Golf inutile, la nuova speculazione della cosca Burlesquoni in Sardistan

I nuovi barbari del mafioso pedofilo si scagliano ancora contro la nostra ex bella isola. Mi chiedo se davvero i sardi si sono tutti rincoglioniti e permetteranno questo ennesimo scempio della nostra Terra. Qui abbiamo bisogno di cultura, di lavoro, di politici capaci e onesti, non di asini ladri e incompetenti al servizio delle mafie e delle varie massonerie. Ci sono già una decina di campi da golf in sardistan, e sono tutti desolatamente DESERTI! Come si fa a gestire un campo da golf utilizzato da dieci persone l’anno? E’ ovvio che questi delinquenti campano con altre fonti: speculazione edilizia, contributi pubblici, mazzette, traffico di droga e armi e chissà che altro ancora.  Tragedia nella tragedia: con la scarsità d’acqua che abbiamo, lo sapete che per tenere a regime un campo da golf occorre la stessa quantità d’acqua che serve a una cittadina come Monserrato o Assemini?

SARDI, SVEGLIATEVIIIIIIIIIIII

Sveglia, ITALIA

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Burlesquoni ci riprofa a fottere Cinecittà per fare colate di cemento.

Cinecittà, la mannaia della manovra. E spunta l’incognita della speculazione edilizia

La fabbrica del sogno non si occuperà più di produzione. Doveva diventare l’Agenzia del Cinema Italiano e invece da spa a capitale interamente statale è stata posta in liquidazione e trasformata in una srl con un capitale sociale di 15 mila euro. Lavoratori preoccupati per il trasferimento al ministero dei Beni culturali

Cinecittà addio? Forse. L’articolo 14 della nuova manovra rappresenta una mannaia per il mercato della celluloide. Cinecittà Luce – la società nata due anni fa quando Cinecittà Holding ha incorporato Filmitalia e l’Istituto Luce – da Spa, con capitale sociale di 75 milioni di euro, diventerebbe una Srl, con soli 15 mila euro. Questo significherebbe gestire l’Archivio, la distribuzione delle opere prime e seconde finanziate dal ministero, i documentari d’Archivio, la promozione all’estero, ma rinunciare del tutto a occuparsi di produzione con conseguente dimezzamento dei dipendenti.

«La manovra potrebbe distruggere Cinecittà Luce – spiega Umberto Carretti, rappresentante sindacale Troupe Slc/Cgil – e ridurne drasticamente le funzioni. Il governo ci aveva dato ragione di credere che l’avrebbe trasformata nell’Agenzia del Cinema Italiano, ovvero l’ente preposto a indirizzare tutta l’attività del settore, sul modello del “Centre Nationale” francese. E invece, la manovra pone in liquidazione Cinecittà/Luce, Spa a capitale interamente statale, alla Fintecna, una Spa del Tesoro che non ha alcuna competenza in materia di cinema».

Ma a spaventare i dipendenti è soprattutto l’assoluta mancanza di certezze: «Gli articoli che ci riguardano sono pieni di condizionali – continua Carretti –. “Potrebbe, dovrebbe”… Tutta questa confusione non fa che alimentare i nostri timori. Prima di tutto, c’è la questione dei ricollocamenti: Cinecittà Luce oggi ha 120 dipendenti; di questi, si presume che almeno la metà venga assorbita dal ministero dei Beni Culturali, ma con quali mansioni e a che titolo? Poi, c’è il problema del patrimonio immobiliare: Cinecittà Luce dispone di terreni che affitta alla società privata Cinecittà Studios, capitanata da Luigi Abete; un’importante fonte di sostentamento, sul cui destino la manovra di Tremonti non è chiara. La paura è che il Governo possa cederli a privati per realizzare progetti di ristrutturazione che prevedono alberghi, centri benessere, etc.».

Ma proprio sulla questione dei terreni, mercoledì è intervenuto il ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan in audizione in Commissione cultura al Senato: “Nessuno smantellamento per Cinecittà”, ha promesso il ministro. «Ci ha rassicurati – spiega Patrizia Cacciani, rappresentante sindacale per Cinecittà Luce -, ma per il momento sono solo parole. Non ci resta che aspettare il decreto attuativo».

Dal governo, dunque, arrivano timidi segnali di apertura, anche in seguito al sit in di protesta che i dipendenti di Cinecittà Luce hanno organizzato martedì davanti agli stabilimenti di via Tuscolana. Ma i dubbi e le paure dei dipendenti restano: «In qualità di rappresentante sindacale – continua Patrizia Cacciani –, non posso permettere che i miei colleghi, una volta ricollocati al ministero dei Beni Culturali, vadano incontro al demansionamento, o che alcuni di loro finiscano in cassa integrazione. Poi, c’è la questione della mission di Cinecittà Luce: tenevamo molto a che diventasse un ente, perché questo avrebbe dato all’industria cinematografica italiana maggiore autonomia, garanzie istituzionali di qualità e quantità. La verità è che lo Stato non ha mai dato a Cinecittà Luce una concreta prospettiva di rilancio, né una progettualità che la trasformasse nel famoso ente: per disinteresse, è rimasta la banale somma di tre società, Cinecittà Holding, Film Italia e Istituto Luce».

Al momento, c’è chi ha paura che Cinecittà Luce possa ridursi a una specie di ufficio diritti, che si occupi solo da un punto di vista burocratico di gestire le immagini: «Sarebbe un errore grave – spiega ancora Patrizia Cacciani –, perché solo chi conosce bene questo patrimonio di immagini può occuparsene, anche per quanto riguarda la conservazione. Il ministro Galan ha garantito che Cinecittà Luce continuerà a custodire la library dell’Istituto Luce, a sostenere prime e seconde opere di registi e cineasti emergenti, a promuovere il cinema italiano all’estero. Ripeto, sono solo parole per il momento. Aspetteremo il decreto attuativo».

Per ora, dunque, continuano a tremare gli stabilimenti di via Tuscolana, che per decenni sono stati lo specchio di un Paese: un’Italia che ritrovava la capacità di guardare avanti con ottimismo e leggerezza e che scopriva la gioia di raccontarsi attraverso un film. Un passato lontano, a quanto pare.

Di Giovanni Luca Montanino

°°° La mafia del delinquente Berlusconi tenta di colpire ancora Cinecittà. Dopo averla devastata, ora prova  a truffare tutti preparando l’ennesima speculazione edilizia di cui nessuno sente il bisogno, tranne la sua cosca e le sue cricche. Cinecittà, prima dell’orda barbarica berlusconiana, era una potenza mondiale, una capitale culturale, e dava lavoro a milioni di persone.

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Il regime ruba anche sotto le feste

Il decreto di fine anno trasferisce agli enti locali il patrimonio demaniale da vendere

Corsia preferenziale per i costruttori. La denuncia dei Verdi: “Una speculazione”

Caserme, castelli, spiagge

saldi di Stato sul territorio

di GIOVANNI VALENTINI

I  REGALI  NATALIZI  DEL REGIME

papa natale.imbriaco

L’Arsenale di Venezia compare tra i beni cedibili

ROMA – Si annuncia come la più colossale svendita di Stato che sia stata mai concepita. Altro che privatizzazioni all’inglese, modello Thatcher o Blair. Qui siamo alla liquidazione totale del demanio statale.

Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto “federalismo demaniale”, varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all’esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti.

E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare “la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica”.
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la “mano morta” che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, “un patrimonio abbandonato e improduttivo”.

Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli “assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale”, come si legge all’articolo 4.

L’opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale “costituisce variante allo strumento urbanistico generale”: in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione.

L’altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): “Si tratta – commenta Bonelli – di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia”.

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell’Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all’incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell’incertezza delle competenze e delle responsabilità.

Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d’Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l’autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d’interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l’impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul “federalismo demaniale” venga modificato e corretto durante l’iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l’esclusione dei beni storici e artistici dall’elenco delle dismissioni; dall’altra, l’introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali.

Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di “rilevanza nazionale”. Mentre si può pensare di alienare legittimamente un’area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare – appunto – di svendita e liquidazione.

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Le truffe di Berlusconi a L’Aquila

La speculazione minaccia i ruderi storici dell’Aquila

di Luca Del Fra (l’Unità)

b-cazzone

FACCENDIERI

Non riesce a darsi pace. Armando Carideo guarda le foto del somiere dell’organo storico di Santa Maria di Collemaggio de L’Aquila ed è incredulo: «Si è imbarcato – spiega -, e così piegato non serve a niente, al massimo potranno metterlo in un museo». Il somiere è il cuore di uno strumento musicale antico e nobile come l’organo. «È rimasto sepolto per

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I NODI AL PETTINE

La manifestazione fuori da Montecitorio
I comitati chiedono più trasparenza nelle scelte del governo
Roma, la protesta dei terremotati
In 1000 alla Camera gridano: “Buffoni”
Tanti gli slogan dei Comitati: “Forti e gentili sì, fessi no!”
I sindaci: “Vogliamo fatti, non promesse” E il Tg1 oscura la protesta

La tenda montata a
Montecitorio dagli studenti

berlusco

ROMA – E’ arrivata a Montecitorio per il sit-in dimostrativo, la marcia degli sfollati delle tendopoli dell’Aquila, che protestano proprio nel giorno in cui la Camera deve approvare il decreto legge sull Abruzzo.

Slogan e proteste. Senza bandiere di partito e scandendo vari slogan tra cui “forti e gentili sì, fessi no!“, “100% ricostruzione, partecipazione e trasparenza” e “Buffoni, buffoni”, 1000 aquiliani dei Comitati dei cittadini sono arrivati a Roma con 20 pullman partiti questa mattina alle 9 e 30 da Collemaggio. Presente anche un grande striscione con la scritta: “Case, scuole, Università. Subito. Contro la speculazione ricostruzione dal basso”. Ad imitazione delle tendopoli, alcuni ragazzi montano tende da campeggio sotto l’obelisco che domina la piazza. Sono scesi in piazza anche gli studenti dell’Onda che chiedono che a occuparsi della ricostruzione non sia Impregilo poiché fu proprio “la stessa azienda a costruire l’ospedale che poi crollarono”.

Le richieste. Gli organizzatori hanno chiesto garanzie sulla riparazione dei danni causati dal terremoto, la riapertura del centro storico, risorse adeguate per risarcire gli imprenditori che hanno avuto le imprese distrutte o danneggiate e un maggiore coinvolgimento della cittadinanza nelle scelte della ricostruzione.

Il Pd presente. Alla manifestazione erano presenti alcuni parlamentari del Pd e dei radicali, Legambiente,il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e molti dei sindaci delle città colpite dal terremoto, che hanno chiesto che le promesse vengano messe “nero su bianco”. La vicepresidente della Camera, Rosy Bindi ha raggiunto il sit-in dei terremotati per esprimere la sua solidarietà e ha detto: “Non sono più venuta perché in campagna elettorale non volevo strumentalizzare le vostre difficoltà. Ma, dopo i ballottaggi – ha detto la Bindi -, vi assicuro che verrò una volta alla settimana nelle tendopoli de L’Aquila e a Pescara dagli sfollati”. Poi ha aggiunto: “E’ finito il tempo delle passerelle e della false promesse. Il governo deve mettere risorse vere per la ricostruzione e dare certezze a tutti sul futuro delll’Aquila e di tutti gli altri centri colpiti dal terremoto. Avete pienamente ragione -ha concluso la vicepresidente della Camera -, e sarebbe una vergogna se anche in questo caso il Governo decidesse di porre la fiducia, rifiutando di accogliere le vostre richieste e di cambiare il decreto legge”. Critico anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: “Abbiamo assistito ad una passerella di ministri a L’Aquila e in Abruzzo. Oggi in aula c’è solo il sottosegretario Menia. Avrei gradito che la presenza del governo fosse adeguata al dramma che abbiamo vissuto”.

Il presidente della regione, Gianni Chiodi, ha invece invitato gli aquilani “ad avere piena fiducia nell’operato del governo, che sta cercando di venire incontro a tutte le esigenze e alle necessità legate alla fase della ricostruzione”.

Blackout del Tg1. Ma evidentemente i motivi della protesta non erano abbastanza importanti per il Tg1 che ha mostrato un servizio sulla ricostruzione della casa dello studente per opera della regione Lombardia del governatore Roberto Formigoni. Per il Pd ha protestato Lanfranco Tenaglia che ha detto: “Nel giorno in cui si sta svolgendo la marcia degli sfollati delle tendopoli dell’Aquila, conclusa con un sit-in a Montecitorio, il Tg1 sceglie di parlare del terremoto in Abruzzo con un servizio sulla ricostruzione della Casa dello studente, certamente una buona notizia ma riferita con stile celebrativo, e con tanto di intervista, al presidente della regione Lombardia Formigoni. Gli avvenimenti in corso a Roma sono stati invece del tutto ignorati”. Tenaglia ha poi aggiunto: “Ci avevano
raccontato che con un giornalista a tutto tondo come direttore il Tg1 aveva scelto la strada dell’informazione pura, scomoda e senza compromessi. Tutto ciò, invece, non sta avvenendo e avviene anzi il contrario”.

berlusco1

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La nullità del regime italiota

TERREMOTO: GERMANIA RICOSTRUIRA’ CHIESA DI ONNA

La Germania contribuira’ alla ricostruzione di Onna, rasa al suolo dal terremoto e dove l’1 giugno del 1944 diciassette civili furono uccisi dalla furia nazista. Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha assicurato al collega italiano Franco Frattini il sostegno della Germania per la ricostruzione della chiesa del paesino alle porte dell’Aquila. La chiesa risale al 18esimo secolo ed e’ stata distrutta dal terremoto. Allo stesso tempo, il ministro ha rinnovato l’offerta di aiuto per l’emergenza e per la ricostruzione nella regione colpita.

°°° Visto? E la pizza non la fa la Germania? E i mandolini? Ma siamo impazziti?! Perché Mafiolo NON vuole affidare ai paesi civili la ricostruzione di scuole e ospedali? Mia figlia, che è una velenosissima serpe di 9 anni, sostiene che c’è più da rubare e da smazzettare con la mafia, nelle scuole, ospedali e case private. Senza nessun altro controllo che il suo! Ma lei è una bambina e non sa che l’unico controllo che berlusconi – se si potesse ancora intercettare – farebbe, sarebbe questo: “Solo banconote non segnate e di piccilo taglio.”

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Uccisi dalla speculazione. Case crollate

Uccisi dalla speculazione. Case crollate
di Marco Bucciantini inviato a L’Aquila

Ancora trema e ancora uccide. La terra è nemica, l’uomo vestito di verde si accovaccia davanti ai genitori dei quattro ragazzi ancora sepolti perché deve fare un discorso difficile, e cerca parole appropriate, delicate. Non può trovarle: «Dobbiamo far crollare – chirurgicamente, aggiunge – la Casa dello studente». È necessario per continuare a scavare. È l’ultima scossa, silenziosa, per questa gente annichilita dalla più atroce delle veglie. Sergio Bisti, direttore dell’emergenza di questo Paese sempre in emergenza, torna verso i suoi uomini e studia come fare. Chirurgicamente. La scossa a ridosso delle otto di sera dà una mano a questa intenzione. Padri, madri, fratelli e sorelle nemmeno sembrano sentirla. Gli altri sì.

ANNI PERDENTI
Costruire il più in fretta possibile tutti i metri quadri possibili. Lo imponeva la crisi economica degli anni settanta. La casa come bene rifugio dall’inflazione. Quella dove vivere, quella dove investire o villeggiare. Le case degli anni settanta adesso vanno giù frettolose come sono spuntate. Al numero 79 di via XX settembre c’è un palazzo tagliato in due con la lama. Tirato su nel 1974. «Era fatto a U – denuncia Marzio Cardini, architetto di Frosinone – ma un lato era più corto. Quando è così, la parte più grande fa da base, solida, e quella più leggera da antenna. Al momento della scossa, tutta l’energia si scarica su questo lato più corto, che oscilla senza scampo». Analisi avvalorata dal colpo d’occhio: la parte lunga è indenne, l’altra è sbriciolata. E si è divorata sette vite. Poi Cardini indica il tetto: «Vede? Sono travi ortogonali. Le tegole vanno poggiate di traverso, per diffondere il peso. Queste sono verticali, in pendenza, e sbilanciano tutto il peso sulla struttura». Quel tetto malfatto ha trascinato giù tre piani. «La messa in sicurezza spetta ai padroni di casa», si difende il comune. Questo spiega anche i crolli delle vecchie case del centro. La sola verifica antisismica costa circa 20 mila euro.

LA COSCIENZA NEL CEMENTO
L’Aquila è stata straziata da almeno tre grandi terremoti negli ultimi due secoli. Non sono bastati per imporre l’uso di materiali resistenti alle scosse. «Fosse successo in California o in Giappone, non avremmo avuto vittime», è l’inaccettabile verità di Franco Barberi, presidente della commissione grande rischi. La Prefettura sembra una rovina dei Fori imperiali: «E’ stata costruita dopo il terremoto del 1703. Lo sapevamo che era a rischio, la monitoravamo da tempo», si rammarica Renato Amorosi, uno dei tecnici che il comune ha messo intorno a un tavolo per ragionare sui danni. Se la scossa letale fosse giunta di giorno, la Prefettura sarebbe diventata la cassa da morto di decine di dipendenti. Metterla in sicurezza sarebbe costato milioni di euro, e quei soldi i comuni non li hanno. Per beffa, arrivano sempre dopo la tragedia: non per programmare ma per rimediare. Altrove i grandi sismi hanno fatto cambiare leggi e usi. Il Cnr ha testato un anno fa in Giappone, una casa antisismica in legno, capace di resistere all’onda d’urto di magnitudo 7,2 della scala Richter, pari al sisma che uccise, nel 1995, oltre seimila persone. Quella casetta la fanno a Trento (Italy).

La Casa dello studente invece è in via XX settembre al numero 46. Sul lato destro, risalendo il centro, è l’unico edificio sventrato. Si è piegato indietro, sul fianco destro. Dal cemento divelto spuntano i ferri lisci. Da quarant’anni non si costruisce più così. Il calcestruzzo armato ha una resa assai migliore se viene rinforzato dal ferro zigrinato, che prende meglio l’impasto di cemento, sabbia, ghiaia. La Casa dello studente è stata edificata negli anni settanta. Ed è stata ristrutturata nel 1998 e nel 2007. Ma non è mai stata messa in sicurezza. Anche l”Ospedale nuovo era impastato al risparmio. La modernità era tutta nella funzionalità dei reparti e non nei criteri di edificazione. La legge impone solo dal 2008 strutture a norma antisismica: un secolo dal terremoto di Messina. Davanti al numero civico 46 i genitori dei ragazzi si passano i biscotti e si dividono dalla stessa cannuccia un succo di frutta alla pera.


°°° NON LASCIAMO LA RICOSTRUZIONE NELLE MANI DI MAFIOLO E DELLA SUA COSCA!!! O IL RIMEDIO SARA’ PEGGIORE DEL MALE…

buccia2

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