Menzogne su menzogne…

… e sempre dai suoi zerbini, senza contraddittorio. Vespa dovrebbe sprofondare per la vergogna sotto un km di merda.

Le bugie dell’Imperatore

Nella Repubblica fondata sulla menzogna, può accadere che il presidente del Consiglio menta non solo sulla sua pelle (le sue frequentazioni private e l’utilizzo a fini personali dei voli di Stato) ma anche sulla pelle degli altri. Ieri sera, nel solito, comodo salotto di Bruno Vespa, Silvio Berlusconi ha detto due colossali bugie.

La prima bugia, la più scandalosa perché dolorosa, riguarda i disoccupati e i precari. “Abbiamo, ed è già operativo, accorciato le pratiche per la cassa integrazione – ha dichiarato il premier – e tutti coloro che perdono il lavoro hanno il sostegno dello Stato. Copriamo fino all’80% dell’ultimo stipendio, ma la gente che segue anche dei corsi può arrivare quasi al 100% dell’ultimo stipendio… I “co.co.pro.” possono avere una percentuale rispetto a quello che hanno introitato rispetto all’anno precedente… Ed è tutto già operativo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O specula politicamente sulla vita della povera gente.

Non lo dicono i pericolosi “comunisti” del Pd. Lo dice la Banca d’Italia: “Il nostro sistema di protezione sociale – ha spiegato il governatore Mario Draghi nelle Considerazioni finali della scorsa settimana – rimane frammentato. Lavoratori identici ricevono trattamenti diversi solo perché operano in un’impresa artigiana invece che in una più grande. Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore ai 500 euro al mese… La Cassa integrazione ordinaria è stata diffusamente usata… la sua copertura potenziale è tuttavia limitata – interessa un terzo dell’occupazione dipendente privata – e fornisce al lavoratore un’indennità massima inferiore, in un mese, alla metà della retribuzione media dell’industria… Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20 nel settore pubblico. Il 38% è nel Mezzogiorno”. Così stanno le cose nella realtà, fuori dalla fiction berlusconiana.

La seconda bugia il Cavaliere l’ha detta proprio sui fondi per il Mezzogiorno. “I fondi Fas ammontano a 57 miliardi – ha annunciato solennemente – e abbiamo mantenuto l’85% al Sud e il 15% al Nord. Non li abbiamo ancora attribuiti perché non vogliamo che vadano a finire nelle spese correnti, ma là dove sono destinati dall’Europa ovvero per le infrastrutture.

Quando una Regione ci presenta un piano infrastrutture noi li diamo. Se invece li spende per stipendi o per spese correnti non li diamo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O racconta l’ennesima frottola a spese dei poveri meridionali. Non lo dicono i sovversivi “bolscevichi” dell’opposizione, ma i numeri del Tesoro. La suddivisione dei Fondi Fas all’85% per il Sud e al 15% per il Nord non è una decisione di questo governo, ma una norma consolidata e varata dalla Legge Finanziaria del 2002. Non solo. I fondi Fas in cassaforte, all’inizio di questa legislatura, ammontavano a 63 miliardi. La prima manovra di Tremonti ne ha subito tagliati 10. Dei 53 rimasti, 26 miliardi sono fondi nazionali e 27 sono fondi regionali.

I primi, invece di essere usati per investimenti nelle aree depresse, sono stati impiegati dal governo per finanziare spese correnti di ogni genere: dagli sgravi Ici ai più abbienti all’Alitalia, dalle quote latte alla copertura dei disavanzi comunali di Roma e Catania. I secondi, per i quali è prevista la compartecipazione dell’Unione europea, non sono nella disponibilità del governo centrale ma degli enti locali. Così stanno le cose nel mondo vero, fuori dal “set” virtuale berlusconiano.

Sarebbe stato bello se, nello studio di “Porta a porta”, qualcuno avesse sollevato qualche obiezione al Cavaliere, e gli avesse fatto notare l’inconsistenza dei suoi seducenti “annunci” e l’incongruenza delle sue sedicenti “verità”. Ma ancora una volta, in quella “dependance” televisiva di Palazzo Grazioli è risuonato solo il Verbo dell’Imperatore.

MASSIMO GIANNINI

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Da Travaglio

La Dépendance della libertà

Ora lo dice anche Enrico Mentana, nel suo libro “Passionaccia”: il gruppo Mediaset «sembra un comitato elettorale, dove tutti ormai la pensano allo stesso modo e del resto sono stati messi al loro posto proprio per questo». Lo disse, anzi lo scrisse via mail nell’aprile 2008 a Fedele Confalonieri, dopo una fantozziana cena aziendale all’indomani della vittoria del padrone: «C’era tutta la prima linea dell’informazione (Mediaset, ndr), ma non ho sentito parlare di giornalismo neanche per un minuto. Sembrava una cena di Thanksgiving… di ringraziamento elettorale… Era scontato complimentarsi a vicenda… per la “missione compiuta”». «Dopo aver irriso ­ prosegue Mentana – per oltre un decennio, e con molte ragioni, le accuse di chi dipinge Mediaset come una dépendance di Forza Italia, avevo assistito a una scena che avrebbe fatto esultare i teorici del conflitto d’interessi». Più avanti il fondatore del Tg5 spiega che la sua cacciata dal gruppo è dovuta non al caso Englaro, ma all’aver invitato Di Pietro nonostante il veto di Confalonieri. In attesa che una qualche Authority competente sui conflitti d’interessi si faccia raccontare da Mentana il comitato elettorale chiamato Mediaset, si spera che d’ora in poi nessuna persona sana di mente osi più menarla con la favola che «comunque Mediaset ha Costanzo e le Iene». O con la baggianata che «Di Pietro fa il gioco di Berlusconi». Altrimenti Mentana, dopo quell’intervista, l’avrebbero promosso, non cacciato. Ma forse Di Pietro fa il gioco di Berlusconi e Berlusconi non lo sa.

b-polipo2

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