Processo “Ruby”, ma ditemi voi come il delinquente dilapida i soldi dello Stato e quindi DI TUTTI NOI!

Poi fa blaterare dai suoi servi nelle tv che i soldi si sprecano con le intercettazioni. Certo, le intercettazioni, che esistono in tutto il mondo e dove noi spendiamo molto meno persino del Lussemburgo, rischiano di far saltar fuori altri delitti del mafioso brianzolo, e quindi lui si caga il culo flaccido.

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Ottimo pezzo di Travaglio che smentisce tutti i piduisti coinvolti nello scandalo Mancino-Napolitano

Suicidio assistito

di  | 1 settembre 2012

L’ultima trovata dei corazzieri di complemento, giornalisti terrorizzati dall’eventualità che esca una notizia, è irresistibile. Dicono che Napolitano non può aderire al nostro appello di divulgare il contenuto delle sue telefonate con Mancino perché 1) non ne possiede le bobine (depositate in cassaforte dalla Procura) né le trascrizioni (mai disposte dagli inquirenti); 2) le conversazioni sono coperte da segreto investigativo e dunque, parlandone, commetterebbe un reato. Antonio Polito sul Corriere: “Napolitano non dispone del testo delle telefonate. In nome della legalità lo si invita a commettere un reato, visto che le telefonate sono secretate”. Massimo Franco sul Corriere (repetita juvant): quanti “chiedono che il Quirinale renda pubblico il contenuto…forse non sanno che le intercettazioni non sono in mano a Napolitano e la loro richiesta è un’istigazione alla violazione del segreto istruttorio”. Ezio Mauro su Repubblica: “Napolitano non ha le ‘carte’ da ‘mostrare al popolo’, perché i magistrati le tengono riservate”.Michele Vietti, vicepresidente Csm: “Ogni appello a divulgare le intercettazioni è irricevibile”.

Sta’ a vedere che il reato l’abbiamo commesso noi. Purtroppo non basta ripetere all’infinito una bugia per trasformarla in verità. Napolitano, se vuole, può tranquillamente rivelare quel che disse a Mancino nelle telefonate intercettate sull’utenza dell’amico, senza violare segreti né commettere reati. Il Codice penale punisce “il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete” (art. 326). Nel caso di intercettazioni segretate, sono i pm e i poliziotti, cioè i pubblici ufficiali che ne sono depositari a non poterle rivelare. Ma chi quelle telefonate le ha fatte le conosce di suo, senza consultare atti segreti, dunque può raccontare quel che ha detto senza bisogno di nastri o verbali.

Se Mancino parla due o più volte in sei mesi col Capo dello Stato, potrà dire che non ricorda le parole esatte, non che ignora l’argomento. Idem Napolitano. Si fecero gli auguri di Natale o di compleanno? Sparlarono – come sostiene Panorama – dei pm, di B. e di Di Pietro? Concordarono interventi contro l’indagine sulla trattativa, come lasciano desumere le telefonate coeve fra Mancino e D’Ambrosio, il quale diceva di agire su mandato del Presidente che aveva “preso a cuore” le sorti dell’amico Nicola? Sarebbero bastate poche parole a fine giugno, quando si seppe delle intercettazioni indirette, per stroncare sul nascere sospetti, polemiche, illazioni, ricatti. Se una figura come Napolitano dichiarasse solennemente di aver detto certe cose e non altre, nessuno dubiterebbe della sua parola. Anche perché, se per assurdo mentisse, basterebbe una fuga di notizie a sbugiardarlo. Per dissipare i residui sospetti, avrebbe potuto aggiungere un impegno: quello di inviare, in qualità di terzo intercettato, i suoi legali (e non l’Avvocatura dello Stato, trattandosi di chiacchiere fra amici) dal gip per chiedere non la distruzione, ma la conservazione delle sue telefonate, così che gli avvocati degli indagati (per esempio, Mancino) possano divulgarne il testo.

Napolitano non l’ha fatto prima e non può più farlo ora perché, forse mal consigliato, s’è messo in testa che la Costituzione lo renda inascoltabile come il Re Sole, qualunque cosa dica e con chiunque parli. Di qui l’atto suicida del conflitto di attribuzione contro la Procura. Peccato che Montanelli non sia più tra noi. Nel 1978, quando Pertini fu eletto Presidente della Repubblica, gli scrisse un telegramma: “Che Dio Le conceda il coraggio, Presidente, di fare le cose che si possono e che si debbono fare; l’umiltà di rinunziare a quelle che si possono ma non si debbono, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere sempre le une dalle altre”.

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Altro che perdere tempo sulle intercettazioni temute dai criminali come burlesquoni!

Ci sono ben altri problemi da affrontare nella giustizia devastata dal mafionano!

Manca la carta per le fotocopie, slitta il processo in tribunale

http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2012/07/10/news/manca-la-carta-per-le-fotocopie-slitta-il-processo-in-tribunale-1.5385824

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Intercettazioni al netto delle minchiate del nano: spesa un miliardo resa 60 miliardi per lo stato.

Milano, intercettazioni pagate
con i beni sequestrati ai boss

La procura: quei beni confiscati serviranno per pagare le spese per le intercettazioni
L´inchiesta “Infinito! condotta da Ilda Boccassini aveva portato in carcere 160 persone

di EMILIO RANDACIO

Milano, intercettazioni pagate  con i beni sequestrati ai boss

Hanno seguito le loro mosse per due anni. Ascoltato le telefonate tra decine e decine di indagati, spiato le loro corrispondenze, ogni minimo movimento bancario. Alla fine, il primo luglio 2010, la Direzione distrettuale antimafia di Milano (procuratore aggiunto Ilda Boccassini, pm Alessandra Dolci e Paolo Storari), ha fatto scattare il blitz: 160 persone in carcere con l´accusa di fare parte della ‘ndrangheta.

Personaggi del calibro dell´ex direttore dell´Asl di Pavia, Antonio Chiriaco, indicato come un uomo in mano ai clan, ma anche il presunto capo della ‘Ndrina lombarda, Pasquale Zappia. Grazie alle chiaccherate telefoniche, gli investigatori sono anche riusciti a filmare un rito di iniziazione celebrato in un locale pubblico affittato appositamente dai boss nella periferia milanese.

L´operazione si chiamava «Infinito», e solo per

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Paniz vuole i giornalisti in carcere. Il 90% degli italiani vorrebbe loro in galera, pensa un po’.

Paniz (Pdl): vogliamo i giornalisti in carcere

maurizio paniz

Altro che retromarcia su norma ammazzablog e tentativi di dialogo. Per Maurizio Paniz del Pdl la strada è una sola: i giornalisti che pubblicano le intercettazioni vanno sbattuti in carcere.

«Devono essere sanzionati i giornali che pubblicano e i giornalisti. I giornalisti con una misura di rilevanza penale», dice, ospite di 24 Mattino su Radio 24, per parlare del tema intercettazioni.

«Il giornalista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione penale, il carcere magari è un percorso più lungo- ha aggiunto Paniz- che ne so, ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o se il giornalista debba andare in carcere. Cosa che è tutto sommato molto rara nel nostro ordinamento per questa tipologia di situazione».

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Tinti smonta le stronzate false di un sedicente editorialista stronzo e destronzo.

Bruno Tinti

2 ottobre 2011

Corruzione e intercettazione

Molti anni fa mia figlia tornò da scuola e mi raccontò che un suo compagno le aveva detto che i “negri” non sono umani. Mi disse. “Gli ho detto che è sbagliato perché anche i negri hanno l’anima”. Ci ho ripensato leggendo l’editoriale di Panebianco sul Corriere del 28 settembre. Ci sono affermazioni che non possono essere contraddette in maniera articolata. Servono poche parole, come fece così bene mia figlia con quel suo compagno.

“L’uso politico delle intercettazioni”. Il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione sono reati; come l’accoppiarsi con una prostituta minorenne. Con le intercettazioni si scoprono e si provano; e non diventano reati politici se li commettono il presidente del Consiglio e alcuni amici suoi.

“La fine che hanno fatto la tutela della privacy e la presunzione di non colpevolezza”. Quando finisce il segreto investigativo gli atti processuali e il processo diventano pubblici. I processi segreti sono propri delle dittature, quelli pubblici delle democrazie. La privacy e la presunzione di non colpevolezza non c’entrano niente. Fino alla sentenza definitiva ognuno è processualmente innocente. Nel frattempo i cittadini, nel rispetto della legge, si formano le proprie convinzioni.

“Mani Pulite. La corruzione c’era ed era tanta (ma era ‘di sistema’ e per questo avrebbe richiesto una soluzione politica, non penale)”. La corruzione era ed è un reato. Mettere in prigione corrotti e corruttori riguarda la giustizia; non ammettere tra le proprie file i corrotti e cacciarli quando si scoprono riguarda la politica. Una corruzione di “sistema” è solo una corruzione molto diffusa e richiede uno sforzo maggiore sia alla magistratura che alla politica. La magistratura ha fatto quello che poteva. La politica ha continuato a farsi corrompere e a corrompere.

“L’avviso di garanzia che raggiunse Berlusconi a Napoli nel mezzo di una conferenza internazionale”. Lo sanno pure le pietre che l’avviso fu recapitato a Palazzo Chigi, che Berlusconi fu avvertito per telefono e che fu lui a dire di portarglielo a Napoli.

“Le tante anomalie del rapporto fra magistratura e politica, il grave squilibrio che si è determinato fra democrazia rappresentativa e potere giudiziario”. Non esistono anomalie tra giudice e imputato. L’imputato si difende, mente e scappa; polizia, pm e giudici lo riacchiappano, raccolgono le prove e, se colpevole, lo condannano. Quanto allo squilibrio, in effetti è gravissimo che in una democrazia rappresentativa il popolo sia rappresentato da tanti delinquenti.

“Persino il più ottuso dei cittadini capisce che centomila intercettazioni per una inchiesta sono cose da pazzi”. Il più ottuso dei cittadini sa che non è vero che ci sono state 100.000 intercettazioni. Le persone intercettate erano una quindicina. In effetti parlavano tanto al telefono, di reati per lo più. Quindi 100.000 sono le conversazioni e gli sms, non le intercettazioni.

“Si deve vietare di intercettare, anche in modo indiretto, chi occupa cariche istituzionali”. Totò Riina (intercettato) a onorevole: “Cicciuzzu beddu, a ‘du curnutu ca ti dinunziau ci pinsammu nuautri: carni morta è!” “Grazie Totò, lo sapevo che su di te potevo contare. Adesso vedo che posso fare per il processo di quell’amico tuo”.
Che facciamo, tutto archiviato? Omicidio e corruzione compresi?

zoccole
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Vespa, per i suoi 4 spettatori, attacca chi intercetta e tace sui delitti degli intercettati.

Marco Travaglio

LA VESPA REGINA

L’altro giorno Palazzo Grazioli ha dovuto precipitosamente smentire la visita dell’Ape Regina, al secolo Sabina Began (che naturalmente ha confermato tutto). Nessuna smentita invece per la visita al premier di un altro insetto: Bruno Vespa, posatosi sul suo miele prediletto per raccoglierne il nettare in vista del suo prossimo libro-panettone natalizio, dal titolo Quale amore (ma che domande: quello!). Nell’attesa, bisogna accontentarsi di Porta a Porta, che lunedì è andato così bene da farsi scavalcare persino dal film horror di Italia1 Saw-L’enigmista. Orrore per orrore, la gente ha preferito qualcosa di nuovo.

Infatti il salottino vespiano pareva un pezzo di modernariato portaportese, dedicato sorprendentemente a un tema inedito: le intercettazioni. Non allo scandalo del loro contenuto, si capisce, ma a quello dei pm che le fanno, dei giornali che le pubblicano e soprattutto dei cittadini che le vengono a sapere. Persino i vescovi le hanno lette e

sono inorriditi. Ma Vespa, da buon insetto, ha sorvolato, dedicando all’anatema di Bagnasco tre nanosecondi sui titoli di coda, quando anche l’ultimo telespettatore era stramazzato al suolo. Per il resto, insulti al giudice Palamara (“Ma lei ci capisce o non ci capisce?”). Beatificazione di Vittorio Emanuele di Savoia (chiamato financo “principe”). Panzane a volontà sui “100 mila italiani intercettati ogni anno” (sono 6 mila). Alcune flatulenze di Gasparri il cui senso sfuggiva ai più. E molte congratulazioni alle leggi bavaglio Mastella & Alfano. Leggi, entrambe, a cura della signora Augusta Iannini, dal 2001 alto dirigente del ministero della Giustizia e incidentalmente moglie di Vespa.

Il bello della puntata è che galleggiava in un assoluto vuoto spazio-temporale: pareva registrata 10-15 anni fa e forse lo era. Per dare un tocco vintage al tutto, c’era persino Mastella, pallido ed emaciato, dipinto come un perseguitato politico, illegalmente intercettato e perquisito con tutta la sua famiglia, poi sempre prosciolto: il fatto che l’intera sua famiglia sia stata imputata (Clemente, la signora Sandra, il consuocero Carlo) o indagata (i figli Elio e Pellegrino) non risultava a nessuno dei presenti. Il che aumentava la sensazione di un programma registrato nella notte dei tempi.

Siccome ormai in tv è proibito discutere di giustizia, e dunque di B., senza la presenza di un suo impiegato, pontificava in studio Giorgio Mulè, direttore di Panorama. Anche lui, parlando dalla preistoria, ignorava i due processi in corso a Napoli contro Mastella per quattro concussioni, tre abusi, una truffa, una malversazione e un’appropriazione indebita. Infatti sosteneva che “le sue intercettazioni non hanno avuto riscontro giudiziario: è stato massacrato e assolto”. Evidentemente la puntata risaliva a quando Berta filava, Mastella non era ancora imputato e Mulè non dirigeva ancora Panorama. Già, perché nel 2007, con una fuga di notizie illecita, Panorama rivelò che Prodi era stato iscritto nel registro degli indagati a Catanzaro per Why Not; e nel 2008, con un’altra fuga di notizie illecita, Panorama pubblicò intercettazioni prive di rilevanza penale fra Prodi e alcuni imprenditori, racchiuse in un fascicolo senza indagati trasmesso dalla Procura di Trento a quella di Roma e poi archiviata. Un mese fa Panorama, diretto da Mulè, fece un’altra fuga di notizie illecita ai limiti del favoreggiamento, pubblicando la richiesta d’arresto per Tarantini e Lavitola (il quale, avvertito da Panorama e consultatosi col premier-editore-complice, scappò).

Tutte notizie segrete, ma vere, che era giusto pubblicare. Ma è altamente improbabile che chi dirige un giornale specializzato nelle fughe di notizie illecite denunci le fughe di notizie illecite dei giornali, auspicando pene esemplari per chi le fa. Dunque è sicuro: Porta a Porta era roba di repertorio. A meno di pensare che il Mulè soffra di sdoppiamento della personalità. O di autolesionismo acuto: non vorrà mica essere arrestato con le fonti del suo giornale?

Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2011

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