Bottino craxi: la storia vera

BETTINO CRAXI
Nasce che pesa ottanta chili: aveva creato delle riserve di cibo al di fuori della placenta, un canale segreto con l’esofago materno, e si era mangiato tutto .
Sua madre era stata l’unica donna al mondo a perdere trenta chili durante la gravidanza. L’unica ecografia esistente, conservata alla NASA, ci mostra Bettino al terzo mese con due mani già formate, grandi come la Montedison, mani senza fine. E il resto del corpo: un bozzolo. Due ore dopo la nascita, gli piovve addosso la prima denuncia: la levatrice si era resa conto che a “levare” era stato abile e veloce anche il neonato; quattro carabinieri dei Nocs gli aprirono faticosamente, e dopo aspra lotta, i pugnetti chiusi e ricuperarono la fede e l’anello di fidanzamento della levatrice medesima. Dopo la sua nascita, il corpo di sua madre si era afflosciato come un sacco vuoto; le erano persino rientrati i seni. Fu necessario comprargli un biberòn. Due biberòn… quindici biberoni maxi. Li ingoiava come niente e non risputava nemmeno la plastica: cacava palloncini. Suo padre, brava persona, decise di comprare un biberòn formato gigante e si recò a Disneyland, sicuro di trovarlo. Al suo ritorno, si ritrovò in mezzo a una strada, con l’immenso biberòn tra le braccia: Bettino aveva messo in vendita la casa con tutti gli arredi e si era trasferito all’Hotel Raphael di Roma, che prendeva chiunque.
Di intelligenza prontissima e precoce nel fisico, si iscrisse da solo al vicino collegio svizzero. A tre anni era già in quinta elementare. Aveva problemi solo con la matematica: gli avevano spiegato che 3 + 3 = 6 e lui l’aveva capito subito e si era montato la testa convinto di sapere tutto. A quel punto, la sua maestra, frau Gruber, decise di farlo impazzire e spiegò che non solo tre più tre faceva sei, ma anche quattro più due faceva sei; e addirittura cinque più uno faceva sei! Insomma, Bettino si convinse che TUTTO facesse sei… Perciò, più tardi, decise di lasciare ai vari Cusani, Larini, Giallombardo, Ruju & c. l’incombenza dei numeri e lui decise di fare i conti solo con Borrelli e Di Pietro. O meglio, non decise lui, ma questa è un’altra storia.
A otto anni diede un altro saggio della sua scaltrezza: entrato in un bar di via Veneto, ordinò un gelato mastodontico e prese la via della porta. Il padrone lo bloccò: ”Beh? Non lo paghi il gelato?” “E perché, lei l’ha pagato?” chiese l’impudente Bettino.“Certo che io l’ho pagato!” gridò il barista. “E allora? Mica lo dobbiamo pagare due volte.” concluse Bettino, lapalissiano, scappando via. Arrivò incolume ai vent’anni e conobbe una splendida ragazza romana di nome Sandra. Lei faceva l’attrice e altro con Fellini. Lui la corteggiò assiduamente e fu l’unico a farlo: agli altri uomini lei la mollava subito. Andarono a fare un pic nic a Villa Pamphili. Era una splendida giornata di sole e Sandra non aveva messo le mutandine: perché perdere tempo? Non aveva messo nemmeno il cestino giusto, nel portabagagli della Vespa. A mezzoggiorno, accaldati ed affamati, si appartarono all’ombra di una quercia e aprirono felici il cestino di vimini… dentro c’erano i lavori a maglia della madre di Sandra!

.

Lei fece una risatina sciocca e lui non sottilizzò, forse pensando a cucina tipica o a qualche usanza locale, cominciò a mangiare gomitoli di lana, filo di scozia, cotone: bistecca ai ferri o lavori all’uncinetto tutto fa brodo, purché se magni! (Lui proveniva dalla Sicilia e da Milano in parti uguali. Altra cultura…)
Già che c’era si mangiò anche il cestino, erano fibre. E perché no? anche gli uncinetti e i ferri da quattro. Aveva carenza di ferro. Spolverò anche le ghiande sparse tutt’intorno e andò ad abbeverarsi al laghetto. Sperando di risucchiare qualche anatra, qualche bel cigno grasso… Poi tornò all’ombra, si grattò l’immensa schiena contro il tronco della quercia e, dopo un poderoso rutto, si sdraiò e prese subito a ronfare. Sandra aprì le gambe sconsolata e si guardò la patatina, sola soletta, tutto ciò che la penetrava era il ponentino. Si videro ancora e andarono a Fontana di Trevi. Bettino vide che la gente buttava un sacco di soldi nella fontana e chiese il perché. “Perché la lira non vale un cazzo.” rispose un vecchietto. E ancora non avevano governato né Bottino né Silvio… Bettino aveva capito che il lavoro è fatica e perciò decise di entrare in politica. Diventò amico di una persona per bene, Sandro Pertini, e lo circuì a tal punto che il vecchio, presentando il giovane gigante prensile, diceva: “Bravo giovine, figlio di pochi sì, ma onesti genitori.” Pertini era ingenuo e già un pochino andato. Lo invitava spesso a pranzo: “Vieni a pranzo da me domani – gli diceva – ci sarà anche Bettino.” “Ma Bettino sono io!” rispondeva il massiccio. “Non fa nulla, – tagliava corto il vecchio partigiano – vieni lo stesso.” Bettino cominciò col portargli la borsa e finì col portargli via il partito. Intanto continuava il giochetto dei gelati a scrocco in tutti i bar della capitale e della provincia. Quantità industriali di gelato. I baristi non lo beccarono mai, ma il diabete sì. Pertini lo portò con sé a Caprera per una ricorrenza garibaldina. Nella piccola isola aleggiava un’atmosfera di anacronistico patriottismo. C’era anche la televisione e un cronista, già che c’era, porse il microfono anche a Bettino: “A cosa pensa, lei così giovane, quando vede la bandiera italiana che sventola?” gli chiese. E Bettino: “Penso che c’è un casino di vento.” rispose con evidente senso pratico. Scoprì però Garibaldi e si innamorò del personaggio e della sua storia, anche se ebbe a criticarlo per la sua ambizione modesta: “I mille?! I miliardi, muovono il mondo! Cazzo i mille!” Si giocò subito la simpatia di tutti i presenti in camicia rossa.
Si giocò anche l’amicizia del vecchio Pertini, perché aveva il vizio di dargli delle poderose manate sulle gracili spalle. Sembrava farlo apposta: ogni volta che nonno Sandro portava alla bocca con mani tremolanti la solita tazza di brodo caldo, arrivava Bettino e giù una tremenda manata sulle spalle: “Come va, vecchia quercia?” Pertini lo mandò affanculo. Bettino, senza protettore, ricercato da tutti i baristi, decise di tornare a Milano e si adattò a fare l’assessore comunale. In quel periodo conobbe un giovane cantante di piano bar, che aveva un piano a nolo per suonare e un piano personale per fare soldi senza lavorare. Bettino aveva per le mani un piano di programmazione edilizia del Comune: fecero un piano per unire i due rispettivi piani. Questo giovane pianista disse di chiamarsi Elizabeth Arden, poi disse di chiamarsi Charles Aznavour, poi Cocò Chanèl, poi Silvio. Disse anche di essere dottore, poi infermiere, poi Gesù , cavaliere, muratore… Iniziava tutte le frasi con: “Mi consenta… te lo giuro sulla testa dei miei figli… sinceramente… onestamente… quantevveriddìo.” Tutte le cose che premettono i bugiardi, insomma.

Però al piano era un grande solista. Appena cominciava, la gente se ne andava e lo lasciava solo. E lo licenziavano. Ha cambiato più locali allora che idee adesso. Bettino, più monotono, ripeteva sempre la stessa solfa: “E a me quanto me ne viene?” Divennero amici per solitudine. Entrambi erano molto soli. E sòla (come dicono a Roma). Silvio pensò di sposarsi, matrimonio d’amore: per i soldi. Lui aveva preparato le carte per il matrimonio e sua moglie ci aveva messo le carte di credito. Anche Bettino si era sposato, contro una certa Anna. I due amici, ormai lanciati nel mondo degli affari, decisero di andare ad incontrare dei probabili soci a Bruxelles. Segno di riconoscimento: fedina penale da otto chili, accento palermitano marcato, coppola, e lettera di presentazione di Dell’Utri. Presero la macchina del suocero di Silvio e partirono da Milano alle due. Alle sette erano fermi a Strasburgo e litigavano:
“La benzina c’era! – giurava Silvio – Il serbatoio era pieno quando siamo partiti. Ha fatto il pieno mia moglie!”- E fu l’unica verità di tutta la sua vita.
“Tira fuori la benzina o ti spacco i sopratacchi! “ sbraitava Bettino. Un vecchio benzinaio emigrato spiegò pazientemente ai due che la benzina, come tutte le cose, finisce. Bettino ebbe un’illuminazione: “Quando diventerò ministro o presidente del consiglio aumenterò la benzina, così non finisce.” Mantenne, ahinoi, la minaccia. Giunti miracolosamente a Bruxelles si incontrarono coi futuri soci in un bar gestito da italiani. I gestori erano di Afragòla e tutti i clienti avevano strascicati accenti del mezzoggiorno d’Italia. Persino le etichette sulle bottiglie esposte erano adeguate all’ambiente: Gambàri, Ginzàno, Mardini, Scivàs… I nostri si sedettero intorno ad un tavolo, il tavolo era a forma di torta e la torta era a forma di penisola.
Quello che sembrava essere il capo, nonostante l’età avanzata, non aveva un capello bianco: era calvo. Silvio e Bettino decisero in seguito di imitarlo: si acquisisce l’aria da vero capo e non si spende un cazzo in shampo! L’accordo venne fatto e i due amici tornarono indietro. “Chi trova un amico trova un tesoro” recitava il vecchio detto. “Chi trova un tesoro, trova un casino di amici e amici degli amici.” aveva detto il vecchio siciliano. Appena superata la frontiera italiana, si fermarono a mangiare in un grill: la nostra cucina era certamente migliore. Ordinarono pollo e patatine: il pollo era una merda e veniva dal Belgio, le patate dalla Germania, l’olio per la frittura da un autoricambi. Bettino tentò il solito giochetto per non pagare: “Settantamila lire per due porzioni di pollo?! Ma chi è quel deficiente che ha fatto fuori un animale così prezioso?” il gestore li inquadrò subito e li lasciò andare. Abbassavano la media del locale. Alle porte di Milano l’auto li mollò di nuovo. Proseguirono a piedi, ma cominciò a diluviare. Cercarono riparo dentro un negozio di ombrelli, guardando per aria e fischiettando vaghi, fingendo di ignorare il proprietario che li puntava. Tipico. Gianni e Pinotto gli facevano una pippa! Tornarono alle rispettive occupazioni: Silvio ad accapparrarsi terreni agricoli e Bettino a cambiare, quasi legalmente, la destinazione d’uso.
Qualche anno dopo, Bettino venne invitato a Roma al congresso del Midas. Lo disse subito a Silvio che, da giovanotto magro coi capelli grassi, si stava trasformando in un grasso signore… uomo, via! senza capelli. Silvio, dall’alto della sua cultura, spronò l’amico: “Al Midas?! Il famoso re! Vai, vai, così impari i trucchi e tutto quello che tocchi diventa oro! “ E così fu. Al congresso del Midas, che era un albergo, il grosso Bettino divenne segretario del PSI.
Imparò i trucchi e cominciò a toccare tutto. Toccò anche un’aspirante attricetta, una certa Anja. Lui diceva di essere innamorato e, siccome l’amore è cieco, si aiutava tastando. Lei era molto bella. ”Sei una visione! La mia visione.” le diceva. E tastava. Visione, visone, anelli, pièd à terre…
Tocca oggi, tocca domani, ad Anja toccò pure GBR. “Sei la mia televisione!” esclamò lei. E lui toccava e foraggiava. E la gente chiacchierava. E ogni volta che lui tornava a Milano dalla moglie, Anna gli correva incontro gli buttava le braccia al collo. E cercava di strozzarlo. Intanto ebbero tre figli: Bobo, Bubu e Yoghy. Ma lui, invidioso di Silvio che millantava scopate a destra e a manca, cercò di scoparsi Manca, almeno quello, promettendogli la Presidenza della Rai. “C’è un bel cavallo all’ingresso“ gli diceva. Manca capì un cazzo e si iscrisse all’ippodromo di Tor di Valle, per prepararsi al compito. E’ ancora lì che cavalca. Bettino, ormai grasso e pelato come un vero capo, diventò Presidente del Consiglio. Cercò anche di scoparsi qualche nana o ballerina del suo éntourage… niente da fare. Il suo piccolo pisello si dissociava. Come tutti i suoi servitori anche lui era sempre a capo chino e piegato in due. Quindi non si ciulava. Ripiegò sul suo ruolo di statista. Promulgò leggi avveniristiche: aumentò per decreto le tariffe alberghiere invernali nelle località marittime, d’inverno le notti sono più lunghe, quindi…
Comprò casa a S.Moritz e decretò che avrebbe dovuto nevicare nel mese delle sue ferie;
aumentò, naturalmente: benzina, sigarette, pane, pasta, bolli, tasse, etc. Conobbe un avanzo di balera, grasso e unto: un certo Gianni de Michelis e, siccome questo parlava veneziano e non si capiva un cazzo di quello che diceva, lo nominò ministro degli esteri. Così, tra stranieri si sarebbero capiti.
Studiarono insieme un piano di aiuti al terzo mondo. Gianni prendeva malloppi di miliardi e correva in Africa, si inchiappettava qualche negretto: per venire incontro ai suoi bisogni, poi da lì volava in Svizzera e depositava i soldi in conti cifrati. A nome suo e di Bettino. Stanco ma felice, correva a fiondarsi in qualche discoteca alla moda. Con tutte le stragi del sabato sera, lui non ci rimase mai. Alla gente sarebbe andato bene che si fosse schiantato contro qualche platano anche di venerdì… Ma lui non diede questa soddisfazione. Un giorno, Bettino, tornando in incognito da casa di Anja a bordo della sua auto, sbagliò quattro volte uscita sul raccordo anulare. Dopo sei ore di giri a vuoto, chiese informazioni ad una famigliola, coniugi e tre figli, che faceva colazione sul prato di un’aria di sosta: “Scusino, per andare in via del Corso?” Si avvicinò il capofamiglia, alto, allampanato e con l’aria intelligente; l’uomo si chinò verso il finestrino e si mise a piagnucolare: ”Ci aiuti, signore. Ci siamo persi. Siamo qui dal viaggio di nozze…” Bettino si commosse e prese a lavorare con sè quel fulmine di guerra: si chiamava Ugo Intini. Intini non andava d’accordo con Signorile, un vice di Bettino. Un giorno vennero alle mani. Ugo mise le mani intorno alla gola di Signorile e giù schiaffi e pugni! Di Signorile, naturalmente, che aveva le mani libere. Bettino fu costretto ad accompagnare il malridotto Intini al Pronto Soccorso. Andò a parlare personalmente col medico.
Il dottore era comunista e, riconosciutolo, gli sparò:

.

“Se ci sono punti da applicare, un milione con anestesia e mezzo milione senza.”
“Prendo la seconda offerta – fece Bettino – mica è per me!”
Divenne amico di numerosi stilisti: Trussardi, Versàce (ma lui lo chiamava familiarmente Vèrsace)… Il primo gli regalò un manichino parlante, che lui battezzò Claudio e ne fece il suo vice. Doveva avere un qualche difetto di fabbricazione, però, perché fumava molto e aveva sempre le pupille sgranate. Lo mandò da un famoso tecnico a Malindi, ma Claudio fumò pure laggiù. Lo stilista preferito di Claudio era Volta-Gabbana. Per il dispiacere, Bettino prese ad ingrassare troppo. Un amico gli consigliò la dieta del fantino e lui cominciò a mangiare cavalli. Parlava alla tv ed aveva molto appeal. Prendeva molto. Nemmeno De Lorenzo e Pomicino insieme prendevano quanto lui. Inventò anche un modo di parlare con molte pause, che servivano per inserire gli stacchi pubblicitari. E tutto ciò che toccava diventava oro.
I suoi domestici pulivano i vetri con foulards di Yves S. Laurent e li gettavano dopo l’uso. Rivedeva spesso Sandra e se la portava nel suo appartamento. Lei gli raccontava di tutti quelli che l’avevano scopata nel frattempo e lui si addormentava felice. Intanto Silvio, grazie agli amici, stava ampliando l’impero televisivo e non solo: quando e dove c’era possibilità di una legge favorevole a qualche business, Bettino lo avvertiva e lui ci si ficcava. La società andava a gonfie vele. Ormai era un’ onorata società, con succursali in tutto il mondo. Bettino era ricco e famoso. Potentissimo. Tranne che dal lato virile: nonostante si dicesse che avesse tre coglioni, come l’antico Bartolomeo Colleoni. In realtà, era pieno di coglioni, soprattutto nel suo éntourage. E nella direzione nazionale del partito. Ogni riunione veniva preceduta da una coloratissima e chiassosa parata, con gente sui trampoli, fanfàra, ragazze pon pon e ragazze pom pin. Una marea di mariuoli. Gli combinarono tanti e tali di quei casini che, alla fine, lui per non vedere le porcherie che combinavano i suoi decise di andarsene in esilio. Come l’Eroe dei due mondi. Erano molto simili: Garibaldi aveva fatto i mille, Bettino i mille miliardi. Garibaldi aveva creato l’unità, Bettino aveva distrutto l’Avanti. Garibaldi aveva accanto a sé Anita, l’eroina, Bettino aveva Anja, e tutt’intorno la cocaina, il marocchino, e tanta buona erba. Garibaldi aveva detto OBBEDISCO! Bettino diceva OBBEDITE! Garibaldi era amico di Mazzini, Bettino era amico di Boldi. Garibaldi era andato a Marsala, lui andava a Chivas e Champagne. Troppe analogie. Non aveva nulla a che spartire coi suoi! Infatti si prese tutto lui e se ne andò per la tangente. Ad Hammamet.

( Plico arrivato in busta anonima da casa Forlani. N.d.A.)

craxi

bottino

banda_bassotti

via_craxi

Condividi
  • Facebook
  • Digg
  • Google Bookmarks
  • Live
  • YahooMyWeb
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Twitter

Francesco Cosfiga

1
LUCIO SALIS © Copyright 1994
LUCIO SALIS
LEI NON SA CHI
SONO STATO IO
Storie vere di ex uomini illustri, raccontate dalle loro zie
2
3
CAPITOLO PRIMO
FRANCESCO COSSIGA
4
Per lui, IL MEDITERRANEO E’ UN LAGO SARDO…
Il giudice Carnevale era un grande, mentre i giudici coraggiosi
e onesti erano “ragazzini” o gente “campata in aria”. Purtroppo è morta… saltando in aria.
Per lui, Mastella e Casini sono dei politici, Berlusconi è un imprenditore,
Papà Natale esiste e Andreotti meritava di diventare senatore a vita.
Lui parla di fetore, alludendo a Prodi, mentre il suo stesso naso impazzisce perché
non tollera di stare lì, fissato a quella faccia.
FRASI CELEBRI:
” In Italia non ci sono due Presidenti della Repubblica.
C’è un solo Presidente e sono io. O, almeno: così mi ha detto Andreotti…”
F.Cossiga
(Riferendosi a Craxi nel Dicembre 1990)
5
PROLOGO
Ora che sono passati molti anni dalla Presidenza di mio nipote,
posso finalmente dare sfogo alla VERITA’. Ho quindi deciso di dare
alle stampe questi miei appunti scritti in epoca non sospetta.
Devo, prima di tutto, ringraziare mio padre Bachisio (il “nonno pastore”
di cui ha parlato una volta in Inghilterra mio nipote Chicchinu (Francesco),
facendo anche una figura da provinciale… *poteva dire cow-boy) per avermi
permesso di utilizzare i suoi appunti e per avermi aiutata a ricostruire
la figura e l’opera di mio nipote. Per la figura ho impiegato due anni,
per l’opera due ore.
Tanto per cominciare mio padre non è mai stato pastore. Protestante sì.
Tant’è che ancora protesta sempre e non gli va mai bene niente.
Buon sangue non mente.
Per la verità, quand’era ancora giovane, sui settantacinque anni, e Chicchinu
era un frugoletto di quattordici anni, nonno Bachisio, così chiamerò d’ora in
avanti mio padre, aveva deciso di comprare delle pecore…
Dovete sapere che a quel tempo, in Sardegna, le scuole erano poche e la fame
tanta, (come oggi) perciò ogni padre, ogni nonno, ogni fratello maggiore,
non vedevano l’ora di mandare
i maschi piccoli della famiglia a custodire le greggi.
La pecora è la più grande industria della Sardegna (anche noi abbiamo
i nostri… agnelli! Questa battuta è di Previti. N.d.Z.); e poi ancora non c’era
la televisione a rubare preziose braccia all’agricoltura e alla pastorizia.
Più che tronisti proni davanti a Lele Mora, c’erano belle more che avizzivano
in casa e in chiesa aspettando per mesi il ritorno dei mariti.
Così, mentre tutti i coetanei del nostro ex Presidente erano costretti a custodire
le pecore, nonno Bachisio era stato costretto a comprare alcune pecore
per custodire Chicchinu. In questo modo, Chicchinu non era più solo.
Le pecore guardavano lui e lui guardava le pecore. Si guardavano per tutto il
giorno ed era molto bello. Non succedeva assolutamente niente.
Sembrava una riunione di Forza Italia quando non c’è il loro capo.
Forse era un presagio, chissà , un segno del destino.
Forse proprio allora mio nipote pensò di darsi alla politica.
Ma procediamo con ordine.
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
6
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
7
USI E COSTUMI
La Sardegna, è noto, vanta una civiltà remota.
Oltre seimila anni fa, mentre in tutto il mondo il massimo della residenza era “la grotta”, i sardi
inventarono i NURAGHI.
Da cui i milanesi copiarono il panettone.
Le grotte erano fredde e umide e infestate da ogni sorta di animali.
I nuraghi, si scoprì ben presto, erano freddi ma umidi. E infestati da ogni sorta di animali.
Ma i sardi, che erano astuti, lasciarono gli animali nei nuraghi e loro si adattarono a dormire fuori.
Davanti al fuoco, ma senza rompere i coglioni al prossimo con armoniche a bocca e country
melenso in texano stretto (scusate il linguaggio). Ecco perché da noi i coyotes non ululano.
Un progenitore del famoso architetto, certo Pansecu, decise che i nuraghi erano brutti. Oltre che
scomodi. Ma ormai erano più di ottomila, che fare? Tempo al tempo… Non più di trent’anni fa,
grazie agli insediamenti nella Costa Smeralda, sparirono quasi mille brutti nuraghi trasformandosi
come per magia in: fondamenta, recinzioni di ville, fondali granitici per piscine; insomma,
tutti i martamarzottisti e i berlusconisti della costa volevano il loro bel nuraghe personalizzato.
Un boom!
Gli altri brutti nuraghi, specialmente quelli posti vicino al mare, vennero accuratamente
mascherati alla vista da opportune palazzine abusive, villette a schiera, ecc. Soprattutto al nord
dell’isola. Non a caso a costruire queste meraviglie di cemento era l’Edilnord.
Anticamente, la Sardegna era difficilmente raggiungibile e i numerosi viaggiatori erano costretti a
lunghi ed estenuanti bivacchi, in attesa di qualche “legno” chi li trasportasse. Come oggi…
Era difficilissimo, quindi, anche lasciare l’isola.
Non avete idea di quanti eroi frustrati si siano dati al bere o abbiano preso la terribile via del FORMAGGIO
MARCIO (allora le Comunità non c’erano ancora e Muccioli, nonostante i suoi soci
Craxi e Moratti major, sarebbe morto di fame), per la delusione di non poter varcare il mare e
dimostrare al mondo il proprio coraggio in epiche gesta. Ecco perché nei libri di storia o nei
colossal cinematografici figurano tutti gli extracomunitari: Ben Hur, Solimano, Gengis Kan,
Sandokan, Erik il Vichingo, ecc. Ma non figura nessun eroe che si chiamasse Cuccureddu,
Porceddu o Zamburru!
Parlando di eroi, lo stesso Garibaldi è morto a Caprera! I libri di storia dicono che l’Eroe si ritirò
a Caprera…
NON E’ VERO!
Garibaldi era venuto in Sardegna, come tanti, per un week end, poi, non trovando modo di ripartire,
c’è rimasto. In tutti i sensi.
E qui sono rimasti anche tutti i suoi cimeli.
Forse non tutti sanno che l’Eroe dei Due Mondi era il più grande collezionista di cimeli di Craxi
e Spadolini.
Del primo, è custodito presso il museo Regio di Olbia un piccolo “Palazzo Marino di Milano”,
mirabile riproduzione lavorata a mano, donatagli per “grazia ricevuta” da un cognato balzato agli
onori della cronaca per essere molto “preso” da una dialettica col PM Di Pietro…
Di Spadolini, Garibaldi, conservava la superba collezione di conchiglie. Questa collezione era talmente
vasta che l’Eroe, non trovando in casa un posto capace di accoglierle tutte, teneva le
conchiglie sparse per le spiagge. Dove ancora si trovano e si possono ammirare. Basta spostare
qualche busta di plastica o qualche coccio di vetro o qualche lattina arrugginita; avendo cura di
rimettere tutto a posto, per non turbare l’ecosistema.
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
La Sardegna, tradizionalmente, vanta un’economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia.
L’agricoltura sarda è governata dall’anarchia più totale: nel senso che in pianura cresce di tutto e
in maniera molto bella e disordinata. Casual.
Molti agricoltori prima piantavano cavoli, poi hanno piantato carciofi, poi hanno piantato tutto e
se ne sono andati a Torino per lavorare alla Fiat.
La terra sarda, dove c’è (c’è granito dappertutto) , è molto fertile. Per anni è servita anche a sponsorizzare
il Cagliari e la Torres per far arricchire i loro presidenti.
In tutto il mondo i funghi nascono sotto gli alberi, in Amazzonia i funghi sono alti quanto gli
alberi, da noi gli alberi nascono sotto i funghi. Anche perché abbiamo la tipica vegetazione
mediterranea: nana.
Altrove, sopra le fragole ci mettono la panna. In Sardegna, se non ci mettiamo il letame, col cavolo
che crescono!
Dove non c’è la terra c’è il granito, che si usa, nelle zone interne, come mangime per le galline al
posto del grano: in effetti le uova delle galline sarde sono molto più piccole ma dure! e le donne
sarde si lamentano sempre perché hanno tutte le padelle ammaccate.
Nelle zone costiere, invece, il granito, sotto forma di scogliera, serve per essere venduto a due lire
agli Aga Kan e al Cav. Silvio-Ciprietta, che ci fabbricano sopra tanti bei ghetti per sedicenti vip,
tante discariche per televisionari falliti e tante alcove per calciatori e veline.
Le vallette e Umilio Fede amano la Costa Smeralda. Ci vuole una certa inclinazione per fare il loro
mestiere e per essere invitati in Costa Smeralda, e loro questa inclinazione l’hanno nel sangue.
La pastorizia ha dei grandi vantaggi: i contributi regionali, i contributi CEE, e il fatto che, per
poter fare il pastore, non si ha bisogno di sondaggi nè di un attestato della Bocconi e tantomeno
di un portavoce come Bondi. Per ora…
Il pastore vive con le pecore e vanno molto d’accordo, anche se non si parlano. Anzi il pastore a
volte parla e i nipoti dei pastori, spesso, straparlano pure. Anche se questo non è il caso di
Chicchinu miu.
Si racconta di un umile pastorello, accosciato all’ombra di una quercia secolare regolamentare e
circondato dal suo gregge, il quale ha resistito per ore, in silenzio, agli assalti di un turista armato
di famigliola vociante e di apparecchiature fotografiche del valore di svariati milioni, che continuava,
regista “in nuce”, a bersagliare il povero bimbo di: “Guarda verso l’infinito… l’orizzonte…
così… più triste… sorridi… perfetto”.
Alla fine, il piccolo guardapecore esausto, ad un “Lo sai parlare l’italiano?” di troppo, ha risposto
annoiato:”Guarda che, se non metti a 100 DIN, ti bruci tutta la pellicola. O coglione!”
Un’altra risorsa della Sardegna è la pesca. Ma quella vengono a farla i pescatori di Mazara del
Vallo.
Gli stagni e il mare erano molto pescosi.
Nel settembre del 1947, un certo Antonio Melis (detto Ferdinando) pescò un’orata così grande,
che subito arrivò un fotografo da Sassari per immortalarla. Solo la fotografia pesava 4 chili!
Adesso se si riesce a pescare qualche pesciolino, questi attaccato alla coda ha già il verbale di non
commestibilità dei NAS.
Nonostante tutto, sono in aumento i pescatori dilettanti che si servono delle canne.
Alcuni se le fanno addirittura da soli, le canne, e Pannella li conosce tutti. Questi non prendono
mai niente, ma sono i più tranquilli. Nei pressi di Olbia, sono stati notati due pescatori dilettanti
che utilizzavano delle canne mozze. Avevano anche la matricola dei mulinelli abrasa. L’unica
cosa che hanno a portato a casa è stato un mega contratto d’appalto per la costruzione del portocanale
di Cagliari. Erano due siciliani di Forza Italia.
8
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
La tipica imbarcazione sarda per la pesca si chiama “fassòni” ed è fatta di giunchi e asfodelo
intrecciati. I fassònis si riconoscono subito perché, mezz’ora dopo la partenza, si sentono le voci
dei pescatori che gridano, “Aiuto! Aiuto! Annego!”
A Santa Giusta c’è anche una straordinaria regata di fassònis che si tiene nel mese di Agosto. La
organizza il presidente della Pro Loco in pieno pomeriggio ed è sponsorizzata da ben due negozi
di frutta e verdura e una macelleria. Dicono che sia molto suggestiva. Peccato che nessuno veda
niente, perché di pomeriggio il sole ti picchia sugli occhi e…
Quand’era giovane mio nipote, lo scemo del paese non faceva l’assessore alla cultura, il sindaco
o il presidente della pro loco.
LE DONNE
Le donne sarde sono di poche parole. Anzi, solitamente, ne dicono soltanto una: NO.
E mio nipote lo sa bene.
In Sardegna il femminismo ci fa ridere, perché qui abbiamo sempre comandato noi donne. Esiste
da sempre il matriarcato. E lo tiriamo fuori ogni volta che ci fa comodo. Provate a chiedere a una
donna di Brescia o di Roma:
“Cosa fa suo marito?” Quella risponderà: l’idraulico, i medico, il ragioniere. Provate a rivolgere la
stessa domanda a una sarda… “QUELLO CHE VOGLIO IO.” Sarà la fiera risposta. Le sarde sono
riservate fino al momento del matrimonio. A quel punto si scatenano. Il matrimonio tipico sardo
si svolge così: dopo la cerimonia, mentre gli invitati mangiano, bevono e ballano (e i genitori litigano
per stabilire chi deve pagare il ricevimento), la sposina trascina il neomarito su per la camera
da letto. Chiude bene a chiave; si spoglia con una certa riluttanza e sistema bene i vestiti su
una cassapanca antica. Quindi ricupera lo sposino da sotto il letto o da sopra l’armadio e, dopo
averlo spogliato, sistema anche gli abiti di lui accanto ai propri. Infine, presi i suoi vestiti e quelli
del marito, apre la finestra e scaraventa tutto di sotto. Tanto, quando lui e lei usciranno da
quella stanza, quei vestiti saranno già belli e passati di moda!
Le donne sposate, raramente, si concedono avventure e danno poca confidenza agli estranei.
Un amico di Chicchinu è dovuto andare a letto per più di due mesi con una signora di Tempio,
prima di convincerla a fare un giro in macchina sola con lui.
Niente a che vedere con il libertinaggio di certe continentali, che fumano, dicono parolacce e si
fanno sorprendere dai mariti mentre si dibattono sulla moquette, senza niente addosso, tranne
l’idraulico.
Da noi nemmeno si usa la moquette. E l’idraulico, semmai, si mette sotto.
9
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
LUOGHI COMUNI
Uno dei più vieti luoghi comuni che riguardano la Sardegna è che essa sia una terra dimenticata
da Dio. In realtà , io non credo che Dio se la sia dimenticata affatto: l’ha spostata apposta e la odia!
E comunque, dai tempi dei tempi, da un capo all’altro dello stivale, si è udito il minaccioso “TI
SBATTO IN SARDEGNA!” Quando qualcuno combinava qualcosa che non piaceva ai superiori,
veniva “sbattuto in Sardegna”…
Ci chiediamo: che cosa mai avranno combinato Simona Ventura, Briatore o Burlesquoni, che,
regolarmente, tutti gli anni vengono “sbattuti” qui per almeno due mesi?!
Per non parlare di Craxi, quello lo avevano sbattuto addirittura in Tunisia.
Altro luogo comune è che i sardi sono piccoli e scuri…
Tanto per cominciare, qui si usa lavorare. E quando in una famiglia nasce un figlio maschio c’è
gran tripudio: non è una bocca in più, ma DUE BRACCIA in più! Appena il frugolo compie
cinque o sei anni, gli si dice il fatidico “Cresci, cresci che vai a lavorare”.
Per questa ragione molti bimbi fanno un” tiè!” a manico d’ombrello e si rifiutano di crescere.
Eppoi, la bassa statura molte volte aiuta. Se sei latitante e sei alto, non ti puoi nascondere dietro
la vegetazione nana o dietro i muretti a secco di un metro e venti. Non solo… Prendiamo la
Brigata Sassari: quei ragazzi, in pratica, vincevano le battaglie da soli! Venivano discriminatamente
messi in prima linea, davanti a bersaglieri, alpini ecc. e, siccome il nemico sparava ad altezza
d’uomo, venivano colpiti molto difficilmente. Una carneficina tra i veneti e i friulani delle
ultime file.
SCURI… Il popolo sardo è, notoriamente, molto riservato ed educato.
Qual è la famiglia dove non succedono screzi tra coniugi? Anche da noi capita che ci siano discussioni
in famiglia, ma è costume che, prima di iniziare una breve disputa, i genitori mandino i
bambini a giocare in cortile o per strada. Ecco che, a forza di restare così a lungo sotto il sole, si
ottengono dei bei ragazzini molto abbronzati.
Chissà quanto litigano in Africa!
Ma come dice nonno Bachisio: ”Il mondo è bello perché è avariato!”
BANDITI SARDI… Si sente parlare, da almeno cento anni, di questa fantomatica “banda dei
sardi”. Prendi un giornale e trovi un titolone sparato a nove colonne: “Presa la banda dei sardi”.
Poi leggi: “… stamattina verranno interrogati dal Sostituto Procuratore i banditi catturati ieri grazie
ad una brillante operazione (omissis)… I sette malviventi, Gino Fontolan, Ambrogio
Brisighella, Roberto Diotallevi, Guido Pozzan, Osvaldo Procaccianti, Luigi Percuoco e Gavino
PUDDU.
UNO c’è n’è!!! Un sardo che si chiama PUDDU.
E magari è anche figlio di emigrati da generazioni!
Titolo sul giornale:
“ARRESTATA LA BANDA DEI SARDI”!
Devo ricordarmi di dire a Chicchinu di fare qualcosa per questo. Bisogna che metta in riga i giornalisti.
Bisogna “normalizzare”, come dice Previti.
Certe volte, sì, càpita che qualcuno dei nostri ragazzi col sangue caldo si lasci andare a qualche
gesto un po’ forte.
Ma, anche ieri, sulla cronaca di un popolare quotidiano è apparsa la notizia:
10
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
“Preso un giovane (sardo) e denunciato a piede libero per porto abusivo di coltello”.
E ce l’aveva sì un coltello: ma conficcato tra le scapole, ce l’aveva! Questo, mi si passi il termine,
è razzismo bello e buono. Diamine! Eppoi, cosa vuol dire quel SARDO tra parentesi?!
Perché non scrivono (sardo) anche quando parlano della nomina a baronetto del fantino più forte
del mondo Frank Dettori? Solo per la cronaca nera si ricordano dei sardi. Perché non ci scrivono
mai: umbro, o milanese, o toscano… tra parentesi?!
Buoni quelli! I toscani. Sono quelli che parlano maggiormente male di noi sardi, però sono sempre
qui a fare razzìe. Appena si apre la stagione venatoria, i traghetti che partono da Livorno sono
pieni di cacciatori toscani assatanati: appena giungono in vista della nostra costa, cominciano a
sparare. Già dalla nave. A tutto quello che si muove, sparano.
Generalmente, si salvano solo i deputati sardi o gli assessori.
Tanto quelli… e quando si muovono, quelli?!
Questo succede perché il popolo sardo è molto ospitale.
Noi abbiamo sempre ospitato tutti, dai punici ai romani, dai mori, ai fenici agli spagnoli. E non
si può dire che i sardi siano invadenti. Anzi… INVASI da sempre siamo stati!
NONNO BACHISIO
Mio padre era così povero che lo mettevano persino sulle pagine gialle.
In Sardegna, allora, non c’era quasi niente: niente lavoro, niente sviluppo economico, niente
locali notturni… in pratica come adesso, solo che oggi c’è lavoro per i forestali, grazie ai numerosi
incendi, e ci sono le industrie. Chiuse.
Lui aveva ereditato un piccolo pezzo di terra. Terra tipica sarda: bruciata.
Ma era talmente fiaccato dalla povertà che non la lavorava neanche la terra, la mangiava così
com’era.
Già da allora qui c’era molta emigrazione.
Anche se qualcuno aveva escogitato la pensata di mandare le donne incinte a partorire direttamente
a Sesto S. Giovanni, a Torino, o addirittura in Belgio. Così i futuri operai nascevano già lì,
e via.
Anche nonno Bachisio era sempre in un altro stato: in stato di ubriachezza.
Lui beveva tanto per dimenticare. Si dimenticava di aver già bevuto tanto…
e così ricominciava.
Poi si lamentava. “Quando Galileo diceva: – Il mondo gira.- Tutti a gridare al genio. Quando lo
dico io che il mondo gira, tutti guardano in cielo e dicono che sono di nuovo ubriaco.”
Però anche lui…
Un giorno si presentò al bar col fido amico Carta, un noto imbroglione, e ordinò dieci litri di vermentino.
Il barista gli chiese se avevano portato un recipiente e lui, offesissimo: “Quale recipiente?! Io contengo
sei litri, lui almeno quattro! Recipiente, tzè!…”
La verità era che bevendo dimenticava l frustrazioni .
Dimenticava anche di tornare a casa.
“Mi sento un beone!” Fondò anche “La fossa dei beoni” e ne divenne presidente. Persone “alte in
grado”…
A novantatre anni voleva cambiare sesso. Non nel senso di Amanda Lear, ma perché ne voleva un
altro. Nuovo.
11
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
Mio padre è sempre stato un grande peccatore: ubriacone, donnaiolo, giocatore, manesco, ignorante
e presuntuoso. Secondo lui, il Mediterraneo è un “lago sardo”… E Chicchinu ha preso da
lui.
Però lui era buono. Sempre pronto ad aiutare tutti, specialmente le donne che s’offrivano. Ma non
era solo per il sesso; anche se, preso quello, lasciava perdere il resto. Non se ne lasciava scappare
una.
“Sa hemmina no cherèt fastizzàra, cherèt chirràd’a terra istrumpàda e coddàda.” diceva
(la donna non dev’essere corteggiata, va sbattuta per terra, bloccata e… perdonatemi, scopata a
raffica).
Quando rientrava, dopo una notte di baldorie, mia nonna lo redarguiva rassegnata:
”Ancora ubriaco sei?”
E lui. “Certo! Se non fossi ubriaco mica tornerei qui!”
Cercò in tutti i modi un lavoro qualunque. Si mise persino a fare lo stilista. Inventò lo stile casual.
Ma era troppo in anticipo sui tempi e i suoi clienti li chiamavano “pezzenti”.
Quando vide che non c’era verso di fare un lavoro onesto, si diede alla politica.
Oggi sarebbe come minimo presidente di qualche ASL o direttore di rete o di qualche struttura
alla RAI o imprenditore sorridente e incipriato. Allora si dovette accontentare di fare l’assessore
in un comune di mille anime.
“ASSESSORATO ALLA RICERCA SPAZIALE”, mandato inventato da lui. Niente a che vedere con
alta tecnologia o spazi siderali.
Il suo compito consisteva nel trovare ALTRO SPAZIO per mettere i fiaschi pieni e le damigiane,
che servivano da carburante durante le sedute di giunta.
Non vi era ordinanza che non venisse votata per alzata di gomito.
Era nata “l’ubriachezza politica” tanto cara a Craxi.
Nonno Bachisio era il più importante “sbronzetto nuragico” del mondo.
Gandhi disse “Dopo che sarò morto, crematemi.”
Lui ha riempito la casa di bigliettini:” Dopo che sarò morto, DISTILLATEMI”.
12
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
INFANZIA DI FRANCESO COSSIGA
Quando Chicchino nacque in casa non c’era nessuno.
Lo portò un gufo. Non trovando un camino, lo sganciò vicino al pozzo nero.
Suo padre era al podere. Coltivava una piantagione di ghiaia* (coi cavoli aveva smesso, per paura
che sotto qualche ceppo potesse nascergli un altro figlio). Sua madre era rifugiata da certi parenti,
perché non voleva responsabilità.
*Ecco spiegato il mistero dei “sassolini nelle scarpe”.
Quei sassolini Chicchinu li ha sempre avuti e, come si sa, i sassolini nelle scarpe fanno male ai
coglioni: certo, perché chi non è coglione SE LI TOGLIE!
E lui ha fatto benissimo a toglierseli.
Avrebbe dovuto cominciare molto prima, ma Andreotti e Craxi erano sempre stati molto evasivi
e non gli avevano ancora confermato che lui era veramente il Presidente.
Per quattro anni ha creduto di essere “in prova”.
Ma questa è un’altra storia, di cui vi parlerò più avanti.
Presi da rimorso, i genitori fecero ritorno a casa dopo tre giorni. Trovarono Chicchinu al telefono
che chiedeva le loro dimissioni al Telefono Azzuro, ma diceva “ghee-ghee” in sardo e non se ne
fece niente.
Per primi diciotto mesi mio nipote condusse una vita d’inferno. Si andava convincendo di non
essere amato da nessuno.
Diceva cose senza senso che non capiva nessuno, quindi, quando diceva “ghee” perché aveva
fame, cercavano in tutti i modi di farlo dormire; quando diceva “ghee” perché aveva sonno, lo
ingozzavano a forza di latte, caglio e carciofi.
Lui, meschinetto, strillava a più non posso e tutti dicevano “Non lo sa nemmeno lui quello che
vuole. Lasciatelo perdere.”
Si sentiva solo e abbandonato. Incompreso. E di notte, ripensando alle traversie quotidiane, versava
tutte le sue lacrime e strillava come Sgarbi. Anche perché aveva una fame bestia e nessuno
gli dava retta.
Il padre, un lavoratore duro e poco sensibile, soltanto per essere stato svegliato due o trenta volte
ogni notte dalle grida parossistiche del piccolo Chicchinu, dopo alcuni mesi, si rivolse alla moglie
con tono poco rassicurante “Fallo stare zitto quell’accidente, sennò te lo rompo!”
A modo suo gli voleva bene.
Per la verità si erano lamentati anche alcuni comitati di quartiere della Gallura e della Barbagia.
In quei giorni, per la prima volta, un certo Giulio Andreotti venne nominato sottosegretario a non
so quale Ministero.
La madre di Chicchinu, vedendolo in un cinegiornale, perse il latte e fu costretta a mandare il
piccolino a balia.
Oggi le balie non esistono più. Ed è un bene.
La balia del nostro paese, Assuntina, era un donnone di oltre un quintale che aveva già quattordici
figli suoi; tutti avuti dallo stesso uomo, ma non lo aveva mai voluto sposare perché, diceva, non
era il suo tipo.
Questo bel tipo era alto un metro e venti, più IVA, e aveva due sole passioni (oltre”quello”): bere
vernaccia e fumare “trinciato Italia”.
13
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
Tutte le sere tornava da Assuntina, ubriaco e puzzolente come una capra, e le montava addosso.
Lei lo lasciava fare, un po’ per timore delle sue reazioni (lui aveva il “vino cattivo “) un po’ per
non perderlo: l’aveva minacciata di fuggire con Brigitte Bardot se non lo avesse soddisfatto.
E i figli continuavano ad arrivare.
Chicchinu miu da quella balia non ci voleva andare. E piangeva. E, appena piangeva, tutti: “il
bambino ha fame, portatelo da Assuntina.”
Ma lui piangeva proprio perché non ci voleva andare! Era incompreso già da allora.
Ma come si fa ad attaccarsi a un seno gigantesco marrone e puzzolente di “trinciato Italia”?!
Tutti i giorni così. Lo portavano da Assuntina e quella lo ghermiva e gli ficcava in bocca un chilo
e otto di tetta tossica.
Morale: oltre che a piangere, Chicchinu miu cominciò anche a tossire.
Una brutta tosse. E catarro. La madre lo portò dal medico: bronchite asmatica.
“Ma suo figlio fuma?” chiese il medico. A sei mesi?!
Non bastava la bronchite, gli venne una strana malattia che di solito viene solo alle patate e cominciò
a riempirsi tutto di bolle e macchie.
Basta balia.
Dopo una lunga chiacchierata con nonno Bachisio, che la sapeva lunga, fu deciso di fargli cambiare
aria e di sottoporlo ad una ferrea dieta a base di pesce.
L’aria, nonostante tutto, non l’ha cambiata: ancora oggi conserva quella da gufo triste. Il fosforo
invece l’ha reso vispo e intelligente come nessuno.
“Fategli succhiare le teste – incitava alla sua maniera naive nonno Bachisio- ché la testa del pesce
contiene forfora.”…
E giù pesce, olio di fegato di merluzzo e spremute di gamberoni, con cioccolato e panna. E aglio,
molto aglio, per la circolazione e la pressione.
Suo padre non voleva, però, che il piccolo dormisse in camera con loro. Per via dell’alito. E
Chicchinu minacciò di sciogliere la camera.
Il genitore se la legò al dito e ogni sera, quando rientrava dalla sua piantagione di ghiaia, annusava
l’aria come un setter. Ma molto più rumorosamente.
“Cos’è questa puzza?” sibilava.
“E ‘ il pupo, ha fatto la cacchina.” minimizzava la moglie.
“Cacchina?! Cacchina, eh?! QUESTA E’ MERDA!!! Altro che “cacchina”! Il pupo!.. Questo non è
un bambino, è un contenitore di merda! Lo accarezzi e “plaft!”… lo dondoli e “plaft!”… Lo guardi
e “riplaft!” Ma che cazzo è?! Mangia grazia di Dio e caga merda! E non fa altro in tutto il giorno.
E anche di notte ! Mangia, piange e caga! Ma non lo vedi che quando ha finito di “fare la cacchina”
è sgonfio?! Una prugna sembra! Eppoi… – in un crescendo rossiniano, l’arcigno genitore, misurava
a grandi passi la stanza e roteava i pugni al di sopra della testa, fermandosi di tanto in tanto
ad indicare minacciosamente l’oggetto della sua ira. – Eppoi, quando lo devi cambiare, cambialo
dalla TUA tua parte del letto! Cappitto mi hai?! Dalla tua parte! Oppure portalo da tua madre.
Filo spinato ci metto sul letto, voglio vedere se oltrepassi il confine… Cacchina!”
Tutti i giorni la stessa storia. Ma a modo suo gli voleva bene.
In occasione di una visita di certi parenti, il padre di Chicchinu, che teneva molto alle apparenze,
decise di fare bella figura e pretese di prendere in braccio il pupo.
Non sapendo come funzionasse il “fagottino”, cominciò a passarselo da un ginocchio all’altro, da
un braccio all’altro, e su e giù, finché il fantolino non prese a vomitare.
Reazione istantanea: allontanamento, di scatto, del bimbo dai propri pantaloni. Nuca del neonato
pericolosamente vicina allo spigolo del tavolo. Urla della madre. Bestemmie del padre. Coro di
14
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
“ehhh, i bambini, si sa…” dei presenti.
Fine della pax.
Ancora nonno Bachisio. Redarguì suo figlio, spiegandogli che tutti i bambini hanno dei rigurgiti,
fanno la cacca (prodotto interno lordo, la chiamava lui) e piangono di notte.
“Se lo maltratti ancora, ti spacco la testa in otto parti uguali.” Concluse amorevolmente.
La notte successiva, al primo piantino del bambino, il padre si alzò, lo prese in braccio e cominciò
a cantargli un’antica nenia sarda, mentre lo dondolava.
“Su pippìu de sa mamma / an chi fèzzasa sa spràmma / oh, oh, oh…” (Piccolino della mamma/
fai la ninna, fai la nanna/ oh, oh, oh…)
Al terzo “oh” il piccolo si addormentò di colpo.
Anche perché l’astuto genitore aveva avuto l’accortezza di dondolarlo, tenendogli il capino a
meno di un palmo dal muro… SDUUUM! SDUUUM! SDUUUM!… I risultati ancora si vedono.
Altre volte, in analoghe circostanze, il bruto lanciava in aria il piccolo, lo riprendeva e lo rilanciava,
al grido di “istrullallààààh…”
E Chicchinu passava dal pianto al riso, riso stridulo e nervoso, e dal riso al sonno.
Anche perché tutto questo avveniva in mansarda. E le mansarde sarde sono molto basse…
A forza di “toc” e di “sduum” della testolina contro il soffitto basso, anche le rondini e i piccioni
abbandonarono i propri nidi. Un airone cinerino che aveva nidificato nei paraggi venne ricoverato
alla neuro di Tempio Paisania.
E venne il periodo delle prime paroline.
Tutti, in tutto il mondo, continuano pedissequemente a disorientare i bambini con una serie di:
biru-biri-ba-bah… oppure: ciribiribiripicchio!… che non vogliono dire assolutamente un beneamato
cappero.
Anche Chicchinu miu fu vittima di questi attentati, ecco perché, ancora adesso, stenta a farsi
capire dalla gente e viene spesso frainteso.
Prendetevela coi parenti e gli amici.
Tutti a cercare di farlo parlare il più presto possibile!
Anche suo padre si era accanito in questo esercizio:”Dì “babbo”. Dài, Checco, dì “papà”…
E parla, cazzo! Alla tua età io declamavo tutto Gozzano!”
Falso. Sono testimone io. Ha imparato a parlare a otto anni!
Una volta che Chicchinu imparò a parlare, non poteva aprire bocca ché il padre, subito:
“Stai zitto!”
Però, a modo suo, gli voleva bene.
I PRIMI PASSI. Non parliamo di quando, sempre lui, l’orco, cercava di insegnare a camminare al
piccolo. Di nascosto.
Chicchinu aveva poco più di sette mesi, un nasino da un chilo e un telo da bagno nelle braghe
(allora non c’erano i pannolini e Mike Bongiorno e Gerry Scotti si puzzavano di fame).
Allora… Il trucido appoggiava mio nipote al muro, si allontanava, si chinava e apriva le braccia:
”Corri da babbo. Vieni… Su, su…”
Spataplunfete! Tre dentini da latte: adieu…
“Testa di melanzana! Coglione! Alla tua età ero campione sardo dei tremila siepi.”
Manco per niente. Ha imparato a camminare, con un girello di ulivo grezzo, a sette anni suonati!
Una volta che Chicchinu aveva imparato a camminare speditamente, verso i due anni, e cominciava
a trotterellare per tutta la casa:
“Stai fermo!”
Chicchinu miu, piccolo frugoletto, è arrivato all’età di dieci anni convinto di chiamarsi “SMET-
15
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
TILA”.
Come ci hanno insegnato i padri della psicanalisi, Freud in testa, il comportamento dei genitori
durante l’infanzia dei propri figli lascia sempre una profonda traccia. Il comportamento becero
del padre di Francesco Cossiga lo abbiamo già visto in parte, ma è dall’adolescenza alla pubertà
del piccolo che egli manifestò tutto il suo sadismo.
Quando Chicchinu frequentava le medie, suo padre gli scriveva proditoriamente sul diario frasi
del tipo: ”Non sei nessuno” “Sei un fallito” “Ti odiano tutti” . Poi si lamentava che il figlio era insicuro
e ritardato! Durante un ricovero di mia sorella, qualche anno prima, il trucido era stato
costretto ad accompagnare Chicchinu a scuola (non era mai voluto uscire col piccolo:
“ Chissà cosa dice la gente!” si scusava); prima di uscire di casa, intimò al figlio: “Chiamami zio!”
Beh, il giorno trovarono tutti i compagnetti in cortile a godersi il sole. Tutti giocavano e facevano
capriole sull’erba. Lui costrinse il piccolo a giocare tra i fichi d’india e a fare le capriole in mezzo
alle ortiche: sempre erba è, disse. Poi lo schiavizzava. Lo mandava a fare le commissioni più
assurde, per fargli fare figuracce. Lo mandava in posti lontanissimi e gli indicava le strade sbagliate
per arrivarci, o i percorsi più lunghi e tortuosi.
Gli ordinava di comprare: un litro di olio di gomito… trecento lire di ombra di campanile, oppure
“un etto di zampette d’anguilla”… Tutti i bottegai del paese, capito il dramma del bambino, gli
davano delle amorevoli botte sulla nuca e lo mandavano in altre botteghe, sempre più lontane:
“Noi l’abbiamo terminato, prova da tizio che forse ne ha ancora…”
poi si giravano dall’altra parte e si piegavano in due dalle risate.
E manate sulla nuca, e botte della testolina al muro o sul soffitto per farlo addormentare… eppoi
dicono che è matto! Non parliamo poi dello scherzo del seggiolone! Quando Chicchinu aveva
due anni. C ‘era molta povertà, a quei tempi, e il seggiolone per il pupo era stato comprato di
ottava mano da alcuni zingari di passaggio (la stessa tribù alla quale, pochi mesi dopo, il maligno
genitore regalò il cavallo a dondolo di Chicchinu. Con lui sopra!).
In pratica, mio cognato, l’infausto genitore, si alzava di notte e, chiotto chiotto, andava in cucina
e segava a ? una gamba del seggiolone, già abbastanza malfermo di suo, poi tornava soddisfatto
a letto. Il giorno dopo scommetteva con gli amici sull’orario in cui il piccolo si sarebbe schiantato
al suolo. Si sedevano tutti di fronte al bambino, a bere, mangiare, e a parlare delle mirabolanti
avventure negli ovili, e gli lanciavano contro torsoli di pere, mele, noccioli di pesche…
Chicchinu si agitava, cercando di schivare i proiettili, il seggiolone manomesso cedeva e lui si
schiantava sul pavimento. Tutti quei colpi alla testolina fecero venire al pupo un’altra malattia
strana, che di solito viene solo ai tuberi, alle rape, a Gasparri, Calderoli e a Bondi. Durante le
vacanze estive, mentre gli altri bambini andavano alle colonie marine o montane, Chicchinu veniva
mandato a Vermicino o a Seveso. Solo una volta lo portarono al mare, allo scarico delle fogne
di Porto Torres e, mentre gli altri bambini costruivano castelli di sabbia, suo padre con la sabbia
gli faceva costruire case popolari…
A scuola, il suo nasino da un chilo venne ripetutamente gonfiato dalle botte dei compagni, presso
i quali mio cognato faceva circolare voci calunniose: ”Lo sai che mio figlio ha detto che tu sei
un po’ femminuccia?…Mio figlio mi ha detto che te le suona quando vuole…” eccetera. Andava a
cercare i compagni più grossi e grandicelli di Chicchinu e scatenava la loro rabbia. Poi, quando
il piccolo tornava pesto e con la melanzana sanguinante:
“Coglione! Le hai prese ancora. Alla tua età ero campione sardo dei pesi medi! Femminuccia del
cazzo!” e giù altre botte. Alla testa. SDUM! SDUUUUM! SDUM! Per tacere di quando aveva
attrezzato una bella altalena in cortile… Chicchinu fu molto felice per il pensiero del padre.
Povero ingenuo! L’altalena era a tre metri dal muro della cucina. In conci di granito. Già dal
16
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
giorno dell’inaugurazione, mio cognato fece sedere il figlio e gli diede una sola spinta: corremmo
in sette a staccare Chicchinu dal muro e lo accompagnai personalmente al poliambulatorio.
Tutte le settimane erano tre – quattro giorni di degenza. Anche le comunicazioni della scuola,
ormai, gliele mandavano direttamente all’ospedale. Quando mio cognato si prese una brutta
influenza e fu costretto a letto per dieci giorni, Chicchinu, senza altalena e spiaccicamenti contro
il muro, stava bene. Subito telefonarono dall’ospedale, preoccupatissimi e allarmati:
“Come mai non si è visto il piccolo Cossiga questa settimana? Non è che sta bene, eh?!”
Questo è stato il padre di Francesco Cossiga: un senzadio barbaro e cinico. Anche se, a modo suo,
forse, gli voleva bene. Potrei raccontare ancora tante cose, ma vi cito solo il suo motto prediletto,
che racchiude la sua filosofia di vita: “BABBO E’ MORTO, L’ASINA HA PARTORITO: CINQUE
ERAVAMO E CINQUE SIAMO”
LA MADRE
Contrariamente a tutte le donne sarde, mia sorella si dava del lei col matriarcato e col femminismo.
Completamente coartata dal marito, era usa obbedir tacendo e tacendo morir: di dolore, di
fame, di umiliazioni…
Ricordo una scena emblematica, indelebile nella mia mente. Quando Chicchinu aveva circa un
decinaio di anni, gli occhi grandi come uova al tegame, il naso già da un chilo, le gambe secche
secche e le ginocchia grosse come i nodi delle cravatte di Roberto Maroni, la sua famiglia versava
in grave stato di necessità. Il piccolo lo vestivano con gli abiti smessi dai “mustajònis”: gli
spaventapasseri. Una sera, il padre di Chicchinu era uscito per la solita partita a “chémin”, dietro
l’ovile di un amico. In centro, insomma. Il bimbo, povera stella, era seduto al tavolo di cucina
impugnando e battendo ritmicamente le posate sul tavolo; molto speranzoso. Sua madre, santa
donna, alta, segaligna e vestita di nero, cercava disperatamente di nascondere le lacrime. Evitando
di guardarlo, apriva e richiudeva mobiletti e rovistava invano nella vecchia madia: vuota. Il nulla
più desolato. Le ultime due uova le aveva fatte fuori il marito, con l’ultimo tozzo di pane nero,
prima di uscire. Chicchinu continuava a battere le posate sul tavolo, mandando avanti e indietro
i piedini sotto il tavolo e la sedia. Calzava vecchi stivali di gomma più grandi di sei numeri: si sa,
i bambini crescono, gli stivali no… Sbadigliava apertamente e seguiva con lo sguardo la madre.
Lei era una statua di sale. Si mordeva a sangue il labbro inferiore e le tremava il mento.
D’improvviso si voltò verso di lui e l’affrontò. Gli occhietti avvizziti e ormai senza più lacrime di
lei, contro gli occhioni sgranati, interrogativi, e drammatici del piccolo: roba da “Per un pugno di
dollari”. Musica di Morricone. Lei: un fremito incontenibile del mento, un singhiozzo represso
e un gettare la testa all’indietro, una mano sulla fronte a rinfoderare nel fazzoletto nero una ciocca
grigia anzitempo, per cercare coraggio e un contegno… Lui: improvvisamente bloccato, ingessato,
tratteneva il respiro e presagiva il peggio. Lei, con un filo di voce tremula:
- Chicchi’… ehm… Chicchinu… dì “merda”.- un tremito la squassava tutta, ma non si mosse di
un millimetro. Occhi negli occhi. Un duello infernale. Epico.
Morricone poteva lasciare il posto a Wagner. Lui, meschinetto, era allibito: una parolaccia sulle
labbra materne?! Ma com’era possibile?! Lei, prendendo coraggio, ma la voce era un soffio:
- Sentito mi hai? Ti ho detto di dire “merda”!-
Chicchinu deglutì rumorosamente, guardò me in modo indecifrabile, quindi tornò a fissare la
17
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
madre e, con compunzione, sussurrò: “Me – merda”. Lei, con una improvvisa e squarciante voce
di testa:
- Che cos’hai detto?! Ripeti!
- Lui, occhioni bassi e malinconici: “Merda”.
Lei si portò i pugni ai fianchi e prese a scuotere il capo:
- Ah! Ma bravo! Belle parole che dici! Davanti alla mamma e alla zia… Vergogna! Fila! A letto
senza cena! Così impari, brutto ineducato che non sei altro! -
Le ultime parole erano state sommerse dai suoi stessi singhiozzi e dal pianto accorato del piccolo
che correva via. Lei si era accasciata sulla madia vuota, lasciandosi finalmente andare allo sfogo
più completo:
- Povero figlio… – gemeva – Povero figlio mio…-
Io ero senza parole. Triste e sconcertata. Finii di mangiare la torta al gelato che mi ero portata da
casa, per merenda, e me ne tornai alla mia villetta. Più tardi, ripensando alla scena, qualche
lacrima mi cadde sull’aragosta al gratin che stavo preparando. Cenai di malavoglia.
Anni dopo, quando la situazione economica divenne meno drammatica, mia sorella preparò al
piccolo un tipico manicaretto nostrano: “S’olìa a sa sarda”
(Oliva alla sarda): prese una bella oliva e la mise dentro ad una quaglia, la quaglia la mise dentro
ad un tacchino, il tacchino dentro a un maialetto lattonzolo e, infine, il maialetto dentro ad una
pecora grassa. Poi andarono sul limitare del bosco vicino e scavarono una grande buca, nel terreno
argilloso, la rivestirono di mirto aromatico e vi posarono la pecora così farcita, quindi ricoprirono
con altro mirto ed altra terra la “tomba del manicaretto”.
Andarono a fare legna nel bosco, con la quale fare un bel falò sopra la buca.
(Questo è un antichissimo piatto sardo, detto “accarraxiàu” = sepolto: i sardi hanno inventato la
pentola a pressione seimila anni fa! E’ una prelibatezza super. Passata qualche ora, si scosta la
brace, si scopre la “tomba – forno” e si gusta il manicaretto.) Chicchinu e sua madre hanno provato
altre due volte a cucinare questo piatto. Non sono mai riusciti ad assaggiarlo: ogni volta che
tornavano con la legna, non si ricordavano più dove avevano sepolto la pecora…
Mia sorella è anche una donna molto cattolica e non ha mai usato contraccettivi. Sostiene:
“Perché andare contro i dettami del Papa? Quando vuoi fare certe cose con tuo marito e non vuoi
bambini, basta mandare i bambini dai nonni.”
E’ anche molto filosofa. L’altra sera, si guardava la tv insieme nella mia villa al mare; c’era un
servizio sulla fame nel mondo e lei fa:
- Ogni giorno muoiono 40mila bambini. Vedi che il Papa ha ragione a proibire gli anticoncezionali?
Così ne muoiono 40mila, ma ne nascono 150mila ogni giorno, tiè! -
Io questa filosofia non la capisco, però credo che sia molto profonda.
Vorrei terminare questo capitolo riportando testualmente una letterina, scritta da Chicchinu nei
periodi bui, a Gesù Bambino:
.
“ Caro Gesù Bambino,
quest’anno ti voglio chiedere cose da Arcore, anche se so già che sono soltanto sogni e queste cose
non le potrò mai avere.
1) Vorrei un paio di calze nuove, di quelle moderne che hanno anche la punta al posto del buco,
l’elastico, e che non si infilano subito tutte dentro gli stivali di gomma. E che non si buchino
18
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
subito, anche dietro, dopo due o tre anni che le porto.
2) In casa mia siamo tutti vegetariani, mangiamo radici, perché “FA PIU’ SCENA” dice mio babbo
(la carne la mangia solo lui perché è ammalato: il dottore ha detto che la sua malattia si chiama
“FILL’E BAGASSA” ). Ma io vorrei assaggiare, almeno una volta, una bella bistecca di carne: anche
se è peccato mortale e mi potrei ammalare pure io. Eppoi, ho quasi dieci anni!
3) Vorrei un maglione di lana, anche se GIUSTAMENTE, come dice mio babbo, la neve ed il
vento freddo del mattino fanno tanto bene alla pelle. Ma la scuola è lontana e io ci vado a piedi,
perché qui in paese non ci sono ancora i taxi (quando li metteranno, mio babbo ha detto che mi
ci manderà. Ogni volta che glielo chiedo, mi ci manda…) Ogni mattina, perdo sempre le prime
due ore di lezione: perché il gelo mi fa sentire un pochettino male e, appena perdo i sensi nel
piazzale, mi portano piano piano a Sassari, all’ospedale “SIAMOPIENI”, in sala rianimazione.
Quando non mi fanno entrare al “SIAMOPIENI”, ci tocca andare fino ad Alghero, alla pia clinica
“VATTENEVIA” e allora perdo anche le prime tre ore. Meno male che io imparo subito! Intanto
ho imparato a cadere sul naso: così non batto più la testa. Però il naso se ne va su e giù per conto
suo e, anche quando una cosa mi piace molto, sembra che faccio lo schizzinoso.
4) Vorrei un albero di Natale di cioccolato, con tante polpette di carne appese e qualche pollo
(anche crudo ); e vorrei guarire da questa brutta malattia che mi fa venire voglia di mangiare.
Persino di sera! Anche se so benissimo che:
“ Non si dice FAME ma APPETITO e avere una di queste due cose è da maleducati.”
come dice mio babbo.
Tanti baci dal tuo amichetto
Francesco Cossiga
P.S. Perché, quando dico queste cose alla mia mamma, lei si mette a piangere?
DALLA SCUOLA ALLA PRESIDENZA
Francesco Cossiga, Chicchìnu miu, è sempre stato coerente e deciso. Quasi quanto Berlusconi,
Anna Falchi, Fini, Mastella, Buttiglione e Feltri. Appena terminata la scuola dell’obbligo e si trovò
a dover scegliere un indirizzo di studi, andò dritto come un fuso ad iscriversi all’Istituto per
Geometri. Poi a quello per Ragionieri; poi al Nautico; poi a Danza Classica… Tutto in una settimana.
Poi si prese un esaurimento nervoso e rimase in perenne stato confusionale. Gli venne
anche una malattia originale, che di solito colpisce soltanto le carrube e Castelli della Lega.
Sua madre lo iscrisse al ginnasio, insieme col suo cuginetto Enrico Berlinguer. Ignorò nonno
Bachisio e i suoi ricordi nautici. Tirava una brutta aria in Marina per i Cossiga: durante la guerra,
mio padre fece più danni del nemico. Aveva fatto affondare quattro dei nostri sommergibili:
si coricava ubriaco e pretendeva di dormire con l’oblò aperto.
Al ginnasio, Chicchìnu conobbe e frequentò un fascio di compagni oggi eccellenti o ex- eccellenti:
l’ex – symbol Lino Jannuzzi, già scopatore di Marina Ripa di Moana e capo di Giuliano
Ferrara (e basta.), che vendeva a tutti “in esclusiva” i compiti copiati da Biagi; Corrado Carnevale,
giudice di sedia al campetto da tennis: siccome i sardi sono velocissimi e non vanno d’accordo
nemmeno in due, le partite le giocava sempre uno da solo e questo amico giudice faceva vincere,
regolarmente, la pallina (quando si dice l’onestà…). Frequentò il rugginoso Paolo Guzzanti che,
non esistendo ancora la Terza Rete Rai né Minoli, era riuscito a far assumere figli e parenti lon-
19
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
tani come presidi e bidelli (familiarmente, chiamati “bidè”, alla romana o all’amatriciana).
Chicchinu strinse anche di più i rapporti coi cugini Berlinguer Enrico (che negava di conoscerlo)
e Segni Mariotto (che già muoveva il naso meglio di lui) e cominciò, già da allora, a raccomandare
il nipote Gianfranco Agus, per le recite scolastiche del pomeriggio di Raiuno. Ogni settimana,
per ritemprarsi dalle fatiche scolastiche, insieme coi suoi amici noleggiavano un pullman
ed organizzavano delle gite. Il pullman, guidato da un certo Milvio Berlusconu di Arzachena,
arrivava puntualissimo: certe volte alle cinque, alle cinque e venti, alle sette e dieci… A volte
l’autista diceva che era stato frainteso e non arrivava per niente, oppure arrivava e diceva che gli
servivano seimila miliardi: i prezzi erano aumentati…
Mai una gita!
Decisero di cercare un altro pullman e si rivolsero ad un olivicoltore di Ossi, un certo Produ, costui
arrivava sempre puntualissimo, alle cinque! Loro arrivavano alla spicciolata, salivano a bordo,
e cominciavano a decidere la destinazione. Chi voleva andare di qua, chi voleva andare di là, chi
poco poco più a sinistra, chi in fondo a destra… Intanto, mangiavano, bevevano, e votavano. “ In
campagna!” “No, al mare!” “Giriamo cento città” “Andiamo dove ci sono le querce” “No, dove ci
sono gli ulivi”… e continuavano a bere e a cantare dei cori stonatissimi. Anche perché ognuno
cantava una canzone diversa. Alle 22, puntualmente, il buon Produ li scaraventava di malagrazia
giù dal pullman e ognuno tornava a casa sua.
Tutte le “gite” così.
Non riuscivano ad andare d’accordo. Da giovani.
Segni girava per i locali, beveva, mangiava, diceva: segni, e se ne andava.
Cossiga era entrato in un locale, aveva bevuto e mangiato, aveva detto :
cossiga e si era preso una botta in testa dal padrone:
“Che cazzo dici?! Chi ti conosce? Paga!”
Enrico Berlinguer, pur basso di statura, era sempre all’altezza della situazione e girava a testa alta,
perché era uno benvoluto e rispettato da tutti. Chicchìnu girava a testa alta per scoprire chi cazzo
fosse a lanciargli i vasi dai balconi e i gavettoni di piscia, ogni volta che usciva.
Invidioso di Enrico, per fargli un dispetto, decise di iscriversi alla DC (le tessere di GLADIO non
erano ancora pronte e quelle della P2 andavano via come il pane). Col solito piglio deciso,
Chicchìnu si inserì tra i dorotei. Poi decise per i fanfaniani, poi per i morotei, quindi, decisissimo,
si attestò coi basisti. Però gli piaceva anche la corrente gavianea. E non aveva neppure niente
che non andasse la corrente andreottiana… Si laureò in meno di quindici anni. Memorabile fu la
frase che rivolse a sua madre, in occasione della sua festa di laurea:
“Mamma, in che cos’è che mi sono laureato, ieri?”
E vennero i primi amorazzi. Mai consumati. Cambiava così spesso i luoghi e gli orari degli appuntamenti,
che le ragazza preferivano uscire con qualcun altro. Egli stesso non ricordava mai dove
avesse dato gli appuntamenti e non trovava mai nessuno. Intanto però si allenava a baciare. Lo
faceva con una di quelle bottiglie di latte dall’imboccatura larga; a volte le riempiva di carne macinata
tiepida e si produceva in altro tipo di allenamenti… più spinti.
Un giorno, casualmente, conobbe la futura moglie in un ascensore che si era guastato. Dopo sei
anni, le dichiarò il suo amore: “Ti amo per quello che sei.” Le disse. Era ricca.
Per fare carriera, non volendo legarsi alla mafia (anche perché la mafia non lo voleva), come tutti
i volenterosi fu costretto ad emigrare. Si trasferì a Roma. (Lui ha cercato di far trasferire prima i
vari Ministeri e poi il Quirinale a Sassari, ma non c’è stato verso.)
“Anche il cardinale di Cracovia, per fare il Papa, è dovuto emigrare.” gli hanno detto.
“ Ehmbé?! Che sono un semplice Papa, io?” ha risposto. Ogni tanto riaffiora il carattere di suo
20
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
padre.
Dopo una breve, memorabile, parentesi al ministero degli Interni (qualche maligno disse che
avrebbero dovuto internare lui già da allora), eccolo finalmente PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA!!!
Già da Ministro degli Interni ha contribuito a cambiare molto: il colore delle auto della Polizia,
per esempio. “Ha tolto un poco del già scarso verde che c’è nelle città” hanno commentato le
solite malelingue. Tutti ad accusarlo ed a manifestargli contro. Fatelo voi! Quant’era malinconico
quando fu costretto ad ordinare ai celerini di riporre (o nascondere meglio) i manganelli! Certo!
C’erano stati migliaia di operai e studenti con le ossa rotte: teste rotte, braccia e gambe ingessate…
ma almeno non si drogavano! Prova tu a farti una pera sul braccio ingessato! Questa era PREVENZIONE!
Che fastidio mi dava vedere il nostro cognome scritto su tutti i muri con la “ K” e le
“SS”alla Terzo Reich! Va bene che siamo di origine tedesca: von Kossighen, e allora?! Mio nipote
parla e straparla in tedesco come in italiano. Invidia?
Se è per questo, parla anche un altro centinaio di lingue. A gesti. E comunque parla sempre
meglio di De Mita (quanto parla male quello! Parla male di tutti: persino di mio nipote e di
Berlusconi…)
Ogni tanto, mi telefona e ricordiamo i bei tempi del Quirinale: specialmente gli ultimi due anni.
Quanto gli manca! Che bello, svegliarsi alle quattro del mattino e chiamare subito Paolino
Guzzanti! Certe volte era stanco e allora sbagliava numero:
“Pronto? Sono coso, passami a coso… Il Presidente Cossiga sono, passami Guzzanti, ajò! Come?!
In che senso, scusi? Famiglia Merli? E che cosa ci fa lei in casa di Guzzanti a quest’ora? Come?!
Sbagliato numero? Io? Ma sbagliato sarà lei! Come?… in che senso? No, lì ci va lei! Maleducato!”
Parlato con Guzzanti, chiamava subito Sgarbi. Non si dicevano nulla per due ore, tranne insulti
e parolacce, ma chiudevano felici e contenti. Certe mattine, invece, chiamava Boncompagni. Non
col telefono, ma col CB
“Roger…roger… Andy Capp chiede di entrarre, cappitto mi hai?” “Vieni avanti cret… Andy”
“Roger… Andy Capp sonno. Ma te Gianni sei? Satiro due… Satiro due? Stavo dicendo, no? Scusa
il doppio senso, ma te Gianni sei? Di una questionne fondamentalle parlarre ti devvo. Te, brutto
maialle, da quando faccevvi il cruciverbone a Domenica in, che mettevi orizzontalli tutte quelle
fighette verticcalli, prometti sempre ma non mantieni mai! Mandane qualcunna anche qui. Qui
Rinale a voi studio centralle! Ah, ah! Beh, adesso chiudo, ché non devvo farre nulla, sennò faccio
tardi. Già ti richiammo. Ciao!”
Verso le sette e mezzo rifornimento di sassolini nelle scarpe, una controllatina al piccone (c’era
sempre un corazziere che glielo indicava, perché lui non aveva mai visto un picco dal vivo e a
volte picconava con una falce…). Altre mattine invitava a colazione qualche amico: Guzzanti,
Sgarbi, Jannuzzi o Gelli (uguale), Funari, Cirino Pomicino, Ridge, Dallas, Cip & Ciop… Alle sei
del mattino! Questi, in coma, con la cravatta nel caffellatte, gli dicevano sì, sì, e si credevano più
intelligenti di lui. Pian piano perse quell’abitudine e anche gli amici. A tutti offriva il pane tipico
sardo “la carta da musica”, ma quelli preferivano la carta di credito e scivolavano verso Craxi.
Tanto, a quei tempi, la musica la faceva sempre lui; e senza l’intermediazione di Berlusconi.
Poi cominciava ad esternare.
A tutte le ore. Sparava anche qualche… cavolata (scusate), tipo quando disse che “noi sardi ridiamo
dentro”. Sì, è vero, non siamo molto espansivi, ma in quanto a ridere dentro… non lo fa nemmeno
Flavio Carboni! L’amico di Gelli, Calvi, Berlusconi e Sindona. Sembra proprio una frase alla
Gianni Bella, quello che scrisse l’inno dei carcerati: “Non si può morire dentro”.
Ore 13 pranzo. Da solo. Ogni tanto mi invita, ma io odio le scene isteriche. Vi ricordate? Ogni
21
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
due minuti minacciava di sciogliere le Camere. A tavola, diventava rosso a macchia di leopardo
e strillava: “Io lo sciolgo quando voglio questo cazzo di burro! Io lo sciolgo come mi pare questo
nodo alla cravatta!” Poi, meno male, arrivavano Gigi e Andrea, Pippo Franco e Forattini per
scrivergli le nuove battute e, quando erano pronti, veniva Pingitore per fargli la regìa dei nuovi
sketch che avrebbe recitato in TV o alle conferenze stampa.
Ore 16 conferenza stampa. Ormai arrivavano sempre meno giornalisti; tutti in ritardo, svogliati,
scoglionati. Qualcuno si portava le parole crociate, qualcuno il videogioco tascabile, altri si radevano
col rasoio a pile o si tagliavano le unghie dei piedi e fischiettavano, mentre Chicchìnu parlava.
Non si finiva mai prima delle 18. Andati via i giornalisti (che si intruppavano all’uscita come
se stessero scappando da un incendio, e certe volte qualcuno si faceva pure male), il Presidente
cominciava a fare le sue telefonate private. Retaggio paterno: cambiava voce e seminava zizzania,
chiamava Craxi e lo faceva litigare con De Mita; Chiamava Spadolini e lo metteva contro Cirino
Pomicino… Poi lo sgamarono e dovette smettere.
Ore 20,10 si sedeva davanti alla Tv a vedere le sue partecipazioni speciali a Blob. Cenava. Da solo,
mestamente, si guardava nei TG, nelle apparizioni a reti unificate. Se non gli avevano dedicato
abbastanza spazio, metteva su una cassetta dove c’era solo lui e si applaudiva, sbandierava, saltava,
consumava dieci bombole – sirena, faceva la ola con l’accendino…
Ore 24 pigiama con le paperette, pancerina, fascette elastiche del Dr. Gibaud, poi si inginocchiava
per le preghierine. Lassù si voltavano dall’altra parte, chiedeva sempre le stesse cose: più
potere, più considerazione, più rispetto, meno tic… Quindi si abbracciava stretto stretto il
cinghialetto di peluche, guardava il ritratto di Pertini, che era l’unico ormai che lo stava a sentire,
dall’alto della sua cornice, e gli diceva:
- Caro Sandro, fatta te l’ho! Sonno diventatto più poppollare di te. La gente, anche se la chiamo
“comune”, benne mi vuole. Beh, ciau e buon etterno ripposo. -
In effetti, e non perché sono sua zia, Chicchinu è stato più popolare di Pertini.
Anche perché era a tutte le ore in televisione, come Berlusconi adesso. E, come Berlusconi, parlava
solo lui. (Non è nemmeno vero che con la moglie non si parlano, è che lei non vuole interromperlo.
Da quarant’anni!)
Pertini andava in televisione all’alba: vi ricordate Vermicino? La gente dorme. Eppoi, Chicchinu
è più tempista. Pertini andava sul luogo delle disgrazie DOPO che queste erano successe.
Chicchìnu arriva sempre PRIMA che succedano! Nooo?!
Diventa ministro degli Interni e subito rapiscono e uccidono Moro. Da Presidente, va in visita
ufficiale a New York e il giorno dopo ci fu il crollo di Wall Street; si sposta a S. Francisco e, appena
riparte lui: BRUUUM!!! il terremoto; va a Huston a vedere la partenza dello Shuttle: avarìa e
la navetta non decolla. Se ne torna disgustato in Italia, mentre gli americani si sfregano le mani e
altro… Viene in vacanza in Sardegna e scoppia un incendio globale, appena lui riparte per Roma.
Va in visita ufficiale in Inghilterra, saluta la Tatcher: una settimana dopo, quella perde le elezioni
e sparisce. Va a Berlino e crolla un muro… ma tanto era vecchio e anacronistico. Andate a rileggervi
i giornali: E’ TUTTO VERO!!! Che poi, Chicchìnu miu, era preveggente, altro che Silvan! Vi
ricordate di quando ha esternato il dubbio:
“ Ma, in caso di guerra, chi comanda? Io o il Presidente del Consiglio?”
E tutti a dire “ Ma sei scemo?! Ma quale guerra? Sono 45 anni che non ci sono guerre qui…” E
non ti salta fuori Saddam Hussein?!
22
Capitolo I
LEI NON SA CHI SONO STATO IO
La verità è che mio nipote è stato veramente un uomo di Stato. E quando succedeva qualche disgrazia
era perché lui c’era STATO… Certo, faceva anche qualche gaffe. Mi ricordo di quando
Umilio Fede aveva i suoi orgasmi, durante la guerra del golfo, che morirono anche alcuni militari
italiani, ma i piloti prigionieri Cocciolone e quell’altro tornarono salvi e Chicchìnu gli
ricevette al Quirinale. C’ero anch’io. Mio nipote ebbe poco tatto, perché, abbracciando i due
piloti, gridò: “CHI NON MUORE SI RIVEDDE!”
Povero Chicchinu miu! Quanto gliene hanno dette: “Parla troppo. Parla di tutto e non sa niente.
Parla di niente perché è l’unica cosa di cui sa tutto. Parlasse delle cose che sa su Gladio, la P2,
Moro, i servizi deviati, le stragi…”
La verità è che, da quando non è più Presidente, sembra il buon samaritano: ha cercato di salvare
il culo ad Andreotti, nominandolo senatore a vita; è andato a fare visita a Craxi, al Raphael, per
solidarietà e per festeggiare il voto compatto del vecchio parlamento contro l’autorizzazione a
procedere nei suoi confronti: hanno brindato con Berlusconi, Ferrara e Intini e poi l’hanno aiutato
a fare le valige…
Adesso è amico di Fini e Berlusconi: sentirete ancora parlare di lui.
Anche se: dagli amici mi guardi Iddìo…
Prima di chiudere, voglio fare le ultime precisazioni: non è vero che se verrà rieletto Presidente
(come vogliono i suoi amici), i tiratori scelti dei NOCS hanno l’ordine di sparargli a vista.
Non è vero che, da piccolo, quando giocava a nascondino coi compagnetti, una volta è rimasto
per sette giorni e sette notti nascosto dietro un cespuglio: perché NESSUNO si era sognato di
andarlo a cercare!
Non è vero che è permaloso.
Non è vero che è lunatico, come diceva Montanelli. Non è vero che è matto e malato di protagonismo.
Ha solo un debole per i colapasta e per gli specchi, casa sua ne è piena.
Se avesse degli amici veri, ve lo potrebbero confermare.
E comunque, se non ce la fa a tornare al Quirinale, può sempre diventare Presidente Onorario de
SU POPULU SARDU.
Tutto questo per ristabilire un minimo di verità (e per dimostrare che sono più brava a scrivere
di quella smorfiosa di Grazia Deledda).
Con affetto da zia Peppa.

cossiga1

Condividi
  • Facebook
  • Digg
  • Google Bookmarks
  • Live
  • YahooMyWeb
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Twitter

Radio Cagliari

Dunque, negli anni ’70 facevo dei programmi alla Rai regionale per la Sardegna. Prima col mio caro amico Giovanni Sanna e poi da solo o col mio fido Pierangelo Filigheddu. Facevamo delle gag così carine, che molte vengono riciclate ancora oggi. Spesso, arrivavo molto presto e andavo a sfruculiare i giornalisti, l’amico Antonio Capitta si ricorderà quello stanzone della redazione e quei personaggi. Un giorno, dopo aver rotto le palle a Mario Guerrini, che commentava la boxe su Raidue (lo facevo sempre arrabbiare perché – essendo io ex pugile novizio e grande appassionato della noble art – gli mortificavo sempre le sue telecronache piene di errori… ad esempio: tutti vedevamo benissimo un diretto sinistro, ma per lui era un montante destro. Io mi segnavo gli svarioni durante la diretta e il giorno dopo andavo a rompergli i coglioni, con gran divertimento di tutta la redazione). Dunque, dopo aver adempiuto al mio dovere di scassacazzi, mi mettevo a sbirciare sulle varie scrivanie per conoscere le ultime novità della cronaca. Magari ci trovavo qualche spunto per il mio programma. Leggi qui e leggi là, pagine già pronte per il Gazzettino sardo che sarebbe andato in onda da lì a mezz’ora, ti becco una notizia con “qual’è”… “Ma chi è lo scienziato che ha scritto questo pezzo?” chiedo, sventolando il foglio. Irrompe il redattore capo (credo) Dino Sanna, fratello di Giovanni… (che essendo il più colto della famiglia faceva solo il collaboratore esterno e non credo che venne mai assunto), mi strappa il foglio dalle mani e mi rimprovera per il mio vizio di non farmi mai gli affaracci miei. “Tu non ci dovresti nemmeno entrare in redazione. Cosa c’è qui che ti fa ridere?” Gli faccio notare che loro sono tutti dottori, tutti laureati, tutti giornalisti, ma… “qual è” si scrive senza aportrofo. Part un coro generale di “Ma smettila!” “Ma che cazzo stai dicendo?!” Io me la rido e dico: “Ok. Scommettiamo una cena a testa a base di frutti di mare?” Silenzio. Loro lo sapevano che avevo solamente la terza media, ma studiavo come un ossesso di tutto e che, probabilmente, sapevo scrivere molto meglio di loro. A dire la verità, mi vanto spesso anche della mia specializzazione in ginecologia… mi mancavano appena 18 anni alla laurea.
Fattostà che entra Giovanni e si schiera dalla mia parte, ovviamente. Suo fatello dibatte un po, ma essendo anche lui perfettamente a conoscenza del fatto che Giovanni era ed è molto più colto… si arrende. Faccio questo quadretto solo per dirvi del clima, tutt’altro che asettico, che si respirava allora alla Rai. Una grande famiglia. Oggi se lo sognano. Vabbeh, tocca a noi. Arriva Filigheddu, con la fida chitarra, e ci sdiamo in studio. Mentre i tecnici si danno da fare con microfoni, effetti e volumi, metto il mio partner al corrente delle nuove gag. Gli passo la sua copia del testo e partiamo. Tutto in diretta. Telefono aperto. Io faccio il mio fervorino introduttivo sull’immondezza che ho trovato nel fine settimana a La Maddalena e a Caprera e poi si parte coi personaggi. Facevo Felice Pillittu, un campidanese ignorante come molti sindaci e assessori di oggi; Cualbu, un astuto nuorese scarpe grosse e cervello fino; un personaggio cagliaritano (di cui non ricordo il nome) molto coatto e cazzaro. Poi intervistavo l’ospite musicale: Elton John, Frank Sinatra, ecc. che faceva sempre Filigheddu, ottimo cantante e con grande padronanza della lingua inglese. Insomma, il programma si dipana e scorre a meraviglia, quando mi informano dalla regia che c’è il sindaco di La Maddalena in linea e che è piuttosto incazzato. Lo annuncio e stento a restare serio davanti alle smorfie di Filigo. Il sindaco si presenta con fare austero, tipo il sindaco-sceriffo gentilini per capirci, e mi “diffida” dal dare notizie false sulla pulizia della Maddalena e di Caprera. Io, con calma, gli faccio notare che non ho detto nulla di falso e che mi fa piacere che lui si dimostri partecipe, telefonando a una trasmissione di grande ascolto come la nostra. Mi interrompe arrogantemente e sbraita che la Maddalena e Caprera sono zone di grande afflusso turistico e che quindi magari sono stati i turisti sporcaccioni e incivili a lordare le spiagge. A quel punto mi girano le balle e prendo in mano la situazione, gentilmente ma fermamente:
“Caro sindaco, gli faccio, ha perfettamente ragione. Le chiedo scusa a nome mio e a nome di tutta la Rai. In effetti, sabato scorso, quando sono venuto a Madalena per trovare degli amici torinesi, ho notato benissimo molti turisti – specialmente sul traghetto – che nascondevano sotto le canotte e sotto le gonnelline delle signore: lavatrici rotte, montagne di buste di spazzatura, gomme d’auto usate, bici vecchie e motorini a pezzi. Ma non basta, caro sindaco, uno aveva addirittura una 500 L carbonizzata sotto l’ascella destra e l’ho visto coi miei occhi parcheggiarla a bordo strada, nel bel mezzo di una curva a gomito!”
Lui sbraitava fonemi incomprensibili, ma il nostro fonico aveva puntualmente abbassato il volume del suo telefono.
“Infine, caro sindaco, ho percorso chilometri sugli scogli di Caprera. Ci sono tante di quelle bottiglie di birra che, se le fa recuperare e le vende al riciclaggio, potrebbe addirittura illuminare le strade e rendere percorribili quelle con i buchi e le voragini. E lei vorrebbe fare turismo con uno dei posti più belli del mondo che è ridotto peggio di Beirut DOPO UN BOMBARDAMENTO A TAPPETO? Ma mi faccia il piacere. Si vergogni! Anzi, se ha un po’ di amor proprio e di dignità, si dimetta!”
Il tipo sbatte giù il telefono. Ma dopo una settimana si è dimesso lui e tutta la giunta. Quando la radio era servizio pubblico.
madd

spazz

spazz1

maddalena

auto1

auto11

Condividi
  • Facebook
  • Digg
  • Google Bookmarks
  • Live
  • YahooMyWeb
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Twitter