Dopo la devastazione di bush, blair e burlesquoni. Tre B come BACCAGAI!

Adesso l’elemosina si fa in Rete

I nuovi clochard cercano benefattori sul Web

I clochard ora raccolgono soldi
sulle piazze virtuali con paypal

ENRICO CAPORALE (AGB)

Toglietemi tutto ma non il pc. Aumenta il numero di senzatetto web-dipendenti. Nell’era di Internet e della comunicazione di massa anche l’elemosina si fa in Rete. Niente più cappelli, tazzine o scatoloni. I soldi si raccolgono con la paypal. Dalle piazze cittadine alla piazza virtuale. Qui i nuovi clochard s’incontrano, pubblicano poesie e vanno a caccia di donatori.

Lyndon e Josè vivono in Spagna. Hanno 30 e 50 anni. Trascorrono in strada la maggior parte del tempo. «Facciamo ridere la gente, ci piace vivere così», raccontano su

Internet. Sì, perché Lyndon e Josè hanno un sito tutto loro. Con tanto di fotogallery, video e spazio per i commenti. Ovunque il richiamo alla “pagina de dinero” dove, chi vuole, può lasciare un’offerta. Basta un euro. «Con quello navighiamo per un’ora, o ci facciamo una bevuta», scherzano i due mendicanti digitali. Il senso dell’umorismo non manca. In strada e in Rete gli stessi cartelli: un aiuto “per le canne”, “per il vino”, “per il whisky”. «Almeno siamo sinceri, non ci piace prendere in giro la gente». L’idea del sito Internet è nata quasi per caso. «In molti ci scattavano foto, volevano conoscere le nostre storie», spiegano Lyndon e Josè. Così, tra un viaggio e l’altro, tra una bevuta e una risata, è arrivata l’illuminazione. Lazybeggers.com, questo il nome del diario virtuale, è un contenitore di esperienze, una filosofia di vita e, ovviamente, una fonte di reddito. Per inviare denaro basta un clic: si accettano tutte le carte di credito. «Il pc lo abbiamo costruito assemblando pezzi di seconda mano, alcuni acquistati su eBay, altri regalati» – raccontano i due clochard – «La connessione? Quando possiamo la “rubiamo” in giro, altrimenti ci infiliamo in un Internet caffè, cogliendo l’occasione per una bevuta».

Lyndon e Josè si sono conosciuti dieci anni fa in una grotta del Sacromonte, collina sulla quale si snodano i mille vicoli di Granada, in Spagna. Qui, dove la città finisce, inizia una terra di nessuno abitata da mendicanti, musicisti e saltimbanco. Una piccola Woodstock del nuovo millennio. Lyndon era un ingegnere informatico, tutto casa e ufficio, poi, stufo del solito tran tran, ha deciso di sposare la strada. E ha incontrato Josè. Lui è molto più anziano: ormai conta oltre cinquant’anni, ma ha la vitalità di un ventenne. Nel curriculum vanta esperienze come modello di belle arti e carpentiere. Ora però la sua vita è accanto a Lyndon, tra la gente.

L’idea di un blog per clochard non è nuova. Già nel 2007, in Italia, un gruppo di senzatetto raccontava le proprie storie sul sito “Non superare la linea gialla”. In fuga dalla vita reale, quella gretta, monotona e meschina, i mendicanti di Milano Centrale trovavano rifugio nel Web. Il risultato fu un mosaico di poesie, dialoghi e riflessioni. Scriveva Orazio: «Le avversità fanno emergere talenti che nella prosperità rimarrebbero sopiti». Così è stato per i senzatetto lombardi che, grazie al blog, hanno dato libero sfogo alla propria creatività.

Dall’Europa agli Stati Uniti. Dopo la storia di Ted Williams, il clochard dalla voce d’oro divenuto famoso grazie a un video su YouTube visionato in pochi giorni da oltre tre milioni di persone, è scattata la corsa al Web. In California i senzatetto con un pc sono sempre più numerosi. Charles Pitts, ad esempio, aggiorna contemporaneamente Twitter, Facebook e il blog. Vive sotto un ponte a San Francisco, ma in Rete è già una star. «A noi non serve la televisione, non ci servono i giornali, e neanche la radio! Ma non possiamo fare a meno del Web», spiega Charles. Skip Shrayber, invece, trascorre le sue giornate in un caravan umido e arrugginito. Ama la filosofia e il suo unico contatto con il mondo è un vecchio MacBook: «Lo preferisco ai notebook, la batteria dura molto di più». Insomma, l’importante è restare connessi. «Il pc ha un effetto positivo sulle persone emarginate» – spiegano alcuni volontari americani – «E’ indifferente l’utilizzo che se ne fa: può essere uno strumento di sostentamento, o un semplice mezzo di svago, in ogni caso aiuta a socializzare e ad uscire dall’invisibilità».

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