Berlusconi, gangster impunito

In arrivo la norma che cancella tutte le prove
di Claudia Fusani

Il delitto perfetto esiste. Basta avere molta fortuna. Oppure essere molto abili nel cancellare scientificamente ogni prova e ogni indizio. Non solo quelli lasciati sulla scena del delitto ma anche ogni collegamento o riferimento possibile. Ecco, la vicenda giudiziaria del premier Silvio Berlusconi assomiglia molto al tentativo lucido, costante, scientificio di cancellare ogni prova e indizio. Una bonifica a prova di Ris. O di Csi.

Fiction televisive a parte, la via maestra per il Presidente del Consiglio sarebbe sempre la stessa: farsi processare, accettare il giudizio dei giudici e poi sbandierare le sentenze. Quali che siano. Come ha fatto il senatore Giulio Andreotti, non l’ultimo nome nella storia della Repubblica. Lui invece fugge dai processi, impazzisce quando gli si parla di toghe e magistrati e continua a mettere la sua vita al riparo della giustizia grazie alle leggi ad personam, le norme studiate a tavolino proprio per blindarsi rispetto ad inchieste, sospetti e accuse.
Se la madre delle leggi ad personam è stato il lodo Alfano (impunibilità delle quattro più alte cariche dello Stato, luglio 2008) per cui Berlusconi è uscito dal processo dove era coimputato con l’avvocato inglese David Mills, l’inizio è stato nel 2001 quando, appena insediato a Palazzo Chigi fece approvare la norma che di fatto depenalizzò il falso in bilancio (all’epoca c’erano un paio di processi incardinati con questa ipotesi di reatoprocessi,incardinati,reato,rogatorie,internazionali,conti esteri,Previti,Squillante,dimezzò,termini,prescrizione,). Nel mezzo c’è una lunga lista: dalla legge che ha modificato le rogatorie internazionali (2001) per cui divennero inutilizzabili le dichiarazioni sui conti esteri di Previti e Squillante; alla ex Cirielli (o salva Previti, 2004) che dimezzò i termini di prescrizione del reato così che l’ex ministro della Difesa e avvocato del premier evitò la conferma in appello delle condanne a 16 anni per tre corruzioni giudiziarie (Imi-Sir, Lodo Mondadori, Squillante). L’operazione non è ancora conclusa.

Nell’obiettivo di bonificare, cancellare, ripulire – perché in fondo se il premier “cade” sul caso Mills e diventa corruttore è come tirare un filo e sciogliere tutto il gomitolo che imbozzola la sua purezza di leader nonché di vittima del sistema giudiziario – il governo ha approvato a dicembre un complesso di norme che modificano il codice penale e di procedura. «La riforma della giustizia per assicurare più velocità nei processi e più certezza della pena» fu l’obiettivo dichiarato. Bene. Ecco come l’articolo 4 di quel pacchetto di norme (32 in tutto) interviene nel nostro sistema giudiziario. Il secondo comma di quella norma prevede che una sentenza passata in giudicato «non possa più essere acquisita ai fini della prova». Significa che le sentenze passate in giudicato, e quindi definitive, non potranno più essere utilizzate come prova anche in processi diversi. Significa che ogni volta si dovrà ricominciare da capo e non avere mai nulla di acquisito, Neppure se ha il certificato massimo della Cassazione. Significa che quando, e se mai, Berlusconi dovesse essere processato con l’accusa di corruzione per le tangenti alla Fininvest, quando non avrà più lo scudo del lodo Alfano, la sentenza del suo ex coimputato Mills, quella che ci dice che l’avvocato inglese ha mentito per tutelare il premier e la sua azienda, non potrà essere utilizzata come prova.

Sfugge, francamente, come questa modifica possa accellerare i processi e i tempi della giustizia. Anzi, semmai avverrà il contrario.
La Commissione Giustizia del Senato sta valutando in questi giorni il disegno di legge. Luigi Li Gotti, penalista, ex sottosegretario alla Giustizia, ora senatore per l’Idv, non ha dubbi: «E’ un’altra legge vergogna, che serve al premier».

Pulire, bonificare, annullare. Togliere di mezzo ogni possibile indizio. O rischio. Nello stesso pacchetto di norme diventano molto più severi i motivi di ricusazione del giudice: basta che abbia, anche solo una volta, detto qualcosa, «formulato un giudizio sulle parti del processo», e sarà obbligato ad astenersi. Sacrosanto, ma la norma è talmente generica che sembra diventare possibile ogni tipo di ricusazione. In pratica, passa il principio che si possa essere giudicati solo da chi è gradito all’imputato. E se l’imputato è un boss di mafia?

Ecco perché sarebbe tanto più semplice per il nostro Presidente del Consiglio rinunciare agli scudi e accettare il processo. Sarà sicuramente innocente, come sostiene. E almeno non se ne parla più.

°°° Certo, innocente come hitler e lo squartatore di Boston. Stampatevi questo pezzo tenetelo in tasca, pronti a sputare in faccia qualunque scimmietta che si permetta di ripetere la solita, vecchia, balla: “E’ SEMPRE STATO ASSOLTO!” UN CAZZO, NON è stato MAI assolto… si è fatto fare le leggi per non finire in galera. Cosa che ripetiamo da 15 anni.

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Goebbels docet

Il detergente intimo fa campagna per le ronde
di Massimo Solani

Ci mancava solo il detergente intimo che strizza l’occhio alle ronde. Lacuna colmata proprio in questi giorni, da quando cioè sono in onda su gran parte delle reti televisive i nuovi spot della campagna “prima di tutto donne” della Lactacyd Intimo. Quindici secondi di filmato, accompagnati dalla ormai consueta “The first cut is the deepest” cantata da Sheril Crow, in cui una scritta in sovrimpressione ci informa che “8 donne su 100 sono state perseguitate da un ex” e che, soprattutto, “42 donne su 100 si sentirebbero più sicure con le ronde cittadine”. Che cosa c’entri tutto questo con un detergente intimo è materia da pubblicitari, che la scelta di parlare di ronde sia invece quanto meno strana, mentre al Parlamento la maggioranza preme proprio per istituirle, è cosa facile da intuire. Basta navigare un po’ fra forum e blog per capire, oppure curiosare su Facebook per avere l’ennesima conferma. Eppure negli uffici milanesi dell’agenzia Grey Worldwide, che da anni cura le campagne pubblicitarie per Lactacyd e per GlaxoSmithKline, cadono dalle nuvole.

“Siamo davvero sorpresi – ci dice Lilli Guacci, Client Service Director – la campagna prosegue da anni ed è basata su un concetto profondamente diverso dalle consuete campagne pubblicitarie per detergenti intimi femminili. Due anni fa abbiamo sottoposto un questionario a mille donne su temi che spaziavano dalla sessualità allo shopping, dalle sostanze stupefacenti ai rapporti di coppia. Su quei risultati abbiamo costruito gli spot che da anni sono visibili in tv e che hanno riscosso tanto successo. Per il terzo anno – prosegue – abbiamo cercato di ancorarci maggiormente all’attualità e abbiamo legato la nostra campagna ai risultati di un sondaggio che settimanalmente pubblichiamo sul blog della rivista “Grazia”. Lo spot in questione riporta il risultato di quel sondaggio, in cui comunque non si chiedeva l’opinione delle donne sulle ronde ma la loro percezione di sicurezza nel caso in città fossero istituite. E’ un sottile distinguo, ma è fondamentale. Le nostre campagne – conclude Lilli Guacci – non si occupano mai di politica o di religione”.

Prendiamo per buona la spiegazione ma i dubbi restano: specie se si vanno a spulciare i sondaggi che il gruppo Grey ha già pubblicato sul blog di Grazia per conto di Lactacyd. Il primo: partecipereste ad un reality show? Il terzo, dopo quello sulle ronde appunto: daresti ospitalità ad una famiglia che non conosci e che si trova in difficoltà? Sorpresi da una scelta così variegata di tematiche ed argomenti decidiamo allora di vederci più chiaro. E la sorpresa, se possibile, aumenta. Specie quando spulciando i risultati del sondaggio (Si parla in questi giorni dell’istituzione di ronde cittadine. Con le ronde Lei si sentirebbe…) ci si accorge che sì il 42% delle 539 donne che hanno votato si sentirebbero più sicure, ma che soprattutto il 44% ha scelto l’opzione “nè più né meno sicura” mentre addirittura il 9% ha optato per la risposta “meno sicura”.

Il che significa, in soldoni, che per la maggioranza assoluta delle donne che hanno risposto al sondaggio commissionato all’istituto di ricerca C.R.A. le ronde cittadine sarebbero inutili o addirittura dannose. Eppure, verrebbe da dire, il gruppo Grey nel realizzare lo spot ha preferito evidenziare il dato relativo alle favorevoli, senza segnalare in alcun modo le altre. Che poi, guarda caso, sarebbero anche la maggioranza. E pazienza se non sono d’accordo con i progetti autoritari del centrodestra, che a Lactacyd piaccia o no anche loro hanno a cuore sia la propria sicurezza (reale o percepita che sia) che la propria igiene intima.

GUARDA LO SPOT


°°° Propaganda assillante, messaggi subliminali, frasi buttate lì nei quiz e nei programmazzi di regime… ed ora anche gli spot dei lavaggi di patonza. Non hanno nessun pudore queste merde!

culo

bidet

detergente

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Altra truffa di Mafiolo

SE LO STATO NON VUOLE INCASSARE IL DIVIDENDO DIGITALE(da la Voce.info)
di Tommaso Valletti 24.04.2009

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha approvato i criteri per la completa digitalizzazione delle reti televisive nazionali. Ma in Italia non esiste una politica coerente sulle frequenze. E mentre all’estero i governi mettono all’asta senza limitazioni quelle liberate dalla tecnologia digitale, da noi la competizione riguarda solo tre canali e sarà riservata agli operatori televisivi. Di sicuro, la delibera danneggia lo sviluppo economico e inficia il pluralismo. Perché Rai e Mediaset consolidano ulteriormente le loro posizioni.

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha approvato, l’8 aprile, i criteri per la completa digitalizzazione delle reti televisive nazionali. La delibera prevede ventuno reti nazionali e definisce le procedure per la messa a gara del dividendo digitale. Il presidente Corrado Calabrò ha aggiunto che “in linea con quanto avviene in tutta Europa, la procedura pubblica sarà del tipo beauty contest”. Il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, ha espresso la propria soddisfazione dopo l’emanazione della delibera che “rappresenta il primo passo formale di un percorso intrapreso in piena sintonia con la Commissione europea dopo mesi di intenso e costruttivo confronto. (…) Il percorso così delineato rappresenta un ulteriore stimolo all’azione lineare, coerente e costruttiva intrapresa da questo governo per lo sviluppo della comunicazione nel nostro paese, avviato con la progressiva digitalizzazione del comparto radiotelevisivo e con le misure favorevoli allo sviluppo della banda larga”. (1)

COS’È IL DIVIDENDO DIGITALE

Nulla di tutto ciò è vero. Non è vero che vi sia stato confronto. Non è vero che in tutta Europa si assegni il dividendo digitale con un beauty contest. Non è vero che queste misure favoriscano lo sviluppo della banda larga. Non è vero che nel nostro paese vi sia mai stata una linea coerente per lo sviluppo della comunicazione, in modo particolare, per quello che riguarda le frequenze elettromagnetiche.
Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto, di cosa stiamo parlando? Il passaggio dalla tv analogica alla tv digitale permette di utilizzare meno banda grazie alla maggiore efficienza delle tecniche digitali rispetto a quelle analogiche. Dunque, gli attuali canali, quando trasmessi con tecniche digitali, hanno bisogno di minori frequenze, liberando le vecchie, che possono essere assegnate ad altri usi e utilizzatori: è questo il cosiddetto “dividendo digitale”.

COSA ACCADE ALL’ESTERO

Le norme comunitarie, in verità molto generiche, impongono trasparenza e neutralità tecnologica nell’uso dello spettro. In concreto, ciò consiste in procedure a evidenza pubblica e non sottoposte a discriminazione nell’assegnazione.
Il Regno Unito ha deciso di allocare due terzi delle frequenze legate al passaggio dall’analogico al digitale a servizi radiotelevisivi, ma le procedure di assegnazione non sono note. Il restante terzo, un blocco comunque assai sostanzioso di 112 MHz, sarà messo all’asta senza vincoli sulle tecnologie o sugli utilizzi. L’analisi del governo britannico ha infatti concluso che quelle frequenze sono molto preziose e potenzialmente appetibili anche agli operatori mobili, o ai operatori fissi per la banda larga, o ad altri ancora. In mancanza di informazioni precise sui singoli business plan dei vari operatori, il governo farà l’unica cosa che abbia un senso economico: un’asta, senza restrizioni, assicurando che i diritti di proprietà siano rispettati e non si abbiano interferenze.
Anche la Francia sicuramente consentirà agli operatori mobili di concorrere per il dividendo digitale: uno studio commissionato dal governo stima a 25 miliardi di euro il beneficio di non limitare l’allocazione ai soli servizi televisivi. Il governo tedesco ha da poco annunciato che parte del dividendo digitale sarà utilizzato per offrire servizi wireless a banda larga. Per entrambi i paesi, tuttavia, non sono ancora note le modalità di assegnazione.
Negli Stati Uniti, circa un anno fa, sono state vendute all’asta frequenze a 700 MHz, molto vicine a quelle di cui stiamo parlando ora in Italia. In quell’asta sono stati incassati 19 miliardi di dollari per licenze vinte soprattutto da Verizon e AT&T, ma anche da nuovi operatori. Si trattava comunque della settantatreesima asta tenuta dalla Fcc a partire dal 1994 e oggi siamo già arrivati a settantanove: ecco un esempio di politica seria e capillare sulle frequenze. (2)

IL CASO ITALIAfar west,private,Comunità Europea,Umts,procedure infrazione,commina,Wi-Max,

E l’Italia? Continuiamo con le solite critiche al nostro paese? Purtroppo sì, e a ragion veduta. In Italia non esiste una politica coerente sulle frequenze. Pur senza entrare nel merito del far west delle tv private e delle continue procedure di infrazione che la Comunità europea ci commina, non si è mai voluto comprendere il valore economico delle frequenze elettromagnetiche e il costo legato a una loro assegnazione inefficiente. Si sono effettuate due aste: una nel 2000 per l’Umts e una l’anno passato per il Wi-Max. Ma sono due casi che purtroppo non hanno fatto scuola. Il 40 per cento delle frequenze è in mano al ministero della Difesa che non paga nulla per il loro utilizzo. E potrebbe anche non utilizzarle affatto. Nel Regno Unito, per esempio, il ministero della Difesa paga per le frequenze, il che ha comportato risparmi e la restituzione di quelle inutilizzate. Eppure, seguendo alcuni passi elementari, lo Stato italiano potrebbe incassare 2 miliardi di euro all’anno, oltre a liberare risorse che favoriscono lo sviluppo economico. (3)
La delibera sul dividendo digitale prevede che quattro canali siano dati a Rai, quattro a Mediaset, tre a Telecom Italia, due a ReteA e uno a Europa TV. Quanto ai restanti cinque canali, alcuni dettagli portano a pensare che a Rai e Mediaset sarà assegnato un ulteriore canale a testa. Restano quindi solo tre canali su cui sarà effettuato un beauty contest limitato a operatori televisivi. Nulla di preciso si sa a proposito delle frequenze per le 500 tv private, anche se è facile prevedere che si troveranno anche quelle prima o poi, sempre gratis o quasi.
La delibera danneggia sicuramente lo Stato e dunque i cittadini: non porterà ad alcun incasso, salvo briciole. Danneggia lo sviluppo economico, perché non abbiamo alcuna idea di come sono stati selezionati gli operatori prescelti. Di sicuro, colpisce tutti gli operatori che non siano televisivi, perché gli operatori mobili, ad esempio, non potranno concorrere per ottenere frequenze di cui sono assetati. Di certo inficia il pluralismo, visto che Rai e Mediaset consolidano ulteriormente le loro posizioni.

(1) Vedi anche Beauty contest per l’assegnazione delle frequenze in linea con gli altri Paesi Ue.
(2) http://wireless.fcc.gov/auctions/default.htm?job=auctions_home.
(3) C. Cambini, A. Sassano e T. Valletti (2007), Le concessioni sullo spettro delle frequenze, in U. Mattei, E. Reviglio e S. Rodotà (a cura di), “Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica”, Il Mulino, Bologna.

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Porcate su porcate di Mafiolo

GIù LE MANI DA MONTANELLI – TRAVAGLIO CONTRO LE “APPROPRIAZIONI INDEBITE” E I REVISIONISMI STORICI DELLA FIGURA DI INDRO: ECCO TUTTA LA VERITà SUL DIVORZIO CON BERLUSCONI – FELTRI? “COME UN FIGLIO DROGATO. ASSECONDA IL PEGGIO DELLA BORGHESIA”…
Travaglio Montanelli

Esce in questi giorni, nel centenario della nascita del grande giornalista, la nuova edizione di “Montanelli e il Cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo” (prefazione di Enzo Biagi, Garzanti, pp.490, 18 euro) di Marco Travaglio, con un saggio introduttivo inedito dell’autore che raccoglie e smonta le “appropriazioni indebite” della figura di Montanelli tentate, a destra come a sinistra, dopo la sua morte (22 luglio 2001). A cominciare dall’opera di revisionismo tentata da giornalisti e “storici” berlusconiani sul divorzio fra Montanelli e il Cavaliere dopo la famosa irruzione di Berlusconi nella redazione de Il Giornale l’8 gennaio ‘94, vigilia della “discesa in campo”. A questo proposito anticipiamo alcuni brani del saggio:

Montanelli e il Cavaliere
Non essendo più, dal 1990, l’editore del Giornale, avendolo girato al fratello Paolo, Silvio Berlusconi non aveva alcun titolo per arringarne i giornalisti. Dunque violò platealmente la legge Mammì che vieta ai proprietari di tv di possedere giornali. Dunque confessò che il passaggio di proprietà fra lui e il fratello minore Paolo era stato puramente fittizio.

Dunque avrebbe dovuto subire la sanzione della revoca immediata delle concessioni televisive alle tre reti Fininvest. Inoltre Paolo Granzotto scrive (nella sua biografia di Montanelli, ndr) che, “se Montanelli non l’avesse voluta ammettere (l’incursione di Berlusconi, ndr), gli sarebbe bastato dire alla redazione di negare a Berlusconi il permesso di intervenire all’assemblea. E la redazione, soprattutto quella redazione, avrebbe eseguito”.
LA Principessa Tiana

Già, peccato che Montanelli quel permesso lo negò. Me lo ha rivelato alcuni anni fa un testimone oculare: l’allora capo del Comitato di redazione, Novarro Montanari. “Quel pomeriggio – racconta Montanari – fui raggiunto sul cellulare da Antonio Tajani (ex capo della redazione romana, appena divenuto portavoce del Cavaliere, n.d.a.), che mi disse: ‘Siamo qui per caso con Berlusconi in Cordusio: che ne diresti se il Cavaliere salisse in assemblea?’.

Lo fermai: ‘Aspetta, scendo a chiedere al direttore’. Scesi, chiesi, e il direttore – davanti al condirettore Biazzi Vergani – rispose: ‘Non se ne parla nemmeno’. Risalii al quinto piano per richiamare Tajani, ma trovai già Berlusconi in assemblea per arringare i redattori”.
Indro Montanelli

Del resto, come avrebbe mai potuto Montanelli accettare che un signore che non era nemmeno il suo editore tentasse di rivoltargli contro la sua redazione, incitandola a ribaltare la linea politica del direttore, per giunta in sua assenza, promettendo in cambio investimenti e benefit? Perché questo esattamente avvenne l’8 gennaio 1994 nella sede di via Gaetano Negri, come poi Montanelli raccontò mille volte senza che nessuno potesse smentirlo, almeno finché fu in vita.

L’ultima volta fu il 23 marzo 2001, quattro mesi prima di morire, quando Indro telefonò in diretta a Il raggio verde di Michele Santoro per smentire le bugie appena raccontate da Feltri (le stesse poi fatte proprie da Granzotto nel libro) e subito smontate dal sottoscritto: “Io intanto voglio ringraziare Travaglio, il quale ha detto l’assoluta e pura verità. Assolutamente. La versione che lui ha dato degli avvenimenti è quella esatta…

Io ho conosciuto due Berlusconi: il Berlusconi imprenditore privato che comprò il Giornale, e noi fummo felici di venderglielo – perché non sapevamo come andare avanti – su questo patto: tu, Berlusconi, sei il proprietario del Giornale; io, direttore, sono il padrone del Giornale, nel senso che la linea politica dipende solo da me. Questo fu il patto fra noi due.
marco travaglio

Quando Berlusconi mi annunziò che si buttava in politica, io capii subito quel che stava per accadere. Cercai di dissuaderlo d’accordo con Confalonieri e con Gianni Letta: nemmeno loro volevano che il Cavaliere entrasse in politica. Ma tutto fu inutile. Dal momento in cui lo decise, mi disse: ‘Da oggi il Giornale deve fare la politica della mia politica’. Io gli dissi: ‘Non ci pensare nemmeno’.

Allora lui riunì la redazione a mia totale insaputa, come ha raccontato Travaglio, e disse: ‘D’ora in poi il Giornale farà la politica della mia politica’. E a quel punto me ne andai. Cosa dovevo fare? Questo Feltri lo sa!”.

Parole ribadite qualche giorno più tardi in un editoriale sul Corriere della sera: “Riunita a mia insaputa la redazione, egli (Berlusconi, n.d.a.) l’avvertì, in parole povere, che, se volevano più quattrini anche nella busta-paga, non avevano che da mettersi al servizio dei suoi interessi politici, ora che aveva deciso di scendere in lizza. La risposta della redazione furono 35 lettere di dimissioni”.
Quel che accadde quel fatidico 8 gennaio 1994 segna uno spartiacque indelebile nella storia dell’editoria e della politica italiana. Ecco perché gli house organ e i trombettieri berlusconiani seguitano, a tanti anni di distanza, a negarlo contro ogni evidenza. (…)

Il 4 settembre 2003, due anni dopo la morte di Montanelli, Berlusconi dichiarò a The Spectator: “Credo ci sia un elemento di gelosia in ognuna di queste persone perché non riesco a trovare un’altra spiegazione. Tutti questi giornalisti, Biagi, Montanelli, erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere…”.

E lo ripetè il 23 ottobre 2006: “Montanelli era geloso”. Poi il 9 aprile 2008, nel pieno dell’ultima campagna elettorale, Berlusconi usò addirittura Montanelli come testimone postumo della propria autocelebrazione come editore tollerante e amante del dissenso. Antonello Piroso, a Omnibus (La7), gli rammentò l’editto bulgaro contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi.

Il Cavaliere rispose piccato: “Io non ho mai fatto licenziare in vita mia nessuno: tanto meno in Rai dove io non ho mai messo il naso e dove chi lo ha fatto lo ha fatto contro la mia volontà. Biagi ha lasciato la Rai contro la mia volontà. Non volevo assolutamente che si arrivasse alla decisione. Io ho insistito fino all’ultimo affinché Biagi rimanesse in Rai, ma lui ha preferito una lauta buonuscita.

Lei si vergognerebbe di avere una trasmissione come Annozero: non la permetterebbe mai. Ma io sono l’editore più liberale mai comparso sulla scena italiana. Basta domandarlo ai miei giornalisti e a Indro Montanelli”. Il quale, purtroppo, non può più rispondere. E nemmeno Biagi.(…)

Molto comica, è l’appropriazione tentata da Vittorio Feltri sul quotidiano «Libero» il 21 luglio 2006, nel quinto anniversario della scomparsa di Indro, con un editoriale dal titolo: “Se Montanelli fosse vivo lavorerebbe a Libero”. Uno scoop sensazionale, anzi paranormale: evidentemente Feltri è riuscito a comunicare con l’Aldilà e a strappare all’anima di Montanelli quella clamorosa confidenza.

Magari con l’ausilio del Sismi e dell’”agente Betulla”, al secolo Renato Farina, che di Libero in quel momento è vicedirettore, indagato (patteggerà poi 6 mesi di reclusione) per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar. Confidenza davvero sorprendente, se si pensa che Feltri sostituì spudoratamente Montanelli appena cacciato dal Giornale (…).
Enzo Biagi

Che cosa pensasse Montanelli di Feltri, lo disse papale papale al Corriere il 12 aprile 1995: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

Perché mai, se pensava così da vivo, dovrebbe aver cambiato idea da morto? Chi vorrà inoltrarsi nella lettura di questo libro, troverà i violenti attacchi sferrati da Libero contro Montanelli (…).

Poi, nel 2006, confidando nell’amnesia generale e soprattutto nell’impossibilità di Montanelli a rispondergli, ecco la furbata di Feltri: “Oggi Montanelli scriverebbe su Libero”. Ma certo, come no: pur di affiancare la sua firma a quelle di Feltri e Betulla, quel diavolo di un Indro sarebbe capace di resuscitare…

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la tv italiota dimmmmmmmerda

Risse in tv: una ogni 8 minuti

“Comunicazione Perbene”, è un’associazione no profit che studia l’ecologia nella comunicazione facendo una particolare attenzione ai bambini. Negli ultimi mesi ha intervistato 130 persone tra psicologi, pubblicitari e sociologi e posto sotto osservazione le reti televisive nazionali per capire quanto spazio abbiano le risse e gli scontri verbali nei programmi quotidiani. Il risultato è sconfortante: ogni 8 minuti, sui canali televisivi nazionali, scatta l’insulto. Quando va bene sono al massimo dieci minuti. Una media che se non fosse grottesca e preoccupante sarebbe ridicola. Perché gli insulti e le risse verbali (quelle fisiche sono più rare, e ci mancherebbe altro) avvengono per la maggior parte dei casi in fascia protetta, dunque diventano un esempio per i bambini italiani, che con il tempo si convinceranno che quella e solo quella è l’unica modalità e possibilità per dibattere e scambiarsi opinioni.

Non si tratta qui di ripescare il solito dibattito sulla televisione cattiva maestra, neppure di invocare i bei tempi antichi di una televisione educata e composta. Ma sostenere, in modo superficiale, che i tempi sono cambiati, non basta affatto. C’è molto di più, c’è il fatto che non esistono filtri soprattutto su certi tipi di programmi che per anni sono stati considerati un esempio di modernità televisiva, fenomeni mediatici da osservare con attenzione.

Secondo “Comunicazione perbene” i reality show e i talent show sono i programmi dove l’esplosione dell’insulto è più frequente e più estrema. Sono i soliti ignoranti che vogliono diventare famosi con niente, attori di risse provocate ad arte per diventare più popolari? Forse. Ma i programmi di informazione non sono da meno. Anche in quelli, con una media leggermente più alta di un insulto ogni 10-11 minuti, l’insulto è norma. Fanalino di coda, ed è sorprendente che sia così, i tradizionali programmi sportivi, dove un tempo, complice il tifo fazioso degli appassionati di calcio, si vedeva e si ascoltava di tutto. Oggi in quei programmi la media dell’insulto è di uno ogni 18-20 minuti.

C’è poco da consolarsi. Questo piccolo dettaglio, cronometrato e monitorato, non stupisce nessuno che abbia avuto la curiosità di fare zapping televisivo anche una sola volta nella vita negli ultimi anni. Ma pensare che siamo a una media di soli 8 o 10 minuti fa veramente impressione. Però questi signori – bombe a orologeria dell’inciviltà – non li sanziona nessuno, e nessuno si scandalizza, naturalmente.

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