Caso Stefano Cucchi, Ilaria querela Salvini per la frase: “La droga fa male” L’ex ministro dell’Interno aveva commentato così la condanna dei due carabinieri a 12 anni per la morte del giovane avvenuta una settimana dopo l’arresto

ORMAI #cagarella  ha più querele e processi che voti. E speriamo che in parlamento non lo salvino per l’ennesima volta i suoi camerati pentafasci collusi.

PUBBLICATO IL18 Novembre 2019

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha deciso di presentare una querela nei confronti dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Dopo la sentenza di condanna a 12 anni per i due carabinieri, accusati dell’omicidio preterintenzionale del fratello, Salvini aveva affermato che il caso del giovane geometra romano «dimostra che la droga fa male». 

Processo Cucchi, la sorella replica a Salvini: “Si occupi dei suoi debiti, è ancora sotto gli effetti del mojito”

https://www.lastampa.it/cronaca/2019/11/18/news/caso-stefano-cucchi-ilaria-querela-salvini-per-la-frase-la-droga-fa-male-1.37917281

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LE CAZZATE DI #cagarellasalvini SONO E RIMANGONO… CAZZATE IMMANI. PUNTO.

“Non è vero che la presenza delle Ong in mare fa aumentare le partenze dei migranti dalla Libia”

Due ricercatori italiani firmano per lo European University Institute la prima analisi sui soccorsi in mare dal 2014 al 2019. Il crollo dei viaggi provocato dagli accordi con Tripoli

di ALESSANDRA ZINITI

"Non è vero che la presenza delle Ong in mare fa aumentare le partenze dei migranti dalla Libia"

(ansa)

Il “pull factor delle Ong” sui flussi migratori dalla Libia non esiste. L’affermazione che, da tre anni a questa parte è alla base dei provvedimenti che hanno ormai messo all’angolo le navi umanitarie, buona parte delle quali sotto sequestro da mesi, è una favola. A provarlo è il primo studio sistemico, su dati ufficiali dalle agenzie delle Nazioni unite ma anche dalle guardie costiere italiana e libica, firmato da due ricercatori italiani, Eugenio Cusumano e Matteo Villa, per lo European University Institute. La ricerca, che prende in esame, mensilmente, cinque anni di sbarchi in Italia (da ottobre 2014 a ottobre 2019) dimostra che non vi è alcuna relazione tra la presenza nel Mediterraneo delle navi umanitarie e il numero delle partenze dalle coste libiche.

In questi cinque anni, le navi umanitarie hanno soccorso complessivamente 115.000 migranti su 650.000, con una media del 18 per cento, la più parte nel 2016 e nel 2017 dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum. Poi il codice di condotta voluto da Marco Minniti nell’estate 2017 e il decreto sicurezza di Matteo Salvini hanno condizionato pesantemente l’attività delle Ong.

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/11/18/news/migranti_i_dati_di_uno_studio_confermano_non_e_vero_che_la_presenza_delle_ong_in_mare_fa_aumentare_le_partenza_dalla_libi-241311309/?ref=RHPPLF-BH-I241312974-C4-P3-S1.4-T1

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Questo è un grande dolore per me e per tutti gli artisti seri. Andai da lui per fargli co-firmare un mio format, stufo di farmeli rubare (tipo Striscia da #ricci). Col suo nome, pensavo, non mi toccano più. Invece rubarono anche quello. Lo vidi io stesso condotto da #gerryscotti su canale5 e rovinarono una splendida idea.

Purtroppo, il suo agente era un imbroglione craxiano, certo #lucaiosi, e non ci fu nulla da fare a livello legale perché il format lo aveva concesso lui. Io non solo non ho visto un euro di Siae né di royalties e fui ancora una volta cornuto e mazziato.
Ciao, Maestro.

Addio al regista Antonello Falqui, padre del varietà

Aveva 94 anni. Si spegne con lui un pezzo della tv italiana. Ha firmato programmi come Canzonissima, Sudio Uno e Milleluci. Lunedì i funerali.

Antonello Falqui
PUBBLICATO IL16 Novembre 2019

Con la regia di Antonello Falqui milioni di telespettatori, radunati intorno al piccolo schermo, prima in bianco e nero e poi a colori, hanno sognato con il varietà: da “Il Musichiere” (1957-60), presentato da Mario Riva, a “Canzonissima” (1958, 1959, 1968, 1969), da “Studio Uno” (1961, 1962-63, 1965 e 1966), con Mina, le gemelle Kessler, il Quartetto Cetra, Walter Chiari e Rita Pavone, fino a “Milleluci” (1974), con Mina e Raffaella Carrà. Un genere al quale il regista – protagonista assoluto, indiscusso e pionieristico della storia del varietà della Rai – ha dato piena dignità, nutrendo, al pari della commedia all’italiana sul grande schermo, l’immaginario degli italiani, offrendo in tv un sabato sera leggero, accattivante e allo stesso tempo di qualità. E Falqui ci è riuscito benissimo, circondandosi dietro le quinte di grandi professionisti (autori, scenografi, costumisti, direttori della fotografia, coreografi e musicisti) e guidando per mano attori, cantanti e ballerini che hanno rivestito decine di ruoli sul video. Nella storia della tv italiana, Falqui ha rappresentato il passaggio dalla fase provinciale e ‘casalinga’ dei primi show ad un periodo di grande professionalità, contraddistinto da spettacoli più complessi e articolati, basati sulla creatività della ripresa e delle coreografie, sul richiamo di star italiane e straniere e sulla ricchezza delle proposte scenografiche.

Nato a Roma il 6 novembre 1925, figlio del critico e scrittore Enrico Falqui, Antonello si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università della Sapienza, che lascia prima della laurea, attratto dal cinema. Dal 1947 al 1949 frequenta il corso di regia del Centro Sperimentale di Cinematografia. Interrompe il Centro Sperimentale per dedicarsi alla sua prima esperienza come aiuto-regista nell’unico film dello scrittore Curzio Malaparte, “Cristo proibito”, girato nel 1950. Falqui, che ancora non aveva completato il corso di regia, era affascinato dalla proposta del romanziere e giornalista che gli consentiva di realizzare finalmente le esperienze di teorie appena acquisite. Dopo quel primo film, lavora ancora come aiuto-regista accanto a Anton Giulio Majano, Camillo Mastrocinque e Mario Soldati. Successivamente affronta la regia di alcuni documentari, tra cui quello di esordio “Il fiume nero”, fino a quando, nel 1952, realizza per la televisione, ancora in fase sperimentale, alcuni programmi nella sede di Milano. Fra gli altri lo segnala particolarmente all’attenzione quello intitolato “Vita e conclave: Pio XII”, che costituisce per il giovane regista la precisa presa di coscienza del mezzo televisivo. Ne scopre una dimensione più ampia poco più avanti, nel 1953, quando si occupa di una delle prime rubriche “Arrivi e partenze”, poi proseguita a Roma sino al 1955. Era presentata da Mike Bongiorno e consisteva in una serie di incontri con personaggi famosi che arrivavano o partivano da Milano e poi Roma.

 

 

Ma è con “Il Musichiere”, accanto a Garinei e Giovannini, che Falquicomincia a realizzare appieno alcuni aspetti della sua concezione dello spettacolo leggero. La trasmissione domina le annate televisive 1958, 1959 e 1960. Mario Riva, che ne è l’animatore e il presentatore, diventa un personaggio nazionale, mentre tutta l’Italia si appassiona a quel gioco musicale. “Il Musichiere – ha affermato Falqui - è stato un po’ la riprova delle capacità che ha la televisione di rendere collettivi certi fenomeni. In questo senso era interessante scoprire la dimensione ‘discreta e domestica’ del piccolo schermo, che, senza violare l’intimità della famiglia, introduce nella società nuovi modelli di partecipazione alla comunità. E poi l’italiano rimaneva appagato nel suo ‘bisogno musicale’ che, ironicamente, era espresso nelle forme avvincenti della gara”. Falqui aveva perfettamente capito certe peculiarità dello spettacolo musicale e, non a caso, tra le quattro “Canzonissime” (1958, 1959, 1968 e 1969) da lui dirette, due hanno avuto un notevolissimo successo e l’edizione con Delia Scala-Manfredi-Panelli, è rimasta uno dei modelli fondamentali per le successive trasmissioni legate alla lotteria di Capodanno.

Nel 1961 dirige “Giardino d’inverno” con Gorni Kramer, Alice ed Ellen Kessler, Henri Salvador, il Quartetto Cetra e le Bluebell Girls del Lido di Parigi, uno show che fece epoca nell’Italia del boom economico. Ma è una visita negli studi televisivi americani, datata agli inizi degli anni Sessanta, gli permette di rinnovare il genere del varietà raggiungendo elevati livelli di qualità, concependo e realizzando una nuova forma di rivista televisiva. E’ la formula di “Studio Uno” (1962) che, abbandonati i luoghi comuni della rivista tradizionale, si propone in una chiave squisitamente televisiva. Lo spettacolo è accolto con grande favore: il pubblico italiano scopre Mina, il personaggio più caro al regista. Durante questi anni, Falquisperimenta nuove intuizioni registiche, oltre che nella rivista tout court anche nella commedia musicale e l’operetta, tutti generi che poi troveranno una nuova e originale formula nel fondamentale “Biblioteca di Studio Uno” del 1964, affidata al Quartetto Cetra. La maestria del regista Antonello Falqui è consacrata definitivamente nelle edizioni di “Canzonissima” del 1968 con Mina, Walter Chiari e Paolo Panelli e del 1969 con Johnny Dorelli, Raimondo Vianello e le gemelle Kessler.

Con lo stesso qualificato staff di collaboratori dei programmi Rai, negli anni Settanta curerà numerosi caroselli per la pasta Barilla dirigendo Mina con provato mestiere e ricreando in pochi minuti le atmosfere dei varietà del sabato sera. Gli anni Settanta e Ottanta sono caratterizzati da una lunga serie di regie di spettacoli che man mano abbandonano l’intrattenimento puro a base di sketch e canzonette per approdare a una rilettura sociale e storica dell’arte popolare. Oltre a “Dove sta Zazà” (1973), con Gabriella Ferri, Pippo Franco e Pino Caruso, significativi in tal senso sia gli esperimenti con Paolo Villaggio, protagonista della serie di “Giandomenico Fracchia”, e Gigi Proietti, protagonista di “Fatti e fattacci”, entrambi del 1975, che i varietà nostalgici come “Milleluci” (1974) e “Al Paradise” (1983-85), con Milva, Oreste Lionello, Heather Parisi. “Mazzabubù” (con Gabriella Ferri, Pippo Franco, Enrico Montesano, Oreste Lionello e Gianfranco D’Angelo), “Bambole, non c’è una lira” (con Isabella Biagini, Loredana Berté, Christian De Sica, Pippo Franco, Leopoldo Mastelloni, Tino Scotti e Gianni Agus), “Il ribaltone (con Pippo Franco, Loretta Goggi e Daniela Goggi), Studio ’80″ (con Christian De Sica, Leopoldo Mastelloni e Nadia Cassini, “Palcoscenico” (con Milva e Oreste Lionello”, “Come Alice” (con Claudia Vegliante e Carlo Verdone), “Sai che ti dico?” sono solo alcuni nei numerosi programmi diretti da Falqui fino alla metà degli anni Ottanta.

Dal 1990 il regista ha abbandonato il piccolo schermo dedicandosi sporadicamente all’insegnamento della regia televisiva in lezioni tenute all’Accademia di Belle Arti di Macerata e presso la società di produzione televisiva e distribuzione di format Einstein Multimedia, di cui è stato anche consulente. A Falqui è stato dedicato il film “Il conte Max” del 1991 diretto da Christian De Sica.

https://www.lastampa.it/spettacoli/tv/2019/11/16/news/addio-al-regista-antonello-falqui-padre-del-varieta-1.37910033
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SE NON SONO LADRI NON LI VOGLIONO. Le mani della Lega sul business dei farmaci Il partito di Salvini conquista la presidenza dell’Aifa, l’agenzia statale per i medicinali. Tra sprechi miliardari, riforme insabbiate e pressioni delle multinazionali

 INCHIESTA

Le mani della Lega sul business dei farmaci

Il partito di Salvini conquista la presidenza dell’Aifa, l’agenzia statale per i medicinali. Tra sprechi miliardari, riforme insabbiate e pressioni delle multinazionali

Uno scontro sotterraneo di potere, all’ombra della politica, scuote i vertici dell’Aifa, la potente Agenzia italiana del farmaco, che muove ben 28 miliardi di euro l’anno e decide quali medicinali possono entrare nel mercato italiano ed essere rimborsati dalle casse pubbliche.
L’ente, con le proprie decisioni, non solo è responsabile della buona salute dei cittadini, ma indirettamente svolge un importante ruolo a garanzia di ben 70 mila posti di lavoro, tanti sono gli addetti del settore. Il direttore e i comitati tecnici di Aifa hanno il delicato compito di selezionare e valorizzare i prodotti più efficaci nel debellare le malattie, senza dimenticare gli investimenti industriali ed economici che ciascuna multinazionale del farmaco ha in programma nel territorio italiano. All’attenzione per i pazienti si aggiunge dunque l’interesse a mantenere buoni rapporti con un settore industriale da 32 miliardi di giro d’affari e tre miliardi di investimenti all’anno.Quei posti di comando dell’Aifa scottano così tanto che il direttore uscente, il chirurgo milanese Luca Li Bassi, esperto di management sanitario, con una lunga e comprovata esperienza internazionale in materia di gestione e rimborsabilità dei farmaci, è rimasto in sella poco più di un anno, per poi essere travolto dal più tipico degli spoil system: al cambio del ministro della Salute, avvenuto a settembre – quando la pentastellata Giulia Grillo è stata sostituita da Roberto Speranza, ex Pd ora in Leu – è seguita la pubblicazione di un nuovo bando per l’incarico di dirigere l’Aifa. Il successore di Li Bassi, oltre a saperne di farmaci, dovrà avere eccezionali doti politiche e di mediazione, visto lo scontro di potere che sta lacerando l’Agenzia publica.

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