Marco Travaglio, sputtanamento di d’alema

Marco Travaglio

25 giugno 2011

Max The Fox

“Ora è molto tardi per fare una legge sulle intercettazioni e del tutto inopportuno intervenire per decreto. Ma il problema c’è: non è giusto mettere sui giornali la vita privata delle persone. Leggiamo una valanga di intercettazioni che nulla hanno a che fare con vicende penali, ma sono sgradevolmente riferite a vicende personali. Non è una cosa positiva. Occorre proteggere i cittadini”.

Chi l’ha detto? Massimo D’Alema naturalmente. Puntuale come una merchant bank, ogni qualvolta B. è travolto in uno scandalo, arriva la Volpe del Tavoliere a levarlo d’impaccio. O almeno a fare pari e patta. Fa sempre così, da 17 anni.

Breve riepilogo delle puntate precedenti.

Nel ‘94 B. finisce nei guai a Milano per le tangenti alla Finanza: D’Alema finisce nei guai a Bari per un finanziamento illecito di 20 milioni dal re delle cliniche pugliesi, l’imprenditore malavitoso Cavallari (prescrizione).

Nel ’96 B. è politicamente morto e l’Ulivo di Prodi si accinge a una sonante vittoria: Max va in pellegrinaggio a Mediaset per esaltarla come “grande risorsa del Paese” e garantire che non la sfiorerà nemmeno con un dito. B. medita di ritirarsi a vita privata: D’Alema s’inventa la Bicamerale per riscrivere “insieme” la Costituzione, specie sulla giustizia, lo trasforma in padre ricostituente e manda in soffitta il conflitto d’interessi.

Nel ’98 Prodi e Ciampi portano l’Italia in Europa: Bertinotti li rovescia in men che non si dica e l’indomani D’Alema è già pronto con una maggioranza alternativa, rimpiazzando Rifondazione coi ribaltonisti di Mastella, Cossiga e Buttiglione e dichiarando morto l’Ulivo.

Nel ’99 Rete 4 perde la concessione, ma D’Alema – impegnatissimo a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” Colaninno, Gnutti e Consorte per l’assalto a Telecom – la salva regalandole la licenza per trasmettere in proroga sulle frequenze che spettano a Europa7.

Nel 2001 B. risorge dalle sue ceneri e governa cinque anni: unica opposizione i girotondi, i pacifisti, i no global, infatti D’Alema raccomanda di evitare la piazza.

Nel dicembre 2005 B. è alla canna del gas, dopo aver perso le amministrative e le europee, mentre l’Unione di Prodi ha 15 punti di vantaggio in vista del voto politico del 2006: ma ecco saltar fuori le intercettazioni sull’ultimo colpo di genio di Max, l’appoggio alla scalata illegale dell’Unipol di Consorte alla Bnl (“Vai, Gianni, facci sognare!”). Pari e patta con le scalate di Fiorani e Ricucci ad Antonveneta ed Rcs sponsorizzate dal centrodestra. Così l’Unione si mangia quasi tutto il vantaggio e Prodi vinciucchia per 25 mila voti, troppo pochi per governare senza i ricatti dei partitini.

Nel 2009 B., dopo un anno di governo, è già alla frutta per lo scandalo D’Addario-Tarantini: ben presto si scopre che “Gianpi” le mignotte le portava nei giorni pari a Palazzo Grazioli e in quelli dispari a Sandro Frisullo, vicepresidente della giunta Vendola e dalemiano di ferro. Una Bicamerale a luci rosse.

Nel 2010 B. è di nuovo sputtanato dalle rivelazioni di Wikileaks: Max non può mancare e infatti salta fuori un cablo dell’ambasciatore Spogli a Washington su quel che gli ha confidato D’Alema nel 2007: “La magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano”. Infatti i giudici baresi arrestano anche l’altro assessore dalemiano di Vendola, Alberto Tedesco, provvidenzialmente rifugiatosi al Senato.

Nel 2011 B. perde comunali e referendum: D’Alema offre un bel governo istituzionale col Pdl. Scandalo P4: Bisignani trafficava con vari ministri, ma accompagnava pure il gen. Poletti da D’Alema (e da chi, se no?). Ora B. ci riprova col bavaglio ai giornali che pubblicano intercettazioni pubbliche. Max The Fox concorda, ma dice che “per una legge è tardi”. Ci penserà lui quando tornerà al governo. Per lui la missione del centrosinistra è sempre stata questa: completare l’opera del centrodestra. Il guaio è che quegli stronzi degli elettori non l’hanno ancora capito.

Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2011

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RUBY. E LO SPUTTANAMENTOOOOOOOOOOOOOO

Ruby, il grande ricatto di Michelle: “Io so tutto”

“Io so tutto”. Michelle Conceicao ammette di aver omesso parte della verità sul caso Ruby al pm Ilda Bocassini. “Non le ho detto tutto, sono riuscita a imbrogiarla”, dice la brasiliana alle telecamere di Exit. Non è un’ammissione da poco. Michelle è la ragazza che la notte tra il 28 e il 29 maggio, quando Ruby viene arrestata a seguito di un denuncia per furto presentata da un’altra ragazza del giro di Lele Mora (Caterina Pasquino), si precipita in questura e telefona a Silvio Berlusconi e a Nicole Minetti per avvisarli di quanto accaduto. Ed è con lei che Ruby lascia gli uffici di Fatebenefratelli dopo l’intervento del consigliere regionale Minetti.

Insomma, Michelle è una testimone chiave dell’intera vicenda. A casa sua custodisce i regali ricevuti dal premier, è stata ad Arcore, ha conosciuto Silvio Berlusconi e lo ha frequentato. Il suo telefonino è stato più volte agganciato dalle celle della residenza brianzola del premier. Ma Michelle non ha mai detto nulla. Ha sempre difeso il premier. Nel verbale di interrogatorio Bocassini più volte insiste e la invita a rispondere, a dire quello che sa.

Oggi, a distanza di mesi, riconosce: “Io so tutto”. Parole che suonano come un ricatto. Ma rivolto a chi? Al presidente del Consiglio? Che lei insiste a difendere strenuamente. O a Lele Mora? Che Michelle conosce e frequenta? Mora è, secondo Michelle, il gran burattinaio della vicenda Ruby. “Tu sei il grande vip Lele Mora, però tu sai delle cose e io so delle altre cose. Io fino ad ora sono stata zitta, zitta. Però se mi va di parlare, parlo. Fino ad ora ho preferito non parlare, non dire niente, però sotto giuramento parlerò, non ci penso neanche”. E aggiunge: “Come fanno lui (Lele Mora, ndr.) che è indagato per induzione alla prostituzione e lei (Ruby, ndr.) che è la parte offesa, ad andare in giro insieme? E’ un pò strano, no? Giustamente è la Procura che se lo deve chiedere. Io lo so perché”. E questa volta, afferma, se le verrà chiesto parlerà. “Si, ma sarà dura”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/07/ruby-il-grande-ricatto-di-michelle-io-so-tutto/102836/

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Burlesquoni e lo sputtanamento mondiale.

Andrea Luchetta per “Il Riformista”

berlusconi ruby mubarak f

Tempo che le agenzie battessero la richiesta di giudizio immediato per il premier, e i siti dei più autorevoli giornali stranieri rilanciavano la notizia a tambur battente. Ormai a sera, il New York Times le dedicava addirittura la foto di apertura dell’edizione globale.

Fedele al suo approccio storico, il quotidiano liberal ha ricostruito le tappe dello scandalo aggiungendo numerosi elementi di analisi. L’affaire «non si è tradotto in una disfatta politica per il primo ministro, che gode di una maggioranza risicata» perché «l’opposizione di centro-sinistra è debole». La Lega Nord viene definita «il partito più influente della coalizione di governo» – difficile pensare che si tratti di una svista – mentre si sottolinea esplicitamente come Berlusconi abbia fatto ricorso «al suo impero mediatico per contribuire a plasmare l’opinione pubblica italiana».

BERLUSCONI RUBY

Sul Wall Street Journal, i guai giudiziari del primo ministro sono rimasti stabilmente fra i primi tre titoli. L’articolo di cronaca era accompagnato da un sondaggio in cui il 77% dei votanti – non molti, a dire il vero – si dicevano convinti della necessità che Berlusconi venga processato. E forse non è un caso che l’azionista di maggioranza del Wsj sia Rupert Murdoch, arci-nemico del Cavaliere.

ruby berlusconi

Nel suo articolo di copertura, la Bbc si limita a contestualizzare le ultime evoluzioni. Ma il colosso britannico aveva dato il meglio pochi giorni fa, pubblicando un’autentica guida on-line al “bunga bunga”, con tanto di indicazioni per una pronuncia adeguata. Dopo alcune dotte disquisizioni sull’etimologia dell’espressione – che spaziano dalle barzellette ai noti consigli di Gheddafi – , il sito-faro dell’informazione mondiale scommette che il “bunga bunga” farà presto il suo ingresso nei dizionari di lingua inglese, viste le decine di migliaia di citazioni accumulate nella blogosfera anglofona.

BBC logo

La Bbc dedica anche uno dei suoi consueti approfondimenti «domande e risposte» ai guai giudiziari del premier. La quarta questione – «cosa sarebbe un “legittimo impedimento”?» – non può che strappare un sorriso ai lettori italiani per l’ingenuità della domanda. Il classico alieno sbarcato sulla terra e meravigliato di verità per noi scontate.

In fin dei conti, forse non è un caso se il giornale che dimostra più familiarità con lo scandalo – tanto da dedicarvi un corsivo sul filo dell’ironia, in cui il Rubygate s’intreccia col federalismo fiscale – è il francese Le Figaro. «Ancora una settimana decisiva in Italia. Non è presuntuoso scriverlo, tutte le settimane sono decisive dalle parti dello Stivale. Un feuilleton politico senza fine».

NY times

Fortuna che Silvio «può contare sull’appoggio inamovibile di un vero amico, Umberto per gli intimi». La penna di Christine Fauvet-Mycia stuzzica e solletica, risparmiando però gli affondo più pesanti – il che forse non è un caso, visto l’orientamento politico della testata.

Ancor più sarcastico il Financial Times. «C’è un’opinione, particolarmente diffusa fra i giovani, secondo cui la politica è noiosa. Nessuno ha fatto di più per combattere tale percezione del primo ministro italiano, Silvio Berlusconi», protagonista di un’intraducibile «barnstorming way of life».

Wall Street Journal

Segue la ricerca di precedenti paragonabili fra i vari imperatori romani. Opera ardua – vista la predilezione degli ultimi per massacri e affini – , premiata dal successo nei soli casi di Eliogabalo e Carino. Con una differenza sostanziale: «Eliogabalo regnò da adolescente. Carino non era molto più anziano. Il primo ministro ha 74 anni».

sara tommasi Murdoch squalo

In un’analisi di fine gennaio, il Ft sottolineava che «lo slancio del governo è sempre più diretto a risolvere le battaglie giudiziarie di Mr Berlusconi». Al tempo stesso, alcuni diplomatici rimarcavano come gli scandali del premier «rinforzeranno la solida immagine dell’Italia come potenza marginale». E non si potrà certo accusare il quotidiano del business britannico di simpatie giacobine.

Raissa Skorkina

Che il momento sia difficile per Berlusconi lo si deduce anche da un altro fatto significativo. E cioè che la notizia – ripresa pure dal Times of India – viene riportata perfino da Xinhua, un’agenzia di stampa controllata dal governo cinese. Ed è la stessa agenzia – che per motivi più che ovvi tende a silenziare le fragilità degli uomini al potere – a chiudere il testo ricordando come il Cavaliere rischierà di essere il primo presidente del Consiglio italiano chiamato a rispondere di accuse simili.

Marysthell Garcia

A ben guardare, però, la condanna politica di Berlusconi era scritta nelle foto con cui le varie testate hanno scelto di illustrare lo stato d’animo del premier, prima ancora che negli articoli. Grinte, bronci, grugni. Rughe e doppio mento. Mani alzate a mo’ di resa. Non un ritratto che possa aspirare alla prossima edizione di Una storia italiana. E questo, per l’uomo che cominciò a stravolgere la politica piazzando una calza sulla telecamera, è più di un segno.

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Le falsità del delinquente silvio berlusconi e… lo sputtanamentoooo!

L’onore dei soldi

Parla il banchiere Scilabra: “L’ex sindaco di Palermo Ciancimino venne da me insieme a Dell’Utri a chiedere 20 miliardi per Berlusconi”

“Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri nel 1986 chiesero insieme 20 miliardi di vecchie lire in prestito per le aziende di Silvio Berlusconi alla Banca Popolare di Palermo”. A raccontare l’incontro che proverebbe i rapporti tra il gruppo Berlusconi e don Vito, sempre negati dal Cavaliere, non è Massimo Ciancimino o un pentito qualsiasi ma un manager di banca in pensione, che ha passato metà della sua vita nel cuore del potere siciliano e che ora ha deciso di aprire l’album dei ricordi. Si chiama Giovanni Scilabra, oggi ha 72 anni e allora era direttore generale della Banca Popolare di Palermo del conte Arturo Cassina, il re degli appalti stradali, amico e sodale di Ciancimino. L’ex manager è abbastanza deciso nel collocare l’incontro nel 1986. Don Vito era stato arrestato da Giovanni Falcone per mafia nel 1985 e aveva l’obbligo di risiedere a Roma. Ma il figlio Massimo ha raccontato che, grazie alle sue coperture, circolava indisturbato a Palermo. “Nel 1985 era stata inaugurata la nuova sede della Banca Popolare di Palermo di fianco al Teatro Massimo”, cerca di riannodare i ricordi l’ex manager, “ricordo che l’incontro avvenne in quella sede”. In pensione dal 1999, Scilabra ha più tempo da dedicare alla lettura. L’ex manager ha seguito con attenzione le rivelazioni del Fatto sugli affari e gli incontri milanesi tra il Cavaliere e Ciancimino. E, quando l’avvocato-onorevole Niccolò Ghedini ha dichiarato: “Nessun rapporto né diretto né indiretto né tantomeno economico vi è mai stato fra Berlusconi e Vito Ciancimino. All’’epoca Berlusconi non sapeva chi fosse il sindaco di Palermo”, Scilabra ci ha aperto la sua bella casa palermitana per dire quello che ha visto con i suoi occhi.

Dottor Scilabra quando ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
Nei primi mesi del 1986, il Cavaliere Arturo Cassina, mi disse: ‘Dottore Scilabra, vengo sollecitato da Vito Ciancimino per un finanziamento a un grande gruppo del Nord. Io vorrei che lei lo riceva e ascolti le sue richieste’. Dopo alcuni giorni Vito Ciancimino è venuto insieme al signor Marcello Dell’Utri. Mentre Ciancimino lo conoscevo bene, era stato già assessore e sindaco, Dell’Utri per me era uno sconosciuto. Per accreditarsi mi disse che era palermitano, aggiunse che aveva un fratello gemello. Poi entrò nel vivo. Veniva a chiedere un finanziamento per il Cavaliere Berlusconi.

Perché la Fininvest di Milano chiedeva prestiti a Palermo?
Dell’Utri mi disse: ‘Abbiamo problemi al Nord con il sistema bancario e allora abbiamo tentato con l’amico Ciancimino di sentire cosa si può ottenere dalle piccole banche siciliane’.

La richiesta di finanziamento a quanto ammontava?
Circa 20 miliardi di vecchie lire. Il rischio però sarebbe stato suddiviso tra tutte le banche popolari della Sicilia. Feci presente a Dell’Utri che per noi, piccole banche siciliane, quelle richieste erano troppo onerose.

Cosa le disse per convincerla?
Marcello Dell’Utri disse che il gruppo Fininvest avrebbe ripagato con congrui interessi l’operazione. Voleva restituire tutto dopo 3 anni, in un’unica soluzione. Solo gli interessi sarebbero stati pagati durante i 36 mesi.

Lei cosa rispose?
Io dissi: ‘Visto che lei è venuto accompagnato da Vito Ciancimino ne parlerò con le altre banche’. Però aggiunsi che una restituzione a 36 mesi mi sembrava poco fattibile anche perché la Banca d’Italia e gli organi di vigilanza ci stavano con il fiato sul collo e avrebbero sicuramente avuto qualcosa da ridire. Proposi allora di adottare il metodo revolving, cioè con dei rientri ogni 4 mesi del capitale. In modo da permetterci anche di vedere come andavano queste aziende nel frattempo.

E in questa conversazione tra lei e Dell’Utri, che atteggiamento adottò Vito Ciancimino?
La mia impressione è che il ruolo di Ciancimino fosse un po’ quello del sensale dell’operazione.

In che rapporti erano Dell’Utri e Vito Ciancimino?
Cordiali. Si vedeva che si conoscevano bene. Comunque io mi riservai di decidere e passammo ai saluti. Da allora non ho più visto di persona Dell’Utri.

E il finanziamento?
Dall’indomani io mi misi all’opera. Contattai i presidenti e i direttori generali delle banche popolari più rappresentative per sentire il parere di colleghi più anziani di me. Tutti dissero che l’operazione non era fattibile. Era troppo rischiosa per le nostre piccole banche.

Perché il gruppo Berlusconi aveva bisogno di capitali?
Non capii esattamente se dovevano servire per la Edilnord, per la Fininvest o per la Standa (in realtà la Standa sarà comprata da Berlusconi solo anni dopo, ndr). Comunque il gruppo Fininvest allora era indebitato per migliaia di miliardi.

Chi erano questi colleghi delle altre banche con i quali ha parlato del finanziamento a Berlusconi?
Contattai Francesco Garsia, direttore della Banca Popolare di Augusta; il barone Carlo La Lumia e il direttore Giuseppe Di Fede della Banca di Canicattì; l’avvocato Gaetano Trigilia della Banca di Siracusa; il barone Gangitano della Banca dell’Agricoltura, sempre di Canicattì; Francesco Romano della Popolare di Carini. Allora erano le banche più rappresentative della Sicilia, con tanti sportelli e attivi congrui. Feci’ da regista all’operazione perché ero nel capoluogo, Palermo, ed ero il più giovane, tanto che gli altri sono quasi tutti morti.

E come è finita la storia?
Ciancimino tornò da me, da solo. E gli dissi che l’operazione non poteva andare avanti per i motivi che ho detto.

Come la prese Ciancimino?
Molto male. Nell’operazione secondo me lui si sarebbe certamente ritagliato una mediazione perché secondo me per lui questo oramai era un mestiere. Fu sgradevole come suo solito. Mi disse che eravamo una bancarella, che eravamo tirchi, che avevamo fatto male e che dovevamo dare questi soldi a Berlusconi, un grosso imprenditore che avrebbe pagato interessi congrui.

E Cassina come la prese?
Ovviamente io avevo riferito tutto al commendatore che mi disse di fare tutto il possibile ma – comunque – sempre tutelando l’interesse della banca.

Ci può raccontare chi era secondo lei il Conte Cassina, come lo chiamavano allora?
Era in realtà un signore venuto da Como che usurpò il titolo nobiliare al fratello e che iniziò a lavorare nelle manutenzioni stradali nel dopoguerra. Così entrò in rapporti con Ciancimino, assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo.

E chi erano gli altri soci della banca?
La banca era una piccola popolare con dei soci di riferimento. Oltre a Cassina c’era il cavaliere Alfredo Spatafora, ricchissimo titolare di una catena di negozi di scarpe in tutta Italia e il commendatore D’Agostino che operava nel campo delle opere marittime.

Sta parlando di quel Benni D’Agostino, arrestato nel 1997 e poi condannato per mafia, già socio nel periodo 1979-80 del presidente del Senato Renato Schifani?
Sì, lui era il figlio del commendatore ma si occupava anche lui dell’azienda e lo conoscevo, come il padre.

Perché Cassina era così potente?
Cassina a Palermo era come Costanzo, Rendo e Graci messi insieme a Catania. A Palermo era come Agnelli a Torino. Nella sua villa aveva impiantato uno zoo con centinaia di animali: leoni, leopardi, coccodrilli, giraffe e zebre. Gestiva l’Ordine del Grande Sepolcro di Palermo dove faceva entrare chi diceva lui. Funzionari di polizia, prefetti, politici e mafiosi e colletti bianchi facevano la fila mentre io, ovviamente, me ne fottevo. Cassina era molto amico anche di Gheddafi, che gli affidava gli appalti in Libia. Uno dei primi libretti verdi della rivoluzione del Colonnello finì nelle mie mani perché Gheddafi lo aveva donato personalmente a Cassina che aveva fatto impiantare le tende nei suoi saloni in suo onore.

Ma perché Cassina aveva il monopolio degli appalti?
Nella sua ditta c’era addirittura un distributore delle tangenti. Si chiamava ragioniere D’Agostina, detto manuzza. Il commendatore mi chiamava la sera e mi chiedeva di far preparare al cassiere decine di milioni di vecchie lire in contanti. Al mattino si presentava il ragioniere e mi lasciava un assegno che veniva addebitato sui conti di Cassina. Quei soldi servivano per politici e funzionari. Il ragioniere mi diceva: ‘Assai ci costano i politici al conte Cassina’”.

Chi erano i correntisti della banca?
Prima che io diventassi direttore c’era il papa della mafia, Michele Greco. Era amico del vicepresidente Giuseppe Guttadauro, ex deputato monarchico legato alla mafia di Ciaculli, che fu cacciato dalla banca.

Cosa pensa dei racconti di Massimo Ciancimino sui rapporti economici tra il padre e Silvio Berlusconi?
Per me, al 99 per cento, Massimo Ciancimino dice la verità. Comunque da quello che ho visto io, Ciancimino era un uomo venale. A lui interessava l’argent , cioè i soldi della mediazione. Non era una persona raffinata. Il raffinatissimo, secondo me, era Marcello Dell’Utri.

Quali erano i rapporti tra Ciancimino e Cassina?
Erano culo e camicia. Quando Ciancimino era assessore, tutte le strade, gli acquedotti e le fognature erano appaltate alle ditte di Cassina. Al punto che tutte le mappe delle reti non erano in comune ma in mano a Cassina, anzi nella casa di un capomastro. Se il comune voleva riparare una strada doveva chiedere le mappe a lui. Fu proprio il capomastro a spiegarmi il meccanismo. Un giorno si presentò nel mio ufficio e mi chiese un prestito di 500 milioni di lire dell’epoca, che ovviamente gli rifiutai. Lui allora si inalberò e mi spiegò che non era un capomastro qualsiasi ma quello che aveva le mappe. Alla fine ottenne il prestito, anche se molto inferiore.

A proposito di prestiti rischiosi, lei si è pentito di non avere dato quei 20 miliardi all’uomo più potente d’Italia?
No. Ma che scherziamo? La centrale rischi bancari indicava per il gruppo Berlusconi un’esposizione per migliaia di miliardi. Era troppo rischioso e avremmo rischiato seriamente di perdere tutti i soldi.

Perché oggi racconta questa storia?
Perché sono stufo delle bugie. Per capire l’Italia di oggi bisogna partire dalle storie come quella di Cassina, che io ho vissuto. E per costruire un paese migliore bisogna cominciare a raccontare tutta la verità.

da Il Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2010

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/23/l’onore-dei-soldi/73126/

cricca berlusconi

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Lo sputtanamento di Mafiolo

Da Bari a Palazzo Grazioli,

le memorie della D’Addario

In «Gradisca, presidente», la versione della «escort più famosa nel mondo»

SESSO  ACIDO

tette-limone


MILANO — Il mémoire della escort più famosa del mondo arriva in libre­ria. Patrizia D’Addario, con la vicedi­rettrice del Corriere del Mezzogiorno Maddalena Tulanti, scrive Gradisca, Presidente per raccontare i suoi

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Sputtanamento galattico

Michael Binyon, vicedirettore del Times, replica a Berlusconi
“Se il nostro premier fornisse tante versioni contraddittorie dovrebbe dimettersi”
“Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo

Se è nei guai con le donne è una notizia”
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – “Noi influenzati dalla sinistra italiana? Un’accusa semplicemente ridicola. Quando vediamo una notizia, noi del Times la riportiamo, tutto qui. E il primo ministro di uno dei maggiori paesi d’Europa che si mette nei guai con le donne, è una notizia”. Michael Binyon è uno dei più autorevoli commentatori del Times, membro della direzione del quotidiano londinese. È lui a rispondere a Silvio Berlusconi, che nella sua prima reazione al pesante editoriale di ieri del Times, “Il clown cala la maschera”, ha detto che i giornali stranieri sono “ispirati dalla sinistra italiana”. Non è la prima volta che il premier italiano accusa una testata inglese di essere “di sinistra”: aveva dato del comunista perfino all’Economist, settimanale liberal-capitalista, quando lo ritrasse in copertina come “indegno di governare” a causa del conflitto d’interessi e dei suoi processi.

Sostenere che è di sinistra il Times suscita analoga ilarità, a Londra: fondato nel 1875, a lungo il miglior quotidiano del mondo, è sempre stato un bastione del conservatorismo, e lo è rimasto – nonostante la simpatia per Tony Blair – anche dopo essere stato acquistato nel 1981 da Rupert Murdoch, il magnate dei media, proprietario di televisioni e giornali quasi tutti di centrodestra, come la rete tv Fox e il Wall Street Journal negli Usa, il Sun e appunto il Times in Gran Bretagna.

Michael Bynyon, che pensa degli ultimi sviluppi della Berlusconi-story?
“Penso che Repubblica stia facendo un lavoro magnifico. Ed è piuttosto sorprendente, per un osservatore straniero, che vi siano così scarse critiche di Berlusconi, sugli altri media italiani. Naturalmente la ragione è nota: Berlusconi controlla o almeno influenza, direttamente o indirettamente, gran parte dei media italiani, a cominciare dalle tv. Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti”.

Che cosa sarebbe accaduto, secondo lei, se uno scandalo simile fosse scoppiato qui, nel Regno Unito?
“Se si sospettasse che il primo ministro ha una relazione con una 18enne a cui promette dei favori, e sua moglie affermasse che va con minorenni, e il premier in questione fornisse di continuo versioni contraddittorie sull’accaduto, tutti i media nazionali gli starebbero addosso 24 ore su 24. Dovrebbe dimettersi nel giro di settimane”.

Berlusconi dice che i vostri editoriali, critici nei suoi confronti, sono ispirati dalla sinistra italiana.
“Un’accusa insensata, ridicola. Sostenere che c’è una cospirazione, dietro i nostri articoli, è infantile. Una cospirazione della sinistra italiana, poi: e come farebbe, la sinistra italiana, a far scrivere quel che vuole al Times di Londra? Noi non scriviamo per fare piaceri a questo o a quello. Scriviamo quando vediamo una notizia. E il premier dei uno dei maggiori paesi d’Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com’è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco”.

E la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione delle 700 fote scattate alla festa nella sua villa in Sardegna?
“Difendere la privacy, in assoluto, è giusto. Ma in questo caso, se Berlusconi volesse mettere a tacere ogni sospetto, direbbe: pubblicatele. Non facendolo, contribuisce a lasciar credere che in quelle foto ci sia qualcosa da nascondere”.

Magari gli italiani pensano che mentire su relazioni extraconiugali è lecito.
“Può darsi, ma la menzogna non può cambiare di continuo, dev’essere credibile. E le cose che dice Berlusconi non lo sono. Senza contare che la menzogna di un leader politico, per qualunque ragione, è imperdonabile. Ovunque. Anche in Italia”.

(2 giugno 2009)

°°° Questo imbecille malavitoso non ha la più pallida idea di cosa siano la libertà e l’informazione. Abituato agli zerbini italioti, non si rende conto che in tutto il mondo occidentale i giornalisti sono tutti come Santoro e Travaglio, non certo come vespa e belpietro…

times

APTOPIX ITALY BERLUSCONI

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E lo sputtanamentooooooooo

Settimana Santa d’oro
Pronti trecentomila euro di
finanziamenti regionali per
la Settimana Santa a Cagliari. Solo
per due stendardi saranno
spesi 65 mila euro.

°°° Ecco come la giunta capellusconi comincia a sputtanare i NOSTRI soldi: pagando le prime cambiali ai preti decerebrati che l’hanno votato.

cappell

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Soliti metodi mafiosi di Mafiolo

°°° Non c’è verso: se non stai a baciargli il culo tenta in tutti i modi (bassi e schifosi) di abbatterti, di sputtanarti, di schiacciarti… di FARTELA PAGARE. Questi sono i vecchi metodi del mafionano. Ci ha provato anche con me, ma sono ancora vivo.

Alla vigilia deL DEBUTTO Sky, SBUCANO gli scheletri dall’armadio – Prima Fiorello “in spogliarello”. Ora la Cuccarini cuccata (sembra) senza slip – Proprio QUANDO S’INFIAMMA la querelle tra antenne, parabole, cavi, fibre ottiche…

cucca

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