Ruby: “La sentenza arriverà dopo le elezioni” Il tribunale di Milano si è fatto intimidire dal gangster.

I giudici del processo sul caso Ruby:
“La sentenza arriverà dopo le elezioni”

Il nuovo calendario fissato per le prossime settimane prevede che l’ultima udienza si terrà l’11 marzo
Respinta la richiesta di sospensione presentata dai difensori di Berlusconi candidati alle elezioni
I giudici hanno proposto all’accusa di rinviare la requisitoria al 4 marzo, ma Boccassini si è opposta

http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/01/21/news/caso_ruby_gli_avvocati_di_berlusconi_siamo_candidati_fermate_il_processo-50971969/?ref=HREA-1
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Ruby. Il mafionano le prova tutte per scappare dai processi. Ma la Boccassini lo rimbalza.

‘Stop al processo Ruby fino alle elezioni’
Ma Boccassini dice no agli avvocati di B.

Ghedini presenta come documento una lettera di Alfano che convoca una riunione a palazzo Grazioli
Il pm, però, si oppone: “Non è candidato premier. E poi si tratta di un incontro in residenza privata” .

I legali dell’ex premier hanno presentato un’istanza per legittimo impedimento per bloccare il caso Ruby. L’ex presidente del Consiglio è imputato per concussione e prostituzione minorile. Oggi era prevista la testimonianza della giovane marocchina che per l’accusa ha partecipato alle feste di Arcore quando era minorenne. La ragazza questa mattina in Tribunale. Il pm Boccassini si dice contraria: “Non è questione di diritto, ma di opportunità politica”. Giudici in camera di consiglio.

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Il nano compra testimoni versando al padre di due zoccole. “E’ brutto che si spettegoli su delle zoccole e sui loro genitori magnaccia.”

Procura di Milano: da Berlusconi 127mila euro a Nicole Minetti, Imma ed Eleonora De Vivo

I movimenti bancari, risalenti a qualche mese fa, sono stati segnalati dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia (Uif) ai magistrati, che hanno acquisito tutta la documentazione, inserendola nelle “indagini suppletive” notificate ai difensori dell’ex premier (processo Ruby) e di Lele Mora, Emilio Fede e dell’ex igienista dentale del Cavaliere

Le gemelle Eleonora e Imma De Vivo
Pochi mesi fa Silvio Berlusconi ha versato 127mila euro in quattro bonifici a Nicole Minetti, Imma ed Eleonora De Vivo, tre delle partecipanti alle cene eleganti del Cavaliere, ma soprattutto tutte testimoni nel processo sul Ruby Gate e il Bunga Bunga. In questo procedimento, l’ex presidente del Consiglio è imputato di prostituzione minorile per i rapporti con la minorenne Karima el Mahroug e di concussione per le telefonate alla Questura milanese la notte del 27 maggio 2010, in cui il premier aveva chiesto di affidare la ragazza marocchina alla consigliere regionale Nicole Minetti.I movimenti bancari sono stati segnalati dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia (Uif) alla Procura della Repubblica di Milano, che ha acquisito tutta la documentazione, inserendola nelle “indagini suppletive” notificate dai pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermanoai difensori di Berlusconi (processo Ruby) e di Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, gli ultimi tre imputati di favoreggiamento alla prostituzione per le “serate eleganti” nella villa di Berlusconi ad Arcore.

Per quanto riguarda i bonifici bancari ‘incriminati, tra ottobre e novembre scorso Nicole Minettiha incassato sul suo conto corrente presso Banca Intesa due versamenti, rispettivamente di 15mila e 40mila euro (‘prestito infruttifero’ la prima causale, nessuna specificazione per la seconda somma), provenienti dal conto di Silvio Berlusconi presso il Monte dei Paschi di Siena. Quelli alla sua ex igienista mentale, però, non sono gli unici versamenti contestati all’ex capo del Governo: a luglio e ottobre scorso, infatti, ha versato in due tranches 72mila euro – giustificando la somma come ‘regalìa – sul conto di Enzo De Vivo (padre delle gemelle Eleonora e Imma, ndr) presso la filiale napoletana della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza. Lo stesso Enzo De Vivo, interrogato il 5 aprile scorso da Ilda Boccassini, ha confermato di aver ricevuto quei soldi proprio da Silvio Berlusconi: i 72mila euro non erano per lui, ma per le sue figlie, che avevano fatto versare la somma sul conto del genitore per ‘evitare pettegolezzi’.

°°°Mi sembra giusto. è brutto che si spettegoli su delle zoccole e sui loro genitori magnaccia.
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Berlusconi e Santanchè, due vermi vergognosi che rappresentano solo la loro feccia.

Berlusconi in aula per il processo Mills: «Un’associazione a delinquere.

°°° Ma cosa si ASPETTA A RINCHIUDERLO IN UN MANICOMIO CRIMINALE?

La Santanchè:”La Boccassini? E’ una metastasi”

°°° Ma come ti permetti, sacco si merda plastificata?! Non vali nemmeno una caccola della grande Ilda. STRONZA DI UNA ZOCCOLA VUOTA!

santanche_tn

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La mafia berlusconiana e la ‘ndrangheta governativa al sacco della Lombardia

di Gianni Barbacetto

Milano, il pizzo
non è giusto

Antonio e Gianfranco Dimo, padre e figlio, sono due imprenditori che abitano il primo a Brugherio, il secondo a Milano. Le loro aziende (il consorzio Kalos, la società cooperativa New Labor) hanno vinto un bell’appalto per le pulizie dei vagoni di Trenitalia. Per loro, però, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha chiesto l’espulsione per tre anni dall’albo dei fornitori, con la conseguente impossibilità di partecipare alle gare d’appalto. Perché? Perché pagavano il pizzo alla ’ndrangheta. Versavano almeno 20 mila euro al mese nelle casse della cosca di Giovanni Tegano. Erano vittime d’estorsione, dunque, ma non lo avevano denunciato. E ora la procura calabrese chiede che venga applicata – per la prima volta – una norma del “pacchetto sicurezza” approvata dal governo nel 2009: niente più appalti a chi accetta il pizzo senza reagire.

Quanti sono gli imprenditori del Nord che sono nelle stesse condizioni di Antonio e Gianfranco Dimo? Quanti subiscono in silenzio le estorsioni, accettando di far diventare il pizzo un costo d’impresa? Quanti fanno finta di non

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ILDA BOCCASSINI TANTO ODIATA DAI DELINQUENTI COLPISCE ANCORA

CRIMINALITA’

Colpo alla ‘ndragheta in Lombardia
35 arresti, nel mirino droga e rifiuti

L’operazione è coordinata dal sostituto procuratore Ilda Boccassini e ha portato al sequestro
di beni per oltre due milioni di euro. Nell’inchiesta milanese spunta anche il nome di Lele Mora

Colpo alla 'ndragheta in Lombardia 35 arresti, nel mirino droga e rifiuti

Trentacinque arresti nei confronti di altrettanti affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia sono in corso da parte del nucleo di Polizia tributaria della guardia di finanza di Milano e dei carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia locale, per l’operazione Redux-Caposaldo. Fra gli arrestati ci sono personaggi di primo piano delle cosche reggine e platiote, tra cui il 59enne boss Giuseppe ‘Pepè’ Flachi e suo figlio Davide, nonché diversi personaggi legati al clan Barbaro, tutti da anni residenti nel capoluogo lombardo. Sequestrati anche beni per due milioni di euro. In carcere anche Paolo Martino, considerato “diretta espressione” della famiglia reggina dei De Stefano, e Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, considerati punti di riferimento delle cosche di Africo in Lombardia.

“Lombardia colonizzata dai boss”

Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della Dda milanese. Gli arrestati sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, assieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto. Le indagini hanno permesso anche di ottenere il sequestro di beni per un valore di oltre due milioni di euro. Il boss Paolo Martino, in particolare, avrebbe avuto contatti con l’imprenditore dei vip Lele Mora. E’ quanto emerge dall’ordinanza del gip. Nel provvedimento ci sono anche alcune telefonate tra l’avvocato Luca Giuliante, legale di Mora, in relazione a una gara d’appalto nel settore edilizio in cui è coinvolta la famiglia Mucciola.

Fra le attività dei boss non c’è solo la diffusissima infiltrazione nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, ma anche la gestione della security in molti, notissimi, locali notturni, l’estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, l’attività di pizzo ai chioschi dei ‘porchettari’, il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, gestione di cooperative appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt e perfino una ‘tassa’ imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città.

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La Boccassini li fa cagare tutti in mano, compreso un venduto del CSM. E Sallusti delira.

Perquisizioni in sede romana ‘Giornale’
Indagato consigliere Csm Brigandì

Carabinieri anche nell’abitazione della giornalista del quotidiano Anna Maria Greco. Il direttore Alessandro Sallusti: “Per l’ennesima volta la casta dei magistrati mostra il suo volto violento e illiberale”

Perquisizioni in sede romana 'Giornale' Indagato consigliere Csm Brigandì   Il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Bocassini

ROMA – Dopo la pubblicazione da parte de Il Giornale di un vecchio dossier, risalente agli anni ’80 e poi archiviato che riguardava l’ex pm di Milano Ilda Boccassini, oggi procuratore aggiunto, Matteo Brigandì, membro laico del Consiglio superiore, è stato accusato di abuso d’ufficio per aver passato al quotidiano 1 le carte riservate. Il consigliere laico della Lega al Csm, che rischia di essere sospeso dalla carica, è stato quindi iscritto nel registro degli indagati per il reato di abuso d’ufficio (art. 323 cp) dalla procura di Roma. I carabinieri hanno apposto i sigilli al suo ufficio al Csm.

Nell’ambito della stessa inchiesta in mattinata il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, che coordina l’indagine, ha ordinato una serie di perquisizioni nella redazione romana del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti e nell’abitazione della giornalista Anna Maria Greco. L’indagine a carico di Brigandì è partita da una denuncia da parte dello stesso Consiglio superiore della magistratura dopo la rivelazione di Repubblica 2 del 28 gennaio, che sosteneva come il consigliere avesse preteso gli fosse consegnato, per documentarsi, il vecchio fascicolo della disciplinare su Ilda Boccassini.

Per

la redazione del quotidiano di via Negri si tratta di “Un nuovo tentativo di mettere il bavaglio alla libertà di informazione e al Giornale in particolare – si legge in una nota – dopo le perquisizioni di pochi mesi fa al direttore, Alessandro Sallusti, al vicedirettore, Nicola Porro, e alla redazione milanese del quotidiano per l’affaire Marcegaglia”. A disporre le perquisizioni nell’abitazione romana della giornalista Anna Maria Greco e nella sede del quotidiano sarebbe stata, secondo quanto ha inizialmente denunciato la direzione de Il Giornale, il pubblico ministero Silvia Sereni per la presunta violazione dell’articolo 323 del codice penale, quello relativo all’abuso d’ufficio.

All’origine ci sarebbe l’articolo sul procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini dal titolo “La doppia morale di Bocassini” in cui si ricordava come nel 1982 il magistrato fu “sorpresa in atteggiamenti amorosi” con un giornalista di Lotta Continua. “Davanti al Csm – riferiva l’articolo – si difese come paladina della privacy. E fu assolta. Ora fruga nelle feste di Arcore – si sottolineava – ma allora parlò di ‘tutela della sfera personale'”.

L’accusa più grave è però quella che ha portato a indagare per abuso d’ufficio il consigliere laico del Csm, Matteo Brigandì. E’ in relazione a quest’inchiesta che è stata eseguita la perquisizione nell’abitazione della cronista de Il Giornale. In base a quanto si è appreso a piazzale Clodio l’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Pierfilipo Laviani, è partita da una segnalazione ufficiale fatta dal Consiglio superiore della magistratura. Secondo l’accusa, come aveva rivelato Repubblica il 28 gennaio, Brigandì avrebbe passato documenti interni al Csm alla giornalista che ha poi redatto un articolo sul procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini. “Non ne so nulla, e quindi non ho niente da dire”, ha detto oggi il consigliere Brigandì (Lega Nord).

Giorni fa il consigliere aveva già smentito di aver dato a Il Giornale gli atti del procedimento disciplinare sul pm di Milano. “Ovviamente non sono stato io” aveva detto la scorsa settimana proprio dopo la denuncia di Repubblica 3. “Se qualcuno sostiene questa cosa ne risponderà nelle sedi legali possibili”, aveva detto Brigandì. “Ho chiesto al Csm una serie di documenti, compreso quel fascicolo, che ho letto per un quarto d’ora e poi ho restituito”, aveva precisato Brigandì, che poi aveva annunciato di aver scritto una lettera al vice presidente Michele Vietti per chiedergli di “far luce” sulla vicenda.

Secondo il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, queste perquisizioni dimostrano come “per l’ennesima volta la casta dei magistrati abbia mostrato il suo volto violento e illiberale”. Sallusti ha aggiunto che “la perquisizione nell’abitazione privata della collega Anna Maria Greco, autrice dell’articolo che conteneva sentenze pubbliche del Csm, non solo è un atto intimidatorio ma una vera e propria aggressione alla persona e alla libertà di stampa. Stupisce che soltanto le notizie non gradite ai magistrati inneschino una simile repressione quando i magistrati stessi diffondono a giornalisti amici e complici atti giudiziari coperti da segreto al solo scopo di infangare politici non graditi”.

La giornalista Anna Maria Greco il 30 gennaio aveva scritto un altro articolo in cui si dava conto dei risarcimenti ai cittadini vittime di ingiusta detenzione o di errori giudiziari negli ultimi 10 anni e si sottolineava come nello stesso periodo le sanzioni per le toghe fossero state solo una decina: “il Csm – scriveva la giornalista – fa da scudo alla Casta”.

(01 febbraio 2011)

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Al Cafone come Al Capone: rischia la galera sul serio stavolta e per un reato lieve!

Quelle telefonate di Ruby
“Ha fatto sesso con il premier”

Su Berlusconi il rischio del carcere.

La ragazza avrebbe ammesso ciò che adesso nega: “Mi pagano per parlare e mi pagano per tacere, così sono diventata ricca”. Dai racconti di altre donne emergono i dettagli delle notti del Drago

di PIERO COLAPRICO e GIUSEPPE D’AVANZO
MILANO – Se Niccolò Ghedini ci ha messo del suo, in questa storia pasticciata non manca la mano di Silvio Berlusconi. Il premier oggi rischia di finire prigioniero dello stesso dispositivo che il suo governo ha preparato per castigare papponi, immigrati e predatori metropolitani. Come loro, può finire in carcere. Anche se il reato che gli viene contestato ha come pena massima tre anni. È vero, in Italia, nessuno entra davvero in una cella per una condanna così mite. C’è un ma.

Il Cavaliere, per fare la faccia feroce, sospinto dai leghisti e dagli utili elettorali della “politica della paura”, ha pensato di escludere dai benefici carcerari un bel gruppo di reati, considerati di “particolare pericolosità sociale”. Tra questi delitti c’è anche il crimine che gli viene contestato. Favoreggiamento della prostituzione minorile, secondo comma dell’articolo 600 bis: “Chiunque compia atti sessuali con un minore di età compresa tra i 14 e i 18 anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 5.164”.

Qualche sciocco ironizza sull’esiguità della pena, come se la limitatezza della sanzione rendesse trascurabile il reato, e quindi imperdonabile l’iniziativa della procura di Milano. Quello sciocco ignora che, se dovesse volgere al peggio, non ci possono più essere scappatoie per il capo del governo, perché in questo caso non esiste la

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