrazzellu per dire marcello. Solo nella nostra parlata si usava questo bisticcio di consonanti: Mrazzellu, mrinca, mraxài, per dire volpe.

A volte, veniva in tournèe a Santa Giusta “Antoni su maccu”, un personaggio di Cabras che camminava all’indietro e insultava tutti. Come se non ne avessimo abbastanza, noi, di personaggi strani. Come Arraffièi su maccu, Raffaele il matto.

E come dimenticare il bullo di Marrubiu, che d’estate sfidava tutti a cazzotti nella spiaggia di Sassu- Abarossa e pigliava sempre un fracco di legnate da tutti gli sfidati?

Abarossa era la spiaggia di Santa Giusta, ma anche Sassu apparteneva al nostro comune fino alla fine della peschiera. Ma quelli di Marrubiu accampavano un diritto inesistente e vi avevano addirittura costruito delle case abusive coi blocchetti, mentre ad Abarossa i miei paesani facevano delle oneste baracche con stuoie e giunchi, al massimo con qualche cartellone pubblicitario divelto dal vento invernale; oppure, i pendolari arrivavano coi carri, liberavano i cavalli o i muli e stendevano delle grandi lenzuola tra le stanghe sollevate e due canne robuste, per fare un po’ d’ombra per il pranzo e la siesta. A Sassu avevano fatto anche un piccolo bar, sempre abusivo, e la sera nella sua rotonda si ballava anche. Col giradischi o con qualche fisarmonicista della zona al quale venivano offerti pranzo e cena.

E c’era il gay oristanese di mezza età, che veniva a girarsi i bar de Sa panga nei pomeriggi d’estate e pagava da bere a tutti i presenti a patto che gli facessero vedere o toccare qualche uccello.

Era amico di tziu Srabadòi, tziu, da noi sta per signore. Signor Salvatore era un agiatissimo ereditiero oristanese signorino che viveva con due sorelle, zitelle anche loro, tutti benestanti grazie alle case e alle terre ereditate. Lui comprava anche le mutande alle sorelle, per risparmiare.

Questo personaggio mi faceva morire. Veniva da Ughetto, mio amico e barbiere di fiducia col negozio in via Dritta proprio vicino a piazza Roma, e raccontava storie mirabolanti che sembravano cazzate di Berlusconi. Ughetto, che aveva una risata squillante e irrefrenabile che avrebbe fatto la fortuna di tutti i comici, faceva sforzi sovrumani per non ridere, vedendo la mia faccia allo specchio o sentendo i miei commenti.

Uòtta fui in Russia, sul fronte del Don, cinque metri di neve, e mi pàrada annanti un tedescu con su mitra puntàu a pittùrrasa. Arrenditi o ti mitraglio tutto il petto, mi fàidi. Arrenditi, a me?! Ma non ddu bìsi ca pòtta sa facci ‘e su fammini?! Arrenditi te! Ci sticcu sa mau a su zainu, ‘ndi bogu un pai ‘e Saddòri e si ddu scudu a facci. Toh, mangia, miserabile! Arrenditi, a me?! Ha pigàu sa prezzìda e s’èst fuìu cummente su entu.” (Una volta ero in Russia e mi si para davanti un tedesco, col mitra puntato verso il mio petto. Arrenditi, mi fa, a me?! Ma arrenditi tu, non vedi che hai la faccia della fame? Infilo la mano nel mio zaino e prendo una pane di Sanluri (pani caserecci grandi che pesano oltre un chilo e mezzo) e glielo sbatto in faccia. Mangia, miserabile! Lui ha preso il pane ed è scappato veloce come il vento.)

Da notare che non ha mai fatto il militare e tantomeno la guerra.

Oppure: “Uòtta fiu in domu, croccau ammanucchendi a patt’a chizzi. Intrada sa srebidora, una picciocca bellixedda de Cràbasa, a mi bettì su caffei. E it’est farroghendi fostèi? Non m’hada nai ca ddu fai pesài ancora a s’edàdi sua? M’inci scappa s’arrìsu. Càstia, ddi fazzu, castia sa bòvida… fia tottu sa bòvida sburrada.” (Una volta, ero a casa nel mio letto e mi stavo masturbando di prima mattina. Entra la mia domestica per portarmi il caffè, una bella ragazza giovane di Cabras: – Cosa sta frugando lei? Non mi dirà che alla sua età ancora le funziona! – Guarda, le faccio, guarda il soffitto, è tutto pieno di sperma.)

Ma anche: “Andu a sa Upim a comprai un zappu po’ sciacquài in terra: 300 lire. Ma ita seis, maccusu?! Happu comporau dusu asciugamanini da bidé a centu francus s’unu!” (Vado alla Upim per comprare uno straccio per lavare per terra e mi chiedono 300 lire. Ma siete matti?! Ho preso due asciugamanini da bidet, a cento lire l’uno.)

Uòtta, andu a Casteddu e mi frimu in domu de ua bagassa. (Una volta, a Cagliari, mi fermo a casa di una prostituta)

 – Fai il bidé –  mi faidi. Dei in domu non ddu tenìu ancora. (Io in casa non lo avevo ancora e non lo conoscevo)

 – E ita est? –  (Cos’è?)

– Vieni con me. –

Mi ‘nci pottada a su cessu e aberridi su grifòi de s’acqua buddìa. Dopu m’indi càbada is pantalloisi e mi ‘nci scudidi a mi sezzi. (Mi porta nel bagno e mi apre il rubinetto dell’acqua bollente del bidet. Poi mi slaccia i pantaloni e mi spinge a sedermi)

“Abruxiàu cumpletamenti! Mi fìada spignièndi tottu su pillòi!!! Mi ‘ndi sei pesàu a iscattu e d’happu affrontàda: – Baffancullu! Non d’hasi boffiu crù, immòi non ti ddu giàu mancu cottu!” (Completamente ustionato! Mi stava spiumando tutto l’uccello. Mi sono alzato di scatto e l’ho affrontata: Vaffanculo! Non l’hai voluto crudo, adesso non te lo do nemmeno cotto!)

Un amico mi segnalò una casa più grande e con un bel cortile in via Deffenu, sempre vicino alla Basilica. Costava 4000 al mese anche quella, ma era più fresca e più grande. Decidemmo di traslocare.

L’estate volgeva alla fine e si avvicinava il momento di tornare a Milano per incidere il nostro secondo disco. Avevamo parecchi pezzi forti già finiti, ma continuavamo a scrivere anche canzoni per altri colleghi.

Arrivò l’invito a partecipare al grande Festival pop di Villa Pamphili a Roma. C’erano gruppi del calibro dei Dave Anthony moods, Spencer Davis Group, Banco del mutuo soccorso, etc. Ma quando salirono sul palco miei cugini non ce n’era più per nessuno. I quasi cinquanta mila presenti si svegliarono dal torpore e si alzarono tutti in piedi ad applaudire ogni assolo di Francesco e ogni virtuosismo vocale dei due fratelli. Senza sterili polemiche, mai nessun musicista sardo ha nemmeno sognato quei livelli artistici e ancora meno i successi dei Salis & Salis.

Incidemmo Manchi solo tu e Piccola bimba. Fu subito un successo. La radio non smetteva di suonare Manchi solo tu, che andò anche in classifica tra i primi 50 dischi venduti. E allora i primi vendevano oltre un milione di copie, mica come oggi che danno il disco di platino per 5.000 cd venduti!

In autunno, venimmo invitati a Milano per partecipare a I TRI DI’ DE MILAN, una sorta di contro Festival di Sanremo in salsa meneghina. Presentava Mike Bongiorno. Non ricordo se la manifestazione si svolse al teatro Manzoni o in un prestigioso hotel a 5 stelle. Ricordo bene, invece, che miei cugini ottennero un enorme successo e che la nostra canzone fu la più applaudita in assoluto. Arrivammo quarti. I premi erano tre e le schede coi nomi dei più votati erano state tutte compilate dalla stessa calligrafia. Mandai affanculo Mike e gli organizzatori.

Ma non avevo capito ancora come funzionava quell’ambiente.

Mentre eravamo a Milano, De Sanctis ci fece registrare i provini di una decina di brani nuovi, tra cui IL TUO RITORNO, da proporre al Festival di Sanremo.

Pernottavamo in un alberghetto lindo e silenzioso dietro a Piazzale Loreto. Un aneddoto simpatico è questo. Lì conoscemmo due ragazze calabresi che erano a Milano per firmare un contratto di forniture di piastrelle, mi pare: avevano un’azienda nel settore o un’impresa di costruzioni. Erano due cognate e Carmela era bellissima, una specie di Claudia Cardinale giovane. L’altra, Carla, mi pare, era piccoletta e insignificante. Per me. Decidemmo di andare a un concerto, la sera stessa, e Francesco rimase a dormire, mentre io e Tonietto uscimmo con le ragazze. Suonava un gruppo inglese piuttosto noto e così andammo al palazzetto dello Sport. Io presi subito per mano Carmela, Biondo e la cognata manco parlavano tra loro. Mentre ci precedevano, notai che Carla aveva il ciclo: camminava male e aveva un gran pacco nel sedere.

Durante il concerto ci baciammo e la notte fu fantastica. Era stata la seconda volta in vita mia che andavo a letto con una donna sposata. La prima fu ad Assisi, con la madre quarantenne di una delle mie ragazze.

“Diavolo de Barcellona sei!” Mi sussurrava nell’orgasmo, tra un urletto e l’altro, la mia dea calabra. Ripetemmo il giochetto il pomeriggio seguente e poi le ragazze partirono con un treno serale.

Tornammo in Sardegna e facemmo numerose serate nei locali.

Iniziò la mitica stagione dei Club: a Cagliari ne aprirono parecchi, io ricordo soprattutto  il Bunker, che si trovava in Castello ed era un enorme tunnel sotterraneo scavato nel tufo.  Poi c’era il Riparo a Monserrato, etc. I più vecchietti di voi ricorderanno sicuramente con nostalgia quel periodo d’oro. I complessi continuavano a nascere come funghi. A Cagliari ricordo i Nati stanchi, I Marines, Le Anime, I Mammuthones; per parlare dei più noti. Io avevo fidanzatine in ogni club. Più di una in ogni club, che raggiungevo in autostop da Santa Giusta. Il casino era trovare un passaggio dopo la mezzanotte per il rientro. Ebbi una bella storia con due cugine di via della Pineta, uno splendido menage a trois. Decisi di pianificare il lavoro del gruppo e di prendermi un mesetto di vacanza scopereccia. Trovai lavoro a Cagliari nella prima tavola calda della Sardegna, in piazza Repubblica, proprio di fronte al tribunale. Ora credo che lì abbiano fatto un supermercato. Il lavoro era massacrante e la paga ridicola. Il gestore era un aguzzino, piccoletto e stronzo come quasi tutti i piccoletti, che vogliono rivalersi sugli altri per i danni subìti da Madre natura.

Ero diventato amico di tutti i colleghi e di tutte le cassiere, tranne una: una stronza con la quale mi vendicai anni dopo. In pratica, ci veniva tassativamente proibito di mangiare qualunque cosa. Ma come? Siamo qui dalle 7 del mattino fino alle 16, a sgobbare come matti, e non possiamo nemmeno spezzare la fame con una porzione di cibo?! Cani! Ma io, ormai mi conoscete, non mi facevo mettere i piedi in testa da nessuno: davo da mangiare gratis a tutti i musicisti e ai tecnici della provincia di Cagliari che venivano lì.

“Quanto hai?”

“200 lire”

“Batti 200!” urlavo alla cassiera di turno. E gli riempivo il vassoio con tutto quello che voleva, anche con mille lire di cibo.

Ero diventato la mensa dei musicisti spiantati.

Solo la cassiera vipera di cui sopra non mi reggeva bordone. Io mi sentivo a posto con la coscienza: stavo aiutando dei ragazzi liberi e splendidi: il futuro di questa regione apatica e indolente. Lavoravo come un negro, mi sfruttavano in maniera vergognosa, e dunque io mi rifacevo un po’. Non gli creavo troppi danni, con quello che incassavano! Mangiavo e facevo mangiare anche tutti i colleghi, di nascosto e velocemente, beninteso. Ma non solo… quando avevo il turno dalle 16 all’una di notte, mettevo nei sacchi della spazzatura almeno due o tre bottiglie di whisky, brandy o cognac e, quando il gestore chiudeva tutto e se ne andava, tornavo con qualche amico a prenderle e le regalavo ai club. Poi scoprii che quel locale era di Antoncarlo Barbarossa, un conte, che negli anni settanta mi invitava spesso a cena a casa sua, insieme a Greatti, il campione del Cagliari, e altre personalità. Dopo che feci Drive in, mi allontanò, dicendo che “prendevo in giro i sardi”. Uno scienziato!

Il cantante dei Nati stanchi, noto “Bistecca”, mi somigliava parecchio. Mi raccontò che un paio di volte era stato minacciato dai fratelli di qualche ragazzina e invitato bruscamente a lasciarla perdere. Ovviamente, lo avevano scambiato per me, dato che lui, mi disse, quelle ragazze manco le conosceva.

Tornai a Santa Giusta e continuò la vita tranquilla di sempre: spesa, cucina, studio, prove, serate, mattane, composizione.

Da Milano, mi arrivò la notizia che i nostri tre brani che De Sanctis aveva presentato alla selezione per Sanremo erano stati i tre più votati dalla giuria dei selezionatori, su centinaia pervenuti. Noi eravamo in brodo di giuggiole: avere qualche pezzo al Festival avrebbe significato un monte di diritti d’autore. Ma un mese prima della kermesse il sogno svanì. Lo stesso Casetta, il titolare, mi confessò che l’organizzatore aveva preteso sei milioni in nero di mazzetta per ogni brano ammesso alla gara.

“E io 18 milioni da dare a quelli, IN NERO, non ce li ho!”

Anni dopo, conobbi il presidente di quella giuria, Daniele Prevignano Jonio, ex direttore del Corriere del lunedì, che mi raccontò di come avesse scaraventato la sua sedia contro il muro e aveva mandato tutti affanculo, appena scoperta la porcata.

Questo è sempre stato Sanremo: un business multimiliardario in mano a disonesti. E’ con questi sistemi che in Italia la malavita ha ucciso la discografia, la buona musica, l’affiorare di nuovi talenti. Ma più tardi anche anche la radio, la televisione, il cinema, il teatro. La Cultura, insomma. Già prima che apparisse il barbaro Silvio Berlusconi, che ha completato la devastazione a passi da gigante.

Quell’inverno, organizzai il Primo Festival della musica isolana, al Teatro massimo di Cagliari. Riuscii ad avere la sponsorizzazione della EKO, chitarre, e lo chiamai 1° Trofeo EKO. Vennero quasi tutti i gruppi isolani. I Salis&Salis e i Shardana erano gli ospiti d’onore. Fu un successone e a teatro stracolmo di paganti, furono migliaia gli spettatori che rimasero fuori. Purtroppo, io ero ancora minorenne e i documenti li firmò un certo Franco Concas, un maestro elementare di Gonnosfanadiga, manager de I Shardana, che si fotté anche tutto l’incasso, invece di dividerlo con me, come d’accordo.

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(Presento il festival rock organizzato da me. Qui ero con Le Corde di Cagliari)

L’anno successivo, la manifestazione si tenne in estate al campo sportivo di Santa Giusta e le botteghe vendettero tutto quello che avevano di commestibile. Arrivò gente anche dal Continente. Ma io non c’ero. Ero già a Milano.

Accadde che Tonietto avrebbe voluto avere mano libera nelle decisioni e contestava sempre più frequentemente il mio operato. Aveva dimenticato presto a chi doveva il suo successo e il successo del gruppo.

Per fortuna, da qualche mese, De Sanctis e Arnaldo Morosi mi convocavano sempre più spesso al telefono pubblico e, a parte qualche notizia che riguardava il gruppo, tipo passaggi televisivi, nuovi programmi d’incisione, partecipazione al Disco per l’Estate o altro, mi ripetevano entrambi sempre la stessa frase:
“Ma che cazzo ci fai sepolto in Sardegna? Qui ti aspettiamo a braccia aperte: c’è un posto come assistente del direttore artistico, con un buon contratto e un futuro spalancato.”

“Grazie, ma sto bene qui. Lavoro, guadagno, mi diverto.”

A quel punto, però, mi divertivo sempre meno e decisi di riflettere seriamente sulla proposta della Belldisc.

All’ultima discussione, dove Antonio e il batterista mi contestarono una cosa terribile:

“Tu non canti e non suoni e quindi, solo per scrivere le canzoni, trovare le serate, presentare, farci incidere dischi, farci uscire sui giornali, in radio e in televisione, non è giusto che guadagni quanto noi. Se vuoi rimanere con noi, ti diamo 10 mila lire a serata, non più 60 o 70.”

“Ok.” Questo film l’avevo già visto. Per evitare che si sfasciasse tutto, dato che Francesco la pensava diversamente, decisi di accettare l’offerta di Morosi e qualche giorno dopo, sistemate le cose in Sardegna, presi un volo per Milano.

Firmai il contratto la mattina stessa ed ebbi un milione di anticipo. Mi avrebbero pagato circa 600 mila lire al mese ed ero ufficialmente il vice del direttore artistico. Con l’aiuto di Nicoletta Arcari, l’ufficio stampa, trovai subito un appartamento di tre locali più servizi, arredato così così, in affitto in via Perpignano, vicino al carcere di San Vittore. Sempre meglio che stare in un albergo anonimo. Firmò lei il contratto per me: aveva 26 anni ed era bellissima e simpaticissima.

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(Lucio, 19 anni, direttore artistico della Belldisc, di fronte al suo ufficio)

Arrivai e mi misero al corrente di tutto. Il nostro catalogo era davvero misero: Fiammetta (Chi?!), Santo & Johnny in esclusiva mondiale, ma vendevano sempre meno dischi, Maurizio Masla (Chi?!) e il cognato di Nicola di Bari. Il cognato?! E i miei Salis & Salis, naturalmente.  Decisi di fare subito qualcosa per arricchire il nostro catalogo.

La sera me ne andavo sempre in giro in cerca di talenti. In un locale assistetti a uno spettacolo davvero divertente e proposi a Casetta di scritturare quel duo comico: si trattava di Cochi e Renato.  Sia lui che De Sanctis furono subito d’accordo e nacque una delle prime cassette italiane: Bene, bravo, 7 +. Forse era la prima cassetta di cabaret in assoluto. Col permesso del direttore, ascoltai ore e ore di nastri che giacevano sotto la polvere negli scaffali del suo ufficio. Volevo capire quale fosse il metro di giudizio da usare per promuovere o scartare qualcuno. Il fiuto, come imparai da solo, non basta, bisogna fare i conti anche con la fattibilità, analizzare i pro e i contro, etc.

Casetta prese in esclusiva, tramite un suo amico degli States, i 101 strings. Praticamente, dietro il nome altisonante, si celava un solo musicista pluristrumentista: un vecchio marpione di Los Angeles che si era fatto uno studio di registrazione a 24 piste a casa sua e pezzo dopo pezzo, strumento dopo strumento, incideva delle cover di brani famosi. Allora andavano a ruba i pezzi solo suonati, come insegnano Fausto Papetti, Steven Slachs, etc.

Proposi a Francesco di fare la stessa cosa in Italia, come secondo lavoro, ma non ne volle sapere. Peccato. Ancora oggi non abbiamo nessun chitarrista che riprende vecchi successi. Venderebbe milioni di CD.

 Ogni giorno imparavo qualcosa. La settimana in cui il direttore stette a casa con l’influenza, chiesi a Mary, la segretaria per l’estero, di mettermi in contatto con Quincy Jones. Lui non lo trovammo, ma parlai con uno del suo clan e gli proposi alcuni nostri brani. Si disse ben felice di ascoltarli. Chiesi il permesso a Casetta e a De Sanctis e spedii una copia del nastrino dei provini di Francesco e Tonietto. Non mi facevo crescere l’erba sotto i piedi.

Un mese dopo, ricevetti una chiamata da Los Angeles: i 5th Dimension avevano scelto una delle nostre canzoni e l’avrebbero incisa. Erano un gruppo vocale famosissimo che aveva appena venduto 40 milioni di copie in tutto il mondo di Acquarius, let sunshine in.

Fth Dimension

Decisi di non dire nulla ai miei cugini. Sarebbe stata una sorpresa. I bollettini Siae li avevamo firmati il giorno stesso dei provini, dunque i brani erano stati depositati ed erano tutelati.

Il mio nuovo lavoro aveva successo. Dietro segnalazione di un musicista ambulante napoletano, contattai gli Alunni del sole e li feci arrivare a Milano. Sentiti i loro lavori, feci firmare subito il contratto ai fratelli Morelli.

Casetta aveva deciso di interrompere il suo rapporto di lavoro con De Sanctis e venne proposto a me di prendere il suo posto. Non mi sentivo pronto, ma accettai. Mi fecero trasferire subito nel grande ufficio della dirigenza: in pratica, tutto l’intero piano era della Belldisc. Usciti dall’ascensore, a destra c’era “la truppa”, circa 40 dipendenti e impiegati, con Morosi a controllare; a sinistra c’era l’immenso ufficio di Casetta, megagalattico, poi il mio, e poi lo stanzino dell’ufficio stampa Nicoletta Arcari.

Una mattina, mentre mi trovavo nell’ufficio di Arnaldo Morosi per discutere di un mio aumento di stipendio, Ivana, la centralinista, passò una telefonata. Arnaldo rispose e cominciò a ridere sottovoce coprendo la cornetta. Poi si fece serio, tossicchiò e disse:

“Guardi, mi scusi se la fermo, ma io non mi occupo di queste cose… Deve parlare col direttore artistico, è lui che decide. Un attimo che vedo se è libero.” Continuò a sghignazzare, sempre coprendo la cornetta e me la porse. “Chi è?” feci io sottovoce. Ma lui non rispose, uscendo di corsa dall’ufficio. La sua risata si sentiva per tutto il corridoio e forse anche per tutta via Turati.

“Pronto?”

“Pronto. Buongiorno, signor direttore. Sono Nello Cocco de I Barrittas.”

Mi scappò la ridarella, ma mi controllai benissimo. Morosi era tornato soffiandosi il naso e con gli occhi rossi e riprese posto alla sua poltrona, attento.

“Sì?”

“Forse ci ha già sentito nominare… – al mio silenzio, andò avanti – Volevo dirle che noi abbiamo già inciso un paio di dischi e adesso siamo senza casa discografica… Ehm… siccome con voi incidono già i nostri amici Salis, volevamo sapere se potete fare incidere anche noi. Noi viviamo di serate e senza un disco le serate sono poche e pagate male… Pronto?”

“Sì, sì, ascolto.”

“E, niente, se siete interessati noi possiamo salire a Milano. Se mi dice quando…”

“Mai, o Nello. No si srèbi nisciùsu in qustu momentu”. (Non ci serve nessuno in questo momento) Momento di panico. Poi Cocco riprese coraggio e balbettò con un filo di voce:

“Ma chi sesi, Luciu? Lucio Salis? … Su direttori?!!!”

“Certo. E cosa volevi che venissi a Milano a fare il fattorino?”

Cèssu! Pagu togu! Insàrasa si zèrriasa? Cèssu! Arràzz’e cu happu tèntu!” (Gesù, ma è bellissimo! Allora ci chiami? Gesù che culo abbiamo avuto!)

“Eh, non è sicuro, Nello. Ora vedo cosa posso fare. Mi chiamano, devo andare. Ti saluto.”

Si erano dimenticati in fretta di come mi avevano trattato e di come avevano sbattuto fuori Francesco.

Ma, siccome sono un cretino, dopo qualche mese chiamai i Barrittas e gli feci fare un contratto discografico.

Intanto, sia Manchi solo tu dei Salis che Concerto degli Alunni del sole, stavano vendendo bene. Mi venne triplicato lo stipendio e mi concessi qualche follia: tipo disegnarmi degli abiti e farmeli tagliare e cucire da Caraceni, famoso sarto, carissimo. Ma il mio indirizzo viaggiava in tutto il mondo e arrivavano belle figlie dei fiori a farmi compagnia a a dividere la casa con me. Eravamo in pieno boom dell’amore libero. Avevo anche qualche filarino con alcune belle impiegate della Belldisc, ma avere un piccolo harem sempre a disposizione non mi dispiaceva affatto. Viaggiavo in taxi e cenavamo spesso fuori. Ero generoso con le mance e ancora di più coi posteggiatori che venivano al tavolo a suonarci qualche famoso successo.

Li consideravo dei colleghi sfortunati e un cinquantamila andava spesso a rendere più piacevole la loro serata. Al rientro, le ragazze si mostravano sempre molto riconoscenti e generose delle loro grazie. Alcune interagivano tra loro senza problemi e per un ragazzino erotomane era un vero paradiso.

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(Lucio, 20 anni, di fronte al suo ufficio)

Francesco e Biondo

(Francesco e Biondo in ristorante: festeggiamo)

FABER

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                                    In un mercatino che i milanesi chiamavano LA FIERA DI SENIGALLIA, dove andavo a cercare qualche capo d’abbigliamento particolare o qualche oggetto strano da portare a casa,     venni attratto dalla bancarella di uno che vendeva vecchi grammofoni, valigette giradischi e vecchi dischi. Stava suonando un 45 gg che non avevo mai sentito. La voce cavernosa del cantante mi colpì e presi in mano la copertina: Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, era il titolo. Il cantante era Fabrizio De Andrè. Il brano era firmato dallo stesso De Andrè e da un certo P.Villaggio. Comprai il 45 gg per 50 lire e me lo portai a casa. Riascoltai quel disco più volte e mi misi alla ricerca di questo Fabrizio: mi intrigava moltissimo. Non aveva nulla a che spartire coi cantanti che andavano per la maggiore e anche il genere che interpretava era assolutamente originale e mai sentito in Italia. Purtroppo nessuno conosceva questo cantante e la piccola casa discografica che lo aveva prodotto non esisteva più o si nascondeva bene.

Ma io sono sempre stato un tipetto tenace e continuai a spargere la voce e a chiedere in giro. Durante una delle mie solite ronde serali per locali, dove ero sempre alla ricerca di qualche talento, come un cane da tartufi, in un teatrino off dove si facevano spettacoli sperimentali, conobbi un tizio che mi diede il numero di un suo amico genovese: Roberto Danè. La mattina dopo parlai con Danè, che poi divenne un mio caro amico, il quale conosceva Fabrizio, genovese come lui, e mi promise che ci avrebbe parlato quanto prima e che avrebbe fatto di tutto per portarlo da me a Milano. Disse che il ragazzo era abbastanza sui generis, che non aveva auto né patente e che non si muoveva volentieri da casa sua. Pare che fosse un figlio di papà, abbastanza anomalo e anarchico, quasi un asociale, insomma.

Mi piaceva già. Umanamente, dico.

Passò più di un mese prima che potessi stringere la mano a questo talento. Era magro, col ciuffo sugli occhi. Venne con una camicia bianca sciancrata e un paio di jeans e si mostrò subito piuttosto “arèsti”, selvatico.

Roberto Danè era un bell’uomo alto sui quaranta, dalla risata aperta, che scriveva e veleggiava intorno al mondo artistico senza avere un’occupazione precisa. Gli proposi di produrre lui Fabrizio. Chiacchierammo a lungo nel mio ufficio, poi me li portai a pranzo nel solito ristorante dove mangiavo spesso col direttore della 1 rst National bank of New York, che dirigeva la filiale lì vicino.

A tavola Faber si sciolse un pochino, ridemmo molto e mi impegnai anche per conto del mio titolare e di Morosi: avrebbe potuto incidere tutti i brani a sua scelta, senza imposizioni né censure. Naturalmente, avremmo concordato insieme la scelta dei pezzi e la strategia di promozione.

“Io detesto la televisione.” Disse perentorio.

“Va bene. Ma sai, quando incidi un brano poi il disco si deve vendere. Diventa un prodotto. Artistico, nel tuo caso, ma sempre di un prodotto si tratta. E un discografico mica può investire dei soldi e delle energie per fare dischi che poi si tiene in magazzino. E tu? Saresti più contento di incidere i tuoi brani per sentirteli da solo a casa tua o non saresti più gratificato nel sapere che le tue opere le conosce sempre più gente e le ama  e che amando il tuo lavoro amerà anche te? Pensa solo che la televisione è un mezzo molto potente per far conoscere il nostro lavoro. E in quanto mezzo non è né bello né brutto: se serve si utilizza, se non serve si lascia perdere.”

Non mi sembrava molto convinto, ma a me premeva soprattutto portarlo nella mia scuderia. Ero sicuro che avrebbe trovato una bella nicchia di pubblico selezionato. Mai avrei però immaginato il monumento che sarebbe diventato negli anni. Mi disse che non aveva nessun contratto che lo legava e che avrebbe ascoltato attentamente le mie proposte e le offerte di Casetta. Non ero io che facevo i contratti.

Accompagnai i miei nuovi amici alla stazione e corsi di volata da Morosi. Casetta, tanto per cambiare, non era in sede. Raccontai del mio incontro ad Arnaldo, che si schierò subito dalla mia parte. Avremmo parlato insieme con Antonio Casetta quanto prima.

Una settimana dopo, Roberto Danè ci portò un nastro casalingo con alcune composizioni di Faber e tornò a Genova con una bozza di contratto da sottoporre al cantautore.

I primi brani riecheggiavano lo stile di Brèl e Brassens, musicalmente erano quasi tutti delle semplici ballate, ma quanta poesia nei testi. E quella voce era davvero magica. Già la immaginavo incisa con microfoni professionali, effetti, filtri, etc.

Fabrizio non è uno da bruciare coi 45 gg, dissi subito a Casetta e Morosi:

“Per me dobbiamo puntare sul lungo respiro: ha parecchio materiale interessante e quel talento passa solo in un 33 gg.”

Furono d’accordo.

C’è da dire, che spesso mi chiamavano dalle altre case discografiche per fare regie in sala d’incisione. Mi davano 30 mila lire l’ora per ottimizzare il lavoro di musicisti e arrangiatori. Evidentemente riconoscevano il mio gusto e la mia misura. E il mio titolare era molto fiero di avere un direttore così giovane e così conteso.

Mi stavo facendo una cultura. Mi stavo facendo un nome.

Fabrizio firmò un contratto vantaggioso per tutti e ci mettemmo subito a lavorare a TUTTI MORIMMO A STENTO, un LP che vendette in pochi mesi oltre 600 mila copie. Un boom fantascientifico.

Piano piano, Faber si andava un po’ sciogliendo. Eravamo in sintonia e con me si apriva più che con chiunque. Figuratevi che una settimana portò anche la moglie e il figlioletto Cristiano e mi chiese la cortesia di accompagnare Luvi al cinema. Al Manzoni davano IL PADRINO in prima visione e faceva piacere anche a me vedere quel capolavoro. Peccato che Cristiano era un terremoto e disturbò tutta la sala.

Sempre alla ricerca di talenti per arricchire la mia scuderia e il catalogo della Belldisc, che adesso contava anche le etichette Bluebell record, Liberty e Produttori Associati, organizzai un festival di nuovi talenti a Pesaro. Mi avevano detto che c’era molto fermento da quelle parti, la città era facilmente raggiungibile da Roma e dalle regioni del sud,  e sia il comune che un bel teatro ci avevano dato grande disponibilità.

Morosi decise di accompagnarmi. Il giorno della partenza prevista nel pomeriggio, di mattina, si materializzò nel mio ufficio Fabrizio.

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(Faber con me faceva anche il pagliaccio. Chi dice che era triste?)

Pare che fosse ai ferri corti con la moglie e voleva “evadere per un po’”.  Mi fece leggere alcune lettere, piuttosto osé, di una sua giovane fan e mi chiese se  poteva chiamarla dal mio ufficio. Gli lasciai campo libero e andai da Nicoletta a fare due chiacchiere.

Al mio rientro lo trovai prostrato. In pratica, aveva risposto la madre di questa ragazza e gli aveva detto che lei era a scuola.

“Ah, insegna?” aveva chiesto Faber.

“Come, insegna?! Ha 14 anni ed è in prima ginnasio.”

Cominciai a ridere e lui non gradì. Quasi litigammo. Poi mi mandò affettuosamente affanculo e cominciò a ridere anche lui. Però, però… aveva inventato un mare di scuse per potersi assentare da casa qualche giorno e, sapendo che io e Arnaldo eravamo in partenza per Pesaro, chiese di unirsi a noi. E così facemmo.

Il suo nome era ormai noto in tutta Italia, ma il suo volto era ancora quasi anonimo, quindi, nascosto dietro un paio occhialoni scuri, si mimetizzò bene tra il pubblico del teatro e poi al ristorante e al night dell’albergo.

La prima serata del festival aveva riscosso un enorme successo di pubblico, anche se in fatto di  talenti aveva abbastanza scarseggiato. I complessi sardi medi li avrebbero seppelliti tutti, quelli che si erano esibiti lì.

Andammo a cena, poi Faber propose di farci un cicchetto al night che stava sotto il nostro hotel. Io bevevo malvolentieri i superalcolici, lui no. Io e Arnaldo ci facemmo un amaro, lui un paio di whisky. Ma anche tre.

A un certo punto accadde.

Il quartetto che suonava dal vivo attaccò La canzone di Marinella, il cui disco era appena uscito da nemmeno una settimana nei negozi, ma ormai Faber era un mito e tutti i cantanti si affrettavano a montare le sue canzoni. Purtroppo quelli sbagliarono un paio di accordi e Faber cominciò a insultarli a gran voce. Loro lo ignorarono. Allora lui si alzò e corse davanti al palchetto e cercò di tirare giù il bassista che cantava. Mentre Morosi pagava le consumazioni, io dovetti portarlo fuori in fretta e furia quasi di peso. Continuò a fare cagnara anche al piano dove avevamo le stanze, svegliando parecchie persone. Erano le tre del mattino passate.

L’indomani facemmo una lunga chiacchierata faccia a faccia. E lo convinsi a essere più disponibile: la gente lo adorava e lui non poteva continuare a nascondersi. Avrei mille aneddoti da raccontarvi, ma questo è un libro sui Salis & Salis e non su Fabrizio. Però trovo interessante che sappiate in che ambiente ci muovevamo e come siamo arrivati a fare o non fare certe cose. Quelli erano ancora gli anni d’oro della musica e della cultura italiane.

Vi racconto ancora due cose e poi torniamo a bomba.

Una mattina, la mia segretaria Laura Angeli, mi annuncia la visita di un tipo strano: un non vedente che sostiene di essere stato plagiato da Fabrizio De Andrè e di averne le prove. Ogni tanto, capitavano dei tipi davvero strani nei nostri uffici. Tipo uno che sembrava Gesù Cristo, si chiamava Cristo Risorto, ed entrò da

me con la carta d’identità in mano. Componeva e cantava da schifo. Non aveva nulla di divino, a parte il nome.

Questo cieco, invece, si chiamava Riccardo Mannerini e sosteneva che i testi di Senza orario e senza bandiera che Faber aveva inciso da poco coi New Trolls, in realtà erano stati presi pari da un suo libretto edito da Guanda (mi pare), dove aveva tradotto le poesie da Spoon river, di Masterson (?). Mi porse il libro e in effetti i testi erano quelli. Gli promisi che me ne sarei occupato e che avremmo trovato sicuramente una soluzione e un accordo e lo congedai. Mezzora dopo, mi chiamò Ivana, la centralinista, dicendomi di andare negli uffici perché Mannerini si era sdraiato per terra davanti all’ingresso e pretendeva che tutti gli passassero sopra la pancia, lui faceva yoga e non gli avrebbero procurato danni. Andai di là e lo convinsi a desistere da quelle dimostrazioni, dato che la gente doveva lavorare e c’era sempre un andirivieni di persone da quelle parti. La faccenda, la compose lo stesso Fabrizio, dando a Mannerini un bel po’ di soldi.

L’ultima volta che vidi Faber è stato nel 1989. Circa venti anni dopo i fatti appena narrati. Mi trovavo al bar dell’aeroporto di Linate, dove stavo mangiando un toast e bevendo un bicchiere di pessimo vino imbottigliato, in attesa di imbarcarmi per tornare a casa a Roma. All’improvviso, mi arrivò un impermeabile addosso e un urlo:

“O fillebagassa! Cappitto mi hai?!”

Mi voltai di scatto e… lo riconobbi soltanto perché con lui c’era Dori Ghezzi. Era gonfio come una mongolfiera, ingrassato e con una pancia come quella mia di oggi, dopo 23 anni di stress. Mi venne incontro felice come un bambino e ci abbracciammo stretti per almeno cinque minuti. In silenzio.  Eravamo due guerrieri che si erano ritrovati dopo tanto tempo. Due fratelli divisi dal mondo, dalle carriere, dagli eventi bastardi e maligni. In quell’abbraccio c’era la sua gratitudine per aver dato il via a una carriera unica, che gli aveva portato grandi soddisfazioni e anche grandi guadagni che gli avevano permesso di affrancarsi con fierezza dai soldi di papà. In quell’abbraccio c’era anche il rimpianto, che attanagliava entrambi, per non esserci cercati e frequentati da troppo tempo. Poi ci staccammo e lui pretese di offrirmi una bottiglia di quello buono, dato che il sul spolverino aveva rovesciato la mia bottiglietta e mi minacciò:

“Guarda che se non vieni a trovarmi all’Agnata, questa volta m’incazzo davvero! Diglielo anche tu, Dori, quante volte ti ho parlato di lui? Mi sei mancato un casino, stronzo!”

“Anche tu mi sei mancato, testa di minca.”

Ci abbracciammo di nuovo. Poi:

“Noi dobbiamo scappare, l’aereo per Olbia è in partenza. Chiamami e vieni a disossare un paio di maialetti con me. Promesso?”

“Certo. Non vedo l’ora.”

Invece, qui maialetti devono essere morti di vecchiaia, dato che non ho mai avuto occasione di tornare in Sardegna con calma per andare a trovarlo.

Ciau ancora, Faber, amico mio.

MATRIMONIO

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(Un mese prima di sposarmi. Bello come il sole.)

                                                 In quei primi mesi del 1969 successe anche un fatto che cambiò la mia vita. Una volta al mese, circa, tornavo in Sardegna, a Cagliari, dove avevo molti amici e molti amori. Arrivavo con una valigia piena di regali e pensierini per tutti e lasciavo giù anche la valigia.

Conobbi una ragazzina, con due occhi verdi immensi e una grande cotta per me. Uscimmo qualche volta insieme, niente di importante, solo qualche bacio. Sua zia e sua madre vennero a saperlo e la picchiarono. Matto come un cavallo, decisi di mettere ordine nella mia vita e di sposarla per portarla via da Cagliari e da quella famiglia ignorante e violenta. E così, il 2 Giugno di quell’anno venni incastrato nella cattedrale cagliaritana di Bonaria.

Ma questo matrimonio va raccontato.

Io avevo i capelli lunghi. Mi ero disegnato un tight  e scelto la stoffa: mi era costato un milione e mezzo in tutto dal solito Caraceni, ma era un capolavoro in misto cachemire di tre pezzi, lui mi regalò anche la fascia e la cravatta in ottima seta e una pochette di 15 cm x 20 dove stava tutto: pantalone, gilet, giacca, cravatta e fascia. E senza che si sgualcisse nulla. Miracoli della qualità.

Salutai le mie amanti, presi una sola settimana di permesso e andai a sposarmi. Laura mi spostò tutti gli appuntamenti dal 3 giugno in poi.

Per non fare casini, andai a stare dai miei genitori. Non potevo non invitarli. Dissi chiaro a tutti, a partire dai miei suoceri, che io non credevo assolutamente nel matrimonio, aborrivo la pompa chiesastica e il 99% dei preti,  e tantomeno ero attratto dalla farsa dei preparativi, della chiesa e di tutto il corollario spilla soldi. Niente da fare. La figlia aveva 17 anni e se volevo portarla via dovevo sottostare a tutte le incombenze che detestavo. Abbozzai. Dissi anche che volevo un matrimonio scarno e senza troppi invitati; una cosa intima e senza troppe fanfare. Niente da fare. Prenotarono la basilica di Bonaria, fiori, la Grotta Marcello in piazza Yenne per il rinfresco e un pranzo in un locale sul lungomare del Poetto. Il tutto per oltre 300 persone. Addio privacy. Mio suocero mi regalò anche un paio di orribili scarpe bucherellate e una Lancia Fulvia nera. Ma io non volevo automobili e la lasciai a lui perché la rivendesse.

La sera prima mi mandarono perfino a confessarmi da un prete bleso che si mangiava le parole e a me scappava da ridere. Arrivai in basilica poco prima di cena e questo mi rimproverò per il ritardo, poi mi portò dietro un altare:

“In ginocchio”

“Eh?!”

“Mettiti in ginocchio.”

“Manco se mi seghi le gambe.”

“Va bene. Allora stai in piedi, mi inginocchio io. Quanto tempo è che non ti confessi?”

“Da quando ho fatto la prima comunione.” Mi guarda ancora più strano.

“Osservi i comandamenti?”

“Non ho mai rubato, tranne carciofi e frutta nei campi da ragazzino, mai ucciso nessuno.”

“Hai fornicato?”

“E che vuol dire?”

“Hai guardato con concupiscenza e desiderio la donna d’altri?”

“Certo. E a volte non mi sono limitato a guardare.” A momenti gli viene un coccolone e decide di chiuderla lì. Mi dà l’assoluzione disgustato e mi diffida, imponendomi di essere puntuale la mattina dopo o non mi avrebbe sposato. Mi frega un cazzo, pensai, se è tutta così la storia dopodomani alle 7 ho un aereo e tanti saluti.

Credo che la cerimonia fosse fissata per le 10. Alle 9 in punto ero pronto, ma le scarpe di vernice mi facevano male. Le tolsi e misi le mie tennis bianche. Mia madre se ne accorse e a momenti mi strozzava. Niente da fare, dovetti rimettere le scarpe della tortura. Uno zio di settimo grado che faceva il tassista a Cagliari, zio Flavio, venne a prenderci per accompagnarci in chiesa. Io non avevo la macchina e i miei nemmeno. Arrivati ai piedi della scalinata, trovai un mare di gente ad aspettarmi: musicisti, amici dei club, ragazzine che intonavano un coro che mi assordò fin dentro la chiesa: “CO GLIO NE! CO GLIO NE!” ma tra la folla scorsi anche Francesco e questo mi rincuorò. Come testimoni avevo scelto due fans a caso: Vanni e suo nipote Antonello, vivevano a Pirri e quindi non avrei creato problemi di distanza. Fuori dalla chiesa parte la gara tra le mamme del “Dalle nostre parti…”

“Dalle nostre parti si usa che lo sposo entra prima e aspetta la sposa.”

“Nòssidi. Dalle nostre parti si usa che gli sposi entrano insieme in chiesa.”

“Nossignore! Gli sposi semmai ESCONO insieme ma…”

Mi ruppi i coglioni ed entrai. C’era un banchetto infiorato davanti all’altare, andai e mi sedetti lì. Ma si avvicinò subito un chierico e mi sussurrò, intimatorio:

“In ginocchio! In ginocchio!” Eseguii.

La sposa tardava. Arrivò invece una beghina che mi strillò nell’orecchio:

“Capellone! Spostati da lì, quello è il posto degli sposi! Via!”

 Stavo per alzarmi, ma mi ricordai di essere lo sposo e la mandai a scopare il mare.

Arrivò la sposa, in un bellissimo abito bianco e con gli occhi ancora più grandi. Mia sorellina Lorella, nata quando io lavoravo ad Assisi e mai vista prima, praticamente, era anche lei vestita di bianco e portava il piattino con le fedi.

“Scappa, le dicevo, vai vendile e comprati gelati”. Lei rideva e non mi dava retta. La cerimonia cominciò e i miei due testimoni mi facevano cenno di filarmela:

 “Sei ancora in tempo!” mi sussurravano platealmente per farsi sentire da più gente possibile.

Il prete si rivolgeva a me con parole che difficilmente capivo la prima volta e lo pigliavo un po’ per culo, costringendolo a ripetere tutto tre o quattro volte.

L’agonia finì e il corteo si mosse verso il centro per un inutile buffet. Io ero in trance già dieci minuti dopo entrato in chiesa. Sinceramente, non mi fregava più nulla di nulla e non vedevo l’ora di tornarmene a Milano. Ero in un film non mio. Mi ritrovai al ristorante e la tragedia continuò: miei suoceri cominciarono a fare questioni di soldi, di chi paga cosa, etc. Mi sentivo sempre più marziano. Mi alzai e in silenzio me ne andai. Semplicemente, mi tolsi le scarpe di vernice da 100 mila lire, le scaraventai in spiaggia e mi diressi scalzo verso Cagliari. Quel misero mondo non mi apparteneva, quella rappresentazione patetica non mi avrebbe visto sul palcoscenico. Dopo un paio di chilometri, venni raggiunto da un’auto che strombazzava: erano i miei testimoni con la mia neo moglie. Lei disse che non capiva, ma che si era fatta dare le chiavi di casa. Ci facemmo accompagnare a casa dei suoi, salutammo gli amici e ci chiudemmo in camera sua. Conoscevo un solo modo per alleviare la tensione: la spogliai e attaccai a fare sesso. Continuammo fino alle sei del mattino. Dopo qualche ora, arrivarono tutti e ci bussavano la porta:

“Sono zia stigazzi… Sono zio stacippa… sono il culo della babbuina, volevamo salutarvi!”

 Io rispondevo ciao a tutti, ma non aprii la porta a nessuno. Mia moglie uscì un paio di volte per portare da mangiare e per andare in bagno. Io uscii solo per fare pipì e per una doccia, ma solo quando non c’era più nessuno e i miei suoceri stavano già dormendo.

Alle 6 e 20 della mattina, senza aver chiuso occhio, chiamai un taxi e ci feci condurre all’aeroporto di Elmas.

Milano. Scaricati i bagagli a casa, lei non volle restare sola e alle 9,30 eravamo in Corso Buenos Ayres, davanti a un negozio di abbigliamento, dove comprai un tailleur pantalone a fiori per la mia sposa bambina, che girava con un abitino blu col colletto bianco, manco fosse alle elementari dalle suore! Glielo feci indossare subito, ma i pantaloni erano troppo lunghi. Li lasciammo da accorciare e me la portai via con la casacca che fungeva da mini abito. Avevo un appuntamento alle 10 in ufficio e non volevo fare tardi. Si trattava di fare meno di 500 metri a piedi. Parlavo con lei, spiegandole come si sarebbe dovuta comportare, quando all’improvviso sparì dal mio fianco. Mi voltai a cercarla: era stesa a pelle di leone su una grata che si trovava lungo il marciapiede. Poi mi spiegò che si sentiva a disagio in quel vestitino troppo corto e aveva inciampato.

Giunti in ufficio, la presentai un po’ in giro e poi la lasciai nelle mani di Laura. Sbrigai le mie cose e tornai per portarla a pranzo. Poi mi presi il pomeriggio libero e andammo a fare provviste. A quei tempi, se facevi almeno 5000 lire di spesa i market te la portavano fino a casa. Comodissimo per chi non aveva la macchina.

Una volta soli, mi aggredì:

“Quante te ne sei scopate delle impiegate che mi hai presentato stamattina?”

“Quasi tutte. Perché?” mi tenne un muso che durò parecchie settimane.

Cominciamo male. Figurarsi, allora mi sarei trombato anche i pupazzetti di peluche! Ben presto lei rimase incinta. Ma lo seppi solo quando mi trovavo a Cuneo per le prove del Cantagiro.

IL CANTAGIRO DEL 1969

                                        Miei cugini sarebbero arrivati a Milano per incidere Il tuo ritorno, che avremmo poi portato al Cantagiro nel 1969. In ufficio arrivarono 1000 copie del disco dei 5th Dimension: avevano inciso Chissà se tornerà, in italiano. Ma questa, come scoprii dopo, non fu una grande idea: registrando il disco in inglese avrebbero venduto infinitamente di più.

Francesco e Tonietto mi raggiunsero e io cercai di convincerli a trasferirsi a Milano o perlomeno nelle vicinanze. Regalai loro qualche copia del disco e mi parvero molto contenti. Era la prova tangibile che le cose importanti si facevano a Milano e non certo a Santa Giusta.

“Ormai avete un nome nazionale e serate, se volete, ne fate più qui che giù ed è sempre bene stare qui, dove ci sono un sacco di occasioni da sfruttare, mille personaggi importanti da conoscere, un mucchio di concerti interessanti da vedere.”

Ma come si faceva a non capire una cosa così elementare? Il provincialismo ha sempre fottuto gli artisti sardi. E non solo gli artisti. Cervelli chiusi e vedute molto strette, complesso d’inferiorità, mancanza di coraggio o che altro?

Niente da fare. Almeno finché Tonietto non si sposò con Cecilia, una ragazza di Crema e si trasferì lì, in una casa che le aveva messo a disposizione la zia di lei. A malincuore, anche Francesco lo seguì. Anche lui si era sposato con Clara e prese casa a Castelleone. Anche le mogli dei miei cugini restarono presto incinte. Cecilia partorì Alice, Clara fece Stefano.

Al momento, però, non mi davano retta. Le discussioni però si aggiustavano sempre e scomparivano non appena Francesco imbracciava la chitarra e diceva:

“Ho un paio di cose nuove da farvi sentire.”

E il Biondo:

“Anch’io ho qualche spunto nuovo.”

A quel punto, calava il sipario su tutto il resto e ci mettevamo a lavorare. Era come una droga. Il metodo era sempre il solito: loro facevano sentire l’idea, tutti e tre lavoravamo al completamento della struttura musicale, armonica e melodica, e quando ci sembrava chiusa io scrivevo il testo. Quando avevamo abbastanza pezzi nuovi, prenotavo il piccolo studio di registrazione dell’ex cantante Marino Marini e con l’aiuto del fonico Nino, mio amico, incidevamo i provini.

Mandai subito il nastro de IL TUO RITORNO ai miei amici di Los Angeles e loro lo fecero incidere a Brenton Wood: un negretto dalla voce dolce e sottile, un po’ alla Michael Jackson, che aveva appena venduto un botto di dischi in tutto il mondo con GIMME A LITTLE SIGN. Mi feci anche dare la sub edizione per l’Italia del successo mondiale di Brenton, che diventò SE IO TI REGALO UN FIORE  e la feci incidere ai  Barrittas. Chissà se se lo ricordano.

salis il tuo ritorno
Salis Brenton Wood

(La versione di Brenton Wood)

Presentammo altri tre brani alla selezione per Sanremo, tra cui Il TUO RITORNO incisa in italiano da Brenton Wood, ma niente da fare. A Brenton, che interessava molto come star americana agli organizzatori, fu assegnato il brano IL TRENO, inciso da Anna Identici. Brenton non ne volle nemmeno sapere di inciderlo, ma lo cantò al Festival.

Partimmo per Cuneo, dove si sarebbero svolte le prove per la più importante manifestazione dell’Estate: IL CANTAGIRO.

C’era tutto il mondo: Gabriella Ferri, Lucio Battisti, Massimo Ranieri, Nicola di Bari, e chi più ne ha più ne metta. Già dopo il secondo giorno di prove, tutti cantavano la nostra canzone. La mattina presto, intorno alle 9, c’era già Battisti che la cantava accompagnandosi al pianoforte della hall dell’albergo. La sera tardi, accompagnati dalla chitarra del folk singer siciliano, Matteo Salvatore, Gabriella Ferri e Massimo Ranieri cantavano Il tuo ritorno davanti a un caminetto nella sala per le colazioni.

Io adocchiai una giovane cantante siciliana molto carina e le strappai un appuntamento per la sera. Ma la sera, nella sua stanza, si infilò la sua produttrice che aveva ben altro potere su di lei e me la soffiò.

La mattina del terzo giorno, andammo col Biondo a fare una passeggiata per comprare sigarette e venimmo adescati da alcune ragazze di una lavanderia, da una finestrella a livello stradale. Ci chiesero se avevamo da accendere, ma la finestrella era chiusa da una zanzariera fittissima e ci convinsero a fare il giro e ad entrare nel laboratorio.

“Siete del Cantagiro?”

“Sì.”

Ci saltarono addosso almeno in due o tre a testa e ci violentarono. Sembra assurdo ma è proprio così. Arrivavano ragazze e donne mature da tutte le parti e perfino gli autisti trombavano allegramente, passando da una all’altra. Tutti facevamo autografi a tutte, sui seni, sulle natiche, sulle pance che generosamente e impudicamente ci porgevano senza problemi e davanti a tutti.

Ma a Cuneo non c’erano soltanto le grandi Star della canzone, c’erano anche illustri sconosciuti al primo disco, tipo un certo Diego Peano, per citarne uno. Tutti, sconosciuti compresi, avevano un mare di pubblicità in tutta la città: manifesti a colori, striscioni di 6 metri x due, addirittura sagomati in compensato a grandezza naturale. Noi non avevamo nemmeno uno straccio di manifesto e nemmeno le cartoline per firmare gli autografi. Sapete, quelle dove c’è l’immagine del cantante e dietro una mini biografia e l’elenco dei dischi pubblicati. Lo feci presente ai ragazzi e dissi che mi sarei fatto sentire con Casetta.

Non ci potevo stare. Con Acqua azzurra, acqua chiara di Battisti, avevamo il pezzo più bello e orecchiabile del Cantagiro e nessuno sapeva nemmeno il nome de I Salis & Salis. Chiamai Casetta e chiesi immediatamente del materiale propagandistico. Lui mi disse che scarseggiavano i contanti (ma dove cazzo li metteva i miliardi che io facevo entrare in azienda?!) e che il brano era forte e avrebbe avuto successo lo stesso, anche senza tanta propaganda.

Riferii a miei cugini e stabilii un piano: se Casetta non avesse sganciato, avrei indetto una conferenza stampa e avrei annunciato ufficialmente che noi avremmo lasciato il Cantagiro e forse anche la Belldisc.

Il solito Tonietto si mise di traverso:

Baidinci tui chi ti ‘inci òisi andài. Nosu abarràusu.” (Vattene tu se te ne vuoi andare. Noi restiamo.) Francesco lo rimproverava:

Ascuttàddu a Luciu, ca issu indi sci’ pru de nòsu. Chi seusu incidendi e chi seùsu innòi ddu deppèusu a issu.”” (Ascolatalo Lucio, ché lui ne sa più di noi. Se stiamo incidendo e se siamo qui lo dobbiamo a lui.)

Cercai di spiegare che era il momento ideale per tentare un atto di forza deciso. Tutti i pezzi grossi della discografia nazionale erano presenti a Cuneo. Tutti amavano il nostro brano: non ci sarebbe stato difficile trovare un altro ingaggio. Chi rischiava di più ero io: per me sarebbe stato difficile trovare un’altra etichetta da dirigere, visto che tutti i posti erano occupati. Spiegai anche che era il momento di fare un salto di qualità: da personaggi a star. E per diventare delle star occorreva un colpo di fortuna o una grande spinta pubblicitaria.

Niente da fare. A lavare la testa all’asino si perde tempo e sapone.

E, siccome le disgrazie non arrivano mai da sole, arrivò anche mia moglie: a casa da sola si annoiava

Era troppo. Tornai in albergo e richiamai Casetta. Anche da quella parte trovai un muro insormontabile. Gli dissi che io avrei abbandonato il Cantagiro e che mi sarei cercato un altro discografico più intelligente. Feci i bagagli e tornai a Milano.

Mi chiamò la mia segretaria, mi chiamò Morosi, Mi chiamò Nicoletta. Infine mi chiamò anche Casetta e mi invitò a pranzo. Lui diceva “colazione”.

Passò a prendermi con la sua Cadillac da film hollywoodiano e fu uno spasso vedere questo sessantenne vestito da cowboy che faceva una strada provinciale sfiorando le altre auto, quando le superava con un fruscio, e ridere sotto i baffi bianchi. Era uno smargiasso. Mi portò ALLE ASSI. Un ristorante di lusso che di lì a poco fallì e chiuse. Lui ordinò antipasti misti e una tartara per sé, io assaggiai un antipasto e poi mangiai una Caprese con mozzarella di bufala freschissima. Bevemmo tre bottiglie di Bianco del Reno. Pagò 200 mila lire. A l mio ristorante ci mangiavi per due mesi con quella cifra. A tavola, in un clima molto rilassato, specialmente dopo la seconda bottiglia, mi ribadì che i dischi si vendono indipendentemente dalla promozione:

“Guardi Fabrizio: non abbiamo fatto nessuna promozione. Il nostro Ufficio Stampa ha mandato in giro la notizia dell’uscita del disco, un paio di interviste sui giornali e… BOOM! E’ scoppiata la bomba.”

“Mi spiega allora come mai tutti gli altri spendono montagne di soldi in promozione? Sono tutti fessi? Fabrizio è un caso unico… e non dimentichi chi lo ha scoperto e chi lo ha portato in casa.”

Lui fece una delle sue risatine, si versò altro vino e addentò un pezzo di formaggio caprino:

“Gli altri sono stupidi e megalomani. Dimezzano i loro utili con quelle spese folli in pubblicità. Se il disco c’è e se l’artista c’è, vende da solo.”

Mi servii anch’io di altro vino e mi feci portare un’altra mozzarella. Non mi convinceva e io non convincevo lui. Decisi di segnare un punto a mio favore:

“Si ricorda di quando mi rimproverò davanti a tutti, dicendomi che andavo in ufficio quando mi pareva e piaceva; che mi scopavo tutte le impiegate, e che mi facevo dare del tu da tutti?”

Questa volta rise di cuore.

“Ma certo che me lo ricordo. Non era la verità?”

“No. Io non sono in ufficio quando sono da qualche altra parte a fare gli interessi dell’azienda, non è che me ne vado al mare. Le impiegate? Lo ammetto, con qualcuna c’è stata una storiella, ma lei si ricorda quando è esploso il disco di Brenton Wood e lei ordinò a tutti di andare in magazzino a imbustare i dischi e a fare i colli da spedire ai negozi?”

“Beh?”

“Si ricorda quanta gente andò in magazzino a fare quel lavoro? Soltanto suo fratello.”

“Beh. Avevo chiesto un favore. Non erano obbligati a farlo.”

“Certo. Ma si ricorda che quando l’ho chiesto io sono venuti tutti, anche di sabato e di domenica?”

“E questo che significa?”

“Niente. Solo che andando a letto con qualche impiegata e facendomi dare del tu da tutti ho stabilito dei legami, dei rapporti umani che lei non ha. Il tempo dei padroni è finito. E poi, ho 22 anni e lavoro con lei da tre anni, ma mi ci vede che mi faccio dare del lei dai colleghi?”

“Ma lo sa che lei è una bella sagoma?”

“Se lo dice lei. Io ho imparato che un disco è come il pesce, se non lo vendiamo quando è fresco, dopo rischia di rimanere in magazzino.”

“Questo gliel’ho insegnato io.”

“E’ vero e la ringrazio. Ma, come vede dai risultati, ho imparato un sacco di altre cose in questi anni. Se lo ricorda il catalogo che aveva prima del mio arrivo? E il fatturato?”

“Ora non cominciamo coi ricatti. Lei viene remunerato piuttosto bene, mi pare.”

“Bene, ma non quanto meriterei.”

“Ah! Allora è questo il punto! Dunque vuole un aumento.”

“No. Voglio solo che non si butti via un’occasione come questa dei miei cugini. Sono i personaggi più innovativi che abbiamo in Italia, con un potenziale immenso anche a livello internazionale e possono solo crescere. Al Cantagiro hanno la canzone più forte insieme a Battisti e forse a Ranieri, ma la vera novità sono loro. Perché non supportarli ora? Perché non investire qualche milione, che ritornerebbe certo moltiplicato in poco tempo?”

“E’ inutile che insista. Ho le mie convinzioni e da lì non mi smuove nessuno. Io posso farle dare un milione in più al mese, ma non ho voglia né risorse per foraggiare i pubblicitari. Quelle sono sanguisughe.”

“La ringrazio, ma preferisco rinunciare all’aumento, a patto che investa qualche milione sui miei cugini, ORA.”

“Niente da fare. Chiudiamo il discorso qui. Lei per me è una sicurezza, di personaggi ne troviamo quanti ne vogliamo.”

Detto questo, chiese un’altra bottiglia al maitre, che chiamò il sommelier, che mandò il suo vice a prenderla e ce la portò. Casetta ordinò il dolce anche per me: profiterole.

Io riflettevo e rimuginavo. Provai l’ultima carta:

“Ho finito il lavoro per l’LP dei Salis. E’ una storia unica in dodici canzoni distinte. Come un film: la storia dell’uomo. Una storia universale: la nascita, il primo amore, la scoperta della masturbazione, l’amore, la Naja, il rientro mentre la sua donna sposa un altro, il lavoro, il matrimonio, il tradimento, l’incontro dopo tanti anni col primo amore, la vecchiaia e la morte. Una bomba!”

“Fantastico! Quando lo incidiamo?” esultò, chiedendomi un brindisi.

“No, boss. lo incido io. Pago tutto io, lo produco e poi vado in giro con il master a cercare una casa interessata al lancio dei miei cugini. A proposito, lo sa che Mariano Rapetti mi ha chiesto di fargli da vice direttore alla Ricordi?”

Centro! Mi fissò e si avvicinò di più al tavolo:

“Non vorrà lasciare la Produttori per andare in quel casino dove tutti si accoltellano alle spalle?!”

“Non lo so. Devo pensarci. Una cosa è certa: l’LP dei Salis lo produco io e lo vendo al miglior offerente. Da qui non mi sposta nessuno.”

 Dopo un attimo di stordimento, si riprese e fece una risatina:

“Non lo può fare. Avete ancora un contratto con noi.”

“Sbagliato. Il contratto scade tra poco.”

“Devo vedere. Comunque mai prendere decisioni affrettate. Lei è giovane, si è appena sposato; non vorrà lasciare un posto sicuro e confortevole da noi per lanciarsi quasi disarmato nella jungla. Rifletta bene e ne riparliamo la settimana prossima.”

“Come vuole.”

Ricordo perfettamente quella conversazione, perché l’ho riproiettata per anni nella mia mente.

Durante il viaggio di ritorno a Milano mi resi conto di aver commesso un grande errore: non avrei dovuto mangiare due mozzarelle, né bere così tanto vino bianco: durante il viaggio di ritorno a bordo della Cadillac nella mia pancia si scatenò una guerra.

Naturalmente, dopo una settimana e anche dopo tre settimane, non chiamai e non passai alla Produttori e nemmeno mi feci trovare da loro.

Miei cugini arrivarono penultimi al Cantagiro… Manco ULTIMI, che almeno di quelli qualcuno si ricorda. Penultimi!

 Mi telefonarono da Recoaro Terme: erano lì da tre giorni e il padrone dell’albergo gli aveva sequestrato gli strumenti.  E non glieli avrebbe resi finché non avessero pagato il conto. Il Biondo non aveva nemmeno il coraggio di riconoscere i suoi torti e mi fece chiamare da Francesco. Al quale non potevo dire di no. Noleggiai un’auto con autista e andai a saldare il conto e a riportarmeli a casa.

Durante il viaggio fui molto duro e patteggiai chiaramente:

“Io continuo a impegnarmi per voi, ma non voglio che si mettano mai più in discussione le mie strategie. Quando decido una cosa, si fa! Chiaro?”

“Cosa dobbiamo fare?”

“Domani fisso lo studio e andiamo a incidere SA VIDA ITA EST” (La vita cos’è)

“E cos’è?”

“Il nostro primo LP.”

“Ah! Togu! Bel titolo!” disse il Biondo.

“Di Santa est sempri magicu!” esclamò Francesco, ridendo.

E così entrammo in studio.  Basi con basso, batteria e chitarra acustica di Leo, poi chitarra elettrica e tastiere. Infine voci e coretti. Arrangiamenti splendidi e scarni di Francesco e Tonietto, con qualche mio modesto suggerimento.  Il penultimo giorno di sala. Mi accorsi che mancava qualcosa e componemmo VECCHIO durante la pausa pranzo. Un brano acustico con sonorità sarde antiche e un testo che si faceva amare subito. Cantavano una strofa ciascuno e poi le seconde voci. Un amalgama vocale mai sentito prima né dopo in Italia. Lo incidemmo alla prima botta appena rientrati in sala. Riascoltammo tutto il lavoro per essere certi che filasse tutto liscio. Il giorno dopo, ultimo giorno di registrazione, occupammo la mattinata a fare sovra incisioni di tastiere e quando si fece mezzogiorno, il fonico disse:

“Beh, mi pare che ci siamo. Di pomeriggio facciamo gli assolo di chitarra e poi non ci rimane che mixare.”

Io lasciai la regia ed entrai in sala. Mi diressi verso Francesco, gli porsi una sigaretta accesa e gli chiesi se se la sentiva di incidere la chitarra prima di andare a pranzo.

“E gedducrèu!” esclamò lui. “Siamo professionisti, mica menestrelli! AH AH AH!”

Tornai in regia e dissi al fonico che avremmo fatto le sovra incisioni di chitarra subito.

“Ma come fa? Manca meno di un’ora. E chi è Nembo Kid?”

“Scommetti il pranzo?”

“Ma di tutti i pezzi o solo di uno?”

Aprii l’audio in sala e mi avvicinai al microfono:

O Damascus, ma ci da faisi a ddusu incidi tottusu?” (Ce la fai a inciderli tutti?)

E gedducreu! Attacca.” (Lo credo bene!) cercò il timbro giusto, mi guardò a segnalare che era pronto, partì la base e partì la sua magica chitarra parlante. In quel disco ci sono alcuni degli assolo più belli di tutta la storia della musica italiana.

Il fonico pagò il pranzo, felice come una pasqua: aveva scoperto un mostro assoluto, come ci disse a tavola.

salis copertina

  (La copertina)

L’INTRUSO

                                          Ero appena tornato a Milano, che si presentò a casa mia la zecca, quel famoso Giorgio, lo scroccone di Cagliari.

Con la faccia come il culo, mi chiese da dormire, da mangiare ça va sans dire, e mi si incollò alle palle. In quel periodo, collaboravo con radio Monteceneri e con Radio Capodistria per due rubriche. Addirittura scrivevo una rubrica di caccia e pesca, cose di cui non capivo una mazza, per fare un favore a un amico giornalista che firmava i pezzi. Ricerche e tempo, ma lo facevo volentieri. Sotto pseudonimo, scrivevo anche dei pezzi per una rivista locale che si chiamava IL MILANESE. Ma in quel periodo incontravo anche spesso il sindaco di Milano, che riuniva dei giovani emergenti un paio di volte al mese per sentire i nostri pareri. Insomma, non mi annoiavo.

A Milano arrivarono i primi freddi e mi comprai un maxicappotto. Questo Giorgio, che non schiodava da casa mia, ma per fortuna riuscivo a spedirlo in giro da solo, come mi vide cominciò a saltellare tutto contento:
“Che figata! Me ne devi assolutamente comprare uno, poi ti rendo i soldi. Ma con un cappotto così a Cagliari sciòro come un re. Mi noteranno tutti!”

“Senti, ciccio, ti ho già regalato le scarpe traforate da 100 mila lire, sei qui da quasi un mese e non ti ho mai rinfacciato niente, ma lo capisci o no che mi sono appena sposato e sei di troppo? Io te lo compro il cappotto, ma solo se ti prendi un aereo o un treno e torni pacificamente a casa tua.”

Si sdilinquì in un mare di complimenti su come ero bravo, su come ero superiore, su come ero generoso, su come ero unico. Ma prese il cappotto e l’indomani si levò dalle palle. Lo incontrai qualche anno dopo e mi dimostrò tutta la sua immensa gratitudine. Col cazzo!

Inutile tornare su questo splendido, vi chiudo qui il racconto.

Quando uscì l’LP dei Salis, feci un salto in Sardegna per affari personali, ma anche per fare qualche intervista alla radio e per i quotidiani. Mi venne a prendere questo signore, che si dimostrò disponibilissimo e mi invitò a pranzo. A mie spese, naturalmente. Gli dissi che desideravo dei calamaretti fritti e lui mi portò altezzosamente in un ristorantino di fronte all’Ospedale militare. Oltre a due politicanti che ragliavano a voce alta, erano sotto elezioni da quelle parti, nel locale c’eravamo solo noi. Mi tolsi la giacca e la posai sulla spalliera della sedia. Ordinai subito del vino e i calamaretti. E lì capii perché il ristorante era deserto.

“Nooo. – mi fece il titolare – Calamari in questo periodo?! Non esiste. Guardi, le faccio due spaghetti allo scoglio e un paio di triglie al cartoccio che sono una favola.”

Minca! Arrivavo da Milano dove c’è il pesce più fresco d’Italia in ogni stagione e questo, che abita in riva al mare e si spaccia per ristoratore, non mi trova due calamari?! Bevo un altro bicchiere di Giogantinu e lo guardo inespressivo.

“Non voglio primo e non voglio triglie. Voglio mangiare un piatto di calamari fritti. E’ un mese che non ne mangio e li desidero.”

“Mi dia retta, siòr Salis, si mangi due trigliette fresche. Gliele faccio al verde, alla livornese? Fritte? Al cartoccio?”

Mi alzai, presi la giacca e mi avvicinai all’uscita:

“Senta, se ha solo due trigliette da vendere, non doveva aprire un ristorante. Queste sono cose da professionisti. Si comprava due fogli di carta oleata e andava a venderle sotto i portici. Buongiorno!” E uscii.

Lo sentii starnazzare:

“E il vino? E il coperto?”

“Bevitelo tu! E copriti bene!” gli urlai, mentre mi allontanavo incazzatissimo.

La zecca mi corse dietro. Scesi alla Marina e chiesi in un paio di ristorantini e bettole se avessero dei calamari. Finalmente trovai il posto giusto e mi accomodai. Il signor Giorgio si piazzò davanti a me, sghignazzando:

“Certo che sei terribile! Ma hai fatto bene, questi dilettanti hanno bisogno di una bella sveglia ogni tanto.”

Cominciò anche il suo scilinguagnolo sul successo che aveva avuto col maxicappotto e altre minchiate. Di rendermi i soldi nemmeno se ne parlava. Ma non lo stavo nemmeno a sentire. Non vedevo l’ora di liberarmene.

Mangiai di gusto. Mi feci portare anche un’insalata di polpo, tenerissima. Poi un buon caffè, dopo il viaggio e le rotture di balle ci voleva proprio.

Al caffè, la zecca tirò fuori dal nulla un lenzuolo stampato:

“Questo è il mio giornale. – annunciò. – Sono direttore, giornalista ed editore. L’idea mi è venuta a casa tua. Sono la più grande potenza di Cagliari.”

“L’idea un cazzo. Hai rubato l’idea a IL MILANESE.”

“Le idee originali non esistono. Niente si crea, niente si distrugge. Ho anche molti collaboratori. E io sono il capo.” E ridacchiò soddisfatto.

Sfogliai questo lenzuolo imbrattato: inguardabile. Ogni riga che leggevo mi faceva incrociare gli occhi. Dire che era banale è un complimento.

“Vabbeh, complimenti. – dissi, mentre pagavo il conto. – Adesso devi fare almeno due pagine sull’LP dei Salis.”

Lui, da grande signore qual era, e al quale avevo anche regalato uno smoking e alcune serate da presentare per permettergli di guadagnare qualche soldo, prima di partire per lavorare alla Belldisc, rispose da par suo. Non disse che era il minimo che mi e ci doveva, non disse che si sarebbe sdebitato volentieri almeno in piccola parte, non chiese nemmeno di avere del materiale in esclusiva e qualche foto… No. Se ne uscì con questa bestialità:

“Eh, o fra’, lo spazio COSTA!”

Mi pentii di aver già pagato anche per lui.  Non gli risposi nemmeno. Mi alzai lentamente e me ne andai. Lui mi corse dietro, ma mi voltai di scatto e lo fermai col petto, incenerendolo con lo sguardo. Lui forse capì che non era aria e se ne andò per la sua strada.

Nel ’73 o nel ‘74, se non sbaglio, ricordo che c’era una crisi nera, gli assegni da 100 lire, Gimondi vinceva tutte le corse e le auto non potevano viaggiare di domenica, mi trovavo a Cagliari a casa dei miei suoceri. Avevo già tre figli e stavo cercando casa a Cagliari, dove volevo impiantare la prima casa discografica sarda. Era di domenica mattina e alle 10 poltrivo ancora a letto. Ero ancora senza macchina, che avrei comprato uno o due anni dopo e non avevo nessun impegno. Il giorno prima ero stato intervistato dalla rai di Cagliari e dal quotidiano locale. Suonò il campanello. Mia moglie si affacciò al balcone e si voltò:

“E’ Giorgio.”

“Digli che non ci sono.”

“Diglielo tu. “ fece la signora, molto complice, come sempre. Mi alzai, indossai le mutande e mi affacciai.

“Non ci sono. Per te non ci sono mai. Levati dalle palle.” Lui inforcò la bicicletta e non tentò nemmeno di ribattere. Se ne andò tristemente per la sua strada.

Torno in Sardegna, 12 anni fa, e prendo una villetta in affitto a Oristano. Organizzano un meeting sportivo vicino a casa e decido di portare Melina, la mia piccolina di due anni a vedere le gare. Arrivo al campo sportivo e, da un ombrellone con la scritta Videolina, sbuca questo Giorgio che mi corre incontro, come se niente fosse, e cerca di abbracciarmi. Mi volto di spalle e non lo degno nemmeno di uno sguardo. Da allora non l’ho mai più visto né sentito. Per fortuna. Voi cosa avreste fatto?

IL PRIMO 33 GIRI DEI SALIS & SALIS

                                                                Feci sentire a Morosi, a casa mia, la copia del master di Sa vida ita est. Mi ero comprato un Revox personale e avevo un buon impianto hi-fi. Morosi era estasiato. Anche Faber, una sera che era venuto a cena da me, mi fece un sacco di complimenti. Il lavoro piaceva a tutti, insomma. Anche se lo avevo fatto al risparmio, senza orchestra, ma solo coi quattro strumenti base del gruppo, con qualche sovra incisione di voci e chitarra. Ma mi era costato un botto di soldi lo stesso.

Morosi mi invitò caldamente a fare pace con Casetta.

Ero molto combattuto, ma sinceramente non provai nemmeno a proporre il lavoro altrove. Anche se sono certo che avrei trovato un’ottima accoglienza ovunque: dalla Ricordi diretta da mariano Rapetti alla Ri-Fi di Tonino Ansoldi.

Feci qualche  schizzo per la copertina e un’amica mi segnalò una giovane disegnatrice molto in gamba: Deanna Galletto. Io me la cavavo a disegnare, ma qui ci voleva l’opera di un professionista.

Il disco parlava della storia di un uomo medio, dalla nascita alla morte, quindi, dato che la costante della vita di ogni uomo è la donna, io vedevo un disegno quasi dark, in bianco e nero, dove un groviglio di donne nude desse l’idea di un teschio umano. Sul retro, due simboli immediatamente percepiti: un uovo, simbolo della nascita, e un pipistrello, simbolo delle tenebre della morte.

Feci avere l’idea e le bozze a Deanna, lei si mise all’opera e realizzò un capolavoro, vincendo anche qualche premio. Anch’io ebbi cinque premi della critica e dalla stampa specializzata per i testi delle canzoni. Anche se la Rai ne censurò quattro: oltraggio al pudore, vilipendio, e minchiate varie. E mi ero astenuto dallo scrivere di politica! Miei cugini non erano interessati ai testi di denuncia e per quieto vivere mi limitavo a un minimo di denuncia sociale. E sì che partecipavo a tutte le manifestazioni importanti di quegli anni milanesi, picchiandomi spesso con poliziotti e fascisti!

Ornella Vanoni aveva creato una sua etichetta discografica: la VANILLA. Quello fu l’unico tentativo che feci. Presi un appuntamento, pregai i miei cugini di presentarsi puntuali e ben in ordine: avremmo dovuto parlare di arte, ma soprattutto di carriera e di soldi.

Arrivarono con oltre un’ora di ritardo. Il Biondo sembrava appena uscito da un cassonetto: capelli sporchi, un cappotto della zia della moglie con la fodera scucita che ballonzolava sotto l’orlo, occhi cisposi come da congiuntivite. Come arrivarono loro, me ne andai io. Chiesi scusa a tutti e me ne andai.

Eppure non era stupido, Tonietto. Però non so cosa gli dicesse la testa. Ha gettato via un’occasione dopo l’altra. Creando un mare di problemi anche a me e a suo fratello. Ignorava i miei discorsi, i miei consigli, ma si faceva plagiare da qualche cazzaro, dalla moglie, e da qualunque imbecille che in quel momento gli andasse a genio. E poi, se si pentiva, non si è mai degnato di dirlo o di chiedere scusa. Almeno a suo fratello.

Casetta mi invitò personalmente ad andare a trovarlo.

“Dopo la porto a pranzo Alle Assi.”

“No, grazie.”

“Allora scelga lei il posto. Ah! E mi porti il capolavoro del momento: tutti me ne parlano, ma io non ho sentito ancora nemmeno una strofa.”

Alle 11 ero da lui. Lo trovai come al solito in posa da grande discografico americano. Questa volta aveva un completo marrone, ma una camicia da cow boy e gli stivaletti sulla scrivania. Come sempre. Era quasi sdraiato sul suo trono. Mi pregò di posizionare il nastro nel Revox, cosa che feci, diedi lo start e poi mi andai a sedere su una poltrona di fronte a lui. Sempre senza dire una parola. Furono 40 minuti di Paradiso. Casetta aveva la bavetta, anche se si ostinava a non darmi soddisfazione. Ma quando finì VECCHIO, un brano acustico che avevo voluto aggiungere mentre eravamo in sala d’incisione, perché l’opera mi sembrava monca… le due chitarre dei miei cugini e il loro impasto vocale lo sciolsero e a Sorella Morte, con gli assolo indiavolati di Francesco e dell’organo, si alzò in piedi e mi venne incontro applaudendo.

“Gran bel lavoro!” esclamò “Lo compro.”

E fu così che tornai all’ovile. Con un sostanzioso aumento e un LP capolavoro che stava per aggredire il mercato.

Nicoletta organizzò servizi i fotografici e la campagna stampa. D’accordo coi miei cugini inserimmo nelle foto che andarono su tutti i giornali e le riviste anche il batterista, Paolo, e l’organista Pier Paderni, due musicisti lombardi. Le interviste le feci io, naturalmente, e ne approfittai per lanciare una cosa che mi stava a cuore da anni: ottenere per legge la maggiore età a 18 anni. Noi stessi eravamo l’emblema che non bisogna aspettare ad avere 21 anni per poter combinare qualcosa di buono nella vita. L’idea prese piede, ripresa e supportata da molti giornalisti – saggisti e intellettuali, e qualche anno dopo il mio sogno si concretizzò.

Il giorno dopo che il disco uscì in distribuzione nei negozi, Renzo Arbore e Tonino Ruscitto, che già lo avevano, cominciarono a trasmetterne alcuni brani alla radio. A manetta. Arbore programmava tutti i giorni il secondo brano: LA RAGAZZINA DEL CORTILE ACCANTO.

MARYBEL

                                                            Nel frattempo, mi era nata la prima figlia. E come potevo chiamarla? Marybel, naturalmente.

Mi perdonerete, ma vi devo raccontare questa cosa. Giusto per capire anche cos’era l’Italia in quegli anni. Anni bellissimi per la creatività e per la cultura, ma travagliati da un caos sociale voluto e alimentato da politicanti senza scrupoli. Esattamente come oggi. Ma allora, c’erano molti più politici seri, non c’era ancora Berlusconi al potere, e la feccia che lui ha portato in parlamento dal ’94 al 2013 a quei tempi puliva i cessi o faceva le commissioni. E i fascisti li mandavamo all’ospedale, mica al governo o a fare leggi porcata.

Un mese prima del parto, accompagnai mia moglie alla Mangiagalli: la clinica di ostetricia che i milanesi chiamavano “la fabbrica dei bambini”.

Quando dissi al professorone che io volevo assistere al parto, lui quasi mi aggredì a male parole. Ma dove si era mai visto che un padre assista al parto del proprio figlio! Mi guardò con lo stesso schifo che faremmo trapelare noi se ci trovassimo in ascensore con Gasparri o Borghezio.

Non stetti nemmeno a discutere, presi mia moglie, preparammo i bagagli e la accompagnai a Cagliari. Chiesi a mia suocera di cercare una levatrice: avremmo partorito in casa, come si era sempre fatto.

Miei suoceri erano entrambi analfabeti. Vendevano polli e conigli al mercato di S. Benedetto di Cagliari; e cacciagione sottobanco. Mia moglie aveva fatto approssimativamente la terza media, ma il livello culturale era quello della mamma. Anch’io ho fatto solo la terza media, ma ho sempre studiato e studio ancora come un forsennato, mi informo, e ho fame di conoscenza, perdio! Lei no. Fredda, abulica, morta. Un neurone. Con lei, quasi da subito, praticamente esisteva solo un freddo e automatico rapporto di letto: me la trovavo lì… ma non esisteva nessuna affinità tra noi due. Era completamente indifferente alla mia vita e al mio lavoro. Non le interessava andare a teatro, leggere, informarsi. A lei interessava solo che io non la tradissi e che portassi soldi a casa. Possessiva e gelosa, ma ignorante e menefreghista. Ma ormai il danno era fatto. E io cercavo di comportarmi comunque il più correttamente possibile.

Ripartii per Milano, dove mi aspettava un duro lavoro, con l’intesa che sarei rientrato a Cagliari quando fossimo stati nell’imminenza del parto. Volevo assistere, cazzo! E meno male che mi ero imposto!

Una ginecologa aveva stabilito che la bambina sarebbe nata intorno al 20 Maggio, ed ecco che il 19 Maggio io ero già a Cagliari. Il 21 si presentò signora Italia, la levatrice. Era un donnone appena più piccola della basilica di Bonaria, con mani grandi come una che si fa fare i guanti da un geometra, e ignorante come una

cucuzza. Ma aveva aiutato qualche centinaio di bambini a venire al mondo e questo mi bastava. Mica ci dovevo fare dissertazioni filosofiche.

Il 22 sera cominciarono le doglie e la dilatazione. Fu una notte da tregenda. La signora Italia e mia suocera si opposero alla mia presenza:

“Non si è mai visto che gli uomini assistano al parto, sono di intralcio, svengono, vomitano…”

“Io da qui non mi muovo. – ribattevo. – Sono venuto a veder nascere mio figlio e dal letto di mia moglie non mi muovo!” E via a sorreggerla per delle brevi passeggiate in circolo per la casa. Finalmente, all’alba:

“E’ arrivato il momento!” urlò Italia.

Mia moglie si mise a letto e cominciò a spingere. Ma la dilatazione era poca. Si cominciava a vedere la testa. Una bella testa con un sacco di capelli neri lunghi.

Dopo molti sforzi, durante i quali avevo dato una mano a mia moglie da mordere, finalmente la testa uscì. Quella mano non l’avrei potuta muovere agevolmente per settimane, ma in quel momento non era quello a preoccuparmi.  Uscì solo la testa e, nonostante gli sforzi della levatrice, il corpicino non voleva saperne di seguire la testa. Mia suocera cominciò a piangere e a strillare. Il volto della neonata si fece paonazzo e la partoriente disse di non avere più forze e si mise a piangere. La signora Italia, visti inutili i suoi sforzi, non trovò nulla di meglio da fare che svenire come un sacco di patate. Ero solo! E il mio primo figlio rischiava di morire soffocato prima ancora di vedere la luce.

Vuotai mezza caraffa d’acqua in faccia alla levatrice e tornai da mia moglie. La bambina stava diventando blu.

“Dai, ancora un ultimo sforzo.” Dissi a mia moglie.

“Non ce la faccio! Non ce la faccio!” sussurrò lei, facendo ogni tipo di smorfia.

La mia prontezza di spirito e il mio carattere lucido salvarono la situazione e forse anche la vita di moglie e figlia.

“Ok. Se non ce la fai, lascia perdere. Continuiamo domani o la settimana prossima. Fregatene!”

Questa battutina fece il miracolo: mia moglie ebbe un moto di riso, per dire “Quanto sei scemo!” e la bambina uscì a tappo.

Italia tagliò il cordone e la prese in braccio.

Est mascu! Est mascu!” cominciò a strillare mia suocera. Ma vedeva solo il dito indice della levatrice che sporgeva tra le cosciotte di Marybel.

La bambina venne lavata e vestita e subito si attaccò al seno della madre.  Era già bellissima e pesava quasi 5 chili!

CREMA E CASTELLEONE

                                                              Tornammo a Milano e presi quasi subito una casa in centro, in Corso Buenos Ayres. Una bella casa grande al terzo piano di un condominio signorile e con un salone pentagonale grande quanto due trilocali di oggi. Parquet in tutte le stanze, due bagni e una bella terrazza assolata, anche se dava sul cortile interno. La portiera siciliana ci prese in simpatia e ci favoriva in ogni modo. Un coglione di colonnello in pensione, che abitava in un bilocale del 4° piano insieme alla moglie, ci faceva dispetti di ogni genere. Ci avevano regalato una grande carrozzina piena di comfort e non potevo certo portarmela al terzo piano ogni giorno per più volte, quindi ebbi il permesso di lasciarla nel sottoscala. Ogni giorno la trovavo manomessa o con buste di spazzatura dentro e sopra. La portiera mi sussurrò che non poteva essere stato altri che quel razzista del colonnello. Era invidioso che avessi un appartamento quattro volte più grande e comodo del suo, io: un cappellone sardegnolo poco più che ventenne!

Io ricambiavo la portinaia con laute mance e cucinando qualche manicaretto per i suoi ospiti, quando aveva visite.

L’anno dopo mi nacque Mila e il successivo, Lucio Wilson. Quando nacque Wilson ci eravamo spostati in un palazzo in mezzo al verde di via San Siro, angolo viale Monterosa, dove poi nacque il Derby e dove affacciava la Casa di riposo per artisti Giuseppe Verdi,  e vicino alla fiera campionaria.

Anche da Francesco e Clara nacquero Stefano, Luca e Massimo.

Finalmente, miei cugini si erano trasferiti in Lombardia.

Un giorno, non so per quale ricorrenza, organizzammo un pranzo a Castelleone, a casa di Francesco. Io portai un bel po’ di cose buone e mi offrii di comprare anche un bel maialetto da arrostire.

“Ce l’abbiamo già. – mi disse al telefono Francesco. – Lo ha comprato ieri Dino. Vivo! Ma ge ha nàu ca ddu bòccidi issu.” (Ma ha detto che lo uccide lui.)

Arrivammo noi cinque, con un pacco di sfiziosità e un grande vassoio di paste per i terroristi: così Francesco chiamava i suoi discoli.

Tanto i miei erano composti, educati e timidi, quanto i terroristi erano guizzanti, sconsiderati e vivaci. E non perché i genitori non li educassero. Avevano l’argento vivo addosso.  Erano tutti maschietti. Tutto qui. Ed erano felici oltremodo di poter stare coi cuginetti. Ricordo ancora Marybel e Mila, tutte comprese nei loro abitini di Fiorucci ricamati a mano che compravo sotto casa, nel primo shop di Elio. Stefano soprattutto, che oggi è un uomo posatissimo, come i suoi fratelli, allora cercava di stupire tutti con pericolose acrobazie o pisciando nella pentola che da lì a poco avremmo dovuto usare per bollire la pasta. Un demonietto. Pisciava nella pentola e rideva felice. Finché non se ne accorse la mamma.

Arrivarono anche il Biondo con la moglie Cecilia e la cognata. E Francesco propose un brindisi con la Vernaccia che aveva portato Dino dal paese e poi di andare ad assistere alla corrida. In realtà, ci spostammo in un campetto lì vicino e trovammo già Dino, con un coltellaccio in mano, che inseguiva il povero maialino di otto chili.

La bestiola non voleva saperne di farsi prendere e scappava e scartava all’improvviso, cambiando direzione, come una gazzella di Thompson inseguita da un ghepardo. Non la vedevo facile.

Dino ridacchiava feroce e lo insultava in tutti i modi, in sardo.

Noi tre assistevamo alla corrida dando consigli al cacciatore, ma la lotta si faceva sempre più lunga e difficile.

Là ca si spàccia sa linna e accòa si tòccad’a si ddu pappài crù!” (Guarda che si consuma la legna e dopo ci tocca mangiarlo crudo), rideva Francesco, prendendo in giro il fratello maggiore. In casa, infatti, c’era un capiente camino dove già da un’oretta ardeva un bel fuoco.

Inserràddu in un anguleddu!” (chiudilo in un angolo) suggerì il Biondo.

Finalmente, Dino riuscì a placcare il maialino e lo pugnalò. Ma quello si divincolò e gli sfuggì di nuovo. Ancora lo acchiappò e ancora lo pugnalò. Per tre, quattro, cinque volte. Ma nessun fendente era mortale.

Là ca ddu deppèus’arrostì, – gli gridai io – non si ddu deppèusu pappàai a fettìnasa!” (Guarda che lo dobbiamo arrostire, non lo dobbiamo mangiare a fettine).

Dino era coperto di sangue non suo. Il porchetto era stanco e si lasciò uccidere. Ammucchiammo degli arbusti per bruciacchiare ed eliminare le setole e finalmente portammo la preda a casa.

Mangiammo tardi: il maialetto ha bisogno di tre ore di cottura, prima di essere pronto. Prima si mette lontano dalla brace per farlo asciugare, poi si avvicina man mano, facendolo volteggiare con pazienza fino all’ultimo, quando si sala e si fa croccare la cotenna. Solo allora è pronto. Un lavoraccio.

Io compravo spesso il maialino da latte in via della Spiga, dove c’era un piccolo ingresso che nascondeva una grotta grande come un campo sportivo, piena di qualunque prelibatezza mondiale. Carissimo. Ma trovavi di tutto. A volte me lo facevo arrostire in una rosticceria dietro casa, altre lo facevo io al barbecue di un amico che era il direttore della Coca Cola per il sud Europa e aveva una bellissima terrazza con giardino pensile a due palazzi dal mio. Non c’era da fare tutto quel casino da cow boys.

LA MESSA BEAT

                                                               Il nostro disco capolavoro non decollava come avrei voluto e come avrebbe meritato. Il problema era sempre lo stesso: nessuna promozione. Ne riparlai con Casetta, ma lui era rientrato delle spese e stava anche guadagnando, quindi rimase inamovibile. Quell’opera, che sembra scritta oggi, avrebbe meritato un boom come quello di Fabrizio.

Mentre cercavo una soluzione, mi venne un’idea: mi aveva cercato un certo Clay Pitts dagli Stati Uniti. Clay era un musicista, compositore e autore di lyrics, come lì chiamavano i parolieri, nonché un produttore indipendente. Tramite Mary che traduceva, mi chiese cosa ne pensassi di rieditare la Messa beat incisa anni prima dai Barritas. Tra le tante cose che avevo mandato a Los Angeles, c’erano anche dei vecchi dischi di tutti i miei artisti. Clay disse che negli Usa c’erano molti cattolici e che sicuramente sarebbe stata una buona operazione. La Messa Beat, di Giombini e Scoponi, aveva avuto una certa risonanza in Italia, solo per il fatto che per la prima volta erano entrate le chitarre elettriche e i capelloni in chiesa. In veste ufficiale, dico. Riprese televisive, film e una marea di giornali avevano evidenziato e rilanciato l’evento.

Si trattava di canzoncine, spesso banalotte, ma  di sicuro impatto. Se non altro, perché avevano avuto l’appoggio e il placet del Vaticano. Tre gruppi si erano divisi i brani, ma solo i Barrittas avevano avuto la fortuna di inciderli tutti in un ricchissimo LP con doppia copertina, libretto per i testi, etc.

Poteva essere una soluzione: una reunion tra Barritas e Salis & Salis. Dopotutto, il primo disco era stato inciso anche da Tonietto e Francesco.

Convocai miei cugini e li portai a pranzo: erano arrivati all’una invece che alle dieci.

Ripetemmo una vecchia gag col cameriere pelato dai piedi piatti.

“Ci porti subito una bottiglia di Tocai, grazie.” ordinai.

“Acqua?”

“Nemmeno se ci spaventiamo.” Non capì, o forse era talmente scazzato e arreso che non gliene fregava una mazza.

“L’acqua ai fiori!” disse perentorio Francesco, citando zio Paolo.

Quello tornò, sciatto, con una bottiglia di Tocai imperlata dal frigo, la aprì e ci porse i menu.

La facemmo sparire prima che lui arrivasse alla fine della sala: due bicchieri ciascuno.

“Scusi!” si voltò stanco. “Ci porta un’altra bottiglia?” solo allora aprì un po’ gli occhi e andò a fare il suo dovere. Raccontai ai ragazzi della mia idea.

“Poi, dissi, nulla di strano che con altri giornali, altra tv, magari si traina anche Sa vida ita est e vendiamo un altro po’ di copie.” Furono d’accordo.

 Qualche tempo dopo, arrivò a Milano Clay Pitts. Era uno spilungone alto e magro, discretamente gay, un signore molto organizzato e preciso. Portò le partiture con gli arrangiamenti e convocai gli orchestrali, già allertati. La sala era già stata fissata da settimane. Pronti per una nuova avventura.

Portai Clay a cena, dove riuscimmo a comunicare col mio stentato inglese e con l’aiuto di due piccoli dizionari. Gli feci gustare qualche specialità, tipo il risotto alla milanese e ossobuco con purea, ma lui era astemio. Dovetti sacrificarmi e scolare una bottiglia di Monica da solo.

La mattina dopo, come facevo sempre, chiesi al fonico se aveva qualche trucco, qualche effetto speciale o qualcosa che avrebbe voluto fare ma nessuno gli aveva mai permesso di inserirlo in un disco. C’era sempre qualcosa che i fonici covano in seno. E non vedono l’ora di regalartela, se solo ti dimostri cordiale, amichevole e interessato. Una volta, per esempio, in non so quale disco, usai un rullare di cassa ottenuto grazie allo spostamento di una semplice levetta che raddoppiava la velocità dei battiti. Una cosa materialmente impossibile da ottenere normalmente. Feci impazzire tutti i batteristi. Molti mi fermavano per strada, ma non rivelai mai quel segreto.

I migliori strumentisti italiani arrivarono e presero diligentemente posto, cominciando ad accordare gli strumenti. Clay non doveva spostare nessuno, erano i numeri uno e sapevano bene come disporsi in studio.

Cominciammo con le basi. La cosa divertente era vedere qualcuno dei Barritas che pretendeva di dirigere o correggere mostri sacri come Basso e Valdambrini: due autentici monumenti della musica. Clay mi pregò di dire a tutti di stare al loro posto. Era lui il direttore d’orchestra.

Otto giorni dopo, quando incidemmo i cori, senza volerlo, creai un effetto io che piacque molto a Clay e lo potete sentire nel disco The mess of the peace. Ero semplicemente andato in bagno senza chiudere la doppia porta insonorizzata, dato che eravamo ancora alle prove, e i cori rientrando dalle casse nei microfoni avevano trasformato otto voci in quaranta. Uno spettacolo. Meno male che il fonico stava comunque registrando!

L’edizione americana era decisamente migliore, a parte i cazziatoni che Clay fece a Urgu per la pronuncia e l’intonazione, ma la confezione era davvero scarna e scarsa rispetto al capolavoro con doppia copertina e testi su pergamena dell’edizione italiana di qualche anno prima.

Quello che conta è che tutti, alla fine, fummo molto soddisfatti.

Anche se l’uscita del nuovo LP non trainò per niente Sa vida ita est.

La concorrenza era tanta e noi avevamo venditori scarsi e scoglionati. Tra tutti, Giorgio Forattini, che faceva il rappresentante di dischi per noi.

Quando un ragazzino entrava in un negozio di dischi, o era deciso e sapeva perfettamente cosa voleva o si perdeva tra migliaia di titoli, copertine colorate, nomi strani e generi diversi. E quello, diecimila lire aveva, mica un milione. Un solo disco poteva permettersi. Uno solo, tra migliaia. Ecco perché, a mio avviso, serviva molta promozione.

I RAPPORTI SI GUASTANO

                                                      Ogni settimana, mi arrivavano da tutto il mondo dieci 45 gg test. Dai Beatles in giù. I miei colleghi discografici, tranne gli italiani e i francesi, mandavano a tutti i direttori artistici delle case discografiche più accreditate un pacchetto con questi dieci dischi. Magari in una facciata c’era MICHELLE dei Beatles e nell’altra un brano di Elvis, in un altro disco c’era un brano di Sinatra e uno di James Brown. In base ai nostri responsi, decidevano se far uscire o meno il disco in quel momento. 

Per me era una manna, perché grazie a quei dischi della RSI, così si chiamava l’organizzazione, avevo scoperto e acquisito in sub edizione artisti che poi sarebbero esplosi a livello planetario. Mi arrivò questo brano divertente dei The Turtles, di cui non ricordo il titolo. Era perfetto per i Barrittas. Chiesi a Laura e a Mary di chiedere in giro chi avesse la sub edizione di quel brano, dato che non era nostro, e le ragazze si misero all’opera.

Mi ricordo che passarono circa sei mesi! Sei mesi di ricerche, tra lettere, telefonate e fax. Niente. Nessuno in Italia aveva la sub edizione e i diritti di sfruttamento di quel brano. Dagli USA ci dissero che per l’Italia la concessione era stata data all’RCA.

“Ma se ho telefonato venti volte e gli ho pure scritto!” si lamentò Laura. “All’RCA nessuno ha mai sentito quel pezzo e dicono di non conoscerlo.”

Io avevo già scritto un bel testo divertente e molto orecchiabile. Ma non si mosse nulla. Qualche mese dopo, uscì SCENDE LA PIOGGIA cantato da Morandi. Era quello!

Ma brutti stronzi, pensai, non sanno manco loro cos’hanno in casa. Poi arrivo io, interessato, e loro mi fottono.

Di passaggio per Milano, conosco George Martin: il mitico produttore dei Beatles.

Me lo trascino in ufficio e, con l’aiuto della preziosa Mary, facciamo una lunga e bella conversazione. Lui aveva accettato volentieri di seguirmi, perché proprio quella settimana Variety mi aveva dedicato una pagina intera. Una pagina dove si magnificavano in tutto il mondo “l’intuito e la preparazione del più giovane direttore artistico tra i discografici di tutto il mondo”. Era curioso di conoscermi.

Prima di partire, George mi fece un regalo preziosissimo: SPARROW. Un brano che Paul Mc Cartney aveva scritto per una sua storiella amorosa che si chiamava Mary Hopkins, deliziosa cantante folk inglese con un viso da Madonna.

“Ti posso concedere lo sfruttamento per sei mesi, ma solo a patto che tu lo realizzi solo musicalmente e non lo faccia cantare a nessuno, tantomeno a una donna. Ok?”

Non sapevo come ringraziarlo. Avevo già una lampadina da 1000 wolts che si era accesa nella mia testa capellona.

Decisi di vendermela bene.

Sono sempre stato un artista coi piedi ben piantati sulle nuvole.

Ma, quando si trattava di salvaguardare gli interessi degli altri, soprattutto di chi mi aveva dato fiducia, E NON DEI MIEI INTERESSI, sono sempre stato un mastino invincibile. Poi, coi miei soldi e con le mie convenienze, ho fatto sempre carne di porco, prestando anche a sconosciuti cifre considerevoli (mai riviste), aiutando tutti (anche gli stronzi), facendo investimenti che poi si sono rivelati sbagliati, regalando a piene mani e condividendo con tutti quello che avevo. E non era poco.

Decisi di dormirci sopra, saggiamente, e di elaborare una strategia d’attacco con Casetta. Il mio chiodo fisso era sempre quello: far lanciare con una pubblicità adeguata i miei cugini tra le star intoccabili.

La mattina dopo, lavato – stirato – e profumato, andai a bussare all’ufficio di Casetta.

“Avanti!”

Era sempre il solito: capelli e baffi da tricheco bianchi, blue jeans e camicia di jeans con perline, cordino nero al posto della cravatta con fermaglio d’argento, e stivaletti marroni da vaquero sopra la scrivania.

“Look! Il nostro giovanissimo direttore artistico celebrato in tutto il mondo terracqueo! Il nostro énfant prodige!” esclamò, ironico, mente mi faceva cenno di accomodarmi, col suo sguardo irridente da furetto dagli occhi celesti.

“Vedo che, anche se non ha soldi da investire per lanciare miei cugini, il buonumore non le manca.”

Lui giocherellò con un tagliacarte in argento, guardando ora me ora il soffitto, e atteggiò il muso a una smorfia di sopportazione.

“Mi dica qualcosa di interessante. Anzi, no… guardi questo, prima.”

E mi spinse sulla scrivania un librone verde.

“Apra la pagina dove c’è la mia piuma d’aquila.”

Si trattava del WHO WHO’S?. La bibbia mondiale degli artisti importanti. Nella pagina contrassegnata dalla piuma d’aquila, che lui sosteneva di aver avuto in dono da un capo Dakota, c’era una mia foto e – per quanto ne potevo capire – una mia piccola biografia a tutta pagina. Ero inebetito.

“E questo non è niente! – disse lui, tirando giù le pedane dalla immensa scrivania e facendosi più vicino – Lei è l’unico artista italiano presente. Se si esclude una pagina  a pagamento su Bobby Solo!”

Rimasi trasecolato. Che dire?

Casetta mi fissava divertito e aspettava che commentassi. Decisi di spiazzarlo, ignorando quella specie di monumento più pesante di un blocco di granito che era lì davanti a me.

“Non voglio farle perdere tempo, ho un’idea per rilanciare Santo & Johnny.” Sapevo di aver aperto una breccia più grande del fungo atomico.

Li aveva comprati nel loro momento d’oro, li aveva pagati un pozzo di dollari, ma poi i due fratelli italoamericani non avevano venduto più nulla. Intendiamoci: nulla per quel nome e per quel mercato, nulla in confronto a MARIA ELENA, ma vendevano comunque cento volte più dischi di qualunque nome italiano.

Ora, nonostante il contratto di esclusiva che Casetta aveva pervicacemente voluto rinnovare, erano due anni che non usciva un loro disco.

Io avevo SPARROW. Che era una melodia delicatissima e perfettamente adatta ad essere eseguita dalla steel guitar di Johnny. Per loro, che una volta mi avevano detto:

Lucio Salis nisciuno canosce, Santo & Johnny tutto mondo canosce.”

esistevamo solo Sparrow ed io. O si sarebbero dovuti vendere le ville che abitavano a Long Island.

Parlai al mio discografico di Geoge martin e del regalo che mi aveva fatto:

“In settimana ci arriva il nastro o il disco di questa Mary Hopkins e noi possiamo cominciare a lavorare.” Conclusi soddisfatto.

“Ottimo! – approvò lui. – Come arriva il disco, io prendo un volo per New York e vado subito a proporlo ai nostri ragazzi laggiù.”

“Posso?”

“Dica.”

“Io eviterei di spendere soldi inutilmente con questi viaggi. Non voglio farle i conti in tasca, ma…” sembravo io il saggio sessantenne e lui lo scavezzacollo ventenne.

“Dica la sua idea.” Mi esortò, serio.

“Beh… a meno che lei non abbia altri motivi per volare in America, secondo me basta una telefonata.”

“In che senso?”

“Mandiamo il disco a New York, loro lo sentono, ci dicono in che tonalità lo vogliono fare e se il tempo originale va bene, noi incidiamo le basi qui e le spediamo a loro con due piste libere, loro incidono e ci rispediscono tutto pronto per il mixaggio e… fatto. Risparmiamo una pacco di milioni. O no?”

I suoi occhietti si fecero due fessure e mi fissava divertito:

“Ma lo sa che lei non finisce di sorprendermi? Se questa cosa funziona, le regalo una 500 nuova fiammante.”

Facemmo proprio così e il disco vendette una marea di copie in tutto il mondo.

Ma la 500 non l’ho mai vista.

In quel periodo, venne a trovarmi un ragazzino di Roma. Capelli lunghi, chitarra da due soldi, magro come un chiodo, timido. Mi piacque subito. Mi piacque ancora di più quando mi disse.

“Ho composto più di cento canzoni. Ti faccio sentire la prima, si chiama “Mio fratello è figlio unico.”

Era calabrese, la madre faceva la portinaia a Roma, aveva una sorella, si chiamava Rino Gaetano.

Facemmo un altro faraonico vernissage al Castello di Carimate per Faber, con passatoia rossa, fiaccole ai lati, luci, strepiti e suoni, e ricco buffet per la gioia dei giornalisti. Ci costava un milione al giorno d’affitto, ma ne valeva la pena.

Rino tornò in treno a trovarmi per tre volte.

Casetta non ne voleva sentire, secondo lui eravamo a posto così. Niente nuovi contratti fino a nuovo ordine.

Ne avevo abbastanza. Segnalai Rino a Vincenzo Micocci, che credo fondò la IT solo per lui. In una settimana gli fece un contratto e Rino incise il suo primo disco.

Fu un successo, e così tutti i successivi.

Mi chiamò felice e mi invitò a Roma per festeggiare il primo lauto assegno.

Mi venne a prendere all’aeroporto, mi portò in un ristorante fuori porta e stemmo due ore a guardare la sua nuova Citroen che si alzava e si abbassava a comando. E poi… e poi sapete tutti che ce l’hanno portato via.

Mi chiamarono Antonio e Giulio Albano da una cittadina lombarda, Pavia, forse, stavano suonando in un locale e volevano vedermi: avevano composto delle musiche e volevano che facessi io i testi.

Li raggiunsi e sentii il materiale. Non era granché. Ma scelsi le due melodie meno peggio e scrissi i testi. Poi gli feci incidere al volo i due brani, con tanto di orchestra e tutto e poi qualcosa si ruppe definitivamente.

Mi licenziai.

 FREE LANCE.

                                                   Lasciai la Belldisc – Bluebell – Liberty – Produttori Associati, con molta mestizia. Ero sicuro che avrei potuto fare ancora grandi cose lì, se solo il titolare mi avesse ascoltato di più. Morosi aveva gli occhi lucidi, così come Pino Tuzzi e un ragioniere pugliese. Le segretarie piangevano, le impiegate piangevano, la centralinista reagì come se la stessero spellando viva. Me ne andai con uno scatolone di dischi e blocchi e con un immenso groppo in gola.

Svevo ancora un po’ di soldi da parte e Casetta mi doveva qualche centinaio di milioni di royalties. Mi sarei guardato in giro. Per scaricarmi, decisi di fare un salto a Castelleone da Francesco. Avevano già cambiato gli elementi da un pezzo e al posto di Pier Paderni c’era il grande Antonello Salis. La prima volta che l’avevo visto, era a Santa Giusta per le prove. La sera, accompagnandolo a Villamar con la 500 di Francesco, dalle parti di Serrenti si fermò la macchina. Si spensero tutte le luci dentro e fuori. Quando dico fuori, intendo anche tutte le luci del paese sulla nostra sinistra. Scendemmo tutti, tranne Francesco, per provare a spingere. Nulla da fare. Improvvisamente, un disco di luce guizzò nel cielo e si fermò quasi sopra di noi.

“Un UFO!” gridò il Biondo.

“Fratelli! Chiunque voi siate, noi vi accogliamo in pace e a braccia aperte!” strillò Paliano, già fatto di canne e di birre. Poi cercò di tradurre in inglese quella frase, ma non ne cavò piede e ci rimase molto male, così male che si sedette in mezzo alla carreggiata. Altre auto si erano fermate, in un senso e nell’altro. La luna e il chiarore di quell’enorme disco illuminavano la scena fantascientifica. Francesco chiuse le sicure e tirò su i vetri a manovella.  Mi guardò e mi fece cenni inequivocabili di

“Ma ita cazzu!”

Io cercavo di capire cosa stesse succedendo. Antonello guardava me, scuoteva la testa e ridacchiava. Lui non parlava molto. Anzi, non parlava quasi con nessuno, tranne poche parole con me.

Mezzora dopo, il disco si allontanò alla velocità del pensiero e sparì all’orizzonte, le luci si riaccesero, le macchine si rimisero in moto, raccogliemmo Paliano e ce ne andammo. Il giorno dopo, l’avvistamento dell’Ufo era su tutti i giornali. Non lo avevamo visto solo noi.

Antonello Salis era particolare. Una volta lo invitai a dormire a casa, dato che era troppo tardi per rientrare (allora abitavo già a Cagliari), gli diedi la camera di Lucio Wilson e la mattina dopo lo trovai che dormiva sul

tappeto: non aveva voluto disfare il letto per non disturbare…

Lo trovai a Castelleone e c’era anche il Biondo, stavano provando. Tonietto ci invitò tutti a pranzo a casa sua a Crema: minestrone.

C’era la neve alta e un freddo becco da quelle parti.

Antonello era con una camicia militare aperta sul torace nudo e con un paio di zoccoli ai piedi. Senza calze. Come i cavalli.

“Ma non hai freddo?”

“No. Perché?”

“PERCHE’?! Boh?! MINCA!”

A tavola, davanti al minestrone fumante, ci schizzò tutti: tagliando e lanciando dei pezzetti di pane dentro il piatto, battendo un tempo in 4/5 con gli zoccoli e accompagnandosi con la voce: “Papapà/papapapapupà/pirupirupù/Pirupirupù/parapadupupà/Pupààààà/ Pupààààà! Parururapapù/ paruparupupà…”

Era un altro “storpio” come miei cugini: se un passero scorreggiava, Tonietto sindacava

“Sol diesis minore.”

E Francesco:

“No. Sol diesis quinta diminuita.”

E uno dei due aveva sempre ragione! L’orecchio assoluto.

Quando avevo già fondato La Strega record a Cagliari e abitavo in via Cocco Ortu, Antonello venne a chiedermi se finanziavo il suo progetto CADMO, con Paliano e Riccardo, un bassista di Sassari. Gli diedi volentieri 600 mila lire e loro partirono per Roma. Dove sono rimasti.

Una  mattina, venne a trovarmi e  lo portai con me da Dal Mango, al quale dovevo chiedere una sponsorizzazione e col quale avevo un appuntamento. Dal Mango aveva il più grande negozio di strumenti musicali della Sardegna. Quando l’avevo conosciuto aggiustava frigoriferi. Grazie a me si era fatto d’oro, ma mi negò la sponsorizzazione. Attenti a dire “il solito sardo di merda”! Lui era milanese.

Mentre io parlavo con Nando Dal Mango, Antonello si sedette a un pianoforte esposto vicino a una delle vetrine e si mise a suonare, semplicemente. Suonava una delle sue improvvisazioni estemporanee che l’hanno reso famoso nel mondo.

“Fallo smettere di fare tutto quel casino!” mi disse, perentorio, il titolare. Uscii dal suo ufficio, vidi, e lo pregai di seguirmi. La strada, che prima era vuota, ora aveva qualche decina di persone di tutte le età assiepate davanti alla vetrina e tutti si agitavano a tempo. Coglione arricchito!

Al pranzo di Crema a base di minestrone, raccontai la mia decisione di lasciare il mio posto alla Produttori Associati e augurai buona fortuna a tutti. Con l’ultimo treno tornai a Milano.

Scrissi dei testi per la Durium e firmai un contratto con l’editore Corecà: 200 mila al mese per cinque testi.

Un giorno che ero andato da Corecà a consegnare un lavoro, erano tutti via. Una segretaria mi lasciò da solo.

“Tanto stanno tornando”.

Arrivò una telefonata insistente. Magari è una cosa importante, pensai. Risposi: era Al Bano che annunciava il suo imminente matrimonio con Romina Power. Mi misi a ridere e continuai per almeno cinque minuti.

Venni ingaggiato dall’impresario Mario Acquarone per fare il direttore artistico del GIROTONDISSIMO: una specie di Cantagiro per bambini, ma coi piccoli cantanti del posto. I vari comuni li stavano già selezionando. All’inizio dell’Estate del 1972 partimmo con questa carovana. Oltre a me, c’era Claudio Lippi che presentava, Betty Curtis che cantava, i Brutos che facevano ridere, e un quartetto scrauso di fisarmonica (il maestro Gamberini, mi pare), un bassista, un chitarrista e un batterista. Il tour, grazie all’intervento di Craxi, (molto amico di Lippi) come mi confidò poi uno dei Brutos, era sponsorizzato da gente mica da ridere: Walt Disney, Oransoda, Chiquita, Paperino’s (un dentifricio per bambini della Chlorodont), etc.

Avevamo oltre 50 date in tutta Italia e quasi tutte in rinomati luoghi di villeggiatura. Il mio autista si chiamava Albino, ma era un milanese nero come la pece e piccolino e nervoso come un sardo antico. Facemmo il periplo di tutte le coste italiane, tranne la Sardegna e la Sicilia.

Acquarone mi aveva chiesto di partecipare, perché un amico che si faceva chiamare Valentino e col quale avevo scritto un brano che poi incise Rita Pavone (Un paio di stivali: era il pezzo trainante dell’unico LP che Rita incise per Ricordi, ma poi tornò subito all’Rca e il disco non fu nemmeno promozionato), aveva voluto che scrivessimo insieme un brano per il Grirotondissimo. Era in una situazione particolare e non potevo dirgli di no. Scrissi Bla bla bla, molto polemica: parlava dei bambini che si erano stufati delle belle parole dei grandi e voleva vedere esempi pratici di buon comportamento, non più soltanto parole. Bla bla bla… arrivò terza e venne incisa su un LP.

Arrivati a Silvi Marina, dopo un lungo viaggio di spostamento, presi Albino e me ne andai a fare una bella passeggiata in spiaggia. Avevo bisogno di sgambettare, dopo essere stato seduto per ore in macchina. Scalzo e grato al Cielo per quel tempo e per quelle ore di respiro, zampettavo lungo la battigia. Albino, con un cappellone di paglia blu, sembrava la moglie coatta di un film con Sordi.

Fatto circa un chilometro, sentii delle voci familiari alle mie spalle.

Là, là! Càstia cussu callòi… uguali a Luciu Sallisi!” (Guarda quel coglione, è uguale a Lucio Salis!)

“Eja, eja! Simili simili!”

“O Luciu!”

 Mi feci cadere una infradito che tenevo in mano e guardai da quella parte senza farmi notare. Non ci potevo credere! Erano i Barrittas!!!

Feci un largo giro e gli arrivai alle spalle. Erano proprio loro. Nello, credo, aveva anche la moglie e un bambino piccolo che giocava in una tinozza piena d’acqua a una trentina di metri dal mare.

O facc’e cazzu!” li apostrofai in blocco.

Questi si voltarono increduli e, realizzato che fossi davvero io, cominciarono a saltare e a ridere pongando fra di loro e urlando il mio nome.

“Ti abbiamo visto prima che passavi lì in fondo con lui, – disse Nello, indicando Albino – ma chi poteva pensare di incontrarti a Silvi Marina!”

“Cess! Che piacere!” fece Guido, abbracciandomi.

O Sallisi, non è chi ti pedràsa meda tui, beru?” mi sussurrò Antonio Albano, mentre mi abbracciava anche lui. (Non è che tu ti possa perdere in nessun posto, vero?)

Insomma, baci e abbracci e ciao. Non è che si sono dissanguati o scalmanati  per invitarmi almeno a pranzo.

Una notte, durante il tour, venni assalito da dolori lancinanti e laceranti alla pancia. Cominciai a urlare, io che non avevo mai urlato in vita mia. Corse in camera mia Cesare Benini, quello dei Brutos che aveva preso il posto di Aldo Maccione e che dava gli schiaffi a Gianni e a Dino Cassio, e diagnosticò immediatamente: gastrite duodenale di origine nervosa. Mi diede una pastiglia che usava anche lui, mi disse, e il dolore si attenuò. Il giorno dopo, un medico mi fornì la stessa sentenza, ma per 30 mila lire grandi grandi.

th?id=H (I Brutos)

Il giorno dopo, ebbi un rapporto orale da una bella moretta di Riccione e io ero convinto che mi avesse lasciato il segno dei denti… erano piattole e le avevo prese in qualche cesso in autostrada.

 Con Cesare legammo subito. Sapeva che avevo già scritto delle gag per il gruppo e me ne chiese altre. Poi, tornati a Milano a fine tour, mi chiese di scrivergli addirittura un teatrale divertente da portare in scena con una nota soubrette.

Scrissi EROTICOMIC, che fece un bel tour di successo in tutta la penisola e oltre. Alle prove, era così pieno di belle ragazze nude che si cambiavano i costumi di scena davanti a noi, che per un periodo mi eccitavano solo le donne vestite.

Cesare Benini venne anche a trovarmi in Sardegna e presenziò, divertendosi moltissimo, a un mio spettacolo a Gonnesa, dove per altro la Pro Loco si rubò i tre milioni del mio cachet. Nel ’76, mi pare. Questi stronzi avevano dato la corrente sul palco alle 23 e a mezzanotte meno venti stavano ancora portando sedie per loro e i loro amici da mettere in prima fila, io e la mia équipe eravamo sul posto dalle 17… e non mi pagarono perché – dissero – avevo cominciato lo spettacolo a mezzanotte. Ladri! Tra l’altro, era una sera di fine Luglio e c’era un freddo pazzesco. Rischiai una polmonite, dato che a quell’ora avrei dovuto finire e rientrarmene a casa, non stare tre ore sul palco del campo sportivo con una camicetta di lino fresco.

Nei primi mesi del ’73 successero due cose importanti. La prima: mi arrivò un assegno dalla Siae in via San Siro, dove abitavo allora. Presi e lo diedi al mio droghiere per pagare due etti di prosciutto, tre etti di salmone affumicato e un paio di mozzarelle di bufale. Quello lo prese, aprì la cassa pronto a darmi il resto, e invece si batté una mano sulla fronte e cominciò a ridere:

“Uhé, maestro, ma per chi mi ha preso, per Onassis?!” Scoprii così che l’assegno non era di 18 mila lire, come avevo letto io, ma di 18 milioni.

La seconda: Casetta mi liquidò in nero 200 milioni. Me ne doveva almeno dieci volte di più, ma pensavo peggio.

Presi baracca e burattini e, dietro pressione di mia moglie, mi trasferii a Cagliari. Da un lato non mi dispiaceva: il mare mi mancava troppo. Ma chi avrebbe lasciato la Milano di allora, opima e piena di occasioni e di possibilità, per una cittadina morta e fuori dal mondo come Cagliari?

A Milano, come altrove, non erano ancora arrivati Berlusconi e Bossi a derubare e a devastare tutto, a partire dalla cultura e dallo spettacolo.

Avrei voluto prendere in affitto una villetta vicino al mare, ma mia moglie non ne volle sapere: dato che i suoi genitori avevano due box al mercato di San Benedetto, mi costrinse a prendere un elegante appartamento al terzo piano di via Cocco Ortu, proprio davanti al mercato. Io ho sempre odiato gli appartamenti e i condomini. Ci tengo troppo alla mia pace e alla mia libertà. Non voglio disturbare nessuno e non voglio che nessuno mi disturbi. Odio sentir camminare sopra la mia testa, odio le sedie spostate di malagrazia, gli oggetti che cadono, etc. Ma lì c’era anche un’altra tragedia: gli ambulanti montavano decine di bancarelle alle sei del mattino… Quindi era tutto uno sbattere di ferraglia, urla e frastuono già dall’alba. Tu dici, vabbeh, riposerò di pomeriggio. UN CAZZO! Dalle 15, 30 fino a verso le 16,30 smontano con lo stesso casino dell’alba!

Se non ci fossero stati i bambini, l’avrei lasciata allora solo per quello. Anche se, come ho detto, il nostro rapporto non cominciò mai.

La mia idea era di fondare la prima etichetta discografica della Sardegna. Il concetto era semplice: se i Beatles, invece di incidere a Londra, avessero inciso i loro dischi a Sassari o a Santa Giusta… sarebbe cambiato qualcosa nella loro carriera? No di certo. L’importante non è dove fai le cose, ma come le fai. Soprattutto quando si parla di dischi, di libri, o di film.

Cominciai a cercare un locale adatto, a chiedere preventivi per mobili, macchinari, a fare un po’ di viaggi per contattare persone, tecnici e artisti. Cominciai a spendere, insomma, e molto!

Arredai anche, con un certo dispendio, i tre locali più servizi del mio appartamento, ovviamente.  Mi comprai anche una Renault 5 verde tasca, dopo aver superato l’esame di scuola guida, e regalai anche la patente e una 500 a mia moglie. Un conto è se abiti a Milano, oggi più che mai, l’auto non ti serve perché il centro si gira a piedi e ci sono i mezzi pubblici, altro è vivere in Sardegna: qui senza macchina sei morto. Le distanze sembrano infinite, i mezzi pubblici non esistono quasi e i taxi costano più che ovunque nel mondo.

In Primavera, anche miei cugini erano rientrati a Santa Giusta. Il loro contratto con la Belldisc era scaduto e nessuno glielo rinnovò.

Francesco aveva quasi ereditato la grande casa contadina di zio Paolo, che era rimasto solo e la compagnia non gli dispiaceva, da quando erano morte le due sorelle. Il Biondo si era separato dalla moglie.

I miei viaggi al paese natale si fecero frequenti: stavo convincendo Francesco a tentare la carriera da solista. Avevamo scritto nuove canzoni, adatte alla sua voce e presi contatto col grande Melis, direttore dell’Rca di Roma. Poteva essere la prima produzione della mia casa discografica: LA STREGA RECORD, distribuita dall’Rca. Ormai avevamo sei brani abbastanza potenti e portai Francesco a Roma. Senza chitarra: non era mica un menestrello! Arrivati nell’ufficio del direttore, lui volle ovviamente sentire i brani. Andai a cercare una chitarra. In uno studio c’erano i Rokes con un mare di chitarre. Ne chiesi una a loro per una mezzoretta. Il batterista me la negò:

“Sono strumenti personali. – disse – Non si può mettere una chitarra in mano al primo venuto.” Se avesse sentito mio cugino suonare si sarebbe mangiato Shel Shapiro con tutti gli stivaletti. Ma domandare è lecito, con quel che segue.

Finalmente, una ragazza che era anche lei lì per un provino ci prestò la sua chitarra e Francesco poté far sentire il nostro lavoro.

“Bene! –  disse Melis alla fine. – Possiamo fissare una data per fare dei provini su nastro.”

Due settimane dopo, tornammo all’Rca.

Melis ci aveva fatto portare in una vecchia cascina fuori città, adibita a sala prove e a sala d’incisione. Sonorità eccezionale. C’erano tre o quattro di queste cascine in quel sito e un bar con panini e bibite. Trovammo anche tutti gli strumenti e quattro ottimi musicisti turnisti.

Quei cinque sembrava che avessero suonato insieme per tutta la vita. Per scaldare le mani, Francesco accennò uno dei suoi giri di accordi pezzati che gli piacevano tanto, si accodarono tutti e venne fuori una jam session da paura. Come i grandi pistoleros del west che sparavano alle monete, centrandole, per mostrare agli avversari la propria perizia, si erano presentati. Così si era creato immediatamente un clima di stima e rispetto reciproco. Si poteva cominciare.

All’una e mezza venne Renato Zero, ancora in fasce, a mangiare un panino con noi e alle 18 avevamo finito e chiamai Melis. Lui ci raggiunse e chiese al fonico di fargli sentire il lavoro. Purtroppo, l’emozione aveva tradito Francesco. Lui il solista non lo voleva fare e non lo fece.

“Strumentalmente non si discute. Le composizioni si vede che sono di alto livello, ma con la voce proprio non ci siamo. Mi dispiace.” Fu il responso di Melis. In effetti, mio cugino non aveva mai cantato così male. Sembrava una gallina strozzata.

Tornammo in Sardegna con la coda tra le gambe.

ARBATAX

                                                                  Miei cugini continuavano a fare serate e io avevo cominciato a frequentare il ponte della Scaffa. Mi ero comprato alcune canne da pesca e quello era il punto migliore del mondo per rilassarsi e portare a casa qualche preda. Il ponte si trovava proprio alla confluenza del mare con lo stagno, un misto di acqua salata e acqua dolce e fangosa che prometteva un gran passaggio di pesci pregiati. Io facevo le mie abluzioni con calma, mentre sotto casa si era scatenato già l’inferno, scendevo al mercato a rifornirmi di esche: calamari, alici, cozze, poi andavo verso il ponte. A duecento metri da dove mi parcheggiavo, c’era il mio spacciatore di tremuliggioni e ogni mattina o quasi davo diecimila lire anche a lui per un pacchetto dei preziosi vermi di fango. Si è comprato casa, coi miei soldi, quello lì.

Fermavo l’auto sul ponte alla mia postazione preferita, allora si poteva, scaricavo le armi, escavo e lanciavo. Nel baule avevo anche un frigo portatile con frutta e bibite. In passaggio mi compravo i giornali e se c’era calma me li leggevo comodamente seduto in auto a un metro dalle canne. Nelle giornate buone, portavo a casa triglie di scoglio, sogliole da 600/800 grammi l’una, mormore e oratine da porzione e anguille. Verso l’una e mezza, smontavo tutto e tornavo a casa.

“Dov’è Lucio?”

“In ufficio, al ponte.” Era la risposta per chi mi cercava la mattina. Andati via i bancarellari, verso le cinque del pomeriggio, cominciava la mia giornata lavorativa. Una pacchia.

Mi chiamarono miei cugini:

“Devi venire subito. Abbiamo molte musiche nuove e vogliamo fartele sentire. Porta il blocco!”

Non si trattava solo di quello. Li conoscevo troppo bene.

Arrivai a Santa Giusta e mi piazzai a casa di nonna Scema. Le regalai un frigo da 50 lt. Era sola o al massimo qualche volta con me e quindi il piccolo frigo bastava e avanzava. Lo riempii anche, naturalmente. E lei ne fu immensamente felice, anche se fingeva di schermirsi e mi dava delle grandi manate sulle braccia, come se volesse punirmi:

Tu se’ maccu a ispèndi tottu cussu dinài! Ita mi’ndi fazzu ca seu assòa?” (Ti sei matto a spendere tutti quei soldi. Cosa me ne faccio se sono sola?”

Ma bere una bibita fresca e mangiare qualche gelato non le faceva schifo.

Pranzai con lei e poi andai a prendere il caffè a casa di zio Paolo e vi trovai già anche il Biondo. Nonna aveva preso uno scanno e si era seduta di fronte al frigo: non smetteva di rimirarselo. E batteva le mani e si batteva le mani sulle cosce, in senso di meraviglia o di rimprovero per la mia follia. Non so.

Le novità erano due. La prima:  Tonietto conosceva uno che voleva entrare in società con me per la casa discografica e che ci aveva invitato al villaggio turistico della sua famiglia, ad Arbatax, per comporre le nostre canzoni.

“E’ un bravo ragazzo, pieno di soldi, che sta cercando una strada per investire.” Disse il Biondo.

La seconda me la disse Francesco:

“Perché non fai incidere il Biondo come solista? Lui è più adatto di me. Noi stiamo già componendo le canzoni per un disco suo. Anzi, la maggior parte le sta componendo lui.”

“E tu?”

“Eh, e io suono.”

Non so perché, ma in quella storia c’era qualcosa che metteva in allarme il mio antico sesto senso.

Un mese dopo o giù di lì, ci trasferimmo tutti e tre al villaggio Telis di Arbatax.

Il posto era carino, sebbene quasi vuoto. Il poco personale non era all’altezza e il buffet faceva schifo. C’era una piscina poco curata, ma attraverso una breve stradina si accedeva a dei meravigliosi scogli rossi e a un mare limpido. Qui dev’essere pieno di ricci e di saraghi, pensai. Lo dissi a Leo e lui confermò. Dopotutto era lui il pescatore. Era lui che mi aveva insegnato i primi rudimenti e contagiato la passione per la pesca con le canne.

Conobbi l’investitore interessato: era alto, allampanato, di destra sparata, abbastanza ignorante, e ruttava in faccia a tutti. Soffriva di aerofagia e prendeva una borse di pastiglie, le più svariate, ogni giorno. Si chiamava Marcello.

“Io suono la batteria.” Mi disse. La sera, in un localino del villaggio che fungeva da night, lo sentimmo all’opera, con miei cugini che si prestavano pazientemente sul palco. Se suonava la batteria come faceva le altre cose prevedevo un futuro molto triste per lui.

La mattina dopo, prima di metterci a scrivere, chiesi e ottenni di poter mangiare un po’ di ricci. Francesco si armò di coltello, il Biondo di maschera, boccaglio e pinne, e ci accomodammo su uno scoglio piatto a pelo d’acqua. Tonietto si immergeva e dopo un po’ riemergeva con cinque o sei ricci bellissimi, pesanti e grandi come arance di Muravera. Io non resistevo. Francesco neppure. Uno a te, uno a me, ne facemmo fuori una cinquantina. Leo apriva e me ne porgeva sempre uno rosso vermiglio e pieno come un uovo, sembrava di mangiare spicchi rossi di mandarino. Infine, il Biondo portò gli ultimi ricci, si tolse la bardatura, sputò in mare e disse:

Immòi pappàusu.” (Ora mangiamo). Noi scoppiammo a ridere. Lui si guardò in giro sconsolato:

Innùi funti?” (Dove sono?) cercava i ricci, naturalmente.

“Qui!” facemmo noi, all’unisono, battendoci la pancia.

Aaaahn! Deu immòi no ddui torru absciu! Tèngiu frìusu.” (Io ora non torno giù. Ho freddo!)

“Mangiati quelli.” Feci io, indicando gli ultimi sei che aveva portato.

Ma funti cincu!” (Ma sono cinque.)

“Sono sei. Comunque, se non li vuoi, me li disosso io.”

“Ma baffancullu!” però poi si mise a ridere anche lui, insultandoci come un carrettiere.

Per una settimana lavorammo benissimo e vennero fuori dei brani da sturbo. Ricci, composizione, buffet schifoso e vino col tappo di metallo che era più zolfo che vino. Mi presi una gastrite terribile. Mai, avrei pagato per stare in un posto del genere.

Il mio regno per una pizza!

Arrivò Birghitte. Una bellissima ragazza di Bolzano. Un angelo biondo di 19 anni, con una sorellina più piccola che andava presto a letto. Ci piacemmo subito. Lei era anche una campionessa di dréssage e mi insegnò ad andare a cavallo. Facevamo lunghe passeggiate sulla spiaggia, al tramonto. Ma l’angelo biondo non piaceva soltanto a me, naturalmente. Un cretino, che poi ho scoperto chi era, (ma non ve lo dico) le fece parecchie proposte. Lei lo respinse: stava benissimo con me.

“Ma lo sai che è sposato? Ci ha pure figli!”

“Non mi interessa e non sono affari che ti riguardano. Me l’ha già detto lui. E io sono in vacanza e faccio quello che mi pare.”

 Lei mi riferì questo colloquio. Ma l’imbecille decise di prendersela con me. Fece lo sbaglio di parlarne al bar, come tutte le persone immature. Si vantò prima…

Una sera che noi stavamo tranquillamente al passo lungo la battigia, lui si appostò con un fucile dietro dei cespugli e dei massi. Non credo che avesse intenzione di sparare a me, piuttosto, credo che volesse spaventare i cavalli e mettermi alla prova. Gli andò male. Anzi, malissimo. Un paio di ragazzi del posto lo seguirono e lo riempirono di mazzate. Non riuscì a sparare nemmeno un colpo e sparì per una settimana. Quando si ripresentò, come se nulla fosse, era ancora pieno di lividi blu.

Quel pessimo cibo mi giocò un altro scherzo. Una sera, mentre ero a letto con Birghitte, venni aggredito da fitte dolorosissime all’inguine. Mi sembrava di impazzire. Lei si vestì e corse a chiamare un medico. Io chiesi subito un consommé bollente. Venne un medico attempato, mi visitò e diagnosticò un’appendicite acuta.

“Bisogna operare subito.” Disse e volle chiamare un suo amico all’ospedale di Nuoro.

“Lasci fare, lo fermai, mi faccia bere il brodino e vediamo se passa. Poi, andare a Nuoro con queste strade?! Arrivo morto.”

Arrivò una tazza di brodo fumante e la ingollai d’un fiato. Mi bruciò la gola, la lingua e il palato, ma non pensavo al dolore.

Scoprii che mi fece subito bene e i dolori si attutirono e poi cessarono del tutto. Quando mi dissero che era brodo di pollo, vomitai l’anima.

Io odio il pollo in tutte le sue forme. Non mangio pennuti né cacciagione. Anzi, non mangio nemmeno carne da 30 anni. Salvo qualche costoletta di maialino o il vitello tonnato.

L’indomani, scrissi una delle più belle canzoni della mia vita: GIOIA.

Arrivarono al villaggio tre “comici” dilettanti di Carbonia e Gonnesa. In cambio di un piatto al buffet e poco altro, la sera si esibivano al night. Terribili! Erano simpatici e completamente fuori di testa, almeno due di loro, il terzo era un rumorista, ma non si potevano fare quelle cose su un palco. Per fortuna, i clienti erano una ventina o giù di lì ed erano tutti di bocca buona. Anche perché non c’era altro. Né lì, né altrove. Proprio come oggi. Scrissi per I Serpentoni, così si facevano chiamare,  qualche sketch decente.

Birghitte ripartì e io stetti male per un paio di giorni. Mi mancava parecchio. Dolce, colta, serena, appassionata, intelligente e acuta. Sì, mi mancava decisamente.

Scrissi i due brani di maggior successo dell’LP che avrei presto prodotto: SALIS ADDIO  e FESTA MANCATA.

Ma erano bellissime anche BRIO, NON CERCATEMI DOVE NON SONO, UN UOMO, e tutte le altre canzoni già pronte.

Per me il lavoro di composizione era finito.

Facemmo ascoltare i brani al night, per alcune sere, ai turisti presenti e ai ragazzi di Arbatax e Tortolì: grande successo.

Mi mancavano miei figli, era tempo di tornare da loro.

Mi chiamarono dalla Produttori Associati: la WEA stava cercando un direttore artistico e aveva chiesto di me. Suggerii il nome del mio amico Roberto Danè. Io stavo troppo bene al ponte della Scaffa, al sole della mia Sardegna, coi miei figlioletti che crescevano e con le nostre frequenti gite alla scoperta dell’Isola. Ma non mancavamo mai di fare almeno una giornata ad Abarossa per mangiare telline, almeno una volta al mese da Marzo a Ottobre inoltrato.

Il mondo aveva bisogno di me a Cagliari.

Feci un paio di viaggi di preparazione a Milano.

Un giorno, mi chiamò Marcello Mazzella: il suo notaio ci aspettava a Lanusei per firmare i documenti della nostra società. Io avevo già investito un centinaio di milioni, oltre al fatto che avevo fondato e prodotto i Salis, me li ero coccolati e avevo sopportato le mattane di Tonietto, e avevo investito su di loro tanto del mio tempo, delle mie energie e dei miei soldi.

Lui mi assicurò che avrebbe messo almeno il triplo del capitale e che però voleva il 67%. Non ho mai fatto questioni di soldi. Anzi, ne avevo sempre avuto tanti che proprio mi davo del Lei, coi soldi. Ero un nobile aristocratico inside.

Dovevano ancora consegnarmi la Renault 5 verde tasca e così feci la cazzata di andare alla stazione delle Ferrovie Sarde in piazza Repubblica e prendere un trenino anteguerra disastrato. Mi premunii con almeno 50 mila lire di giornali e riviste, dato che il viaggio per Arbatax sarebbe durato quanto una traversata atlantica dei bastimenti di inizio secolo. Finché restammo nel campidano, tutto bene, ma appena quello scassone di trenino si avventurò nella provincia di Nuoro, e questo accadde dopo almeno quattro ore di tran tran scomodissimo, lì dentro si gelava. Spifferi da tutte le parti, coltellate gelide mi trafiggevano da sopra, da sotto, da est e da ovest. Un viaggio da tregenda. Utilizzai i giornali già letti per tappare le falle. Ma non migliorai la situazione. C’erano due donne di mezza età nel vagone con me, pensai che fossero morte da un pezzo: non si lamentavano più. C’era anche un vecchio agricolo che dormiva della grossa coi piedi poggiati sul sedile di fronte. Si era levato anche gli scarponi infangati e aveva le calze bucherellate. Aria condizionata alle fette.

Quando il trenino dei fantasmi si fermò alla stazione di Seui, non ci pensai nemmeno un secondo: saltai giù e mi misi alla ricerca di un auto a noleggio o di un passaggio a pagamento che mi portasse ad Arbatax in tempi umani. Quel cazzo di trenino avrebbe impiegato almeno altre tre ore per arrivare a destinazione. Sempre se ci arrivava! Dato che i rumori sinistri di cedimento aumentavano di chilometro in chilometro.

Dal notaio non feci questioni per le percentuali: a me interessava far partire la prima casa discografica sarda. Poi il tempo avrebbe deciso la mia sorte. Non mi passò nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea che Marcello mazzella potesse essere un volgare imbroglione. Firmai lo statuto che gli avevo dato io stesso, senza leggerlo, confidando nel fatto che non avrebbero alterato nulla, firmai tutti i documenti costitutivi e poi trovai un passaggio per Cagliari da un ragazzo che studiava all’università. Gli feci il pieno di benzina e al bar, durante un paio di soste, pagai sempre io.

Tornato a casa, scatenai un po’ di amiche per avere un grafico che ci facesse il logo.

Avevo il nastrino con i provini delle canzoni, stavano studiando dei disegni da sottopormi per il logo della

ditta, avevo già fatto dei sopralluoghi per chiedere preventivi da studi di registrazione, alberghi, verificato la possibilità di avere un arrangiatore di sicuro talento e che non mi costasse un casino, etc. Per l’Ufficio Stampa, essendo Nicoletta legata da un contratto a Casetta, scelsi il mio amico Eraldo De Vita.

Era quasi ora di andare a tracciare i solchi nel vinile.

Mancava la distribuzione. E mancava anche un grafico professionale per la copertina.

Continuai a muovere tutte le mie pedine milanesi. Intanto, avevo scelto il logo per LA STREGA RECORD e fermato un grande appartamento in un solido palazzo di via San Lucifero. Non avevo firmato il contratto, perché quello lo avrebbe dovuto fare l’amministratore della società. Mentre per il logo pagai di tasca mia in nero 300 mila lire e una cena a due ragazze.

Quando tutto fu pronto, Mazzella mi raggiunse a Cagliari e insieme partimmo per Milano: era ora che anche lui cominciasse a staccare qualche assegno.

Partimmo in traghetto e fu una notte pesante: lui, nella cuccetta superiore, continuava ad agitarsi, a scorreggiare, a soffiare come una vipera che rutta. Dormii poco e male.

Arrivati a Milano, lui andò a dormire a casa dei suoceri e pretese di farmi dormire in una brandina da ragazzini. La prima notte abbozzai, poi me ne andai in un alberghetto comodo e pulito. Ecchecazzo!

Conobbi sua moglie. Tanto lui era sciatto che sembrava appena uscito da un campo nomadi, tanto lei era impellicciata, fresca di visagista, manicure e parrucchiere; ingioiellata e profumata. Puzza di soldi alla faccia del marito dal braccino corto e le tasche a chiocciola, insomma.

Andammo a salutare Danè, che si era insediato alla WEA, ma era lì solo per ordinaria amministrazione, mi disse: l’azienda non prevedeva nessun investimento. Mi suggerì una piccola etichetta di un suo amico, almeno per registrazioni e stampa: la CI.PI.TI’.

Contattai anche Dario Baldan “Bembo”, fratello del Baldan, che aveva preceduto De Sanctis alla direzione della Belldisc e fresco del successo personale di AMICO E’. Dario mi chiese un solo milione, invece che cinque o otto che si chiedeva di solito per l’arrangiamento di un  intero LP.

Dietro segnalazione, arrivammo davanti al direttore della Emi.  E sentite come se ne uscì il mio socio davanti a lui:

“Parli con me: io ne capisco molto più di Lucio di musica. Per esempio, io ho sempre compraqto dischi e ne ho migliaia, lui invece non ne compra mai.”

“Caro signore, fu la risposta, lei forse non si rende conto di aver sempre comprato dischi che io, il signor Salis, e i nostri omologhi direttori artistici abbiamo deciso di pubblicare.”

Allora trovai la cosa divertente e paradossale, col senno di poi capii di essermi messo una palla al piede. E che palla!

Fortunatamente, chiudemmo il contratto di distribuzione con la Emi. E non certo grazie a Mazzella.

Poco tempo dopo, miei cugini arrivarono a Milano per incidere. Tonietto era gasatissimo, Francesco ben felice di dare una mano al fratello. Con un disco nuovo in giro, sarebbero saltate fuori nuove serate.

Gli arrangiamenti erano troppo italiani, secondo me. Spesso troppo ridondanti: avrei preferito una scrittura più incisiva, più alla “negra”, per intenderci, vista anche la potenza dei testi e alla voce particolare del Biondo. Ma come inizio pensai che potesse andare anche così. Non avevo voglia di discutere e tantomeno di litigare.  Poi, per colpa mia, fecero anche un missaggio blando e mortificante. Senza stacchi netti al punto giusto, senza grinta, senza anima. Ammazzarono brani come FESTA MANCATA  e NON CERCATEMI DOVE NON SONO, ad esempio, che avrebbero voluto ben altra grinta, ben altri cazzotti nello stomaco per eccellere. Il secondo brano, soprattutto, avrebbe avuto bisogno di basso e batteria ben più marcati e forse di un pizzico di tempo più veloce.

Ma io mi dovevo occupare di tutto e dunque, sbagliai a non essere presente in sala per il mixaggio, dato che era una delle cose che mi veniva meglio.

Transeat. Facemmo un buon servizio fotografico, affidammo il materiale a un grafico, al quale diedi anche un raccontino divertente di come era nato il disco e di com’era nata LA STREGA: lui ci fece delle caricature carine e venne davvero un lavoro buono e originale.

Anche il titolo che avevo scelto per l’album piacque a tutti: un onirico SEDUTO SULL’ALBA A GUARDARE

Amici milanesi ci procurarono l’intervento, gratuito, di tecnici giapponesi della Sansui, che ci regalarono l’avveniristico sistema della quadrifonia. Il nostro, sarebbe stato il primo disco quadrifonico italiano. Il suono, cioè, invece che arrivare in stereo, sarebbe uscito da quattro diversi punti.

Ma almeno la metà dei brani del disco, piatti erano e piatti sarebbero rimasti.

Ma perché avevo sempre funzionato come regista in sala d’incisione? Semplice: a parte il gusto innato, avevo fiuto e orecchio per l’insieme. Solitamente i musicisti coinvolti erano accecati dalla loro esibizione e dal loro strumento e quindi si trasformavano in vere e proprie piattole. Ognuno voleva che risaltasse di più il proprio strumento, spesso fregandosene della visione d’insieme e del risultato finale. Io ero un arbitro accettato e i risultati mi hanno dato quasi sempre ragione.

Comunque, il disco piacque lo stesso, anche se non aveva la potenza esplosiva che avrei voluto io. In parte era colpa anche di alcuni arrangiamenti troppo scontati e banali, senza veri guizzi e senza trovate. Faccio solo l’esempio di canzonette senza infamia e senza lode, fatte diventare dei successi da hit dalla mano e dal genio di Ennio Morricone. Pensate a quasi tutti i brani degli anni ’60 e ’70.

Anche la copertina era abbastanza buona, ma ben lontana dal piccolo capolavoro di quella de SA VIDA ITA EST.

Il disco vendicchiò e se ne fecero versioni anche in altri paesi del mondo. ADDIO SALIS E FESTA MANCATA erano i brani di maggior successo.

Tornammo in Sardegna e prese vita LA STREGA. Ma anche lì, scoprii che non avrei potuto fare nemmeno il 10% di quello che avrei potuto a causa della stupidità, dell’incompetenza, e dell’arroganza del mio socio.

Prendemmo una segretaria, una bella ragazza simpatica e sveglia che si chiamava Enrica Corrias. Occupava la prima stanza sulla sinistra del corridoio. Decisi di farle mettere un interruttore sotto il piano della scrivania, per permetterle di aprire la porta senza bisogno di alzarsi: dalla sua postazione avrebbe visto subito le persone che entravano. Il mio socio si oppose:

“Si alza e va ad aprire. E’ pagata anche per fare quello.”

“Ma se è al telefono o sta lavorando, è meglio che non interrompa quello che sta facendo. Funziona così in tutti gli uffici. Si tratta di un interruttore e di cinque metri di filo, non ci manda certo in rovine.”

“Sono spese inutili: è solo una segretaria, non la presidente.”

Buonanotte!

La sede era abbastanza spaziosa e coi muri spessi; da almeno 70 anni non se ne costruiscono più case così. Non sentivamo nemmeno quelli di sopra.

Si entrava e subito a sinistra c’era la segreteria, poi, sempre sulla sinistra, c’era il mio ufficio, il bagno e in fondo la stanza di Mazzella. Inutile. Un po’ perché non c’era mai, e quando c’era non sapeva che fare. Sulla destra, c’era un salone, dove avevamo deciso di fare una saletta di incisione, e di fronte una camera da letto. Una camera da letto?! Eh, sì: il mio socio aveva numerosi appartamenti anche a Cagliari, o meglio, li aveva suo padre, ma aveva preteso un letto… casomai si fosse dovuto fermare in città.

Feci subito diventare LA STREGA il baricentro della vita artistica della città. Tutti i musicisti vennero a trovarmi, ma nessuno aveva proposte decenti o il quid necessario per puntare su di lui. Venne anche una cantante folk con la quale avevo un conto da regolare. Si dimostrò subito per quella che era in realtà e le diedi una bella spazzolata, nonostante i suoi ipocriti: “No, questo non lo faccio nemmeno con mio marito; questo non l’ho mai fatto…” Tutta scena. Se ne andò disfatta e sulla porta mi fece:

“Mi chiami presto, vero?”

“Certo!”

Mai chiamata. Sta aspettando ancora adesso.

Dato che nello statuto c’era contemplata anche la possibilità di fare da agenti teatrali, presi un bell’appalto per gli spettacoli di Forte Village. Bisognava portare un po’ di soldi a casa.

Tonietto ne combinò un’altra delle sue: escluse Francesco dalla formazione e al suo posto mise un ragazzo di Tortolì, Gianni Serra. Gianni era un bravo ragazzo e un bravo chitarrista, niente da dire, ma lasciare Francesco a casa, con moglie e tre bambini piccoli da mantenere era stata un’autentica porcheria. Mi diedi da fare per trovare una soluzione e riuscii a fare in modo che avesse un suo piccolo gruppo. Nacque il FRANCESCO SALIS TRIO.

Musicalmente, forse quello è stato il periodo più fecondo per mio cugino: con Salvatore Garau alla batteria e Fabrizio al basso, poteva fare tutti gli arrangiamenti più audaci e sbizzarrirsi con le sue composizioni e con la sua maestria alla chitarra come mai aveva potuto fare prima.

Saltarono fuori anche un bel po’ di serate, il che gli permise di tirare avanti decentemente.

L’inverno si faceva sentire anche a Cagliari e ordinai tre elementi elettrici trasportabili: sapete, quei termosifoni su ruote che si possono trasportare da una stanza all’altra.

Arrivò Mazzella e mi rimproverò.

“Finché ne metti uno nella tua stanza e uno nella mia, va bene, ma nella stanza della segretaria è un lusso.”

“Ma che dici?! Quella è la stanza più fredda e umida di tutto l’ufficio, non vorrai che lavori battendo i denti e prendendosi una polmonite!”

“E’ solo una segretaria e si deve adattare.”

“Ma tu sei matto.”

Non era matto: era solo stolido e razzista. Per lui, i figli degli operai non dovevano avere gli stessi diritti e le stesse possibilità dei figli dei ricchi. Pensava davvero queste bestialità e viveva di conseguenza.

Mi fece storie anche quando pensai di mandare una circolare a tutti i comuni e a tutti i comitati organizzatori di feste e sagre estive.

“E’ una spesa inutile. Solo di francobolli ci costa una fortuna.”

“Se vogliamo fare qualche soldo come agenzia, ribattevo, dobbiamo pur far sapere che esistiamo e cosa abbiamo da vendere. E i francobolli per le stampe costano una cazzata.”

Se avessi dato retta a lui, saremmo falliti in due mesi.

Era tempo di organizzare un cast e di allestire il lavoro per l’estate.

Io cercavo di portare in azienda più gruppi e cantanti possibili, lui da Milano, fece arrivare un certo Tony Benn, un bassista libanese che aveva suonato per un breve periodo con Patrick Samson.

Questo tizio era un piantagrane della madonna, un piccolo avventuriero senza scrupoli. Gli trovammo un gruppo che lo accompagnasse, dato che si spacciava per cantante e Mazzella stesso gli trovò due serate dalle sue parti.

Le telefonate di gente incazzata arrivarono a me:

“State attenti a chi mandate in giro. Quel coglione di ieri sera ha dato fastidio a tutte le donne, mogli o fidanzate, senza sapere che qui si becca una coltellata come niente. Non l’abbiamo fatto per rispetto a te, ma la prossima volta non la passa liscia.”

Diede fastidio anche a donne molto vicine al mio socio, ma lui non ne seppe mai niente.

Quando me lo trovai a tiro, diedi una bella lavata di capo a questo Tony Benn. Lui sembrò convinto e si scusò, ma ricominciò come niente.

Presi il telefono e chiamai Mazzella, gli dissi che doveva rispedire al mittente questo cialtrone.

“Tu sei matto. – mi rispose – Semmai te ne vai tu. L’amministratore unico sono io e a me mi serve di più lui di un comunista come te. Tony è un musicista e può fare il direttore artistico meglio di te. Anzi, da lunedì nomino lui e tu te ne puoi anche andare.”

“Tu sei molto malato, anche se grazie a me hai dimezzato le pastigliette. Sei malato di mente. Lunedì mattina ne parliamo di persona in sede.”

Roba da matti! Ma tutti io li trovavo i deficienti?

Il lunedì mattina, mi presentai di buonora in ufficio e trovai Mazzella già lì. Ma non era solo…

Seduto su una sedia addossata al muro, c’era un brutto ceffo, un gorilla di Mamojada che scortava spesso il padre Attilio.

Già, il padre Attilio. Un tizio arrivato da Ponza che in Barbagia e in Ogliastra dipingevano come un avventuriero senza scrupoli, uno che aveva parecchi delitti sulla coscienza; uno che aveva disboscato mezza Sardegna (con l’aiuto e la complicità di sardi senza onore), per vendere legname di pregio alle ferrovie e carbone, che allora era più prezioso dell’oro; uno che aveva rovinato e minacciato parecchie famiglie che avevano gli uomini impegnati nella guerra fascista. Così era la voce del popolo. Io non c’ero. Io non ho visto. Io non ci credo.

Vedevo però che girava sempre con alcuni gorilla armati.

E ora me ne trovavo uno di fronte, con una grande pistola poggiata sul grembo e mi fissava.

Non mi sconvolse più di tanto. Lo ignorai e dissi a Mazzella il fatto suo. Gli dissi anche che avevo molti amici e che mi bastava fare due telefonate per farli scaraventare tutti e due dal terzo piano, pistola compresa. Il killer mise via l’arma e guardò fuori dalla finestra.

Me ne andai furibondo e disgustato.

Ero fuori di 126 milioni del 1973, senza più un lavoro, con una famiglia da crescere e con spese vive per almeno 600 mila lire al mese.

Lasciai Mazzella al suo triste destino. Lasciai che Tony Benn si divertisse in casa Mazzella. Presi le mie canne da pesca e mi rifugiai al ponte. Dovevo pensare in fretta. Dovevo inventarmi qualcosa.

Di farmi rimborsare dal mio ex socio deficiente non ci pensavo ancora. Non era quello il momento, non era quello il clima adatto.

Quell’asino calzato e vestito mi aveva distrutto anni e anni di lavoro, di fatiche e di sacrifici. Sarebbe arrivato il momento per riprendermi tutto con gli interessi.

Ero rimasto senza un soldo, altrimenti sarebbe stato facile farmi un’altra etichetta e seppellirlo nel suo nulla. Mi venne un’altra idea, invece: ero o non ero un autore prolifico? In Sardegna non esiste il Cabaret. Lo faccio io!

In Italia, a parte il grande Dario Fo, che faceva satira politica, c’erano solo I GOBBI (Bonucci, Caprioli e Franca Valeri) che facevano satira di costume. Stavano cominciando I GUFI a Milano, che per lo più cantavano. Sempre a Milano c’erano Cochi e Renato, coi loro pezzi surreali scritti da Jannacci e Beppe Viola;  e c’era una porcheriola, spacciata per cabaret, di Castellacci e Pingitore, due fascistoni volgarotti e senza talento, che agivano al Salone Margherita di Roma. Ma il Cabaret vero, quello di satira politica, lo faceva soltanto la compagnia di Dario Fo e Franca Rame. Era il momento giusto per farlo anche in Sardegna.

Il Cabaret, come si sa, nasce nel 1881 a Parigi, segnatamente a Montmartre, nell’atelier del pittore Rudolphe Salis… pensate che coincidenza!

Lui e i suoi amici scapigliati, tra una bottiglia di cognac e un tiro di cocaina, salivano a turno su una pedanina posta in fondo allo studio e da lì lanciavano strali e beffe contro la municipalità e contro il potere in generale, irridendolo e scarnificandolo con la loro satira feroce.

Inutile dire che, almeno un paio di volte la settimana, arrivavano  i gendarmi – avvisati da qualche benpensante o da qualche spia servile – e trascinavano questi profeti della satira in guardina, a passare una o più notti al fresco.

Ma Rodolfo e la sua banda, appena liberi, tornavano su quella pedana più agguerriti e più cattivi di prima.  Allora il potere cercò di sputtanarli sulla stampa. Ma ottenne l’effetto contrario e ormai i cittadini illuminati cominciavano a pagare un biglietto per assistere alle performances di Salis e dei suoi amici.

Sull’onda di quel successo, a Parigi nacquero presto almeno altri tre locali adibiti proprio al Cabaret dissacrante. Poi la moda si allargò anche a Berlino e in altre città e da quel momento in poi l’onda fu inarrestabile in tutto il mondo.

Soltanto in Italia, da almeno 30 anni, è praticamente proibito fare satira, se si eccettuano le mosche bianche del solito immortale Fo, Benigni e Crozza (quando non diffama).

IL CABARET

                                     Conoscevo un signore toscano che divenne poi un mio amico: Alberto Dalcerro. Lui aveva una mostra di mobili antichi e vecchi in un enorme tunnel scavato nel tufo nella parte alta di Cagliari, rione Castello. Andai da lui e gli chiesi se avrei potuto utilizzare un piccolo spazio per delle prove teatrali. Lui, da bravo artistoide, accettò subito di mettermi a disposizione la parte terminale del tunnel, adibita a deposito e ricovero di pezzi da restaurare, dove non avremmo disturbato i suoi affari e nessuno avrebbe disturbato noi.

Ora che avevo la sala prove, non mi restava che formare un gruppo e scrivere qualche spettacolo divertente.

Mentre spargevo la voce per trovare gli elementi adatti, non certo professionisti, che in Sardegna non esistevano, ma giovani di buona volontà e spiccata faccia tosta, cominciai a scrivere febbrilmente.

Buttai giù un mare di roba. Leggevo i giornali, mi informavo e scrivevo. Ossrvavo vizi e difetti dei miei “conterroni” e scrivevo.

Enrica, la mia ex segretaria de LA STREGA, con la quale eravamo in ottimi rapporti, tanto da andare addirittura in vacanza insieme: io con la mia famiglia e qualche coppia di amici, lei col suo fidanzato Angelo, mi propose suo fratello Sese. Sesetto suonava tutti i generi alla chitarra e si arrangiava a cantare. Piano piano, arrivarono Francesco Atzeni, un radiologo dell’ospedale principale; Giulio Manera, nome d’arte di Baldassarre “Rino” Giambalvo, un archivista dell’università; Ileana Pilloni, una bella ragazza figlia di un tabaccaio e Lia Careddu, l’unica che aveva una qualche esperienza come attrice. Drammatica però.

Preparai i copioni, scegliendo il materiale anche in base ai soggetti che avevo sotto mano, e cominciò la grande avventura del Cabaret anche  in Sardegna.

Nella grotta di Alberto però c’era molto umido e il freddo entrava nelle ossa. Eravamo in autunno inoltrato. Comprai una stufa e la posizionammo sul set. Cominciammo le prove e vidi che sia i testi che la mia regia funzionavano.

A quel punto bisognava trovare un posto per esibirci.

Mi ero fatto prestare una ventina di milioni da miei suoceri e, quando avemmo uno spettacolo già montato alla perfezione e altri quattro già a buon punto, cominciai a girare per i locali più capienti di Cagliari. Partii dal lungomare, dove c’erano i ristoranti attrezzati per ospitare matrimoni, banchetti, e cose del genere.

La mia idea era quella di fare delle cene-spettacolo. Serate complete con musica dal vivo, balli, cena e a mezzanotte il Cabaret. I miei spettacoli duravano circa 90 minuti. Perfetti per una serata mai vista prima in Sardegna.

Procedevo sempre allo stesso modo. Scelto il locale, chiamavo e prenotavo per sei persone. Verso le 21, arrivavo con la mia troupe e generalmente nel locale c’eravamo solo noi. Spesso ci capitava di cenare in queste enormi saloni al buio, con solo la luce della cucina, della cassa e sul nostro tavolo accese. Una tristezza!

Dopo cena, pagavo, poi invitavo il titolare a bere un bicchiere con noi e gli proponevo lo spettacolo.

Le risposte furono disarmanti. Le mie repliche brucianti.

“Cooosa? Fare Càbaret (o Gàbare, o Gambarèn) qui?! Naaaa! Ma non lo vedete il locale vuoto? Nooo, qui la gente non esce. Non spende.”

“Il locale è vuoto proprio perché non c’è niente. – ribattevo io. – La gente mangia e beve molto meglio a casa propria e, coi prezzi che fate, solo per cenare non esce manco se la obbligate. In tutto il mondo, dove si fa spettacolo, i ristoranti sono pieni. Perché non proviamo anche qui?”

“Nooo. Qui siamo in sardegna.”

Capre! Asini! Cialtroni ignoranti!

Il 99% di quelli che avevo incontrato allora, sono falliti miseramente. Ovvio.

Gira oggi, gira domani, sbattei le corna anche contro tutti questi sedicenti operatori turistici della costa e dei paesoni vicini: da Quartu S. Elena a Sestu, da Assemini a Capoterra. Sempre la solita solfa.

Una mattina, ormai sull’orlo della resa, capitai in una pizzeria del Poetto che avevo saltato. Era gestita da due amici giovani, uno si occupava di spesa e cucina e l’altro della sala e della cassa.

“L’idea già è bella. – mi dissero. – Però noi siamo messi male. Abbiamo quasi 30 milioni di debiti e stiamo per chiudere.”

Parlai chiaro come sempre:

“Sentite. Anche io sto per chiudere bottega se non trovo subito un locale per proporre i miei spettacoli. Le vostre parole sono musica per le mie orecchie. Rimbocchiamoci le maniche e proviamo a cambiare le cose insieme. Invece che un milione e mezzo a serata me ne date la metà. Fate un altro paio di milioni di debito e vi garantisco che ve li pagate tutti in un paio di mesi.”

“Bucca rua santa!” fecero loro all’unisono. Poi, quello più pratico, aprì una bottiglia di spumantino fresco e versò tre calici:

“Cosa dobbiamo fare?”

Feci un giro e tornai al tavolo.

“Sistemate e fate imbiancare i bagni. Metteteci delle porte che chiudano e specchi decenti. Date una rinfrescata a tutto il locale e sistemate sedie e tavoli che ballano. Se non li avete, fatevi prestare o comprate dei piatti più decenti e chiudete la veranda fuori: ho idea che riempiremo anche quella.”

“Bucca rua santa!” ripeterono i due. “Qui ci sono 180 posti, solo in sala, ma l’abbiamo visto pieno solo due volte, questo cazzo di locale.”

Tornai alle cose pratiche:

“Fate costruire un palco per sei musicisti e per gli impianti a ridosso di quella parete. Basta un sei metri per tre. Comprate due mezze pagine per la pubblicità su Unione sarda e Nuova Sardegna. Poi vi do io il materiale da mettere. Fate i permessi Siae e Enpals e dai Vigili del Fuoco. Tutto questo SUBITO! Poi vi do un menu che sciala ma che non incasina la cucina e i camerieri. Prendete due camerieri extra per sabato, gente sveglia e veloce.”

Eravamo di martedì. I ragazzi si mossero subito e io andavo ogni tanto a controllare l’andamento dei lavori. Fecero tutto in fretta e bene.

Anche io mi mossi rapido e mortale come un falco. Mandai in giro tre coppie di ragazze a cercare sponsor. Contattai il mio amico Bruno Massidda, un vecchio saxofonista scafato che aveva già suonato all’estero, e il signor Ardau. Un mito.

“Ce le ha le luci per illuminare il mio spettacolo?”

“Io ci ho luci per illuminare tutta la Sardegna. – mi rispose. – Ho cinquemila, tremila, mille e cinquanta fari da 500.”

“Perfetto. Quanto mi costa?”

“Voglio almeno 50 mila lire a servizio.”

“Ok. Venga venerdì pomeriggio alla prova generale.”

Signor Ardau era un oltre sessantenne che girava con il catetere e una sacca per la pipì sotto il giaccone. Ma un esperto datore luci che aveva lavorato con la lirica e col teatro.

Poi diedi incarico a un ragazzino molto creativo, Gianni Garbati, di allestire i costumi e qualche elemento scenografico. Dopo quella esperienza, Gianni si trasferì in Spagna e divenne uno scenografo importante a Madrid.

Avevo concordato una paga di 40 mila lire per i miei attori e 250 mila per l’orchestra.

Stabilii un menu succulento, ma veloce: antipasti misti da servire in grandi vassoi, a seconda del numero degli ospiti delle varie tavolate; un tris di primi: due ravioli, malloreddus alla campidanese e risotto ai funghi; cotolette alla milanese con patate al forno e carpaccio di manzo con rucola e parmigiano; dolce e frutta mista. Costo: 120 mila a testa, vini a parte.

Era caro? No.

Si trattava solo di aggiungere circa 30 mila lire ai prezzi correnti, ma noi davamo una serata indimenticabile di musica dal vivo e spettacolo di Cabaret. E molta gente gradì l’offerta!

Giovedì, venerdì e sabato, nelle pagine degli spettacoli dei due quotidiani regionali spiccava una mia bella foto con il titolo:

“IL GRANDE RITORNO DI LUCIO SALIS!

Gran CABARET a Cagliari!

Il ristorante- Cabaret LE SALINE è lieto di annunciare una serata unica per sabato… Solo su prenotazione al numero: xxyy. Si prega di curare l’abbigliamento.”

Dal giovedì sera fioccavano le prenotazioni. Chiamavano da ogni parte: Abbasanta, Macomer, Nuoro, Guspini, San Sperate. L’unico gruppo di cagliaritani a prenotare era stato quello del compianto Antonello Hellies, ex calciatore del Cagliari che aveva negozi di scarpe di classe. Otto persone.

Le ragazze avevano lavorato bene e avevamo parecchi sponsor: Sgaravatti Mediterranea, che ci offrì le lunghe rose fresche per le signore e addobbò il locale e il vialetto con piante e fiori; Euromoquette, che ci fornì la passatoia rossa per il vialetto e gli scalini, oltre alla moquette per il palcoscenico. E altri che non ricordo, ma ricordo che omaggiai tutti i tavoli con regali e gadget.

Un certo Gianni, uno spilungone romano coi baffi, sui 40, si offrì di venire con un paio di cameramen per riprendere televisivamente la serata, che avrebbe trasmesso su un’embrionale TeleCagliari.

Uno dei picchiatori più temuti di Cagliari, Lollottu, si offrì di mettere qualcuno dei suoi amici di Sant’Elia a controllare le auto dei clienti, sventando così qualunque atto vandalico o di ruberie.

Il venerdì non c’era un posto libero nemmeno a pagarlo oro. I ragazzi avevano venduto anche due tavolate nell’angolo più riparato della veranda, fronte palco, dove avrebbero comunque messo un paio di stufe a campana. Gli enormi vasi della Sgaravatti avevano chiuso all’umidità marina.

Arrivò la sera fatidica.

I clienti arrivarono, tutti molto eleganti e signorili. Roba mai vista a Cagliari.

Avevo posizionato una bella ragazza in lungo e un bel giovanotto in smoking all’ingresso: lei offriva un sigaro Havana ai signori, lui una rosa dal lungo gambo alle signore. Una figata.

Si sparse presto la voce del pienone, sul lungomare, e i gestori che avevano sfanculato il Cabaret, il Gàbaren, o il Gàbare, vennero a rodersi il fegato in processione, credendo di passare inosservati. Se ne andavano bestemmiando e con la coda tra le gambe.

Ero riuscito a trasformare una pizzeria di terza categoria, teatro di risse e coi bagni senza porte e pieni di schizzi di merda e sangue, nel locale più elegante e attraente della Sardegna. Bel colpo!

I clienti venivano accolti dai gestori raggianti ed elegantissimi, da me, e dal tappeto musicale di gran classe offerto da Bruno Massidda e la sua band. Tutti eravamo felici, a partire dai clienti, e la serata non era ancora cominciata.

Presi una ragazza del tavolo Hellies e la portai in pista a ballare un lento. Mi seguirono presto altre coppie. I camerieri servivano gli aperitivi e sui tavoli comparvero pane tostato e antipasti.

Partirono le ordinazioni dei vini. Il menu era unico e a tutti andava bene così. Il sabato successivo tutti avrebbero gradito il pesce e nessuno disse BA quando gli vennero chieste 30 mila lire in più.

Finita la cena, partirono le prime risate argentine delle signore soddisfatte. Decisi di anticipare di mezzora il mio intervento e scatenai subito risate e applausi di una platea entusiasta, troppo a lungo ignorata da spettacoli di qualità.

Feci partire la nostra sigla d’apertura, una cosa un po’ scopiazzata da un famoso samba, con un testo ammiccante pieno di parole spagnoleggianti.

E via con lo spettacolo!

Il mio monologo d’apertura galvanizzò la platea. Applausi a scena aperta, risate di cuore che riconciliavano col mondo e commenti di approvazione urlati da ogni angolo della sala.

Tutti i numeri riscossero un successo molto superiore alle aspettative: era evidente che la gente meno buzzurra aveva bisogno di buon cibo per la mente. Avevano un bisogno disperato di ridere, di indignarsi e di commentare a voce alta le mie battute più cattive.

Ed ecco I FILOSOFI, con battute brevi e brucianti dette da Francesco e Rino in calzamaglia nera, sotto due spot di luce bianca.

Poi IL LATRIN LOVER, che la prima sera feci io, per mostrare i tempi a Rino.

Quindi fu la volta di Lia, che coperta dalla bandiera italiana e con una torre dorata in testa, si faceva ridurre a beffa da Francesco in versione chansonnier francese, che elencava tutte le magagne dell’Italia.

Poi toccò di nuovo a me col monologo SIRdegna, secondo me, tu sei un’isola. Eravamo ostaggio della Sir del faccendiere Rovelli.

Insomma, uno sketch dietro l’altro e poi la sigla finale, che vide oltre 200 persone in piedi a battere il tempo e con un applauso di almeno quindici minuti a salutare lo spettacolo e gli attori.

Un trionfo!

I gestori presero subito prenotazioni e anticipi per il sabato successivo.

Io ebbi solamente i soldi per pagare la mia gente, ma nemmeno un centesimo per me.

“Ci vediamo domani a pranzo.” Mi dissero.

Pagai tutti, mi intrattenni ancora un po’ con Antonello Hellies e i suoi e poi andai a dormire felice.

 Anche se non dormii nemmeno per un minuto.

Insomma, erano stati incassati circa tre milioni! Tolte le spese, ne rimanevano un bel po’ ai gestori. La chiusura per fallimento si allontanava.

La mattina dopo, mi feci una passeggiata al Poetto con i bambini e li lasciai a giocare in spiaggia. Era domenica e miei figli non andavano a scuola. C’era il sole e la mamma a guardarli. Mi avvicinai al locale.

“ne parliamo a pranzo. Rimani con noi, vero? Ci sono già un sacco di prenotazioni.” mi dissero i due soci. “Praticamente, abbiamo già tre serate coperte.”

“Grazie. Non posso trattenermi a pranzo. Mi dovete dare ancora 500 mila lire.”

“Lo so. – disse quello coi capelli lisci. – Però c’era la fila già da stamattina. I creditori hanno letto il giornale. Visto l’hai? Guarda!” E mi porse il giornale locale piegato alla pagina dove parlava di noi “Grande successo a LE SALINE CABARET. Finalmente Cagliari si sveglia. Etc.”

“Ci hanno dissanguato.” Disse il socio. “Se vuoi vedere soldi, devi stare qui alla cassa dalla mattina presto e man mano che entrano te li prendi.”

“Apprezzo la sincerità, ma così non va bene. I miei soldi me li mettete da parte voi e non li fate toccare a nessuno. Sono io che li sto facendo entrare.”

“Eh, lo sappiamo. Ma anche quelli che li hanno avuti sono amici e stanno aspettando da molto.”

Mi buttai a perfezionare i testi e le prove. Da mangiare in casa c’era. Potevo aspettare un altro pochino.

Andammo avanti per cinque sabati e per cinque volte ebbi solo i soldi per pagare la mia gente. Alla fine, mi ruppi i coglioni e cercai altro. Da notare, che anche quei contributi Enpals sono spariti dal mio fondo pensione.

Non vidi mai quei due milioni e mezzo e quella ex pizzeria scrausa divenne poi il locale più caro di Cagliari: L’Ottagono. Meta di politicanti ladri, da Craxi in giù.

La sesta serata la facemmo ad Ala Birdi di Arborea: un grande villaggio con un giovane gestore veneto, Ettore. Lì, un coglione fascista si mise a contestare il numero di Lia e Francesco, perché “La mia bandiera voi non me la dovete toccare.”

Poi successe un’altra cosa “alla sarda”: Rino e Ileana dissero che ormai erano dei professionisti e che 40 mila lire a sera non gli bastavano più. Cosa fa un po’ di notorietà a chi non ne ha mai avuta. E pensare che li pagavo e guadagnavano quanto uno dei Barrittas!

Non solo si sciolse il gruppo, ma quei due si proposero da soli, con testi copiati da non so chi e senza regia, a Le Saline. Convinsero anche Sese a seguirli. Vidi la pubblicità sul giornale e il giorno dopo qualcuno mi raccontò che c’erano sei persone in tutto.

In fretta e furia, cercai altri elementi per il gruppo. Risposi alla lettera di un fan che somigliava in maniera impressionante a Elton John, mi scriveva dandomi del lei e si diceva bravo chitarrista e cantante all’occorrenza. Era appena rientrato da Londra e veniva da Palau. Pierangelo Filigheddu è ancora oggi uno dei miei migliori amici e collaboratori.

Poi trovai Martino Cannella, gran bella voce e ragazzo perbene e distinto. Venne anche Giorgio Ferrari, un diciassettenne, anche lui con una bella voce e una buona dizione, e infine un vecchio animale da palcoscenico sui 50 anni, che batteva i palcoscenici con le imitazioni corporali di Totò e Franco Franchi e si esibiva come comico – in spettacolini terra terra – alle sagre paesane: Raffaele Farci.

Il gruppo era ricomposto.

Cercai un gruppo musicale di spalla e mi organizzai per le serate estive. Trovai un’intera famiglia con: padre autista e manager, che girava i paesi per cercare contratti; madre attrezzata di medicine, ago e filo, etc.; Due figli che suonicchiavano basso e tastiera e due figlie che cantavano. O meglio, Patrizia che cantava, anche se aveva solo 15 anni, e la sorella che faceva i cori e muoveva i fianchi sul palco.

Si chiamavano I NUOVI RIVALI e facevano qualche sporadica seratina per il rimborso spese.

Spesi un po’ di soldi per inventare un costume per il gruppo e per i comici, per fare delle foto semi professionali,  e per mandare circolari promozionali ovunque.

Arrivarono i primi contratti e i primi anticipi.

Sarei stato il primo artista al mondo a proporre il Cabaret di satira politica nelle piazze. Ma avevo scritto e montato anche un paio di sckeccettoni normali di sola comicità. Per i bambini e per la gioia dei villici disinteressati alla cultura e all’informazione. Primum vivere. Non potevo abbandonare una piazza senza il mio successo dovuto.

I giornali mi intervistarono e la rai mi volle ospite spesso in un programmino di varietà. Proposi dei programmi miei e me li fecero fare. Però…

Però c’erano un direttore ignorante e un direttore dei programmi scroccone e certe cose “non si potevano fare…”

Mi venne un’altra idea folle: fare una radio mia! Una radio libera, dove nessuno sindacasse i miei testi. Avevo letto di Radio Firenze libera. Dei giovani fiorentini avevano attrezzato un pullmino, con tanto di apparecchiature e trasmettitore, e giravano per la città coi loro programmi, nascondendosi agli agenti dell’Escopost: la polizia postale.

Io avrei voluto una sede vera e avrei ingaggiato una battaglia di civiltà con le istituzioni.

La voce si sparse e un giorno, mentre provavamo a casa mia, si presentarono due signori: Michele Rossetti e Nichi Grauso.

“Sappiamo che vuoi fare una radio libera. Anche noi. – disse Grauso. – Io posso anticipare i soldi per la sede e per le macchine e Michele può fare i ponti fino a Badd’e Urbara, così ci sentiamo in tutta la provincia di Cagliari, fino a Oristano e oltre. Ci stai a farla insieme?”

“Ok. A patto che non ci sia mai nessuna censura e gli eventuali proventi li dividiamo in due: metà a voi e metà a me e i miei.”

“Andata!”

Cominciò l’avventura di RADIOLINA.

Scrissi un po’ di palinsesto e affidai un programma di dediche alla stupenda voce di Martino. Richiamai Francesco Atzeni e gli inventai un paio di personaggi: aveva una gamma vocale straordinaria e funzionò parecchio. Per me, oltre a un’ora di gag e dischi appena sfornati, con Francesco, pensai a due ore, dalle 9 alle 11: DUE ORE CON LUCIO SALIS E I SUOI OSPITI.

In quelle due ore succedeva di tutto: arresti di assessori regionali che avevo sputtanato per mazzette su inceneritori, dimissioni in diretta del vicesindaco di Cagliari, il sindaco, Salvatore Ferrara,  mio caro amico e unico sindaco decente in 50 anni, che mi telefonava a casa per chiedermi ironicamente “Cosa devo fare, capo?”.

Durante il mio programma ricevevo le istanze dei cittadini di ogni parte della città e me ne facevo promotore presso il primo cittadino.

Così lui, in tempo reale, faceva ripulire i giardini delle scuole invasi da topi e blatte, mandava le squadre a ripristinare i lampioni in qualche strada, mandava a coprire buche pericolose, etc.

Un giorno, decisi di andare a ripulire Monte Urpinu, l’unico polmone verde della città.  I cagliaritani allora erano davvero irrispettosi nei confronti del bene pubblico, dei veri maiali. Non tutti, naturalmente, ma il parco faceva parecchio schifo.

Lo annunciai il sabato per la domenica. Sembra assurdo, ma la mattina dopo a Monte Urpinu c’erano più di duemila persone, con me e i miei figli, armati di buste e guanti a raccogliere cartacce, buste di plastica, preservativi usati, bottiglie rotte e lattine. Venne anche un gruppo musicale con un gruppo elettrogeno che rallegrò la mattinata, vennero amici come Nello Murtas e Anna Maria Cherchi ad offrire bibite e panini; vennero anche i vigili urbani a tendere una specie di cordone sanitario, vennero due camion della spazzatura e venne il sindaco.

“Togliti la giacca e vieni a raccogliere porcherie. “ gli dissi. E lui lo fece! Grande uomo, Salvatore Ferrara. E grandissimo sindaco.

Ricordo una mezza pagina di TUTTO QUOTIDIANO che celebrava l’iniziativa “voluta e capeggiata dal celebre cantante Lucio Salis”. Ero diventato anche cantante…

Ricordo anche il primo sponsor: Zirone argento. Inventai lì per lì una gag per fargli pubblicità.

Pressappoco era: “Non andate da Zirone Argento a comprare regali. Ripeto, non andate da Zirone in via xxx al numero yy: è un imbroglione! Mia sorella ha comprato lì una fruttiera d’argento e non c’era nemmeno la frutta. Manco una mela, c’era in quella fruttiera!”

Lui telefonò incazzatissimo. Dopo un’ora ritelefonò per scusarsi con me: il negozio era pieno di gente.

Dopo sei mesi, entrarono oltre cento milioni di contratti pubblicitari. Io non vidi mai un centesimo. Anzi! Quando decisi di attaccare un paio di politicanti massoni e ladroni, si presentò Grauso in veste di padrone.

“Non puoi continuare a rompere i coglioni a tutti.  – mi disse. – Ormai siamo una realtà e non possiamo farci nemici.”

“Siamo una realtà che ho creato io. – risposi. – Io ho fatto la radio e io sono andato in tribunale ad affrontare i giudici. Ti ho visto due volte in tutto in questi sei mesi. Quindi, fatti un favore e levati dalle scatole o mi arrabbio davvero.”

“No. Te ne vai tu! La radio è registrata a nome mio.”

Capito il ladrone? Mentre io mi facevo il mazzo e portavo ascolti e soldi, lui era andato dal notaio e aveva registrato tutto a nome suo!!! Tipico di Grauso, che infatti entra ed esce dalle aule dei tribunali da allora, e non per perorare cause di libertà di espressione! Che la cocaina lo conservi.

Lo avevo cacciato via minacciosamente e registrai subito un nastro, dove salutavo il pubblico e spiegavo cos’era successo. Era il mio commiato a tempi migliori. Chiamai un amico manesco e lo misi davanti alla consolle:

“Il primo che si avvicina a fermare il nastro, buttalo giù dalla finestra.”

“Sarà fatto.”

“Bene. Il nastro deve andare avanti fino alle otto di sera, come minimo. Come finisce, fallo ripartire da capo. Ci vediamo alle nove alla solita pizzeria.”

E così fu fatto.

Naturalmente, senza di me e senza programmi, radiolina ebbe un crollo.

Io avevo ripreso a lavorare in Rai con programmi miei.

Dopo qualche mese, mi contattò un negoziante di peso e mi chiese:

“Quanto serve per aprire una radio? Nei miei negozi ascoltavamo sempre te, ora non sappiamo più dove sintonizzarci: non c’è niente.”

Risposi che non ne avevo idea, ma che mi sarei informato. E così feci. L’idea di avere di nuovo una radio libera dove potermi esprimere al 100% mi stuzzicava parecchio.

Alla radio di viale Bonaria potevo fare i miei programmi, guadagnare qualche soldo, ma non avrei mai potuto fare quello che mi piaceva davvero: rompere i coglioni ai ladroni.

Figuratevi che c’era un direttore che era stato l’autista di un federale fascista. Lo ricompensarono con quel posto e con quel po’ po’ di stipendio. Ma era così stupido e ignorante che non ci avrebbe potuto fare un discorso compiuto nemmeno un bambino di sei anni.

Un giorno, in un mio testo c’era la parola “OHIBO?”. Lui voleva sempre leggere i testi.

“E cosa significa questa PAROLA?”

“Mah, è un’esclamazione di sorpresa. Come a dire accidenti, perbacco, cazzo!”

“No, no. La tolga. Se vuol dire cazzo, la tolga.”

Un altro giorno, due ottimi speaker come Mario Faticoni e Tino Petilli stavano leggendo il gazzettino. A un certo punto, uno dei due lesse la notizia di due turisti francesi che erano usciti fuori strada con la loro auto:

“E i due coniugi, a bordo della loro “Sitroèn”…”

Minca! Si spalancò la porta della direzione e il boss percorse a grandi passi il corridoio ed entrò perentoriamente in saletta, da dove i due trasmettevano in diretta il notiziario. Senza curarsi se i microfoni fossero aperti cominciò a urlare:

“Citroen” Si dice Citroen!”

“Ma, direttore… – fu la debole reazione di Faticoni. – E’ una macchina francese e si pronuncia Sitroèn.”

“Non me ne frega un cazzo! Siamo in Italia e si pronuncia Citroen!!!”

Tutto regolarmente in diretta, all’ora di pranzo.

Questo era.

Trovai un tecnico friulano di stanza a Cagliari che mi fece dei preventivi per una stazione radio ultimo grido. Mi disegnò anche la plancia di una consolle avveniristica dove c’era tutto. Costo, circa 80 milioni. Compresi i ponti radio. Aggiunsi 20 milioni di appartamento, saletta di registrazione e utenze, 100 milioni in tutto.

Comunicai al negoziante l’importo e le caratteristiche.

“Tra una settimana avrai i soldi.”

Echeccazz! Un cazzaro o un miracolo?

Dopo una decina di giorni mi chiamò e mi diede il via. Io non volevo avere i soldi da gestire. Male! Li diede a un suo amico, che mi impose anche come direttore dei notiziari. Serviva un giornalista professionista e lui diceva di esserlo. Si chiamava Gian Giacomo Nieddu.

Prendemmo un grande attico nel centro di Cagliari, in via Dell’Itala, con una grande terrazza vista mare e sette locali più due bagni.

Nel giro di due settimane eravamo pronti a partire.

I patti erano chiari: metà a me e metà al gruppo che rappresentava il negoziante. Purtroppo io sono un coglione e mi tuffai in questa nuova impresa a tempo pieno. Ma così pieno che non avevo nemmeno più il tempo per andare a casa a mangiare. Altro che pensare a stipulare un contratto dal notaio!

Scrissi un palinsesto coi contro cazzi e seguii tutto il lavoro personalmente. Chiamai la radio RADIO 24 ORE e pretesi di andare in diretta 20 ore su 24.

Scoprii subito che di notte c’era altrettanto pubblico che di giorno. C’era gente insonne, c’erano studenti, infermieri, malati e medici, turnisti vari e panettieri, pasticcieri, pescatori, portieri di notte, etc.

Avevo fatto installare quattro linee telefoniche e il telefono non smetteva mai di squillare.

Partivamo la mattina con la rassegna stampa e le ultime notizie. Poi uno dei miei ragazzi leggeva notizie di costume, accompagnando il tutto con i dischi del momento. Quindi, alle 10 arrivavo io con la radio di servizio, critica, satira politica e di costume, ospiti e qualche chicca. Alle 12,30, una bellissima ragazza che si chiamava Besa Sechi, faceva un programma che le avevo cucito su misura: O.P. Or’e pappai. Dove dispensava per un’ora ricette semplici e consigli utili per la spesa e la cucina. Quindi era la volta del notiziario e degli avvenimenti serali. Poi avevo studiato un programma per le persone di una certa età e l’avevo affidato a Raffaele Farci e al suo amico Pino, che aveva un’enormità di dischi degli anni 20 – 30 – 40 e 50. Era un COME ERAVAMO, che scrivevo in dialetto cagliaritano, dove i due “vecchietti” ricordavano storie, personaggi e aneddoti della cagliari di un tempo. Ogni finale di battuta era il titolo di una vecchia canzone e partiva la musica. Questo lo registravo ogni pomeriggio ed era una bomba. Seguiva un programma di scherzi telefonici e battute. Spesso lo facevo io stesso, altre volte consegnavo i testi a qualcuno dei miei.

Ricordo le telefonate insistenti che facevo ai conventi di suore per cercare un fantomatico Frate Anselmo, che DOVEVA essere lì per forza, dato che lo avevano visto entrare la sera prima e non era ancora uscito.

 O quel simpatico gommista che avevo costretto a lavorare appeso a dei tiranti, perché gli avevo spiegato che c’era una ricerca dell’università del KENSASITTY che aveva provato che i piedi, così piccoli, non erano adatti a sostenere per troppe ore il peso del corpo.

Insomma, andavamo col vento in poppa. Tutte le casalinghe e gli studenti ci seguivano e tutti i negozi, fino a Oristano, erano sintonizzati sulla nostra radio. Nel giro di un mese avevamo seppellito Radiolina.

Spero di non annoiare nessuno con queste che sembrano divagazioni, ma vi assicuro che è importante fotografare il periodo e il percorso. Senza contare che moltissime persone mi hanno chiesto espressamente di raccontare quegli anni. Purtroppo, molte cose si sono perse nei meandri della memoria e vi dovete accontentare di quello che mi affiora mentre scrivo.

Questo Nieddu si dimostrò né più né meno inutile, squallido, e inaffidabile come Nichi Grauso. Fece poco e male. Per l’azienda. Per sé rimediò invece contratti milionari presso la regione, la provincia e il comune.  Non vi sto a raccontare che metodi usava… E così, anche l’esperienza di Radio 24 ore terminò male.

Il nuovo giornale, Tuttoquotidiano sponsorizzò il mio tour, che chiamai SARDEGNA VIVA, iniziai la stagione nelle piazze, negli stadi e nei locali.

Il gruppo faceva una breve introduzione di tre hit del momento, poi io dedicavo una mezzoretta e passa ai bambini – quasi sempre ignorati dagli spettacoli di intrattenimento, ne facevo salire un certo numero sul palco, equamente divisi tra maschietti e femminucce, li intervistavo (ed erano momenti esilaranti che divertivano tutti), poi avevo studiato due giochi a premi, li riempivo di regali e li rimandavo a posto. Il gruppo faceva altri tre brani, quindi era la volta di Raffaele e Giorgio Ferrari con uno sketch divertentissimo. A quel punto, tornavo io e facevo esibire gli artisti locali che si erano prenotati. Altra musica della band e

verso le 11 partiva la mia ora di Cabaret. Gran finale con musica e balli. Intorno al palco, facevo esporre artisti e artigiani, che vendevano le loro opere, approfittando del fatto che a ogni mia serata c’erano almeno 20 mila spettatori. E gli spettatori crescevano ogni sera, man mano che il passaparola si allargava.

A fine stagione, avevo due squadre di venditori di pubblicità e due squadre di ragazzi che trasportavano, montavano e rismontavano decine di striscioni pubblicitari.  Una mia serata costava un milione e mezzo, ma portavo a casa molto di più con la pubblicità.

Dal 1975 in poi, Sardegna Viva mi fruttava circa seicento milioni l’anno. E davo lavoro a 30/40 persone.

Quando non lavoravo, portavo miei figli in gita o ero in ufficio: al ponte.

Decisi che era arrivato il momento di farmi ridare il maltolto da Marcello Mazzella.

Interessai un avvocato e gli feci scrivere una bella lettera tosta, chiedendogli 500 milioni. Dopo breve tempo, un avvocato dei Mazzella rispose offrendo 75 milioni.

“Non se ne parla nemmeno!” fu la mia risposta. Stavo per portarlo in tribunale, quando rapirono il padre.

Non essendo io un avvoltoio e anche non avendo nessuna stima per quella gente, bloccai il mio legale e rimandai l’azione legale a tempi migliori.

Poco tempo dopo, con una telefonata anonima, un uomo dal forte accento orgolese o mamojadino mi informò che Attilio mazzella era stato giustiziato.

Ogni tanto andavo a trovare Francesco, per la gioia dei miei e dei suoi figli, che legavano molto e ne combinavano di tutti i colori.

Noi ne approfittavamo per andare a pesca in posti proibiti, per scrivere ancora qualche canzone e per farci grandi mangiate, grandi bevute e grandi risate.

Nella mia mente, ho rimosso la data in cui lo operarono per la prima volta al cuore. Ricordo solo che lo chiamavo ogni giorno in clinica e gli davo un po’ di morale.

Il 1976 fu l’anno in cui perfezionai il  TELEGIORNALE DELLA PERA, sketch da cui poi Antonio Ricci copiò Striscia la notizia, e presi a recitarlo con me una bellissima ragazza di Carloforte: Rossella Ferraro. O meglio, lei era di Cagliari, ma era sposata a Carloforte con Mariantonio, un bidello bonaccione e molto servizievole. Avevano due bambini che, quando la mamma lavorava, restavano con la nonna.

Il successo di SARDEGNA VIVA cresceva sempre di più, tanto che dovetti rifiutare parecchie serate. Avevo ripreso a fare i miei programmi alla Rai di Cagliari e il mio posto al ponte della Scaffa non me lo toccava nessuno. Anzi! Quando arrivavo che non potevo parcheggiare al solito posto, pur di non vedermi andare via, immediatamente qualcuno si offriva di spostare la sua auto più lontano. Io, se non avevo l’auto sotto in culo non mi divertivo. Anche perché non posso stare in piedi troppo a lungo, spettacoli a parte. Lì la tensione nervosa e l’adrenalina non mi permettono di accusare nessun dolore.

Tranne una volta.

Quell’inverno tenni uno spettacolo ad Aritzo. Faceva freddo e nevicava di brutto, ma c’erano almeno diecimila persone, coperte alla bell’e meglio. Venni assalito da dolori così forti all’appendice, che ero costretto a finire rapidamente i monologhi e correre a lamentarmi e a piangere dietro gli amplificatori.

“Smetti! Chiudila qui e andiamo all’ospedale.” Mi esortavano i miei orchestrali.

“No. Manco morto! Semmai ci vado dopo che ho finito lo spettacolo.”

Poi il dolore passò e all’ospedale non ci andai.

Il rispetto per il mio mestiere e l’amore per il pubblico, per me, venivano prima di ogni cosa. A parte i figli, beninteso.

Il pubblico aumentava in maniera esponenziale sera dopo sera. Ormai, in certe piazze: Barisardo, Quartu S.Elena, Monserrato, Macomer, Stintino, San Teodoro, Alghero, Carbonia, Nuoro, Sinnai, etc. si toccavano punte di quaranta mila persone. C’era gente sui tetti, sugli alberi, in mare fino alla cintola, donne incinte coi bambini in braccio che restavano tre/quattro ore in piedi come cavalli. Anche se avevo sempre predisposto due o tre file di sedie per le persone anziane e per i disabili davanti al palco.

A Tempio Pausania lavorai sotto il diluvio universale. Pioveva a dirotto già dal pomeriggio, tanto che al mio arrivo il presidente della Pro Loco mi diede l’assegno.

“Tu sei qui. I tuoi sono qui – disse. – Tu il contratto l’hai rispettato e io rispetto la professionalità. Al 90% lo spettacolo non si fa. Chi vuoi che venga con questo tempo?”

“Tu pensa a far coprire bene il palco, qualcuno verrà e noi lavoriamo anche solo per dieci persone.”

Il palco fu coperto e vennero almeno cinquemila persone in piazza Gallura. Molti sotto gli ombrelli, altri dentro le auto, altri ancora dietro le finestre e persino qualcuno nelle cabine telefoniche.

Quell’anno si presentò a casa mia a Cagliari il redivivo Benito Urgu.

Ma c’è un precedente.

Qualche mese prima, Francesco mi aveva parlato di un passaggio di orate da due chili a San Giovanni di Sinis, così a metà Ottobre mi armai di esche e feci la scorribanda alla penisola del Sinis. Era una bella giornata di sole, un cielo cobalto veniva graffiato dai voli dei gabbiani e delle avocette e la spiaggia di mare vivo era deserta. Parcheggiai, scelsi un punto base e cominciai a scaricare le canne e il resto, percorrendo lo stretto cammino di sabbia e polvere tra la vegetazione nana. Una volta che ebbi portato giù anche la mia poltroncina e il frigo portatile, cominciai ad armare le canne e a lanciare. Finita l’operazione, accesi una giusta Stuyvesant e respirai a pieni polmoni la brezza marina. Con la coda dell’occhio, vidi provenire dalla punta alla mia sinistra un omino piccolo piccolo. Veniva nella mia direzione. Non ci feci caso e ammirai il paesaggio, senza trascurare i puntali delle canne.

Dieci minuti dopo sentii:

Maestro! E ita cazzu ci faisi in zona mia?!” (Cosa ci fai nella mia zona?) era Benito Urgu.

“Veramente, questa è zona mia da secoli. Io sono di santa Giusta, tu arrivi da Bosa…”

Parlammo del più e del meno e poi venne fuori il bullo:

“Quante serate hai fatto?” mi chiese.

“Boh? Trentatre, trentacinque. Ne ho ancora tre da fare, poi ho finito.”

Deu norànta!” (Io novanta) affermò con superbia. Come se non lo sapessi che faceva anche le comunioni a duecento mila lire.

“E quanto hai guadagnato?” gli chiesi a mia volta, col sorrisetto al veleno.

“Quasi 20 milioni.” Lo disse affettato, come se fossero stati cento miliardi.

“Io seicento.”

“E bai?! E come hai fatto?”

“Cachet, sponsor pubblicitari…”

Inghiottì amaro e mi salutò di gran carriera. Doveva controllare le canne, disse. Sapeva benissimo che non avevo mentito. Tutti vedevano i giornali e le mie piazze addobbate come una grande fiera.

E così, verso Febbraio, Marzo, si era presentato a casa mia in via Cocco Ortu, 75.

C’era un abbozzo di primavera e faceva calduccio. Era arrivato con la sua sputacchiante Bianchina, in zoccoli e jeans, e si autoinvitò a pranzo. Doveva parlarmi. In sintesi, il succo era questo:

“Tu sei stato sempre il più intelligente di tutti noi. Io ti ho sempre stimato e rispettato, perché sei anche molto coraggioso e non ti arrendi mai. Dopo il brutto scherzo che ti ha fatto Mazzella, ti sei inventato comico e stai guadagnando un mare di soldi.

Hai preso un complessino di serie B, gli dai pochi soldi e tu ti intaschi uno o due milioni a serata. Io faccio il tuo stesso lavoro coi Barrittas, e in più canto, e mi devo dividere i soldi con loro. Raramente riusciamo a dividerci cinquanta mila lire a testa. Sono qui per chiederti una mano a guadagnare di più.”

“Veramente, il mio gruppo spalla è uno dei migliori della Sardegna, non è di serie B. Sono gli ex Marines. E poi, che posso fare per voi? Mi sembra di aver fatto già tanto e non mi avete detto nemmeno grazie.”

“No. Non per noi… per me.”

“In che senso?”

“Non lo so. Sono venuto a chiederlo a te.”

“Tu dici di fare lo stesso lavoro che faccio io coi Barrittas. Non è proprio così. Io mi occupo di tutto, faccio i contratti, la promozione, scrivo i testi, faccio la regia per il mio gruppo di comici, scelgo il repertorio per la band, presento, faccio Cabaret, giochi per bambini.  Tu canti e fai l’imitazione di Renato Rascel, una battuta di Totò, la caffettiera, il treno… E’ un po’ diverso il nostro lavoro. Comunque, io do cinquecento mila lire al mio gruppo; 200 ai comici, oltre a cena e benzina e il resto me lo prendo io. Che dovrei fare?”

“A quanto stai uscendo?”

“L’anno scorso a due milioni e mezzo. Ma a Capodanno ne ho presi tre e quest’anno a meno di cinque milioni non vado da nessuna parte.”

“Cinque milioni?! E chi te li dà?”

“Tutti. Tutti quelli che mi vogliono.”

“Noi stiamo ancora sui 450, massimo seicento, quando la piazza è lontana. Cosa devo fare secondo te?”

“Fai come me. Lascia i Barrittas, ti cerchi un gruppo spalla e chiedi di più.”

“Eh! Sarebbe bello. Ma la gente conosce i Barrittas e continuano a chiamare loro. Non lo so quante serate potrei fare da solo, senza un disco in giro né pubblicità.”

“Tu vuoi fare il comico, no? Incidi un disco da comico. Ci sono un sacco di canzoni buffe nella tradizione popolare. Un paio di mesi fa, ho fatto una serata con il Duo di Piàdena e ti garantisco che avevano almeno tre o quattro canzoni che facevano ridere. E tira fuori un po’ di coglioni. C’è posto per tutti. Io non piaccio a tutti, anche se ho un grande successo. Così come non piaci a tutti tu, né i barrittas e nessun altro. Cercati una canzone buffa e incidila.”

“Tipo?”

“Tipo LA PORSEA”.

“Non l’ho mai sentita.”

“Cercala e montala. Non devi nemmeno pagare i diritti d’autore perché saranno scaduti da duecento anni.”

Se ne andò perplesso, dopo avermi ringraziato.

Dopo due settimane tornò a casa mia:

“Ho deciso. Se mi aiuti mi metto per conto mio.”

Gli feci firmare un contratto e investii un bel po’ di milioni nell’operazione Urgu.

Lui incise LA PORSEA e trovò un gruppo spalla. Io gli feci fare un servizio fotografico, gli diedi qualche consiglio, gli pagai i manifesti e parecchie uscite sui quotidiani sardi. Arrivarono le prime richieste e lo vendevo a un milione e mezzo a serata.

Fece Oliena e venne fino a casa a portarmi il 20%. Fece altre tre o quattro date e mi versò puntualmente la mia parte come da contratto. Poi il disco andò come un treno, soprattutto nelle bancarelle delle sagre paesane, piovvero le serate e Urgu sparì. E con lui i ringraziamenti e le mie percentuali.

Lo rivedevo ogni tanto, ma non lo sfiorava nemmeno il pensiero di essersi comportato come una merda anche con me.

L’ultima volta, è venuto a salutarmi nella mia casa in barbagia.

“Bellu facc’e cazzu!” lo salutai così. Lui si rivolse ridendo a un piccolo faccendiere di Guspini che lo accompagnava:

“Lo vedi? Te l’avevo detto che mi salutava così?”

Ancora una volta cercai di aiutarlo. Gratis. Come ho sempre fatto con tutti, dai Barrittas ai Salis, ai Tazenda, giovani musicisti, giovani comici, qualche politico onesto o che… mi sembrava onesto, padri di famiglia in difficoltà, imprenditori sull’orlo del fallimento, associazioni benefiche, etc.

Mai mi sono tirato indietro, in tutta la mia vita, quando c’è stato qualcuno che avesse bisogno di un mio intervento. Morale o finanziario.

“La devi smettere, gli dissi serio, di fare quelle figure di merda che fai alla Rai. Ci sono dei chicazzè che valgono meno di te, Panariello – Carlo Conti – o Frassica, per esempio, che ti usano come un pupazzo e ti fanno fare cose ignobili. Questi raccomandati senza mestiere ti usano per fare dispetto a me, secondo loro. Ma io li ho già bocciati e mandati a cagare parecchi anni fa. Guarda, ti invento io un personaggio, ti scrivo i testi e ti faccio la regia. Non voglio niente e non voglio nemmeno figurare. Ti regalo il mio lavoro e lo spacci per roba tua. Non sarebbe la prima volta che lo fai. Basta che eviti di sputtanare tutto il mio lavoro di 40 anni per creare un’immagine simpatica dei sardi. Ora, tra te e quel deficiente di Cocco, ci state riportando indietro di cianquant’anni.”

“Dici così perché sei geloso.”

“Ok. Vedo che asino eri e asino sei rimasto anche a settant’anni. Fai come cazzo ti pare. La mia offerta non vale più.”

Ecco la mentalità delle amebe. Io dovrei essere geloso di questi malati di mente che si spacciano per comici o per Artisti. O dovrei essere geloso delle figure di merda che fanno in tv e nelle piazze?  O della loro cultura? Del loro talento? Credo che nemmeno i cagnolini di mia figlia Melina potrebbero mai invidiare nulla a questi attrezzi.

Così chiamano nel cinema quelli che non sanno fare un cazzo, ma che qualcuno ha imposto.

Ormai, andavo a trovare Francesco solamente per il piacere della sua compagnia e per stare qualche ora insieme alla sua famiglia. Andavamo a pescare. Mi insegnò a strappare e a usare il cucchiaino. Ma non ne volevo più sapere di musica. Con la musica avevo chiuso.

Scrissi solo il testo di un brano stupendo che non credo sia mai stato pubblicato: MAESTRALE. Ma soltanto per non ferire mio cugino. Davvero, scrivere canzoni non mi interessava più. E tantomeno produrre dischi.

ROMA

                                                          Continuavo a fare i miei programmi a Radio Sardegna. Il direttore era cambiato, ma era una testa di mrinca come il precedente. Era un funzionarietto romano del PCI, raccomandato di ferro, che credeva di sapere tutto lui. Oltre al mio programma di punta della rai regionale: “SAPORE DI SALIS”, facevo l’ospite fisso in un programma giornalistico del mio amico Giovanni Sanna: grande persona e bravissimo giornalista. Lui faceva un bellissimo talk con gli ospiti più svariati e io interpretavo FELICE PILLITTU, un contadino che non poteva ascoltare la radio a casa sua, perché sua moglie soffriva di emicrania e non sopportava la radio. Felice era un fan scatenato di Giovanni Sanna e quindi assisteva al suo programma dal di dentro, in diretta, commentando ospiti e discorsi da par suo. Molto terra terra, ma molto acuto e irriverente. Era un successone, ovviamente. Ma una volta, qualcosa che dissi non piacque al neo direttore che, presa carta e penna, scrisse una lettera di biasimo a Giovanni. Il mio asmico, che è un uomo  e non un quaraquaquà, mi fece leggere la lettera e poi andò dritto come un fuso nell’ufficio del direttore:

“Guarda che qui non siamo a Roma, – gli urlò sul muso. – qui siamo in Sardegna e le cose si dicono in faccia. Coglione! E impara a riconoscere i professionisti dai raccomandati!” strappò la lettera e gliela lanciò contro. Questo cretino non ci ruppe più i coglioni.

Il castigo più terribile che Dio può infliggere a un uomo è farlo cenare ogni sera da solo. Io non avevo quel problema: tutti gli scrocconi della Sardegna si facevano vivi e si autoinvitavano a cena a casa mia. Qualcuno rubò libri, qualcuno dischi, qualcuno parte dell’argenteria, altri ruppero bicchieri di cristallo che facevano ancora parte dei regali di nozze. E quasi nessuno portava niente. Un giorno litigai con la mia ex moglie, che in quel caso aveva ragione. Per liberarmi di quella marmaglia, andai al porto a strappare. Presi una decina di chili di cefali, più petrolio che cefali, e invitai i più scostumati. Arrostii i pesci in un barbecue sul balcone e glieli offrii. Non si vide più nessuno di quelli.

Da allora, invitai soltanto le persone che mi facevano divertire o che stimolavano la conversazione. Nanni Serra ci cantava JACCA JACCA, Fernando Pilia mi erudiva sulla storia della Sardegna, Mario Melis mi insegnava a vivere.

Nel 1978 feci anche uno spettacolo al Bastione. Mi venne chiesto all’improvviso dal Comune e già lo avevano messo nel calendario del programma anche sui quotidiani. Il mio gruppo era disperso in vacanza. Chiamai il GRUPPO 2001. Si diedero un po’ di arie:

“O fra’, noi costiamo.”

“E quanto costate?”

“O fra’, minimo 600 mila lire.”

“Nessun problema. Portate voi l’impianto?”

“Certo. Siamo professionisti. Portiamo impianto e luci.”

Perfetto. Il cachet che avevo chiesto era di 18 milioni, che l’assessore Mariolino (ma io lo chiamavo MARPIOLINO) Orrù mi diede senza battere ciglio. La sera dello spettacolo, quando arrivai intorno alle 20, c’erano già almeno 10 mila persone lì intorno, che diventarono 18/20 mila nel giro di tre ore.

Trovai anche Nichi Grauso che stava piazzando tre telecamere e un mixer audio-video. Lo feci terminare di sistemare tutto l’ambaradàn, poi, quando venne a salutarmi – con la sua solita faccia da culo:

Lucione qua, Lucione là, lo tramortii:

“Nichi, voglio 100 milioni per le riprese. Tanto lo so che te le rivendi per cinquant’anni.  E li voglio cash e anticipati.”  Non aveva capito. Si mise a ridere e ad abbracciarmi.

“Smonta tutto o chiamo i carabinieri.” Fine delle risate.

Fece smontare tutto, molto mestamente, e sparì dalla mia vista.

L’ho incontrato solo un’altra volta: era seduto vicino a me in prima classe in un volo per Roma.

“Scusa, Luciotto, io in aereo mi cago sotto. Ne ho uno, ma non lo uso quasi mai. Posso parlare moltissimo o stare zitto fino a quando non arriviamo. Mi fai compagnia?”

“Nichi. Tra noi non esiste nessun rapporto. Te lo sei giocato molti anni fa. Quindi, fai un po’ come ti pare, basta che non mi rompi i coglioni o ti prendo a testate qui e adesso.” Rimase muto e tremolante fino all’arrivo.

Feci parecchie serate in tutto il nord Italia: mi chiamavano le radio che avevano programmato a manetta L’EMIGRANTE per un paio d’anni (il disco col monologo di Cabaret che avevo inciso per l’Aedo di Cagliari e che aveva superato il mezzo milione di copie vendute). Ma mi invitavano anche  i partiti di sinistra: c’erano le elezioni e serviva un sardo di prestigio per acchiappare i voti degli emigrati sardi, che erano una marea in tutto il nord. Nessuno faceva storie per il cachet e per i rimborsi.

A Torino e in un paio di cittadine intorno a Milano, venni gratificato anche dalle grazie di impiegate molto carine, sposate o fidanzatissime. Una vera pacchia.

Tornato a Cagliari, decisi di passare due giorni con mio cugino e, presi i bambini dalle elementari di piazza Dante, partimmo al volo per Santa Giusta. Il giorno stesso, un’ora prima dell’imbrunire, Francesco mi portò a cucchiainare al canale del porto nuovo. Orate.

Funti mànnasa cumment’e prattìgliusu e prèansa de pruppa!” (Sono grandi come piatti e belle grasse).

Mi diede una delle cannette dei figli, non si sa mai, col puntale dell’innesto diverso dalla base, e mi montò il cucchiaino e il piombo.

“Càstia béi cummenti fazzu éu!” (Guarda bene come faccio io).

Lui lanciava quasi a metà del canale e poi recuperava facendo ondeggiare la canna.  Provai anch’io. Ma già al primo lancio credetti di aver arroccato. Troppo dura la lenza.

O Leo, mi pàridi chi ci happu pédriu tottu.” (Credo di aver perso la paratura)

Faimmì bi’.  (Fammi vedere) Posò la sua canna tra gli scogli, prese la mia e cominciò a tirare. E tirò fuori un’orata enorme di almeno due chili.

Mrinca mia a tia, o Di Santa, arrazz’e cù!” (ma che culo che hai!) la slamò, la sollevò in aria, e la fece vedere ai bambini. Miei figli giocavano a nascondino, i figli di Francesco tiravano sassi in acqua e facevano la lotta, sempre badando di essere visti dalle cuginette.

“Avete visto che bravo vostro padre? Io non ho preso niente, lui… subito…  un mostro!”  i bambini applaudirono e saltarono felici.

Lanciai di nuovo. Feci due recuperi a vuoto. Posai la canna e andai a fare un goccio d’acqua lontano dalla vista dei ragazzini. Al mio ritorno la canna era ancora più dura della volta precedente. Non mi persi d’animo e mi vergognai anche un po’, quindi tesi i muscoli e cercai di recuperare. Dovetti impiegare tutte le mie forze e cominciai a gioire: sentivo qualcosa che opponeva resistenza. Riuscii a trarre a riva un’altra preda ancora più grossa e combattiva della prima. Francesco, troppo impegnato, si era accorto della cattura solo dopo che l’avevo slamata e messa nella retina.

Arrori ti sbùddidi! O Di Santa, mabadìttu sìasta, ma ci hòi pottài tottu su pisci a Casteddu?! AH AH AHAH! Cessu cèssu… arrazz’è cu chi pòttasa!”  (Che l’orrore ti sbudelli! Che tu sia maledetto, ma vuoi portarti via tutte le orate a Cagliari? Gesù, Gesù, che culo che hai!)

Ne presi ancora un’altra. A quel punto, lui che non aveva preso nemmeno un roccale, si stufò e disse:

“Beh, bambini! Ce ne andiamo. Sta arrivando l’umido e… “ mi misi di fronte a lui col retino delle orate che ancora guizzavano e cominciai a ridergli in faccia.

“Questa è classe, cretinetti! Bellu cazz’e piscadòri chi sesi. Visto come si fa?” cominciò a ridere anche lui, insultandomi, e tornammo a casa a suicidare le prede con del bel carbone rovente.

La domenica notte rientrammo, coi bambini che dormivano beati e sorridenti in macchina.

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(Le prede di Francesco: una bella Leccia)

Il lunedì mattina mi arrivò una telefonata dalla Rai.

“C’è Nanni Loy qui che ci ha chiesto un personaggio sardo per il suo programma RADIO ANCH’IO. Te la senti di venire?”

“Dipende. Cosa devo fare?”

“Non lo so. Te lo passo.”

“Salis? Ciao, sono Nanni Loy. Senti, sono venuto al volo e devo tornare a Roma per la mia trasmissione. Noi facciamo tre settimane a via Asiago e una settimana in ogni regione. Cerco sempre degli artisti locali di un certo prestigio. Qui mi hanno fatto solo il tuo nome. Tu che fai?”

“Io faccio satira.”

“ma davvero?! Non mi dire! Io adoro la satira. Quindi ti fa piacere partecipare a Radio anch’io? Immagino che avrai seguito il programma.”

“Nanni. Non so dire le bugie. No, ti conosco e ti ammiro per Marcovaldo e per SPECCHIO SEGRETO, ma non ho mai sentito il programma alla radio.”

“Nessun problema. Ti piacerà, vedrai. Ha molto successo. Dai, spero di averti con noi lunedì prossimo. Trasmetteremo da Cagliari e tu sarai il nostro ospite d’onore.”

“Ti ringrazio. Ci sarò.”

“Ma sono io che ringrazio te. In bocca al lupo.” Mi ripassò il funzionario, che mi disse di avvicinarmi a firmare il contratto. Mi fecero il contratto per UNA puntata e ne feci otto.

Quasi me ne dimenticai, ma la domenica successiva, mentre mi accingevo ad andare in ufficio, mi chiamò da Roma un certo Paolo Poma e mi invitò a cena per la sera. Era il direttore di produzione di RADIO ANCH’IO e voleva vedermi per discutere la mia partecipazione. Io avevo già firmato il contratto per una puntata: 24 mila lire più la Siae. La Rai è sempre stata ladra con i talenti.  Ma di manica molto larga coi raccomandati e con le zoccole di regime. A partire da quelle infiltrate nel CDA e nelle varie  direzioni, per finire con la patetica compagnia di giro che assilla sempre meno spettatori dal 1994 ad oggi.

La sera, portai Poma in un ristorante. Dissi subito al titolare che non doveva accettare soldi dal mio ospite e parlammo davanti a un antipasto misto. Gli passai una copia del testo che avevo intenzione di recitare. Parlava del fatto che noi siamo ISOLANI, ma  ISOLATI per via dei trasporti; degli assessori regionali in banca durante l’assalto dei rapinatori che, al grido di “FERMI TUTTI! NESSUNO SI MUOVA!” Si erano voltati con le mani in alto e un sorriso pacioso: “Fermi tutti a NOI?! E chi si muove? Mai mossi ci siamo!” Della SIRdegna, con Aborto Torres, SARROCH un po’ polemico, ma BRUTTI FIGLI DI OTTANA! Della REGIONE AUTOMA della Sardegna: AUTOMA  perché fa tutto quello che dice Roma. Etc.”

“Nun fa ride.” Sentenziò il romano.

“Scommetti?”

“Nun fa ride. So’ cose che capite solo voi.”

“Vediamo.”

“No. Cambia testo.”

“Manco morto.”

Il giorno dopo, al mio arrivo in studio, mi esortò di nuovo:

“Fai un altro pezzo. Al buio. Ma quello nun fa ride.”

“Ma baccagài!”

All’annuncio di Nanni, feci il mio pezzo con una grinta insolita, cercando attraverso il vetro la faccia di Poma. Mi dovetti interrompere più volte, per le risate e gli applausi a scena aperta di tutto il cast presente in studio. Tra parentesi, il batterista dell’orchestrina era l’autore di “HO UN SASSOLINO NELLA SCARPA, AHI!”, e padre di una cantante che ebbe un effimero successo qualche anno dopo.

Alla fine del pezzo, il grande Nanni Loy mi abbracciò in diretta e mi ricoprì di complimenti coprendo il suo microfono col mio petto.

Mi portò a pranzo in un ristorante al mare e, appena a tavola, mi disse:

“Ma che cazzo ci fa uno come te in questo posto morto? Io sono nato e cresciuto qui, ma appena ho potuto me ne sono scappato via.”

Gli raccontai un po’ delle mie peregrinazioni, ma lui mi interruppe con una frase ho ripetuto spesso a mio figlio Lucio Wilson e ad altri giovani:

“Vuoi fare davvero questo mestiere? VATTENE DA QUI!”

“E dove vado? Non conosco nessuno e so bene come funziona.”

“Non sempre. – Disse lui, che aveva capito. – Io ti posso presentare al direttore di Radiouno, che ti fa lavorare solo se vali. Non è una raccomandazione. Anzi, semmai è un favore che faccio a lui. Avercene di talenti come te!”

Paolo Poma, sbrigate le formalità in viale Bonaria, ci raggiunse e mi sollevò letteralmente dalla sedia:

“A stronzo! Hai fatto er botto!”

“Ma non avevi detto che nun faceva ride?”

“Mavaffanculo! Volevo vede’ si ciavevi i coglioni. E ce ll’hai, mortacci tua si cellhai!”

Nanni mi fece fare un contratto per tutte le puntate sarde e poi altri per l’emissione romana.

Una volta a Roma, mi presentò a un entusiasta Elio Molinari, il direttore di Radio Uno e fratello di Vito il regista. Grazie a lui, cominciai con ospitate di prestigio: da Tutto il calcio minuto per minuto a un varietà di cui non ricordo il titolo. Feci alcuni programmi scritti e interpretati da me, poi approdai a VIA ASIAGO TENDA, presentato da Stefano Satta Flores e Antonella Steni, che era il programma più seguito della radio. Avevamo ospiti prestigiosi, da Benigni a Verdone a Nanni Moretti; dalla PFM al Banco a tutti i cantanti della Hit. In breve tempo divenni il comico stabile della trasmissione. Nessuno mi censurò mai niente, tantomeno il regista Fabio Brasile, che divenne, come Stefano, un caro amico e prendemmo anche a frequentarci con le rispettive famiglie. Registravamo cinque puntate il lunedì nell’auditorio A di via Asiago, davanti a un pubblico di almeno 300 persone, e poi andavamo in onda in diretta differita – da mezzogiorno all’una e mezza – dal lunedì successivo al venerdì incluso. VIA ASIAGO TENDA mi spalancò le porte dei teatri romani e tutti i big del cinema e della televisione si interessarono a me. Ma avevo le idee abbastanza chiare e volevo un programma di qualità che mi desse la possibilità di emergere e di attestarmi per bene e non passaggi volanti tanto per dire che ero stato in tv.

Cominciò a marcarmi stretto Pippo Baudo, che mandava i suoi autori di fiducia, Franco Torti e Broccoli, ad assistere ai miei monologhi e a farmi offerte che non potevo accettare: una puntata o due puntate di Domenica in. Io ne volevo almeno sei o otto, altrimenti non ero interessato. Mi venne a trovare un alto dirigente della televisione che mi disse di essere interessato a studiare un programma che mi potesse ospitare:

“Ma dovresti smettere di fare il sardo. Imiti bene tutti i dialetti, non ti fossilizzare col sardo. Sai, noi andiamo in onda in tutto il mondo e cosa vuoi che interessi – anche solo da Trento a Lampedusa – dei sardi? Siete poco più di un milione!”

“Lo so. – risposi. – Però i cow boys erano meno di duecento mila e ancora se ne parla, si scrivono libri, si fanno film. Non conta che accento usi, conta quello che dici e come lo dici. Eppoi, un comico sardo non c’era mai stato e anche per questo ho successo.”

Mi vollero conoscere e mi invitarono a pranzo grossi nomi della politica nazionale e anche il capo assoluto della massoneria, Armandino Corona. E tutti si offrirono di aiutarmi a fare carriera:

“Cosa posso fare per te?”

“Paga il pranzo.”

“No. A parte questo, sei mio ospite, voglio dire…”

“Ho capito. Ti ringrazio, ma preferisco camminare con le mie gambe.” E così ho fatto. Sempre.

Conobbi anche il senatore Pirastu, consigliere di amministrazione Rai del Pci, che mi volle segnalare a un paio di direttori. Portai quasi cento idee e format, che mi rubarono regolarmente. Ancora oggi vanno in onda programmi rubati dai miei progetti di allora: Striscia la notizia, Forum, Alle falde del Kilimangiaro, etc.

Pirastu, già allora, mi raccontava dei miliardi che si rubavano democristiani e socialisti col trucco dei doppi contratti per l’acquisto dei film. Quello che ha sempre fatto anche Burlesquoni: figura che ha pagato 30 milioni di euro un pacchetto costato appena sei milioni e così tutto il resto è in nero, per corrompere chiunque senza lasciare tracce. Nel caso della rai, a parte qualche mazzetta ai politicanti che li avevano imposti lì, i dirigenti il resto dei soldi se li mettevano in tasca.

Mi chiamarono per fare l’attendente di Garibaldi in un radiodramma dove l’Eroe dei due Mondi sarebbe stato Gastone Moschin. Lavorai così con i grandi del teatro: Moschin, Corrado Gaipa (vi ricordate il boss mafioso sulla carrozzina quando ne Il Padrino II Michael Corleone – Al pacino si sposa con la bella mora siciliana  e la sposina salta in aria con l’auto che sta imparando a guidare?). Corrado mi disse:

“Dopo la mia, tu hai una delle voci più belle della radio. Fattela pagare.”

Io impersonavo il maggiore maddalenino che Garibaldi usava come amico e confidente. Gastone, a ogni mia battuta, interrompeva la registrazione e, applaudendo, esclamava<:

“Stupeeenda! Meravigliosa!” solo per il fatto che il copione era scritto da un continentale e le mie battute erano prive di quella verve che invece sono proprie dei sardi intelligenti. Quindi mi adattavo le battute, conservandone il senso, ma rendendole molto più vive e credibili. Improvvisavo, insomma, come avevo sempre fatto. E per i teatranti un attore che sa improvvisare diventa subito un mito. Ma scoprii anche che erano praticamente tutti miei ammiratori, dato che si svegliavano intorno a mezzogiorno e io, coi miei monologhi di Via Asiago Tenda, ero la loro piacevole sveglia.

Garibaldi non era il mio primo radiodramma: con Arnoldo Foà avevo fatto il suo antagonista, il Diavolo, in un originale radiofonico registrato a Cagliari per la regia di Velia Magno. Il primo giorno di lavoro, andammo tutti a mangiare in un ristorantino di via XX Settembre e Foà, giustamente, mi disse che avrei dovuto migliorare la dizione. Venne il cameriere per le ordinazioni e ognuno scelse la sua. Quando arrivarono i piatti, Foà si accorse che gli avevano portato un’altra cosa e si infuriò col cameriere. Il giovane non batté ciglio, ma lo fulminò con una risposta mortificante, per un grande attore come lui:

“Eh, ma se non si capisce come parla lei!”

Dai microfoni di VIA ASIAGO TENDA ingaggiai un personale braccio di ferro contro alcuni politicanti ladri. Tutti minacciarono querele, da Craxi a Longo a Nocolazzi, ma io ero ben spalleggiato dal mio staff e anche molti illustri intellettuali e giornalisti si schierarono dalla mia parte. La battaglia si spostò sulla carta stampata e alla fine sia Longo che Nicolazzi vennero arrestati. Ancora oggi, un esponente di quel partitino di lestofanti, un certo Giorgio Carta, mi querela ogni sei mesi.

Ero sempre più corteggiato, come autore e come comico, e molti colleghi cominciarono a rubarmi le battute. Si affacciava un comico genovese che usava le mie battute e si era anche fatto crescere la barba come la mia.

Una domenica mattina, dovevamo incontrarci con Stefano Satta Flores e con i rispettivi figli per portarli allo zoo. Stefano mi aspettava da Vanni, il più famoso bar di Roma, a due passi dalle sedi Rai di viale Mazzini e da via Asiago. Chiamalo bar! Aveva un centinaio di dipendenti, grande pasticceria, un ristorante al piano superiore e tavoli dentro e fuori con ottimi piatti pronti. Vanni era la vetrina di tutto l’ambiente artistico e di chi voleva entrare a farne parte.

Miei figli e le bambine di Stefano stavano facendo colazione a base di pasticcini appena sfornati, quando entrò Roberto Benigni. Stefano lo chiamò:

“Ciao, Robbe’. Conosci Lucio Salis?”

“Certo! Come stai?”

“Sienti nu poco, guagliò. L’altra sera sono stato a teatro da te e ho sentito un paio di battute di Lucio. Chisto ne sforna venti, trenta, ogni giorno e…”

“Ho capito… – fece Roberto. – Quella di “dormo come un bambino”. Ch’hai ragione. Era troppo bella e ci stava benissimo a chiudere quel pezzo.” Tirò fuori un enorme rotolo di banconote da centomila dalla tasca dei pantaloni e, sempre sghignazzando disse:

“Sono pronto a pagare il mio debito.”

“Nun fare o buffone, Robe’. Mo’ tu paghi tutte le consumazioni!”

“Per così poco. – E si rivolse alla cassiera: Quanto pagano questi signori?”

“Nun hai capito, Robbbe’. – lo fermò Stefano. – Hai da paga’ pe’ tutte quante. Tutte le consumazioni dei clienti che stanno qua mo’!

Roberto si dimostrò un gran signore. Sempre ridendo, pagò di buon grado paste, cappuccini e aperitivi per tutti. Quindi ci abbracciammo e ognuno andò per la sua strada. Non ci siamo mai più visti, ma seguo con passione la sua carriera. E’ davvero il numero uno.

Per la cronaca, la battuta cui faceva riferimento era questa:

Arriva il primo avviso di garanzia a Craxi e lui, intervistato dai tg, commenta: “Sono tranquillo. Sono sereno. Dormo come un bambino.” Sì, dorme due ore, si sveglia e piange. Dorme due ore, si sveglia e piange… come un bambino, appunto!

Ma io davo dei ladri ogni giorno a quella banda di tagliaborse. Sempre senza offenderli e senza rischiare una condanna a seguito di eventuali querele. Per esempio:

Appena ho finito, corro a via del Corso a fare la tessera del PSI. Mi hanno detto che hanno fatto le nuove tessere, bellissime! Sono plastificate e c’è anche lo spazio per la foto. Non una, due foto: una di fronte e una di profilo.

Gli avevo dato dei delinquenti, ma in maniera satirica e dunque non punibile da nessun codice.

Un giorno, mi comparve davanti, proprio da Vanni, un pezzo di storia antica: Adriano Fabi. Adriano era il tastierista che suonava con Francesco con i POKER D’ASSI. Ora aveva sposato la sorellina di Renzo Arbore e aveva aperto un’agenzia di Promoter, la CONTATTO. Aveva la sede a due passi da lì, quasi di fronte alla Rai. Adriano mi fece un sacco di feste e un sacco di complimenti e mi invitò a cena a casa di Renzo, per qualche sera dopo. Prima però mi portò nel suo ufficio e mi propose di rappresentarmi. Per me andava bene: Non avevo nessuno che curasse i miei interessi. Mi accorsi molto presto, però, che Adriano non era la persona giusta per me. Era molto incolto, molto remissivo, chiedeva favori e si accontentava delle briciole. Io avrei avuto bisogno di qualcuno che capisse la qualità del mio lavoro e che mi imponesse per quello che ero, come aveva fatto il grande e compianto Vincenzo Ratti con Benigni.

Andai con Adriano a casa di Renzo. Ci accolse personalmente sulla porta e salutandomi mi disse:

“Aspetta un momento, Salis, guarda qua.” Prese una copia de Il Monello che stava su un mobile dell’ingresso, lo aprì e me lo porse: c’era un suo articolo che parlava de Salis & Salis.

“Vedi? Io non vi ho trascurato.” Peccato che parlasse dei salis come ex del Gruppo 2001 e di Piero salis come mio fratello. Sicuramente erano informazioni che gli aveva fatto arrivare lui. Non era la prima volta che si spacciava per mio fratello o ex dei Salis.

Se al posto di Adriano avevvi avuto un altro promoter, uno con le palle, sarei diventato una stella di prima grandezza in tre mesi. A casa di Arbore c’erano tutti. E quando dico TUTTI, vuol dire che davvero c’era il Ghota dello spettacolo italiano, nel bene e nel male. Da Renato Zero a Pippo Baudo, da Mariangela Melato a Sergio Corbucci, Loredana Bertè che cantava sul palco, Paolo Villaggio con la moglie, Eleonora Giorgi e chi più ne ha più ne metta. Registi, attori, cantanti, presentatori, produttori…

Adriano chiese al cognato se non gli interessavo come comico.

“No. – fu la sua risposta. – Lui è bravo, ma si scrive i copioni. E’ un professionista.  Io voglio dilettanti che improvvisino. “

Non sapeva, il tapino, che in fatto di improvvisazione mi mangiavo lui e tutto il suo baraccone di talentati.

Poi Adriano mi portò a Domenica in. Era un sabato, prove generali, e Pippo ci aspettava. Venne Villaggio a sedersi vicino a me in platea. Era lì per promuovere il suo ultimo film ed era abbastanza scoglionato: prevedeva di provare subito il suo ingresso e invece Baudo ci fece aspettare per quasi tre ore. Alla fine, Villaggio se ne andò senza salutare nessuno. Io andai da Adriano e gli dissi che stavo morendo di fame e che me ne sarei andato anch’io.

“Ma sei matto? Aspetta. Fra un po’ Pippo ci chiama.” Mi chiamò alle undici di notte.

“Dai, Salis. Facci vedere un pezzo.”

“A quest’ora? Non mi reggo in piedi. Sono tappato qui da cinque ore!”

“Ma la vuoi fare o no questa puntata di Domenica in?”

“Una puntata? No, grazie. Se me ne dai otto. O almeno sei di fila, bene, altrimenti ti ringrazio, ma non sono interessato.”

“Ma lo sai quanti artisti si farebbero tagliare un braccio pur di essere qui al posto tuo e fare una puntata del mio programma?”

“Lo immagino. Ma io ho bisogno di un lancio televisivo vero, che aiuti la gente a scoprirmi, non di un passaggio da sventolare al bar.”

Baudo rimase male, ma non si arrese. Mi fece arrivare messaggi quasi tutti i giorni. Qualche tempo dopo, mi beccò allo snack della Rai, all’ultimo piano di viale Mazzini. Io stavo andando a sedermi all’unico tavolo che c’era, tutti gli altri mangiavano in piedi o appollaiati su sgabelli contro la parete. Avevo il vassoio pieno di pasta al forno, mozzarella, insalata, pane e un paio di bottigliette di vino da un quarto. Mi sentii tirare per un gomito e mi voltai scocciato: stava per cadermi tutto il contenuto del vassoio. Era Pippo. Ma un Pippo che i telespettatori non avevano mai visto: la barba bianca di tre giorni, i quattro cappelli lunghissimi che gli servivano per le complicate architetture sulla crapa.

“Salis. Ho avuto un’idea.”

“Vieni al tavolo. Ti conservo il posto.”

“No. Ho già mangiato. Senti…” e mi tenne in piedi, col vassoio in mano, in mezzo al vociare e a persone che andavano e venivano e ci urtavano.

“Faccio un concorso tra comici. Con una giuria di esperti; registi, attori, giornalisti, ecc. Due comici a puntata e chi vince ritorna. Io ti faccio vincere tre volte così fai tre passaggi. Ti va?”

 soliti trucchetti dei concorsi addomesticati.

“Ti ringrazio, Pippo. Ma io resto della mia idea. Se proprio vuoi fare una gara, scegliamo una giuria non taroccata e la facciamo io e te. Scommetti che faccio tutte le puntate e tu verresti eliminato subito?”

Lo lasciai perplesso e incazzato e feci appena in tempo a trovare l’ultima sedia libera al comodo tavolo. Da quella volta, mi odia.

Ma Adriano Fabi non lasciò scappare solo me, perse anche  Vasco Rossi e altri. Bravo ragazzo, ma il lavoro del promoter non faceva per lui.

Frequentavo Cinema Democratico. Veramente, la dicitura completa era: Cooperativa di Lotta e di Lavoro per un Cinema Democratico. Conobbi e diventai allievo e amico di giganti come Ugo Pirro, qualche Oscar e parecchie nomination, Nanni Loy, Luigi Filippo D’Amico (il regista di Sordi “dentone” che vince un concorso per il Telegiornale della Rai), Massimo Felisatti, Tonino Valerii, Giuliano Montaldo, etc. Imparai tutto sulla sceneggiatura e tenni io stesso dei corsi frequentatissimi, a furia di calci in culo di Pirro. Secondo me, non ero all’altezza, ma Ugo mi spronò talmente tanto e mi insultò bonariamente, finché non mi convinse. Aveva ragione lui.

Trovai anche una brava agente, Marina Diberti. Che mi portava in giro per teatri per farmi conoscere e mi fece diventare amico di Sergio Leone e Federico Fellini.

Una sera, Marina mi portò a teatro a vedere “Amadeus”. Una palla di oltre quattro ore sulla vita di Mozart.

 Il protagonista era un mio vecchio amico: Aldo Reggiani, diventato popolarissimo con Loretta Goggi, quando erano ancora due ragazzini e interpretarono per la televisione LA FRECCIA NERA. Dietro ordini superiori, feci incidere un 45 gg ad Aldo: la cover di “By the time I go to Phoenix”, che mi tenne sveglio per due notti: era legatissimo per il canto, ma era l’idolo delle ragazzine e diventò una grande operazione commerciale. Senza nessun successo. Un’idea di Casetta.

Arrivati a teatro, Marina si tolse le scarpe e cominciò a dormire ancora prima che si spegnessero le luci. Bastardissima!

“Ti porto in giro perché così ti conoscono tutti anche di persona e sarà più facile piazzarti, tu hai molto carisma.” Mi diceva.

Alla fine del primo atto, come si accesero le luci e tutti corremmo fuori a fumare, mi si avvicinarono nanni Loy e Fellini:

“Vattene, tu che lo puoi fare. Non ti conosce ancora nessuno e non farai figuracce. Questa sarà una lunga tortura.” Ma io resistetti eroicamente. A momenti mi slogavo le mascelle, ma resistetti fino alla fine. Marina fu fiera di me, anche se non servì a niente quella serata.

Con fellini diventammo amici. Non mi prese mai per un suo film:

“Lucino, – mi diceva – sei bellissimo e mi piacerebbe fare un film con te, ma per questo che sto girando non vai bene. Ti dovrei invecchiare troppo artificialmente e non va bene. Non ti renderei un buon servizio.

Tra invecchiare te e farti somigliare a una marionetta e prendere un attore più agé, preferisco prendere un vecchio. Ma poi, lo vedi come li tratto io gli attori? No, dai, vediamoci martedì a pranzo sotto casa mia, dal VEGETARIANO in via Margutta. E… porta il Cannonau!”

La gag del martedì, per almeno due martedì al mese, era questa: io portavo una bottiglia di Cannonau nascosta sotto il giubbotto o il cappotto. Quello era un ristorante di verdure, frittatine e tisane, che piaceva molto a Giulietta Masina, ma Federico non disdegnava mai un buon bicchiere di vino, e anche più di uno. Non appena Giulietta andava in bagno, noi eravamo un commando micidiale: lui versava il bricco della tisana in un vaso di fiori e io lo riempivo repentinamente col vino. Le brocche erano di coccio, come le tazze, e il contenuto non si vedeva. Ma sua moglie non era stupida e ci guardava con le faccette sue tipiche, come a dire “ Ma voi due stronzi, chi credete di prendere per culo?” Ma era una gran signora, sportiva, e non ce lo disse mai apertamente. Per tutta la durata del pranzo, Federico e io ci divertivamo a raccontarci sottovoce vita morte e miracoli di tutti i clienti del ristorante, basandoci sulle facce e sui comportamenti. Era un grande esercizio di stile. Se li avessi registrati, quei nostri exploit, li avrei venduti in tutto il mondo come grandi lezioni di sceneggiatura.

Ogni tanto, Federico ridacchiava e mi ripeteva un’altra gag ormai noiosa:

“Ma dimmi la verità, Lucino, sei sicuro che Sotero Salis non è tuo parente?”

Sotero Salis era il suo avvocato di fiducia e io lo evevo sentito nominare sempre e soltanto da lui.

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(I miei primi tour nazionali come comico. Qui scrissi testi e feci la regia, oltre che presentare e fare mezz’ora di Cabaret)

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(Questo è il tour dell’anno dopo, con Tony Binarelli, Linda Lorenzi, Mario Tessuto, etc. Fummo premiati come miglior varietà live  dell’anno.)

Un giorno, Marina mi chiama:

“Abbiamo un appuntamento a pranzo con  Gavino Ledda, quello che ha scritto Padre padrone. Ti vuole per il suo primo film come regista.”

“E che cazzo ne sa di regia? Già fa fatica a scrivere…”

“Non rompere i coglioni. Ti passo a prendere all’una.”

All’una e mezza ci troviamo davanti al ristorante LO SCHIDIONE. Credo dalle parti del quartiere Trionfale. Marina ed io e Ledda con un soggetto che si spaccia oggi per regista, allora era un suo assistente.

Dopo le presentazioni, Ledda fa:

“Ah! Un ristorante sardo!”

“Davvero?” faccio io.

“Eh, certo! Schidione in sardo vuol dire spiedo.”

“Beh. Anche in italiano vuol dire spiedo.” Dico io, pensando “ma chi cazzo gliel’ha venduta a questo una laurea in glottologia?”

Comunque, ci sediamo a tavola e io chiedo:

“Marina mi ha detto che mi vorresti come protagonista del tuo primo film come regista. Qual è il plot?”

Lui si rivolge al suo assistente e, quasi schernendomi, fa:

E ite este custu plot?” (E cosa sarebbe questo plot?)      

Marina, che mi conosce un po’, si intromette:

“Il plot è la storia, l’idea intorno alla quale si costruisce la sceneggiatura.”

“Eh! Ma come parlate difficile a Roma! L’Idea è un sogno… insomma, non c’è una vera e propria idea… è un film onirico, un volo pidarico sul…”

Io avevo già deciso di togliermi di lì. Ma chi cazzo dava i soldi a un tipo del genere, uno senza arte né parte, con tutti gli autori e i registi bravi che non riuscivano a montare un film manco se si ammazzavano? Lo sussurrai a Marina e lei, di rimando:

“Ha il partito comunista dietro.”

“Ah. Ho capito.”

Morale: mi alzai e salutai cortesemente, trascinandomi la mia agente aggrappata alla vita, che faceva di tutto per trattenermi. Una volta fuori, sbottai:

“Mari’, io ti rispetto e ti voglio bene. Capisco che quello che fai lo stai facendo per il mio bene e per la mia carriera, ma cazzo! Non possiamo perdere tempo con chicazzé del genere. Mi prendo io tutte le responsabilità, ma per favore… cerchiamo di fare cose di prestigio e di lavorare con professionisti!”

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(Premi a un concorso di Cabaret a Milano)

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(Nel film BACIAMI, STREGA di Duccio Tessari. Dove recito con Renzo Montagnani, Philippe Leroy e Iris Peynado)

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(Iris Peynado)

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(Pasquetta 2003. Con Francesco stavamo componendo le nostre ultime canzoni e lui stava già male, anche se con me rideva molto.)

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(Brindiamo con Leo perché avevo spedito il cd con le nuove composizioni a Mina, a Lugano)

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(Urgu, Antonio, un suo amico, e io a un pranzo in campagna)

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(Io con Melina, in braccio a Massimo e Luca: il terzo e il secondogenito di Francesco)

La gente muore di fame, ma tutti pensano a vacanze e regali. A me, da bambino, bastavano due mandarini (che crescevano in cortile) e un paio di calze senza buchi, per Natale.

 

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Il tirassegno…

Il tirassegno è un sport, ma non quando due fanatici sparano a persone VERE, ignare, che stanno lavorando per portare il pane a casa. Che il risarcimento sia bello pesante. Grazie.

Marò, il Tribunale internazionale assegna il processo all'Italia: "Ma Roma dovrà pagare per i pescatori uccisi"

https://www.repubblica.it/esteri/2020/07/02/news/caso_maro_arbitrato_da_ragione_all_italia-260768107/?ref=RHPPTP-BH-I260767810-C12-P1-S5.3-T1

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Il cane e il pane.

Sono uscito col cane

Per comprare il pane

E non sono più tornato.

Ora vivo col cane

Vicino a un torrente

Senza conto corrente

Senza le tue stronzate

Senza troppe boiate.

Vorrai ammettere

Che messo alle strette

Come scusa è migliore

Che

“SCENDO A COMPRARE LE SIGARETTE”.

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