PERIPEZIE DI UNO “SPORCO COMUNISTA” NELLE TV DELLA MAFIA.

(Autobiografia non autorizzata di un sopravvissuto)

LA FAMIGLIA. SI FA PER DIRE.

Non sapevo che ora fosse, se era tarda mattinata o pomeriggio. Ma il sole proiettava i suoi film di auto o bus che passavano in strada, proprio sul mio soffitto. Ero in dormiveglia, in quel nirvana placido di chi non ha impegni urgenti; una epifania di immagini ancora pendenti da un sogno e la voglia di stiracchiarmi e alzarmi per andare in bagno. A un tratto, una voce di donna, piuttosto alterata, proveniente dalla strada, qualche piano più sotto, mi riportò alla realtà di un mondo e di un tempo dimenticati:

  • Non correre, disgraziato! Non vedi che ci sono le macchine?! Cammina vicino a me e smettila di fare il cretino o, credimi, come ti ho fatto ti disfo!

Ce l’aveva sicuramente con suo figlio piccolo.

“COME TI HO FATTO TI DISFO!”

Quante migliaia di volte avevo sentito quella minaccia da mia madre dai tre ai 14 anni? Era una minaccia corrente, tra un fracco di botte ed un altro. Eppure non ero un bandito. Un po’ discolo, sì, ma me le prendevo tutte io, le minacce e le botte, solo perché ero il maggiore di 4 figli e… il figlio della colpa: mio padre l’aveva ingravidata quando lei aveva appena 17 anni ed erano stati costretti a sposarsi.

Che poi, non è che avessero tutti quei grandi progetti: lei aveva a malapena la terza elementare e lui pure, ma era in procinto di essere assunto come frenatore in ferrovia. La stazione era a due chilometri dalla grande casa, attaccata alla Basilica di Santa Giusta; casa che aveva ereditato in quanto il più piccolo dei figli di nonno Francesco: una vera leggenda.

I MIEI NONNI SPETTACOLARI

Il padre di mio padre, rimasto vedovo da giovane, dopo aver messo al mondo due figli maschi e due femmine: Antonietta e Pelagia, era capitano della draga nello stagno del paese – uno dei più pescosi d’Italia – pescatore e capitano dei barracelli. Girava disarmato quando era di ronda in campagna, per evitare che gli abigeatari portassero via qualche capo di bestiame o altri ladruncoli rubassero qualche camionetta di carciofi o frutta. Di solito, i barracelli giravamo con la doppietta, lui no. Si raccontava che quando era in giro lui, dall’imbrunire fino alle prime ore del mattino, nessuno aveva mai rubato nulla, anzi! Addirittura i merli riportavano la frutta che avevano rubato giorni prima.

Quando non era di turno, tornato dallo stagno, si faceva un bel bagno tiepido nella grande vasca di cemento che aveva fatto costruire a ridosso della sua stanza, in cortile, si sbarbava, si profumava, si vestiva elegante: camicia bianca stirata e pantaloni di fustagno grigi puliti e stirati, tenuti su da un bel cinturone di cuoio fatto da lui stesso, e usciva per chissà quali avventure galanti.

Era un bell’uomo, alto, snello, muscoloso, spalle larghe e vita stretta, occhi e capelli grigi pettinati con la riga e un portamento da padrone del mondo. Anni dopo, seppi che al suo funerale, quando aveva più di 70 anni, c’era un bel gruppo di signore in lacrime provenienti da Oristano e altri paesi vicini.

Grande bevitore, era morto lasciando una lunga scia di leggende e racconti.

Come quando si presentò con suo cugino “Carraxiu” (confusione, casino), padre dei miei cugini musicisti: Dino, Francesco e Tonietto e di 4 femmine, a un bar di Baratili S.Pietro. Non lo conoscevano ancora e nonno Salis ordinò 5 lt di Vernaccia. Occorre dire che la nostra Vernaccia, originaria proprio di Baratili e poi diffusa in tutto l’oristanese, non ha nulla a che vedere con la Vernaccia continentale che è un comune vino bianco. La nostra novella è frizzantina e due bicchierini minuscoli: i bicchierini da Vernaccia, ti segano le ginocchia, quella un po’ invecchiata sembra brandy.

Comunque, si dice che nonno ordinò 5 litri di quella novella e l’ostessa gli chiese:

  • E su strexiu? (Il recipiente?)
  • Nudda strexiu: deu pigu tre litrusu e fradibi miu dusu: da buffausu innòi. (Niente recipiente: io contengo tre litri e mio cugino due, la beviamo qui).

Oppure aveva il vizio di portare fuori dal locale il bicchierino classico in ogni bar dove andava e poggiarlo per terra: “Tu qui non puoi entrare: sei troppo piccolo”.

La notte, rientravano brilli e facevano le previsioni del tempo per il giorno dopo, svegliando mezzo paese con la voce alterata dall’alcol. Zio “Carraxiu era capo cantiere alla Ferrobeton, un’azienda che aveva introdotto in Sardegna il cemento armato; nonno sapete che lavori faceva, beh, anche se rientravano bevuti alle 4 del mattino, alle sei erano sul posto di lavoro, puntuali come la morte. Nessuno dei due aveva mai perso una sola giornata di lavoro.

Di lui ricordo solo una foto di quando avevo sì e no tre anni, seduti davanti alla grande vasca del cortile, che brindavamo non so a cosa con mezzo bicchiere di vino rosso. Vino che faceva lui in casa.

Anzi, no: brindavamo al fatto che avevo letto alcune pagine di un libro e addirittura scritto dei pensierini. Mi regalò anche una fionda. Una fionda col manico e la V delle forche di olivastro, bella resistente, con l’elastico fatto da una camera d’aria di bicicletta e la toppa di cuoio leggero. Quasi sicuramente l’aveva sequestrata a qualche piccolo bandito che tirava ai passeri.

Io non tiravo ai passeri né ad altri esseri viventi; tiravo alle campane del vicino campanile, ogni volta che il padre del prete cercava con la lunga canna di rubare i nostri fichi. E le centravo sempre. E lui spariva.

Non avrei saputo come passare il pomeriggio, altrimenti. I giornaletti non erano ammessi, i libri pochi e scritti in piccolo, ma poi… dicevano che i sardi sono piccoli e neri: e ti credo! quando i genitori avevano da fare le loro porcheriole ci buttavano fuori di casa, di solito per strada; i miei in cortile, che era bello grande quanto un campo di calcio. Scopavano e noi fuori. Litigavano e noi fuori. E ti credo che eravamo neri: da noi, specialmente nel pomeriggio, il sole picchia. Così, quando non mi picchiavano i miei, mi picchiava il sole.

La cosa andò avanti per qualche anno. E quando mio padre mi trovava una fionda, e me ne trovava spesso, me la strappava di mano e la scaraventava sul tetto della cucina. C’erano più fionde che tegole su quel tetto.

Stufo di prendere botte ogni santo giorno, non ho mai avuto un bacio o una carezza dai miei, solo botte e che botte! Con le mani, con i mestoli di legno, con pezzi di canna, con pezzi di pompa telata, con la cinghia, col manico dell’autoclave di legno, ma con l’anima in ferro.

NONNO SERRA E NONNA SCEMA

I miei nonni materni mi avevano cresciuto. Ero nato a casa loro e ogni volta che potevo tornavo al nido. Stavo bene con loro. Nonno Serra si chiamava Raimondo ed era uno dei migliori sarti della Sardegna. Io stesso ho indossato una giacca perfetta che aveva tagliato e cucito per mio padre: un doppiopetto marrone dal collo ampio che cadeva perfettamente anche dopo 30 anni. Nonno era reduce di guerra e aveva portato a casa una rivoltella d’ordinanza che credo non avesse mai sparato. Lavorava in piedi per tutto il giorno, davanti al grande tavolo di quercia che occupava mezza sala. La sala era l’ingresso della casa e vicino alla finestra c’erano una vecchia Singer nera e una sedia. Dove mia nonna imbastiva e poi passava alla macchina da cucire. La porta d’ingresso era sempre aperta. Come quasi tutte le altre porte del paese.

Io sedevo per terra e scarabocchiavo sui fogli ingialliti dal tempo di vecchi quaderni che un loro nipote seminarista, ospitato per anni, aveva lasciato con qualche libro nel solaio. Poi zio Tonino si era laureato e, abbandonati i sogni clericali era diventato avvocato e per tutta la vita ha fatto il segretario comunale. I miei nonni erano originari di Pau e Ales ed erano molto amici di Tonino Gramsci.

Nonno non si sedeva mai, se non per mangiare o mettere le caviglie e i piedi gonfi in un catino pieno di sanguisughe. Allora si usava così. Faceva hirudoterapia senza saperlo. Ma gli antichi tramandavano usanze molto salutari, prima che venissero inventati i farmaci moderni. La saliva delle sanguisughe contiene sostanze dalle qualità antinfiammatorie, anestetizzanti e anticoagulanti come l’irudina e l’eglina. La si usa infatti ancora oggi in diverse operazioni di microchirurgia per evitare la formazione di coaguli di sangue e morte dei tessuti. 

Lui soffriva di vasculite e nefrite e di nefrite è morto a 66 anni. Al suo funerale c’erano oltre tremila persone, in gran parte venute dai paesi vicini, visto che Santa Giusta contava a malapena 800 abitanti. Io e un mio amichetto, aprivamo il corteo portando una corona di fiori e alloro. Forse avevo otto anni e non capivo ancora la morte.

Erano molto amati e rispettati i miei nonni. Nonna era una finta bisbetica e brontolava continuamente, ma era sempre disponibile per tutto il vicinato. Lui masticava un pezzo di filo da imbastitura e sorrideva sotto i baffi. Parlava pochissimo e la prendeva in giro. Si amavano molto.

Ricordo un episodio che la dice lunga: un giorno si presentò un pastore per ordinare un abito per il figlio che si sposava. Nonno gli fece scegliere la stoffa dal campionario; stoffa che poi nonna avrebbe comprato a Oristano, e prese le misure al ragazzo. Appena i due andarono via, nonna sbottò:

“Ma ita di faisi un’antra bistimenta, chi non t’ha pagàu mancu sa chi pottad’issu?!”

(Ma gli fai un altro abito se non ti ha ancora pagato nemmeno quello che indossa lui?!)

E nonno, placido:

“O Maria! Boi nai ca ndi teinti prus pagu de nosu”

(O Maria! Vuol dire che ne hanno meno di noi). Intendeva di soldi.

La flemma di nonno Serra la ricordo anche per quest’altro episodio da film di Totò:

c’era un vicino che si presentava sempre all’ora di pranzo e scroccava quel poco che c’era. Nonna era avvelenata per questo comportamento e per il fatto che nonno prendesse e mettesse in tavola un piatto in più. Un giorno, il vicino arriva verso l’una e sulla tavola non c’è niente. L’una e mezza, le due… Alla fine, lo scroccone si alzò e disse:

“Beh, giài giài min ci andu, ca bosatrusu eisi a deppi pappai.” (Quasi quasi me ne vado, perché voi dovrete anche mangiare)

E nonno: “Nou, nou. Abarra puru, tanti, finasa a candu non ci andas tui nosu non pappàusu”

(No, no. Rimani pure: tanto, finché non te ne vai tu noi non mangiamo.)

Il tipo non si era più visto all’ora di pranzo.

Nonna Scema, Scema era il cognome, molto diffuso dalle parti della Marmilla: Pau, Ales, Armungia, Villaverde e Morgongiori, era una donna di acciaio.

Alle sei era già in campagna a lavorare l’orto, a due chilometri da casa, poi innaffiava tutto con un secchio di ferro che intingeva in un piccolo pozzo. Al ritorno portava qualche verdura e una brocca di coccio che pesava almeno 20 chili sulla testa: era l’acqua potabile, che prendeva dal rubinetto della piccola piazza. Allora non c’era l’acqua potabile nelle case. E nemmeno le fogne. Andava in chiesa alla prima messa: non si è mai persa una messa in tutta la vita e anticipava il prete a voce alta, in un latino maccheronico che non capiva nemmeno lei. Poi portava i panni al lavatoio pubblico, lavava e risciacquava i panni, che poi caricava dentro un’ampia conca e la portava a casa, sempre in bilico sulla testa posata sul cercine ottenuto da un vecchio panno arrotolato, per stendere nel piccolo cortile stretto e lungo. Faceva una piccola spesa e faceva segnare il debito nei quadernetti dalla copertina nera che avevano tutti i tre bottegai del paese: si pagava appena si poteva e il debito veniva cancellato con una striscia di penna. Preparava qualcosa da mangiare, sciacquava le stoviglie e poi andava in sala ad aiutare nonno. Non si fermava mai. Nel periodo, Febbraio/Marzo, andava lungo la ferrovia e in campagna a fare asparagi selvatici, lumache, cicoria, etc.

Non so come e dove facessero i bisogni, dato che un mini bagnetto glielo facemmo costruire io e zia Pina, la sorella minore di mia mamma, quando io ero già giovanotto e nonno non c’era più.

Tornerò poi su altre storie su nonna Scema perché era un vero spasso. Come quando portava una “scivedda” (un grande contenitore di terracotta che serviva per vari usi, tipo fare “is Zippuas” (le zeppole sarde) piena di succosi fichi d’india e, con la scusa di darli al maiale che aveva mio padre in una stanzetta in fondo al cortile, lei li puliva alla velocità della luce, non sentiva le spine con le mani callose che aveva, e ce ne mangiavamo una ventina a testa noi. Per una settimana almeno non si riusciva ad andare in bagno. Lei lo chiamava “Carru arrèsciu” (Il carro che non si muove, incastrato, bloccato).

Oppure quando si sedeva sul bordo dell’asfalto, davanti alla porta di casa. D’estate, tutto il paese era seduto fuori casa a prendere il fresco. Alcuni, seduti sui gradini o sugli scannetti di sughero, cenavano con pane e pomodori o a “spisare”: mangiucchiare i semi del melone lavati ed essiccati al sole. Nonna Scema si sedeva sul bordo dell’asfalto coi piedi dentro la cunetta che rasentava le case, mentre tutto il traffico della Sassari-Cagliari le passava rasente. Nonno la rimproverava ogni sera, seduto su uno “scanixeddu”: una piccola seggiola impagliata, spalle al muro. Specialmente quando la strusciavano i camion con rimorchio che trasportavano le barbabietole allo zuccherificio, innaffiandole le spalle e spettinandole lo chignon, quasi del tutto grigio.

Ogni volta che potevo scappavo a casa di nonna Scema. Non era distante: uscito da casa giravo a destra, percorrevo un viottolo dove abitavano anche miei cugini, la famiglia di Carraxiu, attraversavo lo stradone: così chiamavamo la stretta Sassari-Cagliari e scendevo verso la piazzetta: Sa Panga (perché anticamente c’era una panca) e a metà strada, sulla destra, c’era la casa dei nonni.

Sempre meglio che stare a casa a prendere botte o peggio a venir rinchiuso nello sgabuzzino per la bici. Un metro per tre, con due mensole per cianfrusaglie, buio e molti topi.

Cominciai a scappare di casa intorno ai sei anni.

Non sapevo dove andare, ma volevo scappare da quella famiglia che non mi amava, da quella gente che non avrei mai voluto conoscere. Mi tenevo parallelo ai binari della ferrovia o allo stradone… tanto sapevo che dopo qualche ora sarei tornato a casa. Per forza.

Andai per un anno all’asilo, proprio di fronte a casa dei miei, e poi, a sette anni (ero nato di Marzo) cominciai le elementari. Mi annoiavo a morte: tutti a fare le aste, io avevo già letto i libri di Salgari, Dumas, Conrad. Cominciaia fare un giornaletto mio, con notizie scimmiottate dai giornali e disegni miei originali al posto delle foto.

Una volta, avrò avuto 10 anni, scappai con la bici di zia Pina e arrivai fino a Fordongianus, il paese delle terme romane, a 30 km da casa. Arrivai trafelato poco prima di mezzogiorno. Il paese era semideserto e andai dal prete perché avevo fame. Lui mi fece parlare mentre mi preparava un panino. Poi fece caricare la bici sul tetto del pullman che stava per partire per Oristano, caricò anche me, pagò il biglietto, e io mi ritrovai a casa per pranzo. Nessuno si era accorto della mia fuga.

I maestri delle elementari erano personaggi cinematografici: un uomo, di cui non ricordo il nome, ci portava fuori, vicino allo stagno e ci faceva bisticciare per vedere chi era il più forte o il più furbo. La maestra Cera aveva le gambette a zampa d’elefante ed era di una noia mortale. Ogni tanto si addormentava anche lei da sola. Poi c’era la madre di mio padrino, maestra Steri, un donnino minuscolo, sempre vestito di nero, che d’inverno si infilava dentro il piccolo caminetto di casa sua perché era pelle e ossa e moriva di freddo. Un giorno, dal barbiere, ci raccontarono che il suo figlio minore, poliziotto sui generis: aveva appena comprato una moto Guzzi e rimase senza benzina a metà strada, tra Oristano e Santa Giusta, e sparò alla moto, insultandola in tutti i modi. Come se la colpa fosse stata della motocicletta e non sua che non aveva messo benzina. Si trascinò la pesante moto fino a casa, alla fine del paese, buttando giù dalle nuvole Cristo e tutti i santi. Questo campione, sempre secondo il racconto di un suo amico, ogni volta che tornava a casa e vedeva sua madre quasi dentro il piccolo camino acceso, la aggrediva malamente: “Mammina, cazzo! Quante volte te lo devo dire di spostarti dal fuoco?! Qualche volta torno e ti trovo incendiata… e cosa credi che ti salvo? UN CAZZO! Quattro colpi in testa ti tiro, così impari!” e con l’ultima minaccia, per renderla più efficace, sfoderava e le metteva la pistola sotto il naso.

Una domenica di Giugno scappai davvero. Senza un’idea precisa circa la meta, mi volevo allontanare il più possibile e percorsi la strada che facevamo in bici per andare in spiaggia. Non presi a destra per la strada bianca che si apriva fra i giunchi, ma continuai sulla strada asfaltata parallela allo stradone, verso Sud: in direzione Cagliari. Dopo oltre un’ora di scarpinata, ricordo che indossavo un paio di pantaloncini celesti e una canottierina bianca, mi trovai sotto un gelso che aveva già i frutti belli succosi. Avevo fame. Mi arrampicai sulla pianta e mangiai le more a più non posso, macchiandomi tutta la roba. Sembrava sangue. Dopo circa un’altra ora ero ad Arborea. Non sapevo nemmeno che esistesse. Solo qualche anno dopo ebbi lì qualche fidanzatina bionda con gli occhi chiari: ad Arborea erano quasi tutti di origine veneta, sbattuti lì da Mussolini per rovinare l’oasi faunistica più importante d’Italia e forse d’Europa. La chiesa era come quella dei libri di favole illustrati e anche le case non avevano nulla a che vedere con le case sarde. Un posto strano e meraviglioso per me.

Venni attirato da un vociare concitato misto a imprecazioni e parolacce e voltai a sinistra. Dietro una rete alta almeno sei metri, c’erano dei ragazzini poco più grandi di me che facevano una partita di pallone, con un pallone vero e su un campo vero.

Io me li mangiavo con gli occhi e non so cosa avrei dato per poter giocare anch’io con loro: ero bravino a palleggiare e a dribblare.

Destino volle che uno di loro si azzoppò, i compagni mi videro e mi invitarono ad entrare. C’ero solo io attaccato alla rete di ferro. Mi mostrarono un grande cancello, che aprirono due di loro e fui in campo. Mi chiesero solo il nome. Nessuno commentò il “sangue” che mi ricopriva.

Segnai anche un gol. Finita la partita, venne un pretino che ci condusse alle docce e poi in refettorio.

Lui mi chiese se mi ero fatto male in campo e mi mise davanti a un grande specchio: avevo anche il viso e i capelli sudati e intrisi di succo di more. Gli raccontai il fatto, ma non feci cenno alla mia fuga. Mi diete una canotta e dei pantaloncini puliti e mi portò a mangiare.

Malloreddus con poco sugo e poi un uovo sodo con insalata.

Non so che storie mi inventai per rispondere alle sue domande, ma fattostà che rimasi dai salesiani per tre giorni e tre notti. Il giovedì mattina, mi caricarono in macchina e mi portarono a casa del prete del mio paese.

La voce della mia fuga si era sparsa.

A circa due km da Santa Giusta, vidi mio padre, in bici, che andava alla volta di Arborea. Rimasi impassibile e tutto filò liscio.

Naturalmente, dopo le ramanzine dei preti e della perpetua, la sera saltai la cena e, dopo la solita dose di botte e minacce, evitai lo sgabuzzino per un pelo e mi ritrovai tremante nel mio lettino. Tremante, ma felice per la bella avventura.

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Tutti più civili di noi

PORTUGAL-MINISTER-ECONOMICS

il premier Josè Socrates: «gesto inaccettabile»
Portogallo, fa il gesto delle corna in aula:
si dimette il ministro dell’Economia
Il responsabile dell’Economia offende un deputato dell’opposizione in parlamento. Poi annuncia: “Lascio”

Il ministro dell’Economia Manuel Pinho offende in parlamento un deputato dell’opposizione (Afp)
Il ministro dell’Economia Manuel Pinho offende in parlamento un deputato dell’opposizione (Afp)
LISBONA – Durante una importante seduta del parlamento portoghese,

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Il regime censura le porcate di papi

IL DIKTAT DI PAPI-SILVIO: SU PUTTANOPOLI CALI IL SILENZIO, NESSUNO DICHIARI. E I TG SI ADEGUANO
Claudio Tito per “La Repubblica”

«Nessuno ne parli. Facciamo in modo che il silenzio cada su tutti i mass media. La vicenda rimarrà solo su un giornale e tutti se ne dimenticheranno». Silvio Berlusconi ha lanciato la sua parola d´ordine. Il suo obiettivo è avvolgere l´inchiesta di Bari e le rivelazioni di “Patrizia e Barbara” con un velo di indifferenza.
BARBARA MONTEREALE

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Gli atti dei pm pugliesi e le interviste di “Repubblica” lo hanno scosso non poco. Il capo del governo è su tutte le furie. Qualcuno lo descrive «provato». Amareggiato al punto da far addirittura circolare la voce di una prossima cessione di Villa Certosa. Solo uno sfogo, però. Perché sul tavolo del Cavaliere non c´è nessuna offerta né un annuncio di vendita: la valutazione sarebbe altissima, superiore ai 200 milioni di euro.

BARBI

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La sua attenzione è semmai concentrata sugli ultimi scossoni provenienti dalla Puglia. Per ora il suo staff non è riuscito a studiare una tattica difensiva se non quella del «silenzio». Il terrore di Berlusconi è che possa scattare un effetto «emulazione» con altre ragazze decise a imitare Barbara Montereale. Così anche la «disaffezione» nei confronti della dimora di Porto Rotondo è soprattutto un´arma mediatica.

«Me l´hanno violata, è come se fossero entrati dei ladri», ha spiegato riferendosi alle foto di Zappadu. Ma è in primo luogo il modo per trasmettere un messaggio preciso: «io sono la vittima e non il carnefice di tutto questo». Ieri quindi ha evitato di volare in Sardegna rimanendo con i nipoti ad Arcore. Negli ultimi due mesi, del resto, ci è andato raramente. Ma difficilmente se ne libererà. Semmai frequenterà di più la villa di Paraggi, in Liguria.

Per ora, dunque, la risposta all´intervista di Barbara Montereale è una sola: ignorare, far dimenticare, non commentare. Lasciare che il caso si sgonfi. «Perché quella è solo spazzatura». Che, a suo giudizio, verrà smaltita anche stavolta dalle «urne» dei ballottaggi. E forse non è una coincidenza che quasi tutti i tg delle tv pubbliche e private abbiano parlato ben poco delle cronache provenienti da Bari.

Anche i commenti di giornata si contano sulle dita di una mano. «Non leggo Novella 2000», taglia corto ironicamente il ministro dell´Interno Roberto Maroni. «Una cosa è sempre più chiara – dice il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone – Silvio Berlusconi è l´aggredito, mentre una certa stampa e il Pd sono gli aggressori. Una guerriglia fatta di fango, insulti e offese».

Insomma, gli fa eco Gianfranco Rotondi, «il complotto c´è stato ed è sempre più evidente» ma chi conta «in una caduta del governo, si sbaglia di grosso». Anzi, avverte Osvaldo Napoli, «contro la muta scatenata di cani che ringhia senza sosta contro Berlusconi, la risposta migliore l´hanno data gli elettori».
Berlusconi fotografato il 31 maggio 2009 davanti all’ingresso dell’hotel Palace di Bari, alle sue spalle Patrizia D’Addario

Eppure l´allarme ha superato tutti i livelli di guardia. Molti parlamentari del centrodestra sono rassegnati, i fedelissimi del premier preoccupati. Tutti temono che nel Pdl possa partire la corsa a scendere dal carro. Pochissimi giorni fa è toccato addirittura a Fedele Confalonieri catechizzare il Cavaliere. Gli ha chiesto con insistenza di «fermarsi», di «smetterla», di «cambiare».

Ieri, poi, Marcello Veneziani ha «supplicato» il premier su “Libero”: «sciolga la corte e mandi a farsi benedire i cortigiani». Il senso di isolamento, inoltre, è cresciuto nei due giorni trascorsi a Bruxelles dove l´Italia è stata messa in minoranza per la presidenza del Parlamento europeo. In più, per la prima volta dal 2001, la Chiesa segna una distanza dal centrodestra. La Cei, attraverso Avvenire, ha lanciato una sorta di ultimo “avviso ai naviganti”. Non è ancora un addio dei vescovi al Cavaliere. Ma un avvertimento: ancora una goccia e il vaso trabocca.
MINZOLINI E BERLUSCONI (servo e padrone)

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Per tutto questo, Berlusconi chiede il «silenzio» e spera nel lavacro elettorale dei ballottaggi. Anche stavolta, si è detto sicuro, «ha da passa ‘a nuttata».

2 – BLACK OUT NEI TELEGIORNALI, REPUBBLICA E L’UNITA’ ALL’ATTACCO, MA PD, VIGILANZA, GARIMBA, USIGRAI STANNO ZITTI
L’Unità lo scrive in prima: “Il Tg1 stabilisce un record: nessuna notizia”. Repubblica schiera ancora una volta il suo critico tv Antonio Dipollina, che racconta il black out informativo. Insomma, Tg1 e Tg2 da ieri (confermando la scelta anche oggi a pranzo) hanno cancellato l’inchiesta di Bari dai propri notiziari, seguendo quella che è la strategia imposta da Berlusconi, nella speranza di uscire dal gorgo di Puttanopoli. La notizia, però, continua a campeggiare sulle prime pagine di tutti i giornali (compresi “Il Giornale” e “Libero”). Eppure ancora nessuna protesta si è levata dal Partito Democratico, dalla commissione di Vigilanza e il suo presidente Zavoli, dal presidente “di garanzia” della Rai Paolo Garimberti, dall’Usigrai, dalla Fnsi…

ALTRO DOMESTICO: GARIMBERTI

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LA GUARDIA DEL CAVALIERE
Antonio Dipollina per “La Repubblica”

E arrivò anche il giorno del blackout totale dei principali tg. Giusto, era giornata di silenzio elettorale, giusto era sabato e in qualche modo la settimana è corta, giusto sono tempi in cui la riflessione ogni tanto deve avere il sopravvento. Però, insomma. E quindi nello sconcerto generale in aumento, le questioni legate all´inchiesta che scotta sono sparite del tutto dai principali centri di informazione del paese, appunto i tg più seguiti.

Al Tg1 devono aver pensato che era il momento della coerenza: dopo aver oscurato nei titoli di testa tutto quello che potesse avere a che fare con il caso in esame, devono aver pensato che a quel punto non c´era motivo di dare corso nel seguito del telegiornale. Se non l´annunciamo la notizia non c´è, insomma, altrimenti il pubblico rimane disorientato.

Intanto qualche altro tg, intanto tutti i siti internet di informazione, intanto i giornali riempiono le prime pagine, tirano fuori sempre nuovi particolari, fanno intravedere gli scenari futuri. Quelli, invece no: quelli che secondo le recenti indagini forniscono l´informazione primaria al 70 per cento degli italiani hanno deciso che tutta questa gente va accudita e rassicurata fino in fondo, che cedere a questo punto sarebbe disdicevole, che bisogna conservare tutta l´integrità dimostrata in questi giorni.

La guardia si fa fino in fondo, incrollabili. Ma questa cosa deve andare avanti così davvero? Deve continuare fino in fondo in questo modo? Insomma, è ancora lunga? No, giusto per regolarsi. La gara a chi si stanca prima può essere divertente, però un minimo di tristezza e di indignazione inizia a farsi largo, ma davvero.

°°° Proprio come nei più oscuri e sanguinosi regimi, amici. Proprio come nel regime comunista sovietico che lui aborre tanto, ma ne è l’unico erede europeo. Silenzio, insabbiare, ingannare i cittadini e turlupinare gli elettori. Potere, potere, e ancora potere, a qualunque costo. Senza tutto questo potere, preso abusando dell’ignoranza e della buona fede dei popolani, d’altronde potrebbe succedere solamente una cosa… LA GALERA. Manette per Mafiolo e per tutta la sua cosca di malavitosi inquisiti o condannati.

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Ma quanti cavoli!

Roma, 10:20
CONI: PETRUCCI A GELMINI,ULTIMI IN UE PER SPORT A SCUOLA

“Caro ministro, mi rivolgo a lei in maniera non convenzionale, con spirito di grande collaborazione e disponibilita’ e allo stesso tempo con rinnovata fiducia e speranza per quella sfida che costituisce il primo degli obiettivi che gli organi del Coni, da poco rinnovati, si sono posti nel programma del nuovo quadriennio: l’effettiva introduzione dell’attivita’ motoria e sportiva, in ogni ordine e grado della scuola”. Inizia cosi’ la lettera aperta del presidente del Coni Gianni Petrucci rivolta, a nome della Giunta e del Consiglio Nazionale, al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Una missiva, letta in avvio di Consiglio nazionale, “che vuole rappresentare le richieste, le aspettative e lo stato d’animo di un intero movimento nei confronti del mondo della scuola”. Petrucci, nella lettera, lamenta un grave ritardo nell’attuazione dell’obiettivo numero uno del Coni, l’introduzione dello sport nella scuola: “La partita dello sport nella scuola non solo non si e’ vinta, ma non si e’ riusciti nemmeno a giocarla -recita Petrucci- e la delusione e’ grande perche’ nonostante tutti i tentativi fatti nel corso degli anni, il nostro Paese, che eccelle in molti settori, purtroppo nella classifica della presenza dell’attivita’ motoria e sportiva nell’ambito scolastico e’ tristemente agli ultimi posti in Europa”. Petrucci, che ricorda come lo sport difenda anche la salute dei giovani, chiede a gran voce di “passare ai fatti, alle iniziative concrete”, partendo dalle risultanze dell’incontro di gennaio e augurandosi che queste “possano essere messe al piu’ presto all’ordine del giorno del Tavolo tecnico congiunto Miur-Coni recentemente costituito”.

°°° Caro Petrucci, lei è il solito comunista disfattista. Sì, è vero, siamo ultimi in Europa nello sport a scuola, ma siamo ultimi anche come libertà d’informazione, cultura media, onestà, educazione civica, legalità ecc. In compenso, siamo i primi assoluti come evasione fiscale, corruzione in ambiti governativi e non, mafie varie, velinismo, zoccolificio, furberia, diseguaglianze sociali, xenofobia, fascismo,razzismo, leghismo, volgarità, disorganizzazione, carenza di servizi, ecc.
Come vede, caro presidente, non bisogna guardare solo le cose che non funzionano nel nostro paese: abbiamo anche delle eccellenze.

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La vergogna del mondo

Su tutta la stampa comunista del mondo (in mano alla massoneria e ai banchieri “comunisti”) si parla malissimo del vostro premier. Ma anche su tutti i siti del pianeta. “Per contare di più in Europa” ricordate? IN EUROPA?! NEL MONDO INTERO! Ma che soddisfazione!!!
Guardate qui:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/siti-esteri/11.html

HA FATTO UNA BELLA FRITTATA…

uovolaghetto

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PRRRRRRRRRRRRRRRRRR !!!


“Il 4 per cento è alla nostra portata e siamo la vera novità nel panorama politico italiano” (Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà, 5 giugno 2009)

“Riusciremo a superare il 4 per cento, anche se hanno cercato in ogni modo di distruggerci” (Paolo Ferrero, Rifondazione-Pdci, Corriere della sera, 4 giugno 2009)

“Ma quale 4 per cento: noi non temiamo lo sbarramento, noi faremo il pieno di voti. E da lunedì’ lavoreremo per costruire una destra europea” (Francesco Storace, Mpa-Destra-Adc-Pensionati, 3 giugno 2009)

“Vinceremo la partita con il 5% dei voti, e andremo in Europa per competere sulle questioni concrete dei cittadini. Cioè rivedere i meccanismi del trattato di Lisbona, mantenere le prerogative delle sovranità nazionali, stoppare l’ingresso della Turchia… I sondaggi ci danno in continua crescita e saremo dunque soddisfatti. Da lunedì rinascerà la destra italiana nel nostro Paese” (Francesco Storace, Mpa-Destra-Adc-Pensionati, 4 giugno 2009)

tafazzi

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Sputtanamento galattico

Michael Binyon, vicedirettore del Times, replica a Berlusconi
“Se il nostro premier fornisse tante versioni contraddittorie dovrebbe dimettersi”
“Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo

Se è nei guai con le donne è una notizia”
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – “Noi influenzati dalla sinistra italiana? Un’accusa semplicemente ridicola. Quando vediamo una notizia, noi del Times la riportiamo, tutto qui. E il primo ministro di uno dei maggiori paesi d’Europa che si mette nei guai con le donne, è una notizia”. Michael Binyon è uno dei più autorevoli commentatori del Times, membro della direzione del quotidiano londinese. È lui a rispondere a Silvio Berlusconi, che nella sua prima reazione al pesante editoriale di ieri del Times, “Il clown cala la maschera”, ha detto che i giornali stranieri sono “ispirati dalla sinistra italiana”. Non è la prima volta che il premier italiano accusa una testata inglese di essere “di sinistra”: aveva dato del comunista perfino all’Economist, settimanale liberal-capitalista, quando lo ritrasse in copertina come “indegno di governare” a causa del conflitto d’interessi e dei suoi processi.

Sostenere che è di sinistra il Times suscita analoga ilarità, a Londra: fondato nel 1875, a lungo il miglior quotidiano del mondo, è sempre stato un bastione del conservatorismo, e lo è rimasto – nonostante la simpatia per Tony Blair – anche dopo essere stato acquistato nel 1981 da Rupert Murdoch, il magnate dei media, proprietario di televisioni e giornali quasi tutti di centrodestra, come la rete tv Fox e il Wall Street Journal negli Usa, il Sun e appunto il Times in Gran Bretagna.

Michael Bynyon, che pensa degli ultimi sviluppi della Berlusconi-story?
“Penso che Repubblica stia facendo un lavoro magnifico. Ed è piuttosto sorprendente, per un osservatore straniero, che vi siano così scarse critiche di Berlusconi, sugli altri media italiani. Naturalmente la ragione è nota: Berlusconi controlla o almeno influenza, direttamente o indirettamente, gran parte dei media italiani, a cominciare dalle tv. Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti”.

Che cosa sarebbe accaduto, secondo lei, se uno scandalo simile fosse scoppiato qui, nel Regno Unito?
“Se si sospettasse che il primo ministro ha una relazione con una 18enne a cui promette dei favori, e sua moglie affermasse che va con minorenni, e il premier in questione fornisse di continuo versioni contraddittorie sull’accaduto, tutti i media nazionali gli starebbero addosso 24 ore su 24. Dovrebbe dimettersi nel giro di settimane”.

Berlusconi dice che i vostri editoriali, critici nei suoi confronti, sono ispirati dalla sinistra italiana.
“Un’accusa insensata, ridicola. Sostenere che c’è una cospirazione, dietro i nostri articoli, è infantile. Una cospirazione della sinistra italiana, poi: e come farebbe, la sinistra italiana, a far scrivere quel che vuole al Times di Londra? Noi non scriviamo per fare piaceri a questo o a quello. Scriviamo quando vediamo una notizia. E il premier dei uno dei maggiori paesi d’Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com’è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco”.

E la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione delle 700 fote scattate alla festa nella sua villa in Sardegna?
“Difendere la privacy, in assoluto, è giusto. Ma in questo caso, se Berlusconi volesse mettere a tacere ogni sospetto, direbbe: pubblicatele. Non facendolo, contribuisce a lasciar credere che in quelle foto ci sia qualcosa da nascondere”.

Magari gli italiani pensano che mentire su relazioni extraconiugali è lecito.
“Può darsi, ma la menzogna non può cambiare di continuo, dev’essere credibile. E le cose che dice Berlusconi non lo sono. Senza contare che la menzogna di un leader politico, per qualunque ragione, è imperdonabile. Ovunque. Anche in Italia”.

(2 giugno 2009)

°°° Questo imbecille malavitoso non ha la più pallida idea di cosa siano la libertà e l’informazione. Abituato agli zerbini italioti, non si rende conto che in tutto il mondo occidentale i giornalisti sono tutti come Santoro e Travaglio, non certo come vespa e belpietro…

times

APTOPIX ITALY BERLUSCONI

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Da Travaglio

Il reality show

Sui siti internet c’è da tempo una rubrica fissa dedicata ai «cappelli di Berlusconi». È una photogallery con le immagini del premier-pompiere, del premier-esploratore-artico, del premier-cow boy, del premier-giocatore-di-baseball etc etc. Ieri s’è aggiunta quella del premier-cuoco-delle-tendopoli. E presto la galleria sarà arricchita da un premier-primo-ufficiale nelle crociere sul Mediterraneo che ieri ha promesso ai terremotati abruzzesi. Sono cose che succedono qua da noi, a Berlusconistan, come la nostra povera Italia è stata appena ribattezzata dal Time.

La rubrica sui cappelli è nata da un’evoluzione di quella sui capelli, con una p, che fu inaugurata dallo storico trapianto del 2004 e dalla conseguente bandana che, per la gioia della famiglia Blair, andò a coprire i follicoli in fiore. Sono passati appena cinque anni, ma sembrano mille. La bandana creò un po’ di stupore. Oggi il premier potrebbe sistemarsi sul cranio la Nike di Samotracia o Mara Carfagna o, perché no?, Fabrizio Cicchitto e pochi ci farebbero caso.
Il travisamento è la condizione ordinaria del presidente dello Stato libero di Berlusconistan. A volte è fisico, ed ecco i cappelli, i capelli, il cerone e i tacchi a spillo, altre volte si estende all’intera realtà che lo circonda e, ahìnoi, ci circonda. A volte ha la funzione di nasconderla, la realtà, altre di obbligarci a distogliere lo sguardo da essa per rivolgerlo altrove. Scoppia il penoso caso-Noemi ed ecco un furibondo attacco al Parlamento, ai giudici, alla moglie e al composito fronte della «stampa comunista»: da Famiglia Cristiana al Financial Times. La crisi economica divampa ed eccolo – il giorno in cui il governatore della Banca d’Italia nella sua relazione annuale dà le cifre di un’autentica catastrofe – tra le consuete macerie abruzzesi. È un po’ nervoso. Forse teme che qualcuno, tra la folla, possa gridare qualcosa di inopportuno. Chissà. Fatto sta che sferra un attacco preventivo alla magistratura «eversiva» che vuole «cambiare il voto popolare». A cosa si riferisce? Niente. Riprende il controllo, cambia maschera. Ed ecco il cappello da cuoco e le promesse a vanvera. Gli allegri campeggiatori abruzzesi potranno proseguire la vacanza sul mare. Già, andranno in crociera. Sul Titanic.

Le cifre del naufragio parlano di una disoccupazione destinata a superare il 10 per cento. Di due milioni di precari che a fine anno resteranno senza lavoro. Di un milione e 600mila lavoratori che non avranno alcun sostegno se perderanno il posto. Di altri 800mila che devono sopravvivere con 500 euro al mese. E parlano, sia pure con molta prudenza, dell’inadeguatezza di una politica economica che ha trascurato le prime e più fragili vittime della crisi: i lavoratori precari e le piccole imprese.
Com’era naturale, il premier si è detto soddisfatto. Ha definito il discorso del governatore «molto berlusconiano». E subito dopo è rientrato nel camerino per preparare la prossima puntata di quello che l’organo del Partito comunista americano, il New York Times, ieri ha definito «un reality show».

berlusconi-cappelli1

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