Il premier e l’Italia vanno a puttane

ALCUNI TITOLI DALLA STAMPA (BENEVOLA) DI OGGI. e NON PARLIAMO DELLA STAMPA E DELLE TV STRANIERE… DA ACCAPPONARE LA PELLE.

- L’anno scorso 1.120 vittime del lavoro
Tir investe operai: un morto e 5 feriti

- Rai, Garimberti porta il caso Tg1 in Cda
Il varietà di Crozza scompare da La 7

- Tremonti dai commercianti critica le banche
E Berlusconi non ci va: “Ho il torcicollo”

- Istat, vendite al dettaglio in calo dello 0,6% sull’anno

- Ocse rivede le previsioni al rialzo
Ma in Italia la situazione peggiora

- G8 all’Aquila con l’allarme terremoto

- Annunci sul web, organi in cambio di soldi
Videoinchiesta. “100 mila euro, affare fatto”
Fegato, midollo, sangue: su internet le offerte di chi, travolto dai debiti, vende parti del proprio corpo. Malgrado la legge lo vieti. E’ la classe media piegata dalla crisi

- Giornalisti e magistrati: no al dl intercettazioni

- Pestata dal branco, c’è identikit dei colpevoli
Napoli, una giovane aggredita a pugni e calci per aver difeso degli amici gay. Rischia di perdere un occhio. Caccia agli aggressori.

°°° Ecco, amici miei, un piccolo spaccato del degrado che questa italietta ha subìto in un solo anno di governicchio scellerato. Queste sono alcune delle notizie che i telegiornali di regime NON danno, oppure danno in modo artatamente subdolo e incomprensibile: ben lontano dalla portata degli eventi reali. Per esempio… avete visto un solo Tg italiano che dedichi qualche minuto al giorno per raccontarci le vicissitudini dei terremotati? Per monitorare le loro reali condizioni di salute e di assistenza da parte degli organi competenti? No, vero? Beh, in uno Stato civile e democratico sarebbe IL PRIMO SERVIZIO ad andare in onda, ogni giorno, fino a soluzione del problema. Ma questo è uno Stato civile e democratico? No, certo. Qui, tolti Santoro, Travaglio, e pochissimi altri… chi si sognerebbe di fare il giornalista per davvero?


VIVIAMO AVVOLTI DALLA NEBBIA

nebbia

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Se permettete…

E ora la procura indaga
anche sulle feste a Cortina
«Undici anni fa mio padre si è ucciso perché non riusciva a portare a termine il progetto del residence»

Patrizia D’Addario (Rocco De Benedictis)
PATRIZIA D'ADDARIO

BARI — La replica di Patrizia D’Addario all’accusa del premier di essere stata «mandata e retribuita» è secca: «Smentisco che ciò sia accaduto. Qualora l’onorevole Berlusconi sia in possesso della minima prova a sostegno della sua affermazione, lo invito a volerla trasmettere all’autorità giudiziaria. Se così non fosse vorrei pregarlo di astenersi da simili affermazioni». Reagisce duro la donna. Dopo essere rimasta «blindata» per una settimana, consapevole che ogni sua mossa sarebbe stata controllata e analizzata parla per rispondere «a frasi infamanti». E la rabbia monta «perché le altre si spacciano per ragazze-immagine e prendono soldi, mentre io che ho soltanto raccontato la verità vengo massacrata». C’è soprattutto un punto che Patrizia ribadisce: «Non sono stata io a presentare una denuncia. Il magistrato mi ha convocata perché voleva sapere che rapporti avessi con Gianpaolo e se lui mi avesse portata a palazzo Grazioli. È stato in quel momento che ho deciso di ammettere quanto appariva già evidente».

Il pubblico ministero aveva infatti ascoltato centinaia di conversazioni telefoniche dell’imprenditore barese che ingaggiava squillo da portare a feste e vacanze a Roma e a Villa Certosa in Sardegna. E lei, che in quei colloqui compare spesso, è stata chiamata come testimone. Non nega Patrizia di aver maturato in questi mesi risentimento nei confronti del premier «ma solo perché sono stata ingannata. La seconda volta che l’ho visto, quando ho trascorso la notte con lui, non ho preso soldi: mi sono fidata della sua promessa di aiutarmi a costruire il residence sul terreno della mia famiglia. È il cruccio della mia vita perché mio padre si è ucciso quando ha capito che non sarebbe riuscito a portare a termine quel progetto. Ci aveva investito tutti i suoi soldi, pur di realizzarlo aveva accumulato debiti. Undici anni fa, quando era ormai sull’orlo del fallimento, si è suicidato».

L’inchiesta della Procura di Bari va avanti e trova nuove conferme. Alcune ragazze hanno ammesso quanto emergeva già dalle intercettazioni: fine settimana trascorsi a Cortina in compagnia di facoltosi clienti nelle suite di alberghi di lusso oppure nella villa di un noto industriale. E soprattutto hanno confermato il ruolo di un «mediatore» che avrebbe aiutato Tarantini a organizzare le trasferte. Si chiama Max ed è l’uomo che gli ha presentato Patrizia. Nelle audiocassette che la donna ha consegnato due giorni fa, la voce di Max è stata registrata più volte. A metà ottobre 2008 fu lui a dirle che c’era una festa a Roma e poi la portò da Gianpaolo. L’accordo fu chiuso in meno di un’ora: «2.000 euro per una cena da Berlusconi», anche se poi Patrizia ne prese «soltanto 1.000 perché non ero rimasta». Max era ospite nella villa di Tarantini durante la vacanza in Sardegna nell’estate dello scorso anno e a metà agosto partecipò con lui alla cena per una sessantina di invitati a Villa Certosa. Portarono un gruppo di amici e lì trovarono Sabina Began, la donna ritenuta molto vicina al presidente del Consiglio che gli avrebbe presentato l’imprenditore barese. Un vorticoso giro di eventi mondani nel quale Patrizia è stata coinvolta e che adesso ha contribuito a svelare. «Sapevo che mi avrebbero accusata delle peggiori nefandezze — chiarisce — ma io sono inattaccabile perché ho sempre detto la verità e infatti Berlusconi non può negare le circostanze che ho rivelato. Io non sono in cerca di successo. Avevo soltanto chiesto un aiuto per finire la costruzione di quel residence. I ritardi mi hanno costretto a pagare un mutuo altissimo».

La donna — che il Pdl ha candidato alle elezioni comunali con la lista «La Puglia prima di tutto» — spiega che «tutti erano a conoscenza di quello che facevo per mantenere la mia famiglia, visto che da quando mio padre non c’è più sono io ad occuparmi di mia madre, oltre che di mia figlia. E se ho deciso di raccontare la verità l’ho fatto anche per loro. Ero stata chiamata dal magistrato e volevo che non ci fossero ombre. In questi mesi Tarantini mi ha chiesto più volte di tornare a Roma, gli ho detto di no perché il patto non era stato mantenuto. Lui sapeva che avevo le prove degli incontri e quando casa mia è stata svaligiata ho cominciato ad avere paura. Ho capito che non dovevo nascondere nulla di quanto era accaduto».

Fiorenza Sarzanini
24 giugno 2009

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°°° Se permettete, amici, tra una ragazza coraggiosa che ammette di fare un mestiere non proprio invidiato: pur sapendo di attirarsi contro le ire del farabutto più potente d’Italia, e uno dei più grandi cazzari della Storia del mondo… beh, mi sembra evidente che credo fino all’ultima virgola di ciò che dice Patrizia. Conosco sulla mia pelle i metodi di Mafiolo. Patrizia D’Addario svetta in questo confronto mille anni luce avanti. Il Cavaliere (de ‘stogazzo) è sempre più patetico: pensate che a un attacco del Guardian (uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo) replica con un’intervistina fasulla a “Chi”… Questo è il livello, gente!

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Il pagliaccio del mondo, siòr siori!

Sul sito di news dell’emittente britannica un articolo tutto dedicato alle sortite
politicamente scorrette del premier. Ricordando gli scandali recenti
La Bbc lancia l’appello: “Oh no, Silvio!”
Allarme gaffe sulla trasferta negli Usa

La Bbc lancia l’appello: “Oh no, Silvio!” Allarme gaffe sulla trasferta negli Usa

Silvio Berlusconi

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LONDRA – Il titolo, apparso sull’homepage della Bbc, è eloquente: “Oh no, Silvio!”. Ed è seguito da una domanda, per nulla retorica: “Riuscirà il premier italiano a non offendere nessuno, durante la sua visita negli Stati Uniti?“.

E’ attorno a questo interrogativo che ruota l’articolo firmato da Stephen Mulvey, e pubblicato sul sito che fa capo alla tv britannica oggi alle 15 (le 16 italiane). Tutto dedicato alle incognite della trasferta in terra americana del nostro presidente del Consiglio. Con una preoccupazione di fondo sul modo di esprimersi spesso politicamente scorretto di Berlusconi, al momento del suo sbarco nella patria mondiale del politically correct.

In particolare, il sito della Bbc ricorda la doppia gaffe del Cavaliere sul colore della pelle di Obama. La prima risale al novembre scorso, quando il capo del governo italiano definì il neopresidente Usa “giovane, bello e abbronzato”. Con conseguenti polemiche in mezzo mondo, e con decine di lettere di scuse inviate dai nostri concittadini al New York Times, imbarazzati dal siscutibile modo di scherzare del premier. Un episodio che lo stesso Berlusconi ha rievocato ieri, alla vigilia del suo imbarco per Washington, in una sorta di autocitazione: “Parto bello e abbronzato”, ha detto.

A partire da questo, l’articolo si interroga – riportando anche il parere di professori universitari e giornalisti italiani – sull’eventuale razzismo del presidente del Consiglio, sulla sua propensione alle gaffe (viene ricordata anche quella con la Regina Elisabetta a Londra), e sulla differenza abissale del suo temperamento rispetto a quello, attentissimo e controllatissimo, di Barack Obama.

E non mancano nemmeno i riferimenti alle recenti bufere che hanno coinvolto Berlusconi: l’inchiesta su eventuali suoi abusi dei voli di Stato; le foto (definite “seminude”) di Villa Certosa; le accuse della moglie di frequentare minorenni. Tutte circostanze che, almeno secondo l’autorevole sito britannico, bastano a giustificare quell’invocazione iniziale: “On ho, Silvio!”.


DALL’ALBUM DI ZAPPADU:

famigghia

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Nervi a fior di pelle nella sede Pdl

Nervi a fior di pelle nella sede Pdl
di Natalia Lombardo

«Silvio non ha fatto campagna elettorale, ecco perché questo calo»: così una parlamentare del Pdl a caldo commenta quei due punti e mezzo persi rispetto alle politiche 2008. Nessun «comizio oceanico, la pancia del nostro partito si mobilita solo quando si muove il leader». E invece no. Le aspettative deluse provocano grande nervosismo nel quartier generale del Pdl in Via de l’Umiltà. Dopo l’una di notte si confermano le proiezioni Rai: 35 per cento al Pdl, 26,8 il Pd, boom della Lega al 9,5 che sta superando in Veneto. I dati che arrivano nella notte fanno scendere ancora il Pdl: una fortissima sconfitta per Berlusconi e il suo partito. Una perdita di 2,4 punti rispetto al 2008, quando il Pdl ha preso il 37,4. Già alle undici di sera le prime proiezioni Sky hanno fatto impallidire gli uomini del Pdl: 39 il Pdl, 27,5 il Pd.

I “colonnelli” pidiellini dopo la gelata del dato Rai sono scomparsi. Saliti al secondo primo piano e chiusi in riunione. All’una scende Denis Verdini arrabbiato: “Questi sono numeri al lotto! Noi abbiamo altri dati, questi conti non tornano”. Se la prende con “l’astensionismo al Sud”, Ignazio La Russa in tv mira sul Capo: “Berlusconi gli ultimi giorni ha fatto campagna elettorale per Pdl e Lega”. Scende Fabrizio Cicchitto infastidito: “Miglioriamo rispetto alle europee, facciamo un passo indietro sulle politiche 2008 per effetto dell’astensionismo”, ma “teniamo rispetto altri governi europei”. Ma sono due punti e mezzo: “Nel 2008 c’erano i pensionati di Fatuzzo con noi…”. Magra consolazione. Maurizio Lupi è scuro in volto, rassegnato su un “36%”. Capezzone aspetta impalato ma non lo intervista nessuno.

I nervi erano a fior di pelle già sul 39%, alle undici. Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato, arriva all’insulto: alla domanda, posta da noi lungo la strada, se non si aspettavano qualcosa di piu’, urla: “ma stai zitta! Basta con queste domande, ma vai a fare il funerale a Franceschini”, attacca entrando in macchina. Piu’civile il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che considera “il 39 un buon risultato” e semmai lo preoccupa la “così bassa affluenza alle urne a Roma”.
Alla chiusura dei seggi nessuno si sbilancia, a via de l’Umiltà, fra buffet con pendette tricolori e telecamere, man mano cresce l’agitazione. “Se arriviamo al 40 per cento dopo questa campagna elettorale andiamo alla grande”, dice Beatrice Lorenzin, l’anti-velina del Pdl. Bonaiuti c’è ma non si vede.

Berlusconi è a Villa San Martino ad Arcore, con il figlio Piersilvio e, forse, anche Luigi, ultimogenito avuto con Veronica. Parlerà oggi, forse addirittura domani. Il traguardo sperato è il 40. Anzi, fino al giorno prima, (pur non potendolo fare) ha sbandierato il boom del “45 per cento”. Il premier ha rinviato il voto fino a ieri pomeriggio alle sei, quando si è recato al seggio 502 della scuola elementare Dante Alighieri di via Scrosati a Milano, dove votava anche mamma Rosa. Ad accompagnarlo Licia Ronzulli, una delle pupille candidate alle europee, e il candidato alla Provincia Podestà. Fuori dal seggio, nonostante il silenzio elettorale a urne aperte, Berlusconi fa campagna elettorale: “L’Italia avrà l’affuenza alle urne piu’ alta d’Europa”, quando di solito è il Belgio, che il Pdl sarà il partito piu’ forte nel Ppe, o su Kakà. E, già che aveva dei giovani davanti, la promessa-spot: «Da settembre partirà il piano casa per realizzare delle New Town».

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Menzogne su menzogne…

… e sempre dai suoi zerbini, senza contraddittorio. Vespa dovrebbe sprofondare per la vergogna sotto un km di merda.

Le bugie dell’Imperatore

Nella Repubblica fondata sulla menzogna, può accadere che il presidente del Consiglio menta non solo sulla sua pelle (le sue frequentazioni private e l’utilizzo a fini personali dei voli di Stato) ma anche sulla pelle degli altri. Ieri sera, nel solito, comodo salotto di Bruno Vespa, Silvio Berlusconi ha detto due colossali bugie.

La prima bugia, la più scandalosa perché dolorosa, riguarda i disoccupati e i precari. “Abbiamo, ed è già operativo, accorciato le pratiche per la cassa integrazione – ha dichiarato il premier – e tutti coloro che perdono il lavoro hanno il sostegno dello Stato. Copriamo fino all’80% dell’ultimo stipendio, ma la gente che segue anche dei corsi può arrivare quasi al 100% dell’ultimo stipendio… I “co.co.pro.” possono avere una percentuale rispetto a quello che hanno introitato rispetto all’anno precedente… Ed è tutto già operativo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O specula politicamente sulla vita della povera gente.

Non lo dicono i pericolosi “comunisti” del Pd. Lo dice la Banca d’Italia: “Il nostro sistema di protezione sociale – ha spiegato il governatore Mario Draghi nelle Considerazioni finali della scorsa settimana – rimane frammentato. Lavoratori identici ricevono trattamenti diversi solo perché operano in un’impresa artigiana invece che in una più grande. Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore ai 500 euro al mese… La Cassa integrazione ordinaria è stata diffusamente usata… la sua copertura potenziale è tuttavia limitata – interessa un terzo dell’occupazione dipendente privata – e fornisce al lavoratore un’indennità massima inferiore, in un mese, alla metà della retribuzione media dell’industria… Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20 nel settore pubblico. Il 38% è nel Mezzogiorno”. Così stanno le cose nella realtà, fuori dalla fiction berlusconiana.

La seconda bugia il Cavaliere l’ha detta proprio sui fondi per il Mezzogiorno. “I fondi Fas ammontano a 57 miliardi – ha annunciato solennemente – e abbiamo mantenuto l’85% al Sud e il 15% al Nord. Non li abbiamo ancora attribuiti perché non vogliamo che vadano a finire nelle spese correnti, ma là dove sono destinati dall’Europa ovvero per le infrastrutture.

Quando una Regione ci presenta un piano infrastrutture noi li diamo. Se invece li spende per stipendi o per spese correnti non li diamo”. Delle due l’una. O non sa di cosa parla. O racconta l’ennesima frottola a spese dei poveri meridionali. Non lo dicono i sovversivi “bolscevichi” dell’opposizione, ma i numeri del Tesoro. La suddivisione dei Fondi Fas all’85% per il Sud e al 15% per il Nord non è una decisione di questo governo, ma una norma consolidata e varata dalla Legge Finanziaria del 2002. Non solo. I fondi Fas in cassaforte, all’inizio di questa legislatura, ammontavano a 63 miliardi. La prima manovra di Tremonti ne ha subito tagliati 10. Dei 53 rimasti, 26 miliardi sono fondi nazionali e 27 sono fondi regionali.

I primi, invece di essere usati per investimenti nelle aree depresse, sono stati impiegati dal governo per finanziare spese correnti di ogni genere: dagli sgravi Ici ai più abbienti all’Alitalia, dalle quote latte alla copertura dei disavanzi comunali di Roma e Catania. I secondi, per i quali è prevista la compartecipazione dell’Unione europea, non sono nella disponibilità del governo centrale ma degli enti locali. Così stanno le cose nel mondo vero, fuori dal “set” virtuale berlusconiano.

Sarebbe stato bello se, nello studio di “Porta a porta”, qualcuno avesse sollevato qualche obiezione al Cavaliere, e gli avesse fatto notare l’inconsistenza dei suoi seducenti “annunci” e l’incongruenza delle sue sedicenti “verità”. Ma ancora una volta, in quella “dependance” televisiva di Palazzo Grazioli è risuonato solo il Verbo dell’Imperatore.

MASSIMO GIANNINI

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Regalo

VI PIACCIONO I RACCONTI EROTICI? Questo è un soggetto per un film. BUONA LETTURA:

Copyright © Lucio Salis 1993
Riproduzione vietata

CARMELA

Carmela guardò la sua figuretta allo specchio. Era in piedi, nuda, e la sua sfarzosa sala da letto tutta bianca e rosa era inondata dal sole mattutino. Si passò lentamente le mani sui fianchi asciutti; non un filo di cellulite, non una smagliatura. La pelle bruna, i seni piccoli e sodi, il ciuffo ordinato e scolpito del pube. Sì, pensò, niente male. Aveva appena ventisette anni ed era già da qualche mese a capo una temibile cosca. Era una femmina d’onore. Mente strategica e, nei primi tempi di militanza, anche implacabile ed infallibile tiratrice aggregata ai gruppi di fuoco. Rispettata ormai dagli altri capi e temuta per la sua scaltrezza e per la sua ferocia, andava dritta per la sua strada. Da un mese abitava nella villa bunker blindata e super protetta, 24 ore su 24, da marchingegni elettronici e da una ventina di picciotti armati sino ai denti, che stravedevano per lei. Intoccabile,. Inavvicinabile. Cominciò a vestirsi. Si fece ancor più bella e desiderabile. Solitamente, faceva venire alla villa una parrucchiera di sua fiducia. Quella mattina aveva deciso di uscire dall’isolamento e andare lei in città. Non voleva dare nell’occhio, anche se la cosa era abbastanza impossibile. Nonostante la sua posizione ed il rispetto reverenziale di cui godeva, erano pur sempre alle falde dell’Etna e non in pieno Sahara. Dopo un’ultima occhiata soddisfatta al grande specchio, aprì la porta della sua stanza. Subito, i due uomini di guardia in fondo al corridoio, scattarono in piedi pronti ad accompagnarla. Uno dei due scese velocemente lo scalone, quasi scivolando, ed uscì nel parco ad impartire degli ordini. Due macchine blindate si misero in moto e si accostarono alla scalinata d’ingresso. Altre quattro auto identiche alle prime e con la stessa targa erano già in moto davanti al pesante cancello. Una grossa moto Honda che fungeva da apripista, identica ad altre due che sostavano all’ingresso del viale, si avvicinò con appena un leggero fruscio al cancello di ferro in fondo al viale d’accesso. I tre uomini di guardia, due giovani e uno sui cinquanta, smisero immediatamente di giocare a pallone e si avvicinarono a parlottare coi due tizi della prima moto. Tutti aspettavano che Carmela montasse sulla seconda Lancia Thema davanti alla scalinata, per azionare il dispositivo d’apertura del cancello. Lei arrivò e finalmente i tre cortei si misero in moto. Ognuno prese una direzione diversa. Meglio essere prudenti. La moto e le auto con a bordo la boss attraversarono una provinciale deserta e una periferia altrettanto deserta. Raggiunsero senza problemi il pretenzioso salone, troppo addobbato per essere in una zona periferica, e uno degli uomini scese ad aprire la portiera per far scendere la boss. Altri tre uomini erano già scesi e scrutavano i paraggi con noncuranza. La Honda arrivò silenziosamente sino all’incrocio e parcheggiò. I due soldati smontarono e si liberarono dai caschi. Anche se non si notava niente, tutti gli uomini erano armati di tutto punto e nei bauli dei mezzi c’era una vera e propria Santabarbara. Non erano in guerra al momento, ma la prudenza non era mai troppa. Troppi soffioni dell’ultim’ora. E appena un boss sapeva di bruciato, troppi erano pronti a prenderne il posto. Quando un albero cade, per grosso che sia, tutti fanno legna. Carmela entrò nel locale, non appena un suo uomo addetto al controllo ne fu uscito per dare la via libera. Come convenuto, non c’erano altre clienti. Venne accolta dal rispettoso calore di Anna, la sua parrucchiera di mezza età, mentre la giovane assistente Isa la salutò chinando appena la testa. Carmela venne fatta accomodare e Isa cominciò a farle lo shampoo. Sentendo le mani della ragazza che le massaggiavano i capelli e la cute, ebbe un brivido di piacere. Isa aveva vent’anni ed era la più bella ragazza del circondario. Era fidanzata con un giovane meccanico da più di un anno e non erano mai andati oltre i baci e qualche palpatina superficiale. Taciturna e discreta, somigliava in maniera impressionante a Claudia Cardinale ventenne. Carmela era pazza di Isa, da quando l’aveva centrata nel mirino del suo sguardo, e la voleva a tutti i costi. Anna sospettava qualcosa del genere: da quando la ragazzina era entrata a lavorare da lei, qualche mese prima, e Carmela l’aveva notata, era stato un susseguirsi di “Come sta Isa? Dove sta Isa? Che fa Isa?” Ogni volta che andava da sola alla villa trovava Carmela agitata e seccata per il fatto di non vedere la giovane aiutante. E partiva colle domande. Anna avrebbe potuto vedere susine nascere da un banano e non si sarebbe stupita. In un primo momento aveva cercato a modo suo di proteggere la ragazzina, poi, temendo ritorsioni, aveva cominciato a cedere. Sperando di ingraziarsi ancora di più quella cliente d’oro, le aveva intonato all’orecchio una dolce melodia: Isa era ai ferri corti col ragazzo e, a causa di questo, anche coi suoi famigliari. Ecco perché Carmela aveva deciso quella visita in città: poteva essere un buon momento per l’attacco. In realtà, Isa era insofferente in famiglia perché i suoi le negavano anche un minimo di libertà ed era un po’ in freddo con Rosario proprio perché a lui non bastava più vederla così poco, e farci ancora meno. Anna le spuntò appena i lunghi capelli neri ancora umidi e applicò dei bigodi, quindi prese il casco a rotelle che Isa aveva avvicinato e lo applicò. “Una mezz’oretta!” gridò, chinandosi, e sparì nel retrobottega. Isa accostò uno sgabello e un carrellino pieno di attrezzi per la manicure, prese posto sul trespolo accanto a Carmela e le sorrise. Lei porse la mano, che Isa le fece mettere a bagno nell’apposita vaschetta con acqua tiepida, sapone liquido e bicarbonato. Anche lei sorrise e la fissò. La ragazzina abbassò gli occhi.
- Scotta? – chiese, indicando il casco. Carmela piegò all’ingiù gli angoli della bella bocca e scosse impercettibilmente la testa.
- Ti trovi bene qui? – chiese. La ragazzina ci pensò un attimo:
- Abbastanza. – dopo un po’ aggiunse: – Non è che c’è tutto sto lavoro in giro.
- Ci verresti a lavorare da me?
- Parrucchiera? – si accorse subito di aver detto una sciocchezza e strinse le labbra. Tolse la mano di Carmela dalla vaschetta e cominciò a lavorare.
- Che belle mani che avete. – disse, quasi a scusarsi.
- Grazie. Sono più belle le tue, però… così bianche… Allora? Ci verresti? Mi fai da dama di compagnia. Una specie… Non ho sorelle. Ho solo un fratello e lavoro con tutti maschi… Che dici? Ti pago bene.
- Non so… – fece una smorfietta. Era decisamente spiazzata. Carmela capì di aver trovato un varco e spinse a fondo:
- Ti do duemila euro al mese. Vitto e alloggio. Bella vita, bei vestiti… Allora?

Isa rise piano e guardò verso il retrobottega:
- Qui guadagno quattrocento euro.
- Vuoi che ci parlo io coi tuoi?
- Non so… – altra smorfietta. – Mi piacerebbe. Glielo dico io a mia mamma.
- Brava. Con Anna ci parlo io. Puoi cominciare pure domani, se vuoi.

Due giorni dopo, accompagnata da uno dei soldati, Isa si presentò al portone della villa. Aveva un borsone da ginnastica colla sua roba e il suo cuore batteva come un tamburo.
Ad Anna fu consegnata una busta con cinquemila euro in contanti, che intascò soddisfatta e riconoscente. Nello stesso momento, Carmela stava facendo visitare la villa alla giovane amica. “Intanto, cominciami a dare del tu. Completamente.” Le aveva detto subito. La condusse prima nella sala hobby: trecento metri quadri di giochi, tra un luna park e un casinò. Strumenti per un’orchestrina su un palchetto d’angolo. Dall’altra parte del salone si accedeva al piccolo cinema privato, tutto in rosso e completamente insonorizzato, con una ventina di poltroncine comodissime. Sempre dal sotterraneo, si scendeva al bunker antiatomico, dotato di provviste, cucina, armeria, sala operatoria modernissima, due confortevoli camere con una decina di letti ciascuna, due stanze da bagno e una camera matrimoniale con servizi e caveau annessi. Lì c’era il tesoro della cosca. Ma il bunker venne escluso dalla visita. Salirono al pianterreno dove, tra un “Oh!” di sorpresa e l’altro, Isa ammirò uno sterminato salone delle feste riccamente arredato, corridoi in marmo che portavano ad una grande sala da pranzo, con annessa anche una saletta più intima e riservata, e bagni e cucine che avrebbero fatto invidia a qualunque buon ristorante. Quindi fu la volta del piano superiore. Quattro camere da letto, tutte arredate con gusto sopraffino e tutte con sala da bagno privata e completa di sauna e idromassaggio. C’erano anche altre cinque porte chiuse, le stanze dei soldati e i loro spogliatoi. Ma quelle vennero saltate. Passarono al solarium, completo di sauna finlandese, palestra, sala massaggi, e centinaia di piante esotiche che contornavano un acquario enorme e bellissimo. C’era anche un fornitissimo bancone bar e quattro tavoli da pranzo, sotto un pergolato. Durante tutta la visita, due dei soldati avevano seguito le ragazze con discrezione e avevano provveduto a richiudere le porte che Carmela lasciava aperte. I due picciotti si appoggiarono al bancone, mentre le due donne si affacciarono alla terrazza, da lì si potevano vedere sia la piscina olimpionica che la piscina coperta, i due campi da tennis, il campetto di calcio completo di porte, le immense voliere popolate da ogni variopinta specie di volatile, le scuderie e giù, verso il limitare di un boschetto, il maneggio. C’era un uomo che faceva passeggiare un baio e gli accarezzava il collo possente. Isa era estasiata e non aveva parole. Carmela se la mangiava cogli occhi, fiera dell’impatto avuto, e già pregustava l’ora X. La prese per mano e la condusse nella sua stanza. Tra la camera e la sala da bagno, c’era un ordinatissimo spogliatoio fornito quanto un negozio del centro di Roma o Milano. Fece scorrere l’anta di un armadio a muro e aprì un cassetto, dentro c’erano una cinquantina di costumi da bagno di ogni foggia e colore.
- Ti va una nuotata? Scegliti quello che vuoi. Dai, non stare così imbambolata! Provatene qualcuno.

Isa stava lì, colla bocca aperta, ancora sconvolta. Troppe cose belle tutte insieme.
- Ehi! Dico a te! Questa è casa tua, adesso. Mi capisti? E’ roba anche tua. Andiamo! – si mise a frugare e ne scelse uno. – Tie’, provati questo. Abbiamo le stesse misure… Questo nero ti dovrebbe stare una favola. E sveglia! –
La incitò, ridendo. Isa, per tutta risposta, le si aggrappò al collo e scoppiò in un pianto dirotto. Era gioia? Non che Carmela se ne preoccupasse, lei badava a stringere quel corpo e a carezzarlo il più possibile, rassicurante. Poi le prese il viso tra le mani e la baciò teneramente sugli occhi allagati.
- Cosa c’è, piccola? – sussurrò col broncetto. – Cosa c’è? Va tutto bene… Ci penso io a te, ora. Mi capisti? Ci sono io qui. Dài, lavati il viso e andiamo in piscina.
La fece voltare e le diede una sculacciata. Prese alcuni costumi e la guidò verso il bagno. Le lavò il viso e glielo asciugò con una immacolata salvietta di lino, quindi cominciò a sbottonarle la camicetta. Isa continuava a piangere di gioia e di dolore. Pensava a tutta quella magnificenza e alle mani nere e callose di Rosario, e a quanto le sarebbe piaciuto se ora al posto di Carmela ci fosse stato lui. Gli avrebbe donato la sua purezza, su quell’immenso letto col baldacchino bianco e rosa. Era nuda. Perfetta. Fuori impazzava il solleone di giugno e lì, in quel vasto bagno fresco e ventilato, Carmela vedeva come l’aveva sempre sognato quel corpo stupendo e desiderato. Le si seccò la lingua, mentre posava il primo dei reggiseni sul petto di Isa. Lei, imbambolata e frignante, lasciava fare.
- Ci facciamo una bella nuotata e poi un buon pranzetto. A proposito, cosa vuoi mangiare?

Isa sembrò tornare in sé in quel momento. Fece spallucce e finalmente un largo sorriso le colorò il volto. Carmela sorrise a sua volta, complice, e le fece cenno di aspettare ; staccò un telefono interno dal bordo dell’immensa Jacuzzi incassata nel pavimento di marmo, premette un tasto e attese, senza distogliere lo sguardo da quel ciuffetto di peluria biondiccia. Dio, cos’era!
- Mari’, che si mangia oggi? – una vocina gracchiò e Carmela cominciò ad annuire, mordicchiandosi le labbra. – Aspetta un momento – disse, e si rivolse ad Isa:
- Ti piacciono gli spaghettini alla pescatora, le oratine… il pesce insomma? – Isa annuì con forza e prese ad indossare un costumino bianco di seta. Carmela approvò con una smorfia di soddisfazione e tornò all’interfono:
- Allora, Mari’, ottimo così. Pronto tra un’ora.

Chiuse la comunicazione. Maria era l’unica donna presente nella proprietà, oltre a loro due; aveva sessant’anni ed era una cuoca superba. Le avevano ucciso il marito e due figli, a Trapani, una mattina di tredici mesi prima. Senza motivo, per una lite da bar. Loro non erano dell’onorata società, ma umili pescatori che si erano sempre fatti i fatti loro. Sua sorella, sposata e residente a Catania, era andata a piangere da Carmela. La giovane boss, conosciuta la storia e avuto il consenso del capofamiglia e del capo mandamento locali, era andata personalmente con tre dei suoi dall’altro capo dell’isola, le aveva regalato la vendetta e se l’era portata a casa. Maria si era dimostrata subito grata e affettuosa come e più di una mamma. Faceva funzionare la casa come un orologio.
Isa era di una bellezza e di un’eleganza indescrivibili. Carmela si spogliò velocemente e finse incertezza nello scegliere uno dei quattro costumi rimasti, per permettere alla ragazzina di ammirare il suo corpo perfetto. Centro! Isa la riempì di complimenti. Carmela, soddisfatta, indossò un Parah nero. Gaie come bambinette, prese per mano, corsero verso la piscina. Si tuffarono mille volte. Fecero belle nuotate ristoratrici, poi si abbandonarono esauste e sorridenti sui lettini accanto agli ombrelloni gialli, vicino al tucul – spogliatoio di legno e frasche. Il costumino bianco di Isa, così bagnato, era diventato trasparente. E Carmela la trovava sempre più golosamente intrigante. Pensava a come corteggiarla con successo, non avrebbe sopportato un suo no. Ma non voleva nemmeno impiegare una vita a conquistare la sua fiducia e il suo cuore. E quel suo corpo divino. Il sole non le aveva ancora completamente asciugate, quando Maria si fece sulla porta della cucina e agitò un braccio nella loro direzione. Carmela, dopo uno schiaffetto sul ginocchio dell’amica, si diresse alle vicine docce esterne prontamente imitata da Isa. Poi entrarono nel tucul, indossarono un ricco accappatoio di spugna e andarono a tavola. Non si era visto un solo uomo in giro. Ce n’erano almeno quindici appostati, ma non se ne scorgeva uno. Ordini precisi del capo. Mangiarono con buon appetito, soprattutto Isa, che non perdeva occasione per fare complimenti alla cuoca e magnificare tutto. Erano due buone forchette. Poi Isa insistette per preparare il caffè personalmente e fu molto fiera del risultato. Andarono di sopra per un riposino. Carmela le assegnò la camera attigua alla sua, dove predominava il turchese tra i colori pastello e c’erano stucchi veneziani al posto della stoffa da parati. Le mostrò il guardaroba. Conteneva ancora pochi capi, ma alle sette sarebbe arrivato un furgone col meglio dei capi taglia 42, regolarmente griffati. Ma questa sarebbe stata una sorpresa. La merce faceva parte di un carico diretto a due negozi del centro, che suo fratello ed altri tre dei ragazzi avevano “dirottato” alcuni giorni prima. Il furto di interi Tir era una delle attività marginali della famiglia. I cassetti con la lingerie invece aveva provveduto lei stessa a stiparli il giorno prima. Andava pazza per la biancheria intima di classe e, naturalmente, aveva scelto per la sua Isa i pezzi più eccitanti. Lasciò volutamente sola la ragazzina elettrizzata e raggiunse la propria stanza. Si sarebbe sciolta da sé mano a mano. Si liberò dell’accappatoio e si allungò languidamente sul letto. Prese un telecomando dal cassetto del comodino e azionò l’oscuramento delle vetrate blindate. Prese un altro telecomando e, magicamente, le tende si aprirono e un video wall apparve sulla parete di fronte; e nello schermo di due metri per uno e cinquanta apparve Isa che si provava, civettuola, alcuni capi di biancheria davanti al grande specchio della sua stanza. C’erano sei microcamere ad alta definizione disseminate nella stanza della ragazza. Carmela se la godette per un po’, poi rimise a posto le tende e cominciò a toccarsi. Dedicò l’orgasmo alla piccola Isa. Circa mezz’ora dopo, il suo pisolino venne interrotto da una telefonata di lavoro. Mezzasalma, da un cellulare coperto, la chiamò al numero tre: aveva dodici cellulari, numerati ed intestati a persone insospettabili; a seconda del settore, i suoi vice avevano un numero solo per entrare in contatto diretto con lei, quello. La notizia era pesante: una squadra dei ROS aveva scoperto il covo di suo fratello Antonino e sarebbero andati a prelevarlo all’alba. Lei disse semplicemente: OK, e chiuse. Antonino sarebbe arrivato alle sette col carico dei vestiti, l’avrebbe nascosto alla villa. Chiamò Valenti e gli ordinò di ripulire il rifugio di suo fratello a Catania.
- Vale’, naturalmente ci stanno le baby sitter che fanno il loro lavoro. – disse a conclusione. E Valenti capì che la casa era sotto controllo degli sbirri. Si sarebbe regolato. Carmela sapeva che poteva fidarsi della perizia e dell’esperienza di Valenti e considerò la cosa fatta. Indossò un kimono bianco di seta e andò a rinfrescarsi il viso. Dal bagno comunicante udì il canto melodioso di Isa, aveva una vocina splendida e intonata. Bussò alla porta, blindata, che divideva i due locali, poi senza indugio posò la sua mano aperta sul calco della sua stessa mano: era il terzo da destra in mezzo, tra i ventuno calchi che ornavano la parte laccata della porta, e questa magicamente e silenziosamente cominciò a scorrere. Si poteva aprire soltanto così. Si trovò davanti la ragazza, sorpresa e intenta a coprirsi alla meglio. Stava provando qualche abitino davanti alla grande specchiera. Quando vide che si trattava della padrona di casa, Isa si rilassò e si misero a ridere contemporaneamente. Carmela la pregò di continuare, si accomodò sul divanetto di midollino laccato bianco, tra due giganteschi ficus, e giocarono alla sfilata. Molto, molto eccitante. Anche Isa, infine, indossò un kimono simile a quello che portava lei, nero con ideogrammi rosa, e passarono il resto del tempo a chiacchierare sul letto di Carmela. La ragazzina si aprì e sfogò colla nuova amica un po’ dei suoi crucci. L’altra ascoltava interessata e preparava il suo piano d’attacco. Intorno alle sette, il cicalino informò che c’erano visite. Mandò Isa a vestirsi per la cena, col telecomando regolò l’intensità dell’aria condizionata, indossò jeans e Lacoste in tinta e scese. Era arrivato Antonino coi vestiti. Fece portare gli stander carichi in camera sua e si appartò col fratello. Antonino, un giovanottone di trentuno anni bello e massiccio, ascoltò con irritazione. Il suo colorito olivastro e già abbronzato dal sole marino, sbiancò per la rabbia. Lei lo riportò alla calma, ora paziente, ora aspra. Non sarebbe stata la fine del mondo scomparire per qualche tempo. Le acque si sarebbero chetate. Gli affari prosperavano e lui se ne sarebbe stato tranquillo al coperto, fintanto che gli uomini non avessero preparato un altro rifugio sicuro per lui in città. Alla villa non c’era nulla da temere, da parte degli sbirri almeno: Carmela era incensurata, come il fratello, e loro non sospettavano nemmeno che fosse addirittura un boss. Anche la copertura eccellente, che la dava come azionista di svariate aziende nazionali e internazionali, tutte floride e in espansione, la preservava da sospetti e visite inaspettate. Cenarono insieme sulla terrazza e anche Antonino rimase piacevolmente colpito da Isa. Dopo cena, gustarono una copia regolare di un film appena uscito nelle sale e a mezzanotte si ritirarono. Isa baciò con affetto e gratitudine la sua amica, davanti alla porta aperta della sua stanza. Carmela ricambiò l’abbraccio, ma decise di non andare oltre. Fu dura prendere sonno, a pochi metri da quel corpo da favola. Ricacciò più volte l’impeto di andare nell’altra stanza. La ragazzina le era entrata nel sangue, ma sarebbe stato prematuro e rischioso farsi avanti ora. L’avrebbe spaventata. L’avrebbe perduta per sempre. Provò a guardare una cassetta lesbo, di solito la eccitava e pensava lei a calmarsi. Si frugò quasi con rabbia e venne in maniera quasi dolorosa. Finalmente crollò. Sogni agitati. La mattina dopo, impartiti alcuni ordini, andò a sfogarsi in piscina. Venne raggiunta, intorno alle dieci, da una Isa preoccupatissima: non sapeva se si sarebbe dovuta presentare prima, né quali fossero i suoi doveri.
- Che devo fare? – chiese, maltrattandosi le mani, ritta sul bordo della piscina. Quella sortita rimise Carmela di buon umore. La guardava sputacchiando l’acqua che le entrava in bocca, tenendosi a galla con un leggero stile rana:
- Cosa devi fare?! Intanto, levati subito quella roba e metti un costume.
- E poi?
- E poi, niente. Vieni a farti una nuotata.
- Ma io… Il mio lavoro qual è? Che devo fare?
- Esistere. – scandì Carmela e si inabissò. Isa restò incerta e ammutolita, senza muovere un solo muscolo, finché Carmela non riemerse e le spruzzò dell’acqua addosso, ridendo.
- Allora?! Vuoi fare notte lì? Vai a metterti un costume… o buttati nuda. Dài!

Isa, come in trance, entrò nel tucul e ne uscì col costume bianco del giorno prima. Nuotarono, fecero la doccia, giocarono maldestramente a tennis scalze e scarmigliate. Passeggiarono fino al maneggio, poi fecero una breve gara di corsa fino alla piscina. Fecero un’altra doccia tra le risate e salirono in terrazza per il pranzo. Carmela era raggiante, le avevano comunicato persino l’esito positivo di un grosso affare che aveva in ballo da mesi, a Milano. Isa viveva quelle ore come sospesa, sempre in preda a una specie di vertigine. Ancora non si rendeva pienamente conto della “fortuna” che le era capitata. Sul tavolo troneggiava un secchiello d’argento imperlato, col ghiaccio e una bottiglia di Tattinger appena stappata. Carmela riempì i due bicchieri. Antonino stava a un altro tavolo con alcuni dei ragazzi, oltre un’alta siepe di rosmarino e alloro piantati in mezze botti di rovere, anche loro festeggiavano. Il bel fratellone aveva avuto l’ordine di distribuire a tutti un cospicuo soprassoldo. I soldati mangiavano in una sala apposita, oltre la dispensa. Erano sole. Isa non si abbandonava ancora.
- Brindiamo! – fece allegra Carmela, facendo tintinnare i calici. Isa assunse un’espressione della bambina sorpresa a combinare qualche marachella e bevve un sorso, strizzando gli occhi e arricciando il delizioso nasino:
- Buono! – ammise. Poi fece un ampio gesto colla mano:
- Ma… tutto questo… Non so… Cioè… Se poi mi vuoi dare anche tutti quei soldi di… di stipendio che hai detto… Non riesco a rendermene conto. Non capisco… Questo non è un lavoro, è meglio di una vacanza da ricchi. Non lo capisco…

Si portò i pugni sotto il mento, poggiò i gomiti sul tavolo e attese, guardando la sua ospite. Carmela si pulì le labbra, bevve un altro sorsetto di champagne e agitò le palme aperte davanti al viso:
- Non c’è proprio niente da capire. – disse – E’ così semplice… Io sono molto ricca… E molto sola. Non ho amiche. Tu mi piaci, sto cominciando ad affezionarmi… Niente… Voglio fare qualcosa per te, in cambio della tua amicizia, del tuo affetto, e della tua… fedeltà. Ti sembra strano? Per me non è strano. Tutto questo… Tutto il resto che ho… è inutile se non lo divido con qualcuno. Lo voglio condividere con te. Tutto qui. E adesso mangia i gamberoni ché sennò si freddano e diventano uno schifìo. Anzi, attenta a me, guarda come si fa… vedi? Devi togliere questa schifezza, questa strisciolina nera che hanno sulla schiena. Questa è la cacca… mi capisti?
- Non ci posso credere! – ridacchiò Isa, alle prese con un bel gamberone arrosto. Scuoteva la testa, toglieva la strisciolina con l’aiuto di un coltello, rideva in silenzio e ripeteva:
- Non è possibile… Non ci posso credere mai! –
Dopo il secondo gamberone, si accorse che Carmela la fissava soddisfatta. Come un genitore che gode della soddisfazione del proprio bambino per aver appena ricevuto un bel regalo. La fissò anche lei e le domandò a bruciapelo:
- Ma perché dividere questo con me e non con un uomo? Tu sei bellissima, intelligente, ricca, allegra… Puoi avere tutti gli uomini che vuoi… possibile che non hai un ragazzo?
- Mangia! – Non parlarono più per tutto il pranzo. Isa era certa di aver toccato un tasto dolente e non ebbe il coraggio di approfondire. Forse una forte delusione, pensò, forse… Ma non era affar suo. Carmela si immerse nei suoi pensieri e lasciò quasi tutto nei piatti.
L’atmosfera si rasserenò subito dopo il caffè. Che preparò Isa e porse all’amica, accompagnato da una carezza solidale ai suoi capelli ancora umidi. Carmela abbozzò un sorriso triste e ricambiò sfiorando il braccio della ragazzina. Poi la prese per mano e se la portò in camera sua, lasciandola allibita: dai sei stander di due metri ciascuno pendevano gli abiti più belli che avesse mai visto. Corse al bagno a lavarsi i denti, tornò, e la ragazza stava ancora come l’aveva lasciata, in trance.
- Sono tutti nostri. – le disse, accoccolandosi sul letto. – Provateli e scegli quelli che ti piacciono di più. Isa si fece scivolare l’accappatoio e cominciò a perlustrare su e giù l’esposizione. Aveva un culetto alto e sodo da brivido e i seni colla punta rivolta verso il cielo. Si cominciava a notare il segno del costume sulla pelle ambrata. Man mano che l’estemporaneo show room andava avanti, Carmela continuava a bagnarsi sempre di più. Ora Isa era nuovamente nuda e stava scegliendo un altro capo. Carmela era al culmine. Scivolò fuori dall’accappatoio e si appiattì sul letto a pancia sotto e dimenando piano il culetto. La voleva, la voleva, la voleva! Sfregò il clitoride gonfio contro una piega del lenzuolo.
- Basta ora. – mugolò col viso schiacciato contro il lenzuolo di lino. – Vieni qua, fammi un massaggio alla schiena.
Isa le aveva detto il giorno prima di essersi appena diplomata a un corso di massaggio estetico. La ragazza, felice di poter essere utile, corse a lavarsi le mani. In bagno, scelse una crema adatta e tornò di corsa. Rimase ancora una volta interdetta: Carmela ora era sul dorso, gambe larghe e ginocchia sollevate, e si stava masturbando furiosamente.
- Che fai lì? – il suo tono era roco e imperioso. – Avvicinati. Qui! Vieni qui! – Le tese la mano libera. Isa, ingobbita, scosse la testa incredula e fece dei passetti indietro.
- Avanti! Che aspetti? Non ti mangio mica… E’ una cosa bella. Vieni qua. Ma insomma… – Visto che quella stava impalata contro il pesante tendaggio del muro, scese dal letto e andò a prenderla. La trascinò a forza, la sdraiò e le fu addosso, bloccandola col suo peso, cercando famelica la sua bocca.
La maschera non aveva retto. La maschera era caduta. Carmela era una persona nuova e terribile, una persona che faceva paura e annichiliva la povera Isa. Le ficcò prepotentemente la lingua tra le labbra e prese a mulinarla. Contemporaneamente, le ficcò due dita nella fighetta, ma era asciutta e le fece male. Isa si divincolava come poteva, per puro istinto di conservazione, ma la forza di Carmela era la forza di un bruto infoiato. Carmela scese a leccare quella fica agognata, ma si beccò una ginocchiata sul naso. Rimasero entrambe per un attimo bloccate: Isa perché la sua era una mossa fortuita e non voluta, stava solo cercando di divincolarsi; Carmela perché non si aspettava una risposta tanto irruente ed irriverente. Si fissarono ansanti per un lungo momento. Gocce di sangue rosso, quasi nero, caddero sul lenzuolo candido. La boss ridivenne tale. Una belva impazzita. Andò in bagno senza levare gli occhi di dosso alla preda, mise una salvietta sotto l’acqua fredda e se la pressò sulla nuca, tenendo la testa rovesciata all’indietro. Sempre colla testa piegata, si avvicinò alla Jacuzzi e sollevò la cornetta del telefono interno:
- Antonino. Lo voglio subito da me! – ordinò. L’interlocutore gracchiò qualcosa, ma lei fu perentoria: – Non me ne frega un cazzo se è in piscina! Lo voglio qua ora. Subito!
Isa, raggomitolata su se stessa, piagnucolava tremante:
- Rosario… Rosario mio… che mi ficero? Che mi vogliono fare?

Due minuti dopo, bussarono alla porta della stanza. Carmela andò ad aprire e si trovò suo fratello di fronte, in slip da bagno, intento ad asciugarsi. Lo fece entrare e gli indicò la ragazza sul letto. Richiuse la porta a chiave.
- Prima ti sei fatto il bagno tu, mo’ fai fare un bagno al tuo biscotto. Ti piaceva, no? Fottila!

Antonino, imbarazzato, prese a sfregarsi la testa con più vigore. Sua sorella andò in bagno per lavarsi via il sangue dal naso e dal petto. Indossato il kimono, si guardò allo specchio e si ravviò nervosamente i capelli. “Stronza!” sibilò. Tornata in camera, spinse vigorosamente il ragazzo verso il letto.
- Avanti! Che aspetti?! Mi diventasti frocio? Fottila! Fottila sta stronza!

Isa cercò di coprirsi col lenzuolo e, tenendo un braccio proteso, implorava:
- No! Questo no!… Vi prego… Ma che vi fici? Ti prego, Carmela, sono vergine… Sono ancora vergine!
Antonino recuperò padronanza e sorrise in modo cattivo. I suoi slip azzurri si tesero sul davanti. Se ne liberò velocemente usando entrambe le mani e si sdraiò sulla ragazza. La poveretta provò ancora a dibattersi, ma il giovane era duro; inoltre Carmela la teneva saldamente per i polsi. Non riusciva a penetrarla: troppo asciutta e non stava ferma un secondo. La sorella imprecò e gli ordinò di tenerla lui per le braccia, lei scivolò ad immobilizzarle le gambe. Passò le sue braccia forti sotto il bacino di Isa e la tenne ferma:
- Ora te la preparo io. – disse, e prese a leccarla. Soddisfatta, anche perché la resistenza della ragazzina si era fatta sempre più debole, si impegnò per parecchio tempo in quell’attività che aveva sognato per mesi e mesi. Quando cominciavano a farle male le mandibole, tornò ad occuparsi dei polsi. Questa volta Antonino la infilzò al primo colpo. L’urlo lacerante non venne inteso da nessuno al di fuori di quella stanza. Tutta la casa era blindata ed insonorizzata, ma anche se non lo fosse stata nessuno avrebbe “sentito” niente. Il sacrificio avvenne molto rapidamente. Il giovane sgusciò appena in tempo, alcuni schizzi di sperma raggiunsero addirittura il viso di Isa e il seno di sua sorella. Anche lui si teneva quella voglia in canna da tempo. Adempiuto il suo compito, Antonino venne immediatamente congedato. Carmela, seduta sul letto, prese a carezzare i capelli di Isa e con tono suadente la rimproverò:
- Vedi? Mi hai costretto a diventare cattiva. Io non volevo… Io ti amo… Non voglio farti del male. Isuzza…Mi credi? Io ti amo e voglio farti felice. Voglio vederti felice. Ti voglio coccolare e voglio che tu fai un poco felice a me. Lo so che adesso mi odi… Per quello che ti ho fatto. Ma pensaci… Pensa quanto stai bene con me se fai da brava…

Isa non aveva più lacrime. Il bruciore tra le gambe era nulla se confrontato col bruciore che sentiva all’altezza del cuore. “Perché a me?” si chiedeva. “Che ho fatto io di male? Che ho fatto a questa gente? Voglio morire.” Tremava come una foglia e gemeva piano.
- Perché mi respingi? – continuò Carmela? – Non sono bella? Non ti piaccio? Pensa a come possiamo essere felici. Non ci faremo mancare niente… Ti chiedo solo di essere dolce con me. Soltanto un poco di dolcezza… La prima volta che farai l’amore con me e mi farai soddisfatta, ti intesto una bella casa a Catania. Così ci mandi ad abitare la tua famiglia e la togli da quella catapecchia. Promesso… Sei contenta?

Si avvicinò alle sue labbra, ma Isa si ritrasse schifata e impaurita. Carmela le mollò un poderoso manrovescio:
Ahn! Ma allora non capisci! Non vuoi capire allora! Ora mi hai rotto i coglioni! Vedrai che ti domo. Ci puoi giurare che ti domo!
Indossò jeans e maglietta e uscì, chiudendola dentro. Prima chiuse il pannello colla rastrelliera che conteneva i cellulari e disattivò gli apparecchi normali. Isa era prigioniera. Carmela raggiunse di buon passo il maneggio, calzò giusto un paio di stivali e dei guanti leggeri e si sfogò con una lunga galoppata. Poi fece una doccia e dedicò un po’ di tempo agli affari. Cenò col fratello, al quale ordinò di tenersi a disposizione e, anche se superfluo, gli intimò di glissare su qualunque argomento riguardasse la ragazzina. Sapeva bene che tra uomini… Giocò un po’ a biliardo coi ragazzi e, intorno alla mezzanotte, tornò in camera sua con una tazza fumante di buon brodo ristretto. Il brodo l’aveva preparato Maria, lei aveva solo aggiunto una sostanza che avrebbe ammorbidito un puledro da rodeo. Era una specie di Valium non in commercio in Italia. Trovò Isa sotto le lenzuola, gli occhi sbarrati e in preda al tremore.
- Bevi questo, ti farà bene. Maria ha detto che se mangi, agitata come sei, rivedi tutto. Questo ti farà bene e ti tirerà un po’ su. Forza… giuro che non ti tocco. Se non vuoi, ti lascio in pace. Avanti!
Le porse la tazza. Isa, seppur riluttante la prese e mandò giù l’intero contenuto. Poi ricadde e si coprì. Batteva i denti.
- Voglio tornare a casa mia. – riuscì ad articolare. Fece una smorfia di dolore e ripeté la frase.
- Ti fa male… lì? Appena starai meglio, te ne potrai andare. Adesso fammi vedere dove ti fa male. – la scoprì. La ragazza non si era neppure lavata. Non si era proprio mossa dal letto. Carmela chinò il capo di lato e le sorrise:
- Andiamo a darci una lavata, su… Ti do un buon sapone intimo, che ti disinfetta e ti passa tutto. L’aiutò ad alzarsi e la sorresse fino al bidet. Isa era docile come un agnellino. La pozione cominciava a fare effetto. La pupilla era dilatata. Praticamente la lavò lei. Con grande piacere. La riportò quasi di peso sul letto e stette un po’ ad ammirarla. Si avvicinò per controllare i danni: le allargò le grandi labbra, ma non vide niente che non andasse. Non aveva perso nemmeno sangue. Isa era come tramortita. Decise di approfittarne e si mise a leccarla dolcemente. Nonostante non provocasse nessuna reazione nella ragazzina, lei si era bagnata tutta. Salì e si mise a cavalcioni sul viso di Isa. Le strofinò la fica sulla bocca semiaperta.
- Tira fuori la lingua… leccamela. – le disse piano. Isa eseguì, come un automa. Visto che funzionava, Carmela cambiò posizione e diede via ad un sessantanove. Estenuante. Piano piano, la fighetta di Isa cominciò a cambiare odore e sapore: si stava bagnando di piacere. Carmela ebbe un orgasmo violento, ma fu costretta ad aiutarsi colle dita. La lingua della ragazzina era meccanica e monotona. “Le avrebbe insegnato lei…” Finalmente, anche Isa ebbe il suo bell’orgasmo. Strinse le cosce e agitò i piedi in su e in giù. Ebbe un sospiro di piacere che fu musica per le orecchie di Carmela.

La storia andava avanti da oltre un mese ormai. Solamente una volta, smaltito l’effetto della sostanza, Isa si era ribellata e Carmela aveva deciso di punirla facendola stuprare ancora da Antonino. E questo era bene che accadesse quando la ragazzina era ben lucida: se ne sarebbe ricordata. Ultimamente, Isa, volente o nolente, aveva avuto parecchi orgasmi durante le sollecitazioni della lingua e delle dita di Carmela. La boss, peraltro, aveva provveduto a tranquillizzare la famiglia di Isa ed a fargli pervenire una busta con cinquemila euro e un biglietto della ragazza. Biglietto scritto sotto effetto della solita sostanza. Arrivò una telefonata da un altro dei suoi vice: c’era bisogno della presenza di Carmela ad un summit che si sarebbe tenuto a Palermo, la settimana successiva. La boss organizzò meticolosamente la trasferta. Chiamò anche “U Lebbrosu”, un pappa che le doveva un favore, e gli ordinò di farle trovare una bella ragazzina nuova e disponibile, nella casa che avrebbe costituito il suo rifugio durante la permanenza nella capitale. “Contaci.” Fu la risposta dell’uomo. “Sempre a disposizione.”
Aveva bisogno di una fighetta attiva e consapevole. Questa gatta morta la stava annoiando. Non c’era più traccia d’amore in lei. Se amore era stato e non solo desiderio di possesso. Otto giorni dopo, partì per Palermo. Si portò solamente due uomini di scorta, non voleva dare nell’occhio. Partirono appena buio e arrivarono prima di mezzanotte. Aveva lasciato Antonino a guardia di Isa, con disposizioni precise. Se la scopasse pure a volontà, ma lei non avrebbe mai dovuto lasciare la stanza. Davanti al motel Conca d’Oro trovarono l’auto civetta ad attenderli. A bordo, due uomini che fecero appena un cenno di saluto e partirono. Fecero strada fino a una masseria diroccata, in aperta campagna, che sembrava abbandonata da tempo. Naturalmente non era così: dentro era tutt’altra cosa. U Lebbrosu era già lì per rendere omaggio alla boss. Consegnò una cassa di Tattinger a uno dei suoi uomini e a lei disse in un orecchio che il pensierino era già in camera. Salutò con reverenza e scomparve, accompagnato da uno degli uomini del posto. L’altro uomo rimase a disposizione e mostrò a Carmela delle luci oltre l’aranceto: era l’altra masseria dove avrebbe avuto luogo la riunione del giorno dopo. Trecento metri, non di più. I tre uomini si sistemarono all’inizio dell’ala abitabile, mentre a Carmela fu indicata la camera padronale, in fondo al corridoio. Lei aprì la porta con una certa emozione. Trovò una stanza moderna e confortevole. Chiuse la porta blindata e si guardò in giro: non vedeva nessun pensierino. Il letto era intatto e cambiato di fresco. Stava già per essere assalita da un’ondata di stizza, quando una pesante tenda si aprì e lasciò passare due splendide creature. Viva l’abbondanza! Una negretta stupenda sui diciotto e una biondissima ragazzina slava avanzarono verso di lei. Indossavano soltanto biancheria intima di gran classe e profumi adeguati. U Lebbrosu la sapeva lunga. La biondina andò a baciarle le mani e le disse, in un italiano quasi corretto, che erano in due perché lei potesse scegliere a seconda dell’umore e del desiderio. Carmela fece una risatina e le disse:
- Perché scegliere? – passò il resto della notte a farsi coccolare. Per quanto ne sapeva, avrebbe dovuto trattenersi almeno tre giorni. Hai voglia!

Antonino, in bermuda amaranto e canotta nera, aprì la porta della camera di Carmela con una mano, con l’altra spingeva un carrello carico di cibarie, sui due ripiani, ed un secchiello con ghiaccio e Tattinger. Erano da poco passate le nove di sera. Sua sorella mancava da due giorni ed erano due giorni che lui trasgrediva ai suoi ordini: non aveva più drogato la bella Isa. Non l’aveva più sfiorata. Aveva riservato il piacere a quella sera: la voleva ben sveglia. Era un bel ragazzo, cazzo! Le donne morivano per lui. Come poteva questa respingerlo e fare la smorfiosa?! Lei lo accolse piangendo. Cominciò ad implorarlo affinché la lasciasse tornare a casa sua.
- Perché no? – convenne lui: – Basta che la smetti di piangere e di fare la stupida. Siamo nel 2000 e tu fai ancora tante storie per una ficcata! Tu fai l’amore con me, bene… Ci divertiamo e, quando mi fai contento, se vuoi te ne puoi anche andare.
Lei parve rifletterci sopra. Antonino, che scemo non era, provò a sciogliere i dubbi della ragazza:
- Di che hai paura? Questa volta non ti voglio violentare. Carmela non c’è… Ah, ah! Certo che l’hai fatta proprio incazzare a mia sorella! Ma io sono diverso. Lei quando s’incazza senza cuore diventa. Io no… Se tu collabori, sarà bellissimo e piacerà molto anche a te. Vedrai. E nessuno ne saprà mai niente.
Mentre parlava suadente, il giovane apparecchiava il tavolino accanto al paravento cinese. Si misero a mangiare e lui fu servizievole e tenerissimo. Lei rifletteva in fretta. Quei pochi attimi di lucidità doveva sfruttarli a fondo. Decise di cedere. Avrebbe preferito ucciderlo. O morire. Ma bevve mezza bottiglia di champagne e fu pronta al sacrificio. Accettò persino di prenderglielo in bocca e di seguire tutti i suoi consigli per fare un pompino di gran livello. Era ubriaca persa e nulla aveva più importanza. “Finisci presto.” Pensò.
Avrebbe rivisto i suoi. Avrebbe presto rivisto Rosario e l’incubo sarebbe finito. Se ne sarebbero scappati all’estero, magari. Lontano. Non avrebbe più voluto avere niente a che fare con quella gente. Il ragazzo la stantuffò a lungo e poi finalmente le venne sulla pancia e sul seno. Le spalmò ben bene lo sperma sulla pelle vellutata e la invitò la leccarglielo per bene. Lei eseguì. Naturalmente, una volta soddisfatto, Antonino si preparò ad andarsene, lasciandola con un palmo di naso. Ma lei era risoluta, doveva solo conquistare un po’ della sua fiducia, poi gliel’avrebbe fatta pagare. A Tutti e due. Gli sorrise e , prima che lui chiudesse la porta, gli chiese:
- Lo facciamo anche domani? Avevi ragione tu, così è diverso. Così mi piace.
- Lo vedi? – le strizzò l’occhio e uscì soddisfatto. Una volta chiusa la porta, lei fu presa da una furia incontenibile. Cominciò a buttare all’aria tutto quello che le capitava. Finalmente le venne l’idea giusta. Uscita dalla doccia, trovò quello cercava: un pesante sottovaso di marmo. Era un po’ più grande di un piatto e bello pesante. La mattina successiva, vestita come il giorno che aveva messo piede in quella casa maledetta, aspettava che Antonino arrivasse con la colazione. Aspettava dietro l’uscio, col sottovaso ben stretto tra le mani. Lui non si accorse di nulla. Un colpo secco, un rumore sordo, e il giovane si accasciò senza nemmeno un gemito. “Spero di averti ammazzato.” Pensò freddamente Isa e, con molta cautela, uscì dalla casa.
- Attraversò il retro del giardino e si diresse, quasi senza respirare, verso il boschetto. Riuscì non si sa come a non essere vista da nessuno. Salendo sopra un vascone rovesciato e reggendosi ai rami di un vecchio olmo, riuscì a scavalcare l’alto muro di cinta. Era fatta. Rischiò di rompersi le gambe nel salto, ma riuscì ad ammortizzare bene il peso del corpo. Due ore dopo era tra le forti braccia di Rosario. Lui ebbe non poco da combattere per convincere il suo datore di lavoro a lasciarlo libero per il resto della giornata, alla fine la spuntò. Salirono sulla vecchia vespa e si allontanarono verso il mare. Lungo la strada, Rosario si fermò per comprare dei panini e delle bibite fredde. Una volta sulla litoranea, prese per un sentiero che portava alla caletta rocciosa che conoscevano in pochi ed era quasi sempre deserta. Nessuno. Isa gli raccontò tutto, tra le lacrime. Piansero a lungo tutti e due. Ricompostisi, fecero l’amore per la prima volta. E fu bellissimo. Il posto era completamente deserto, tranne una barchetta al largo, così i ragazzi decisero di fare il bagno nudi. Si asciugarono al sole e mangiarono i panini. Avevano deciso, di comune accordo, di tenere la bocca chiusa. Conoscevano i rischi. Però se ne sarebbero andati da quel posto di merda. Al più presto. La madre di Isa si ammalò gravemente e il progetto venne rimandato, almeno sino a quando non si fosse ristabilita.

Quasi due mesi dopo, migliorata la salute della madre e rimarginate un po’ le ferite dell’anima, Isa stava uscendo da un cinema del centro con Rosario. Ancora ridevano per il finale comico del film appena visto. Erano allegri e spensierati e non si accorsero di una potente auto che frenò e per poco non li investì. Per loro, distratti e troppo presi dalla loro intimità, fu una cosa da nulla, giusto un “vaffanculo” del ragazzo all’indirizzo dell’autista. Ma dietro i vetri azzurrati della Lancia Thema lo sguardo assassino di Carmela li incenerì. La boss si era accorta di essere nonostante tutto ancora innamorata di Isa. Molto più di prima. Di notte ci piangeva. Non l’aveva fatta cercare perché ne avrebbe sofferto lei per prima. Ma quello smacco non lo tollerava. Preferire a lei quel cogghiunazzu! Strinse forte le mascelle, mentre i suoi occhi a fessura seguivano i due innamorati attraverso il lunotto posteriore.

Il venerdì successivo, un cadavere con la testa spappolata dalle pallottole venne trovato in una discarica abusiva di periferia. Il cadavere venne riconosciuto dai famigliari ed era quello di un giovane incensurato. Non aveva mai avuto nessun legame con la malavita. Un bravo ragazzo come tanti, gran lavoratore senza grilli per la testa. Era il corpo di Rosario Friccicanò. La polizia brancolava nel buio. Il commissario Crocitti ci aveva lavorato sopra anche quella notte. Niente. Buio. Crocitti era il miglior investigatore della Sicilia. Nessuna traccia. Nessun indizio. Buio. Disfatto, Crocitti alle nove del mattino stava lasciando l’ufficio per fare ritorno a casa; non si reggeva in piedi. Non fece nemmeno caso a quella ragazza che aveva quasi travolto sulla porta della questura. Eppure era una bellissima ragazza, anche se disfatta dal pianto. Somigliava in maniera impressionante a Claudia Cardinale giovane.

cavallona

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Sputi e pernacchi

Il Cavaliere sceglie di evitare le piazze
e mette in agitazione il partito
I tre coordinatori pdl: gli mettiamo pressione perché si mostri ma lui rinvia

Un altro fine settima­na senza poter osten­tare il corpo del capo in campagna elettorale. Sil­vio Berlusconi è in Rus­sia, non sui palchi dei co­mizi per il Pdl, e a nulla finora è valsa la proces­sione di ministri e dirigen­ti di partito, preoccupati per la sua assenza. Nel Pdl tutti sgomitano per ave­re il premier nella loro città, «se non per un discorso, per un atto di presenza, Silvio. Almeno una passeggiata». Sanno che è il re Mi­da del consenso, capace – così di­cono i sondaggi – di incidere fino a cinque punti ad ogni apparizio­ne in favore di un candidato, e di lasciargliene incollati due dopo la partenza. E siccome – per dirla con Fedele Confalonieri – «la lea­dership di Berlusconi è una lea­dership fisica», è chiaro il motivo dell’allarme.

Senza il Cavaliere il marchio non tira, almeno non co­me potrebbe. Se non c’è, se non appare, è per­ché la vicenda familiare ha lascia­to il segno, anche politicamente. Raccontano che ieri in Consiglio dei ministri sia rimasto sulle sue. Cordiale come al solito, ha orga­nizzato anche un rinfresco per fe­steggiare la prima volta di Miche­la Brambilla a palazzo Chigi. Ma non ha riempito di barzellette la pre-riunione, nè Gianni Letta ha dovuto usare il campanello per fermarlo. Solo una battuta, ripetuta poi in conferenza stampa, sempre sul tema delle «veline» e delle «mino­renni ». Ne fa uso da settimane per indurre l’opinione pubblica ad andare oltre, e anche per met­tere ordine tra le macerie del suo personale terremoto d’immagine. Perché è vero – come spiega il sondaggista Nando Pagnoncelli ­che «gli italiani sono pragmati­ci », che «la vicenda ha inciso po­co sulla valutazione del governo e sull’orientamento di voto», mentre «è nel giudizio sulla per­sona che Berlusconi risulta in ca­lo ».

°°° Il motivo è molto semplice: Mafiolo ha cominciato a constatare sulla sua pelle che – come si presenta all’aperto, senza claque e figuranti – la gente lo riempie di fischi, insulti e pernacchie. Avanti così. Posso dire che non credo molto ai suoi sondaggi dell’oltre 40%? E senza competitori, con i media in perenne propaganda, se fosse un decimo di ciò che crede di essere, sarebbe all’80%.

b-malore

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berlusconi, cazzaro indegno

“Lettera dall’Abruzzo”

giovedì 30 aprile 2009
Ricevo una lettera scritta da Laura, giovane studentessa universitaria di Colle di Roio, paesino colpito dal terremoto. Il testo mette in luce il punto di vista di chi il terremoto lo ha subito e, al di là dei proclami e la propaganda del governo del tipo “tutto sotto controllo” che tutti i giornali e le televisioni si sono affrettati a divulgare senza il minimo spirito critico, sta sperimentando come funzioni in realtà la macchina degli aiuti… (E’ la stessa Laura che mi chiede di far circolare il più possibile la sua lettera, come potrete leggere nelle ultime righe)

“Ciao a tutti, oggi è il 20 aprile 2009. Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all’alba del 6 Aprile 2009. Io, fisso il mio sull’ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l’ombra”.

Vi scrivo da Colle di Roio (Aq) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009. Il mio paese… Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell’autore”.

“Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall’inaspettato evento), era andata sviluppandosi”.

“Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc...), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo”.

“La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da’ l’impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall’inizio”.

“Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell’inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L’Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa…) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni…>/i>”

“Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti dal sisma), con l’aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato “sia mai dovesse servire”, e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso…) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell’intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende”.

“Vi ricordo che in Abruzzo e a L’Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera…), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa”.

“Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento”.

“Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all’atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni”.

Cosa comporta tutto questo?
“Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra…poveri”.

Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?
“La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l’aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l’inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza”.

Qualcosa di buono però ragazzi l’ho imparato.
“Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune”.

Un’ultima noticina.
“Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all’alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l’economia e la vita di migliaia di persone…ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico…”

Però dei regali li ho ricevuti”.
“Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento”.

Un’altra cosa.
“Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l’aereo o la macchina e si faccia un giro per L’Aquila e d’intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle”.

“I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa… Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville? Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini”.

Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.

Un saluto a tutti Laura

Dopo questa toccante lettera siamo andati sul posto a cercare questa ragazza e verificare la
situazione e abbiamo constatato che Laura è un nome di fantasia usato da una ragazza che si è tenuta anonima,ma abbiamo parlato con qualche abitante che ci ha confermato le parole della lettera e intervistato in video un medico volontario della tendopoli e riportato un’altra videointervista che un’emittente televisiva stava facendo a un’altra dottoressa volontaria,al momento la situazione del campo-tendopoli è buona ma non delle migliori.
Attraverso questo link potete entrare nel gruppo e trovare le interviste:

http://www.facebook.com/group.php?gid=45088944485&ref=mf

tende1

b-blabla1

b-dream

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